giuseppe pennisi

Una Buona Spesa. Ecco quello che manca

Una Buona Spesa. Ecco quello che manca

Massimo Blasoni – Metro

I vincoli economici imposti dall’Unione europea ci hanno costretto ad accogliere nel nostro lessico il termine anglosassone di spending review. Ad oggi manca però ancora una sua concreta attuazione nonostante la nomina di ben cinque commissari governativi ad hoc. Questione di scelte politiche, certo, ma anche di una cultura della spesa pubblica ancora insufficiente. Lo dimostra ad esempio la scarsa attenzione che la politica italiana ha a suo tempo prestato al programma quinquennale di spending review presentato a Westminster dal Cancelliere dello scacchiere George Osborne. Alla sua base c’è il concetto liberale di Enabling State, che permette di attuare una spending review che non sia una caccia a politici e funzionari “spreconi”, ma che fornisca una base forte che può essere declinata anche in parametri quantitativi.

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Come fare una buona spesa, i consigli del Prof. Pennisi

Come fare una buona spesa, i consigli del Prof. Pennisi

Simone Bressan* – Formiche.net

cop_pennisi_def2Spending review è un termine anglosassone di cui fino a poco tempo fa l’opinione pubblica ignorava persino l’esistenza. Non c’è da stupirsi, visto che dalle nostre parti la spesa pubblica è sempre aumentata in maniera allegra e incontrollata. I vincoli economici imposti dall’Unione europea ci hanno però recentemente costretto ad accoglierla nel lessico corrente. Peccato, però, che al suo sempre più vasto e gratuito utilizzo non siano poi seguiti risultati concreti apprezzabili, e questo nonostante le altissime aspettative suscitate dalla nomina di ben cinque commissari governativi ad hoc: Piero Giarda, Enrico Bondi, Mario Canzio, Carlo Cottarelli e ora Yoram Gutgeld. Questione di scelte politiche, certo, ma anche di una cultura della spesa pubblica ancora largamente insufficiente.

Lo dimostra ad esempio la scarsa o nulla attenzione che la politica italiana ha a suo tempo prestato al programma quinquennale di spending review presentato al Parlamento di Westminster dal Cancelliere dello scacchiere britannico George Osborne (uno dei principali contendenti per un alloggio al No. 10 di Downing Street alle prossime elezioni politiche). Eppure, è stato uno dei temi principali di discussione non solo del Regno Unito, ma anche degli Stati Uniti e della Francia (dove il “rientro” nei parametri europei di rapporto tra indebitamento e Pil sta riportando in auge quel “Programme de rationalisation des choix budgetaires” che negli Anni Ottanta fu uno di principali strumenti che portarono all’accordo del Louvre sul cambio fisso tra franco francese e marco tedesco).

Alla sua base c’è un concetto forte: quello dello Enabling State. Non è concetto nuovo: lo elaborò teoricamente Sir John Elvidge quando nel 2012 era fellow del Carnegie Institute, ma è stato divulgato dal saggio “The Enabling Society”di Peter Hicks del 2015. In buona sostanza afferma il principio che i compiti dello Stato nella sfera economico-sociale sono quelli di permettere a ciascuno di dispiegare a pieno le proprie capacità, anche quelle solo potenziali. È un concetto liberale che permette di attuare una spending review che non sia una caccia a politici e funzionari “spreconi”, ma che fornisca una base forte che può essere declinata anche in parametri quantitativi. Resterebbe confinato in un mero dibattito intellettuale se non venisse espresso in obiettivi precisi. Dalle tabelle e dai grafici nel documento portato da Osborne in Parlamento, si mostra invece che lo si può raggiungere facendo fare una svolta a ‘U’ alle tendenze della spesa pubblica: in percentuale del Pil questa dovrebbe passare dal 45% nel 2010 al 36% nel 2020. I traguardi vengono monitorati ogni anno dall’Office for Budget Responsability.

