Il lavoro la priorità

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Fabrizio Forquet – Il Sole 24 Ore

Dopo giorni passati a strologare sui contenuti del dialogo Renzi-Draghi a Città della Pieve, ci ha pensato il presidente della Bce a dare qualche indizio in più: «La Bce – ha detto nel suo intervento a Jackson Hole – non può sostituirsi ai governi che devono fare le riforme». E la «riforma decisamente prioritaria è quella del mercato del lavoro». Non è dato sapere come il tema sia stato affrontato nel dettaglio nell’incontro con Renzi, ma questo è il Draghi-pensiero. Ed è difficile non condividerlo se si guarda alle differenti performance sull’occupazione nei vari Paesi europei interessati dalla crisi. Con gli Stati che hanno introdotto per tempo una maggiore flessibilità nel proprio mercato del lavoro che fanno registrare la risposta migliore in termini di tassi di disoccupazione.

Eppure è proprio sul lavoro che si registrano i ritardi maggiori del riformismo di Renzi. Impostata a gennaio, in piene vacanze natalizie e con al Governo ancora Enrico Letta, la delega sul Jobs act è ancora lontana dal via libera parlamentare. Doveva essere approvata a luglio dal Senato, poi la maggioranza ha deciso di farla slittare. Si riprenderà a settembre, ma le divisioni nella maggioranza sull’articolo 18 (e non solo) rendono più che concreto il rischio di un ulteriore rinvio. Si tratta, tra l’altro, di un disegno di legge delega, che rinvia di fatto gran parte della riforma ai successivi decreti delegati. E qui la lista d’attesa è lunga, come dimostra l’aggiornamento della periodica inchiesta di Rating 24 sui provvedimenti attuativi. Nuovi ritardi possono dunque assommarsi ai vecchi, lasciando il surreale dibattito agostano sull’articolo 18 come l’ennesima espressione dello sterile riformismo parolaio di cui si alimenta la parte peggiore della politica italiana.

Il Jobs act è stato ed è l’atto originario del rifomismo renziano. E il pressing delle imprese ha portato all’importante primo risultato della revisione per decreto della legge Fornero sui contratti a termine. Ma poi le priorità della maggioranza sono inopinatamente diventate altre. Alla ripresa dei lavori parlamentari è bene che i fari tornino ad accendersi sulla riforma delle riforme. Non perché lo dice Draghi. Ma perché lo dicono i numeri dei Paesi che hanno riformato il loro mercato del lavoro.

I numeri, certamente, della Germania del pacchetto Hartz che – attraverso i mini-lavori, le politiche attive, la flessibilità degli orari e la moderazione salariale – ha conosciuto il più basso tasso di disoccupazione dalla riunificazione con il 5,5% nel 2012. Ma anche gli esempi, ancor più significativi, di alcuni dei Paesi che più hanno risentito della crisi, come l’Irlanda e la Spagna.

Dublino, dopo aver molto sofferto sul piano occupazionale la prima fase della crisi, quella legata ai crack finanziari, ha risposto molto meglio nella seconda (debiti sovrani) grazie all’approvazione di un pacchetto di riforme del lavoro sotto il programma Ue-Fmi a partire dal novembre 2010. Madrid, invece, con il suo rigido dualismo del mercato del lavoro, ha duramente sofferto fino alla riforma del 2012, che ha segnato un’inversione di tendenza e una riduzione dei disoccupati da 5 a 4,4 milioni.

I numeri certamente non dicono tutto. E si può discutere della qualità dei posti di lavoro creati. Ma intanto quei numeri dicono con certezza che chi ha riformato il proprio mercato del lavoro, rendendolo più flessibile e adattabile ai cambiamenti di questi ultimi anni, ha riportato i risultati migliori sul fronte occupazionale. Sarebbe un paradosso che Renzi e la sua maggioranza non ne tenessero conto con una decisa spinta riformista in questo senso.

Del lavoro fa parte anche la questione scuola. L’occupazione in Europa tornerà a crescere solo se, come ha detto Draghi a Jackson Hole, aumenterà «the skill intensity of the workforce». Più formazione, dunque, più education. Renzi ha indicato proprio la riforma della scuola come una sua grande priorità per il Consiglio dei ministri del 29 agosto: «Presenteremo – ha detto – una riforma complessiva che intende andare in direzione dei ragazzi, delle famiglie e del personale docente». Speriamo che vada soprattutto nella direzione degli studenti e della loro capacità/possibilità di trovare/crearsi un lavoro. La verifica sarà facile: se si darà finalmente all’insegnamento della lingua inglese lo spazio che merita, sarà una buona riforma. Altrimenti no. Tenere sui banchi di scuola i nostri ragazzi per 13 anni e non garantirgli uno strumento oggi indispensabile per costruirsi un percorso lavorativo è un delitto. Soprattutto per una sinistra che vuole fare dell’eguaglianza delle opportunità la sua bandiera.

La conoscenza o meno delle lingue è il primo fattore di diseguaglianza, perché si acquisisce proprio nella prima fase della competizione sociale. Se si darà a tutti, non solo ai figli dei ricchi, la possibilità di comunicare in inglese alla fine del percorso scolastico si sarà fatta la più utile riforma della scuola che si possa fare. E forse anche un piccolo pezzo di riforma del lavoro. A volte il riformismo è più semplice di quello che si possa pensare. Sindacati permettendo, ovviamente.