Meno spesa e meno tasse, due cose da fare insieme

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Roberto Perrotti – Il Sole 24 Ore

Matteo Renzi è andato al Parlamento europeo e ha fatto quello che si era ripromesso e che gli suggeriva il suo enorme fiuto politico: «Battere i pugni sul tavolo in Europa», come tanti vogliono in Italia. Ha suscitato la reazione di parlamentari, ministri e banchieri centrali tedeschi: che cosa c’è di meglio per la sua immagine in Italia?
Compiuta la missione, bisogna però tornare alle cose concrete. Renzi deve programmare la strategia per i prossimi anni di governo. Per farlo, deve lasciar perdere le solite diatribe tra filo- e anti-tedeschi, europeisti e anti-europeisti, fautori del rigore e fautori della flessibilità.

Deve semplicemente chiedersi: supponiamo che non esistano il Trattato di Maasticht, il Patto di stabilità e crescita, il Six- e il Two-pack, il Fiscal compact: che cosa vorrei fare per l’Italia nei prossimi tre anni? Le regole europee, diciamo la verità, sono quasi irrilevanti. Se l’Italia sfora il 3 per cento del disavanzo, o non riduce il rapporto debito/Pil del 5 per cento l’anno, gli altri paesi non possono mandarle i carri armati. Qualche burocrate della Commissione avrà il suo giorno di gloria bacchettando il governo italiano, qualche politico tedesco o finlandese rilascerà una dichiarazione, e finirà tutto lì. Chiunque abbia letto il testo dei trattati attentamente sa che non c’è nient’altro di importante che può succedere (eccetto, alla fine di una trafila lunghissima e che non verrà mai intrapresa, una multa massima dello 0,1 per cento del Pil).

Personalmente, credo che la risposta che Renzi si darà alla domanda di partenza sarà molto semplice. L’Italia è strangolata dalle tasse: bisogna ridurle.
Ma come? Renzi, anche perché giustamente preso dalle riforme istituzionali, ha scelto un approccio rischioso: tagliamo prima le tasse, e poi si vedrà. È rischioso, perché i governi italiani hanno una lunga tradizione di annunci roboanti di tagli di tasse, che poi si sono dovuti rimangiare. Ancora peggio se taglio delle tasse ma contemporaneamente ne alzo altre, come purtroppo è successo.

L’unica strategia che funziona e che dimostra una decisa discontinuità con il passato è quella di ridurre le tasse assieme alla spesa pubblica. È un approccio lento, perché per ridurre la spesa pubblica ci vuole tempo. Ma ha anche l’enorme vantaggio che crea, per la prima volta in Italia, un gruppo di pressione, una constituency, in favore della riduzione di spesa, sia nel paese sia all’interno del governo. Per attuare questa strategia, Renzi deve rinunciare all’illusione che la politica di bilancio possa fare uscire l’Italia dalla crisi con il botto. La famosa «scossa» è un’illusione pericolosa. Certo, non c’è niente di più facile che creare una crescita effimera con la politica di bilancio, riducendo le tasse di 50 miliardi o aumentando la spesa di altrettanto. I paesi sudamericani negli anni 80 e 90 erano maestri in queste operazioni: ogni nuovo presidente, appena eletto, le faceva, e poi le ripeteva a un anno dalla fine del mandato per cercare di essere rieletto. All’inizio funzionava, ma poi arrivava il redde rationem e il paese si ritrovava in ginocchio. E si fa sempre l’esempio dei tagli alle tasse di Ronald Reagan, all’inizio del suo mandato: ma ci si dimentica che poco dopo fu costretto a rialzarle più di prima, perché non era stato capace di ridurre la spesa (soprattutto quella militare).

Se vuole rendere un servizio al paese, e a se stesso, Renzi deve prenderesi un orizzonte un po’ più lungo. Non deve cedere alle sirene che gli suggeriscono di tagliare trenta miliardi di tasse subito, tanto poi i tagli di spesa si troveranno. Dimostri invece, per la prima volta in Italia, che la riduzione della spesa pubblica concreta, seria, vera, continua, duratura, è possibile. Sarà un lavoro lungo, oscuro, puntiglioso. Per gli economisti è facile dire: «Bisogna tagliare trenta miliardi di spesa pubblica», senza dire dove e come. Nella realtà si tratta di trovare venti milioni (non miliardi!) qui e trenta là, giorno dopo giorno. Per questo il lavoro del commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, e dei suoi collaboratori è fondamentale e dev’essere la priorità del governo.