A titolo di raffronto, in Italia la spesa delle pubbliche amministrazioni è pari al 51% del Pil e i documenti di Governo auspicano di portarla al 47% nel 2018, anno della scadenza naturale della legislatura. In breve, partiamo da una situazione molto più grave delle Gran Bretagna: per oltre sei mesi lavoriamo per fornire risorse alla pubblica amministrazione, che li intermedia in base a vari obiettivi. Soprattutto, i vari tentativi di spending review di questi ultimi anni hanno documentato inefficienze e spese, pagate con un aumenti tributari e para-tributari a carico dei cittadini e delle imprese. Occorre, però, un programma chiaro del Governo con traguardi specifici e monitorabili. Non tutti i traguardi saranno condivisibili da un elettorato uso a mance elettorali. Non sarebbe realistico l’obiettivo di ridurre di dieci punti percentuali l’incidenza della spesa pubblica sul Pil, nel contesto di un’Italia che non cresce o cresce poco e ha comunque una vasta area (il Mezzogiorno) in condizioni arretrate. Per i primi anni, si deve porre un obiettivo più contenuto – da modificare, però, quando, anche grazie ad un Enabling State più efficace, più efficiente e più snello, la crescita riparte e si mantiene a livelli (attorno al 2,5%) compatibili con la struttura demografica e produttiva del Paese.

Il concetto di base della spending review annunciata dal Cancelliere dello scacchiere resta però valido. Non è neanche necessario creare un Office for Budget Responsability come in Gran Bretagna poiché è missione specifica della Ragioneria generale dello stato (Rgs), specialmente se all’ufficio studi vengono affidati i compiti per cui è stato concepito. Inoltre, l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), di recente istituzione, può aiutare il Parlamento a stimolare e vigilare Rgs e Governo tutto (specialmente i Ministeri di spesa). L’Italia è stata per decenni plasmata dal pensiero della scuola liberale di scienza delle finanze (si pensi a Benvenuto Griziotti) che – con quella svedese – ha preceduto americani, britannici e francesi nell’elaborazione di teorie, metodi e procedure di valutazione. Dispone inoltre di un migliaio di dirigenti e funzionari pubblici formati presso la Scuola nazionale di amministrazione (Sna) tra il 1995 ed il 2007, quando la direzione della Sna decise di chiudere questa linea di attività. Metodi e tecniche vengono applicati principalmente agli investimenti in opere pubbliche, i quali hanno un effetto di breve periodo (attivare capacità produttiva non utilizzata) e uno di medio e lungo periodo (migliorare il capitale sociale e quindi la produttività).

Recenti studi della Banca d’Italia e della Banca europea per gli investimenti documentano come nel nostro Paese imprese, lavoratori e cittadini siano penalizzati dal pessimo stato delle infrastrutture e della mancanza di finanziamenti per realizzarli, nonché dalla carenza di strumenti operativi per valutarne effetti e redditività finanziaria e sociale. Inoltre la spesa pubblica per infrastrutture è scesa a poco meno dell’1,5% del Pil, rispetto al 3,5% del Pil negli anni Ottanta (in linea con la media Ocse di allora, leggermente caduta oggi in buona misura a ragione della riduzione nell’Eurozona e più particolarmente in Italia) e del 2,5% alla fine degli anni Novanta (in gran parte a ragione della contrazione della spesa pubblica per poter essere ammessi nell’Eurozona). Dall’inizio della crisi finanziaria ad oggi, la spesa pubblica in conto capitale ha subìto una riduzione del 40% circa. Ridotta a livelli così bassi la spesa, ci si concentra necessariamente su piccoli interventi di completamento e manutenzione straordinaria. Utili e spesso urgenti (si pensi alle strade di Roma Capitale), ma ben lontane dall’afflato che si aveva quando, ad esempio, negli anni Sessanta il traforo del Monte Bianco venne costruito in appena tre anni e l’autostrada del Sole ci veniva invidiata in tutto il mondo.

