Sempre più vitale rianimare la domanda interna

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Luca Orlando – Il Sole 24 Ore

La benzina è finita. Per anni la corsa a doppia cifra delle vendite sui mercati più remoti ha tamponato le difficoltà incontrate dalle nostre imprese sul mercato domestico e in Europa. Illudendoci forse che la travolgente crescita dei paesi emergenti e l’ampliamento della “borghesia” mondiale potessero sostenere all’infinito e in modo automatico l’economia italiana. Il racconto di questi mesi è però diverso e indica una realtà ben più complessa, fatta di squilibri macroeconomici, di monete che sbandano pericolosamente, di smottamenti politici che in più di un paese diventano guerre. La Russia è forse il caso più evidente, anche per il peso relativo non marginale sul nostro export, ma va detto che di questi tempi Mosca è in buona compagnia. Rallentano gli acquisti di Made in Italy del Nordafrica, in cui certo la crisi libica non è d’aiuto; crollano quelli di Tokyo, alle prese con un rincaro dell’imposta sui consumi e con una svalutazione dello Yen; arrancano India, Brasile e Turchia; si inceppa ad agosto anche la crescita cinese, che pure era stata solida per tutto il 2014.

Un quadro per nulla rassicurante, che ha spinto ieri l’Organizzazione mondiale del commercio a rivedere drasticamente al ribasso le stime di crescita del commercio globale, ridotte dal 4,6% al 3,1% con rischi di ulteriore abbassamento a causa dell’irregolarità della crescita globale e degli aumentati rischi di tensioni geo-politiche. Osservare il trend globale delle nostre vendite extra-Ue è desolante e il balzo del 14,9% del 2011 pare preistoria: da allora, mese dopo mese, abbiamo perso ininterrottamente terreno fino al “filotto” negativo del 2014 con sei mesi consecutivi in rosso. Un aiuto, è vero, potrebbe arrivare dall’euro, ai minimi da oltre un anno sul dollaro. Per un 10% di discesa strutturale del cambio Intesa Sanpaolo stima un impatto positivo del 2,4% sull’export e di poco più di un punto sul Pil, spinta di cui in questa fase in effetti si sente un drammatico bisogno. L’alternativa all’export è infatti la domanda interna, dove però il quadro è ancora più cupo. Ovunque si guardi gli indicatori tendono al peggio ma almeno sgombrano il campo da ogni dubbio sulle priorità: senza consumi interni e senza imprese competitive da qui in avanti potremo solo fare peggio.