Oro nero

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Enrico Cisnetto – Il Foglio

Petrolio sotto i 60 dollari: c’è una rivoluzione in corso? No, c’è già stata. Nella storia delle politiche petrolifere si è aperto un nuovo e inedito capitolo: ex uno, plures. Se, infatti, semplicemente aumentando o tagliando l’estrazione del greggio, nei decenni passati pochi produttori stabilivano i prezzi, condizionando i mercati e gli assetti geopolitici del pianeta, oggi non c’è più né il monopolio delle fonti, né un unico canale di trasmissione. La vecchia catena lineare di estrazione, raffinazione e distribuzione è finita schiacciata dalla ruota della modernità e il solo e unico custode del rubinetto mondiale dell’oro nero non è più né unico, né solo, né tantomeno in grado di influire in modo diretto e immediato sull’economia del pianeta. Anzi, il mondo dell’energia in generale, e degli idrocarburi in particolare, si è evoluto in una realta policentrica e poliarchica, stratificata e complessa, con reti interconnesse e interressi incrociati. Le catene di distribuzione dell’energia sono ormai più importanti dei produttori stessi, e proprio in ragione delle novità sono chiamati a svolgere un ruolo strategico, di equilibrio del sistema energetico planetario.

Dal 1973 per ognuna delle sette volte che il prezzo del petrolio è calato oltre il 30 per cento in meno di sei mesi come in questa fase, l’industria manifatturiera statunitense è cresciuta significativamente per almeno un anno e gli indici di Borsa sono saliti in media del 18 per cento in America e del 12 per cento in Europa. Questa volta, per, potrebbe essere diverso, come dimostrano le crescenti tensioni sui mercati dovute a Grecia e Cina. Cosa può fare la differenza?

Innanzitutto, c’è stata la rivoluzione delle rinnovabili: i costi di produzione del fotovoltaico sono calati del 96 per cento in 40 anni, e in Italia, per esempio, il costo del kWh eolico si è ridotto del 58 per cento e quello fotovoltaico del ’78 per cento solo tra il 2009 e il 2014. Inoltre, con il recente accordo sul clima tra Usa e Cina (due nazioni responsabili complessivamente del 40 per cento delle emissioni globali) e la Conferenza sul clima di Parigi del 2015, le emissioni di gas serra dovrebbero calare dal 40 al 70 per cento a livello globale entro il 2050. Nonostante ciò, fino al 2030, il 65 per cento della generazione globale si baserà comunque ancora su fonti fossili. Ma, attenzione, tra le fossili c’è la “novità” dello shale gas americano, che sembra poter reggere la concorrenza dei fossili tradizionali anche con un costo del barile intorno ai 50 dollari, smentendo la teoria dell’Opec che ne riteneva antieconomica l’estrazione sotto i 75 dollari al barile: la produzione americana da “scisto” dovrebbe infatti continuare a crescere, arrivando l`anno prossimo a 9,4 milioni di barili al giorno, un record che in America non si vedeva dal 1972. Quindi mind the fracking, perché la tecnica estrattiva che ha rotto il vecchio oligopolio dei produttori e ha scatenato una guerra ribassista, ha profondamente alterato gli equilibri energetici internazionali.

Con il crollo delle quotazioni, per esempio, piange la Russia, che realizza oltre metà del suo bilancio pubblico dall’esportazione di energia e che ha inoltre, alti costi estrattivi e di trasporto sia economici che politici, come dimostrano la crisi in Ucraina e l’alleanza con la Turchia, acerrimo nemico di Mosca sulla vicenda siriana. Ridono invece i paesi importatori (Corea del sud e Giappone in primis) e con i loro crescenti consumi sorridono gli emergenti (India, Brasile e Cina). L’Arabia Saudita, con le sue immense riserve, ha deciso di non tagliare la produzione, sia per non perdere quote di mercato sia per mettere in difficoltà l’odiato e vicino Iran. E, intanto, gli Stati Uniti cercano di capire quanti danni possa provocare il deprezzamento in corso: con il petrolio sotto i 60 dollari, gli investimenti in shale potrebbero dimezzarsi e la produzione smettere di crescere. In ogni caso, l’unico importatore che subisce contraccolpi è l’Eurozona, che con il deprezzamento degli idrocarburi rischia di alimentare la deflazione. Oltre alle ripercussioni finanziarie, l’Europa paga per la propria incapacità strategica, sia dei singoli paesi sia come continente. Ogni stato membro si è nel tempo singolarmente affidato a fornitori inaffidabili e ballerini (l’Italia, per esempio, a Libia e Algeria), senza così riuscire a programmare nessun investimento a lungo termine. E quando è stato fatto, come nel caso del South Stream, sono sorti problemi.

Sono sempre stato sostenitore di una “unione energetica europea” – ottenibile unendo le rinnovabili italiane, il nucleare francese, l’idroelettrico austriaco, il carbone tedesco – per creare un sistema integrato ed equilibrato dalla grande forza politica e negoziale nella geopolitica mondiale. Oggi, però, nell’inedito scenario che ho cercato di descrivere, le nuove alleanze che possono rivoluzionare i rapporti di forza sono quelle tra i distributori, tra chi gestisce a livello sistemico il mercato. Ora che nessun produttore è più dominus assoluto, infatti, i grandi operatori possono cavalcare la rivoluzione dello shale gas, delle rinnovabili, dell’efficienza energetica, dell’auto elettrica. Uno modo per evitare la restaurazione del potere dei produttori e così smettere di essere, Italia e Ue, totalmente dipendenti da paesi da cui è bene guardarsi le spalle.