Consapevole della rilevanza assoluta di questo tema, il Centro studi ImpresaLavoro ha deciso così di pubblicare “La Buona Spesa”, una guida operativa elaborata da Giuseppe Pennisi (economista di vaglia internazionale e presidente del board scientifico di ImpresaLavoro) e Stefano Maiolo (componente del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici della Regione Lazio). Il suo obiettivo dichiarato è quello di diffondere – grazie a un linguaggio semplice e accessibile a tutti – la conoscenza dei corretti metodi di valutazione della spesa pubblica.

Disponibile su Amazon in versione sia cartacea sia digitale, questo testo tiene conto dei metodi più avanzati per la valutazione delle opere pubbliche ed è il risultato di oltre 30 anni di ricerche e di applicazioni nelle materie specifiche della valutazione, che non può più restare una “riserva di caccia” per esperti. Incorpora regole e direttive nazionali ed europee attualmente in vigore e si propone come uno strumento essenziale per la migliore utilizzazione dei fondi comunitari. Mette l’accento sulla spesa in conto capitale perché è il comparto con maggiori esempi e casi di studio, ma indica come – seguendo ad esempio l’esperienza degli Stati Uniti – metodi e procedure possono essere applicati anche alle spese di parte corrente.

Più che di un nuovo manuale tecnico si tratta, insomma, di uno strumento di lavoro utilizzabile da chiunque. A differenza di altri testi in commercio (nati per corsi universitari e post-universitari), questo lavoro parte, infatti, dalla premessa implicita che gli italiani in generale, e soprattutto i dirigenti e funzionari della Pubblica amministrazione che prendono le decisioni di spesa, quasi mai sono tecnicamente attrezzati per effettuare in prima persona valutazioni economiche quantitative. Spesso, infatti, il loro compito si limita a prendere atto di quanto suggeriscono loro consulenti ed esperti. Un limite che va superato.

* Direttore del Centro studi ImpresaLavoro

 

Un’assicurazione europea contro la disoccupazione

Un’assicurazione europea contro la disoccupazione

C’è relativamente poca attenzione nei confronti delle pubblicazioni di ricerca della Direzione Analisi-Economica Finanziaria del Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanza. La serie di paper, iniziata quando la Direzione era guidata da Lorenzo Codogno (ora alla London School of Economics), prosegue ora che ne è a capo Riccardo Barbieri Hermitte. Sono lavori di policy non solo di ricerca pure; per questo meritano di essere letti e discussi.

Di pregio il lavoro di Gianfranco Becatti, Germana Di Domenico, Giancarlo Infantino, intitolato “Un’assicurazione europea contro la disoccupazione: contesto, analisi e proposte di policy” . È il paper NT numero 1/2015. In breve lo studio sottolinea come  la crisi degli ultimi anni abbia mostrato che gli shock asimmetrici possono compromettere la stabilità e la performance economica dell’area dell’euro, con implicazioni negative anche di natura sociale. La politica di bilancio può svolgere un ruolo chiave nell’arginare tali effetti, ma, ad oggi, l’architettura europea non prevede meccanismi di stabilizzazione automatica.

In tale contesto, si è recentemente sviluppato un interessante dibattito circa l’opportunità di dar vita ad un nuovo strumento comune di assicurazione contro la disoccupazione, che si è arricchito di molteplici contribuiti scientifici. Nella nota si argomentano le diverse ipotesi tecniche avanzate in merito al disegno di un tale meccanismo a livello europeo, riportandone i potenziali vantaggi ma anche le aree di criticità ed evidenziando le direttrici lungo le quali potrebbe muoversi un’Europa più integrata, fiscalmente e socialmente, con il necessario consenso politico.

La proposta di un’assicurazione europea contro la disoccupazione – a mio giudizio- dovrebbe essere proposta dal Governo italiano in tandem con la generalizzazione del sistema previdenziale contributivo (in gergo europeo NDC, Notional Defined Contribution) che è stato applicato inizialmente in Italia ed in Svezia nel 1995 e successivamente adottato da numerosi Stati neocomunitari. Ciò renderebbe non solo più uniforme i meccanismi sociali dei singoli Stati dell’Unione Europea ma faciliterebbe risposte “europee” a shock asimmetrici.

Le pensioni lunghe non fanno bene alla salute

Le pensioni lunghe non fanno bene alla salute

di Giuseppe Pennisi

Il libro “A vent’anni da un’occasione mancata?” di Fabrizio e Stefano Patriarca (rispettivamente un figlio e un padre che coltivano il medesimo interesse per le problematiche del lavoro e del welfare) rivela un enorme incremento delle pensioni di anzianità caratterizzate da età di pensionamento attorno ai 57-58 anni per gli anni 2000-2010 (favorite, peraltro, anche dalla liberalizzazione del cumulo tra pensione e reddito) ossia prima che terminasse il periodo di transizione della riforma del 1995. Ne derivano diverse conseguenze: in Italia il tasso di occupazione della popolazione in età compresa tra i 55 e i 64 anni è il più basso di tutti i Paesi considerati e si situa al di sotto sia della media europea che di quella dell’Eurozona; la permanenza media sul mercato del lavoro è ben di cinque anni inferiore alla media europea, di sette anni più bassa di quella della Germania e del Regno Unito e di quasi 10 anni rispetto a quella olandese.

Queste conseguenze non fanno certamente bene alla finanza pubblica. Fanno bene alla salute di chi va in pensione relativamente giovane? Gabriem Heller Sahalgren della London School of Economics ha appena posto on line un paper (Retirement Blues) in cui vengono analizzati gli effetti sulla salute (in particolare quella mentale) in dieci Paesi europei. Lo studio utilizza sia le “età ufficiali” del pensionamento sia il comportamento degli individui rispetto alla possibilità di anticipare l’andare in quiescenza. I risultati mostrano che nel breve termini gli esiti non sono significativi. Nel lungo termine, però, la decisione di lasciare l’occupazione presto sono negativi. Sotto il profilo statistico, il risultato è “robusto” e riguarda sia le donne sia gli uomini quale che sia il loro livello d’istruzione. A conclusioni analoghe sono giunti studi americani, giapponesi e coreani. In sintesi, ritardare l’età della pensione non fà bene solo alle casse degli enti ma anche alla sanità di mente ed alla produttività.

*Presidente del board scientifico di ImpresaLavoro

Pennisi: “Che fine hanno fatto i dati su pensioni lunghe e silenti?”

Pennisi: “Che fine hanno fatto i dati su pensioni lunghe e silenti?”

di Giuseppe Pennisi

L’Inps dovrebbe inoltre fare chiarezza su due questioni sulle quali il suo sito non fornisce alcun dato preciso. La prima è quella sul flusso annuale delle ‘pensioni lunghe’ godute da una vastissima platea di uomini e donne che, in virtù di norme speciali, hanno iniziato a riscuotere assegni di anzianità quando non erano nemmeno quarantenni. Quante sono? Si vocifera di più di 80mila casi e quel che è certo è che non si tratta di pensioni correlate ai contributi versati. L’altra questione su cui vige una “congiura del silenzio” è quella – si permetta il gioco di parole – dei ‘silenti’: quanti sono e quanto è il ‘montante’ dei contributi di coloro che hanno effettuato versamenti senza poterne fruire perché non hanno raggiunto il minimo di anni contributivi o perché deceduti o perché emigrati? È in queste voci che si devono cercare risorse, non in quelle su pensioni di reversibilità a vedove ed orfani.

*Presidente del board scientifico di ImpresaLavoro

“La Buona Spesa”: il primo libro di ImpresaLavoro

“La Buona Spesa”: il primo libro di ImpresaLavoro

cop_buonaspesaSpending review è un termine anglosassone di cui fino a poco tempo fa ignoravamo perfino l’esistenza. Non c’è da stupirsi, visto che dalle nostre parti la spesa pubblica è sempre aumentata in maniera allegra e incontrollata. I vincoli economici imposti dall’Unione europea ci hanno però recentemente costretto ad accoglierla nel lessico corrente. Peccato però che al suo sempre più vasto e gratuito utilizzo non siano poi seguiti risultati concreti apprezzabili, nonostante le altissime aspettative suscitate dalla nomina di ben cinque commissari governativi ad hoc: Piero Giarda, Enrico Bondi, Mario Canzio, Carlo Cottarelli e ora Yoram Gutgeld. Questione di scelte politiche, certo, ma anche di una cultura della spesa pubblica ancora largamente insufficiente. Per questo il nostro Centro studi ha deciso in questi giorni di pubblicare “La Buona Spesa”, una guida operativa elaborata da Giuseppe Pennisi (economista di vaglia internazionale e presidente del nostro board scientifico) e Stefano Maiolo (componente del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici della Regione Lazio). Il suo obiettivo dichiarato è quello di diffondere – grazie a un linguaggio semplice e accessibile a tutti – la conoscenza dei corretti metodi di valutazione della spesa pubblica.

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L’impresa in politica per contrastare la mediocrazia

L’impresa in politica per contrastare la mediocrazia

di Giuseppe Pennisi

Da circa un decennio due studiosi italiani trapiantati negli Stati Uniti, Andrea Mattozzi (del California Institute of Technology) e Antonio Merlo (della University of Pennsylvania), studiano la Mediocracy (“Mediocrazia- ossia il potere dei mediocri”) . Fondamentale il loro saggio uscito come  NBER Working Paper No. W12920. È un’analisi teorica , ma Mattozzi e Merlo non nascondono di averla basata sul “caso Italia”. La ricerca studia i metodi reclutamento iniziale nei partiti e costruisce un modello di reclutamento politico in cui i partiti sono in concorrenza con le imprese e le lobby dell’industria, della finanza, del commercio e via discorrendo. Anche ove i partiti potessero avere la prima di scelta (le imprese e le lobby pagano di più ed offrono carriere più stabili), decidono di reclutare i mediocri al fine di evitare che i loro leader siano minacciati, o meglio insidiati, dall’interno.

Secondo Francisco J. Gomes (London Business School), Laurence Klotikoff (Boston University) e Luis M. Viceira (Harvard Business School) ciò è all’origine del fenomeno che denominano “The Excess Burden of Government Indecision” (“Il peso eccessivo dell’indecisione dei Governi”) pubblicato come NBER Working Paper No. W12859. La mediocrità ha come conseguenza la tendenza a procrastinare quando si devono dare soluzioni a problemi di politica pubblica. Ciò genera un onere molto forte sulla collettività.

Un nuovo studio quantitativo abbraccia i Paesi OCSE. Ne sono autori Bernd Hayo e Florian Neumeier ambedue della Università di Marburg in Germania. È uscito nell’ultimo numero di “Economics and Politics” (Vol, 28, No. 1 2016, pp,55-78) con il titolo Political Leaders “Socioeconomic Background and Public Budget Deficits; Evidence from OECD Countries”. L’analisi si basa su dati di 21 Paesi OCSE nel periodo 1980-2008. In breve, lo status socio-economico dei decisori politici ad alto livello (Presidenti, Primi Ministri) ha un impatto sulle decisioni di bilancio. In sintesi, nei Paesi in cui i governi sono guidati da politici provenienti da “fasce basse” di reddito ed istruzione il rapporto deficit-Pil supera di 1,6 punti percentuali quello che prevale in Paesi guidati da imprenditori ad alto reddito dedicatisi alla  politica.

*Presidente del board scientifico di ImpresaLavoro

Varrebbe la pena andare controvento?

Varrebbe la pena andare controvento?

di Giuseppe Pennisi*

Nelle due ultime settimane, la banche centrali dell’eurozona, degli Stati Uniti e del Giappone hanno continuato a seguire la stessa strategia di tassi d’interesse bassi od addirittura negativi. Lars O. Svensson dell’Università di Stoccolma esamina il costo di “andare contro il vento” (Leaning Against the WIND- LAW è l’acronimo inglese) nel paper “An Analysis of  Leaning Against the Wind: Are Cost Larger Also with Less Effective Macro-Prudential Policy?” – Un’analisi dell’andare contro il vento: i costi sono maggiori con una politica macroprudenziale meno efficace?) messo on line tempestivamente come NBER Working Paper No. w21902.

Andare contro vento o LAW vuole dire una politica monetaria caratterizzata da tassi d’interesse più alti degli attuali. I suoi benefici principali sarebbero una minore crescita del debito pubblico reale ed una minore probabilità di una nuova crisi finanziaria ma avrebbe costi in termini di un più elevato tasso di disoccupazione ed una maggiore inflazione: Come è noto , tra gli obiettivi principali dell’eurozona ci sono un abbassamento della disoccupazione ed un aumento, invece, di un’inflazione rasoterra. I costi, secondo Svensson sarebbero ancora maggiori in caso di crisi. Tali costi addizionali di “andare controvento/LAW” sono stati in gran misura ignorati dalla letteratura. Il paper include stime empiriche: esse suggeriscono che in caso di crisi, i costi sarebbero nettamente superiori ai benefici anche in caso di una politica monetaria non neutrale e tale da incidere sul debito reale in via permanente. Inoltre, una politica macro-prudenziale meno efficace ed un boom del credito risulterebbero in un costo ancora maggiore.

Quindi, andare controvento/LAW non sarebbe la ricetta appropriata, anche in termini di riduzione del debito.

Un’indicazione alternativa viene proposta da Antonio Afonso e Marcello Geada Alcantara dell’Università di Lisbona nel lavoro Foreign Debt Crisis and Debt Mutualizsation (ISEG Economics Department Working Paper No. WPxx/2016/DE/UECE). Altro paper divulgato in questi giorni. A loro avviso la strada maestra per uscire dalla trappola del debito pubblico consiste nella emissione di titoli di differente classe o colore: quelli blu coprirebbero il debito sino al 60% del Pil, quelli gialli debito tra il 60% ed il 90% del Pil e quelli rossi debito superiore al 9% del Pil. Anche ove non ci fosse una formale “mutualizzazione” del debito dell’eurozona, pochissime banche centrali nazionali potrebbero emettere titoli blu, ma gli Stati dell’area dell’euro avrebbero un forte incentivo a poter emettere titoli gialli con gli altri Statu dell’eurozona, specialmente se per essere collocati i “loro” titoli nazionali richiedono alti rendimenti.

Tuttavia, non bastano le misure monetarie. Occorre privatizzare e liberalizzare.

*Presidente del board scientifico di ImpresaLavoro

Crisi e salari in Italia

Crisi e salari in Italia

di Giuseppe Pennisi*

Quale è stato l’andamento dei salari in Italia da quando è iniziata la crisi? Gran parte dell’informazione giornalistica è necessariamente di parte in quanto basata su dati parziali in cui spesso il breve periodo viene estrapolato in medio e lungo termine.

Quindi è importante un lavoro della Banca d’Italia on line dalla fine della prima settimana di marzo: l’Occasional Paper No 289 Wages and Prices Setting in Italy During the Crisis: The Firms Prespectives. Ne sono autori Francesco D’Amuro, Silvia Fabiani, Roberto Sabbatini, Raffaella Tartaglia Porcini, Fabrizio Venditti, Elena Viviano e Roberto Zizza – tutti del servizio studi dell’istituto di Via Nazionale. Un lavoro di équipe che si basa su due indagini condotte del network sulle dinamiche dei prezzi e dei salari del Sistema Europeo di Banche Centrali (Sebc) , una “rete”, quindi di economisti dei servizi studi delle Banche centrali nazionali dell’eurozona tutti impegnati in ricerche su temi analoghi, utilizzando metodi uniformi, nonché metodi di rilevazioni e questionari armonizzati per analizzare le più importanti trasformazioni nei mercati del lavoro nazionali. La “rete” ha condotto due indagini empiriche (Stato per Stato) nel 2007 e nel 2009 ed una terza nel 2013, i cui risultati sono disponibili da pochi mesi. Il lavoro pubblicato on line riguarda solamente l’Italia. È auspicabile che vengano diffusi anche gli altri studi Paese.

Il lavoro prende l’avvio da una considerazione specifica all’Italia: il debito sovrano ha colpito severamente l’economia italiana, causando un collasso della domanda interna, un aumento dell’incertezza e difficoltà di accesso alla finanza internazionale. Le imprese hanno risposto riducendo l’input di lavoro (aggiustandone i margini sia di intensità – orari di lavoro – sia di livello di occupazione) piuttosto che riducendo i salari nominali o reali. Tuttavia, le trattative e la prassi di determinazione delle retribuzioni sono state influenzate dal quadro economico generale: la proporzione di lavoratori in imprese che sono ricorse a blocchi dei salari, ed anche a riduzioni, è gradualmente aumentata dal 2010 sino a riguardare il 17% dei lavoratori dipendenti nei settori presi in esame dall’inchiesta. Inoltre, numerose imprese hanno adattato le loro strategie di prezzi aggiustandoli più frequentemente che nel passato (spesso abbassandoli a ragione di una maggiore concorrenza).

Le nuove tecnologie  inducono a prospettare un aumento della produttività del lavoro e, quindi, dei salari reali? Non sembra suggerirlo l’esperienza americana, quale analizzata da Chad Syverson delle Booth School of Business della Università di Chicago nello studio Challenges to Mismeasurament: Explanation for the US Productivity Slowdown.

*Presidente del board scientifico di ImpresaLavoro

Quanto sono vulnerabili le imprese italiane?

Quanto sono vulnerabili le imprese italiane?

di Giuseppe Pennisi*

Un lavoro (appena messo on line)  dell’ufficio studi della Banca d’Italia modellizza le fragilità delle imprese italiane. Ne sono autori Antonio De Socio e Valentina Michelangeli, ambedue del servizio studi di Via Nazionale (Modelling Italian Firms – Financial Vulnerability. Bank of Italy Occasional Paper No. 293).

Nel lavoro viene elaborato un modello per valutare l’evoluzione della vulnerabilià finanziaria delle imprese utilizzando dati micro-economici (e micro-finanziari) al fine di tenere conto della differenza dei settori e dei comparti, nonché di quella che può essere chiamata la loro “demografia” (da quanto tempo sono sul mercato). La analisi micro – è questo uno degli aspetti significativi del lavoro – viene integrata con considerazioni e stime macro economiche al fine di stimare l’andamento dell’EBITDA (Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization, acronimo  inglese che in italiano viene comunemente tradotto Margine Operativo Lordo, o MOL) le spese per interessi, ed il debito finanziario per ciascuna impresa individuale in un orizzonte di due anni.

In questo modo, si ottiene una previsione delle percentuale della aziende italiane che possono essere considerate “vulnerabili” dal punto di vista finanziario; ad esempio quelle il cui EBITDA, o MOL, è negativo o quelle le cui spese per interessi sono pari al 50% dell’ EBITDA, o MOL od ancore quelle il cui indebitamento tende ad aumentare.

Applicando il modello ai dati del 2013 per 660.000 imprese (dati disponibili nel 2015), lo studio stima un aumento delle imprese “vulnerabili” nel 2014 ma una loro contrazione nel 2015 (quando si sono avvertiti i flebili segnali di una ripresa dell’economia reale e c’è stata una riduzione significativa dei tassi d’interesse). Il modello viene anche impiegato per tratteggiare scenari di stress finanziario (sulle imprese del campione).

Lo strumento è senza dubbio di grande utilità. Tuttavia, una pubblicazione più tempestiva delle previsioni (sempre che i dati siano disponibili) potrebbe essere più significativa, specialmente in una fase (come l’attuale) in cui i segnali di ripresa si stanno affievolendo e ci sono avvisaglie di una deflazione. Potrebbe essere utile non solo ai fini delle decisioni della Banca centrale europea (quali quelle che il Consiglio dell’Istituto con sede a Francoforte dovrà prendere il 10  marzo) ma anche e soprattutto come input nelle politica tributarie nazionali. Imprese vulnerabili  vogliono dire Italia vulnerabile.

* Presidente del board scientifico del Centro Studi “ImpresaLavoro”