il garantista

Banche popolari, tante ombre che non giustificano un decreto legge

Banche popolari, tante ombre che non giustificano un decreto legge

Gianfranco Polillo – Il Garantista

Che le banche popolari fossero l’ultimo lembo di quella “foresta pietrificata”, che fu la caratteristica del sistema bancario, prima della riforma Amato, è un fatto assodato. Il jurassic park del capitalismo italiano: luoghi di intrighi, di scorrerie finanziarie, di un rapporto privilegiato con il territorio – è vero – ma all’insegna dell’opacità. Di una gestione del credito centrata più sulle comuni cordate che non sulla volontà di allevare squadre di imprenditori meritevoli. Con la loro voglia di far crescere le proprie aziende, nella sfida del mercato. Si è parlato spesso del modello Sparkassen o delle Volksbanken, tipiche del capitalismo tedesco. Banche locali, che solo l’intransigenza di Angela Merkel ha sottratto alla vigilanza unica europea. Adducendo più o meno le stesse motivazioni. Ma con una differenza: la Germania è la Germania. Che la riforma si dovesse fare è, quindi, fuori discussione. Ma come farla? Questo è il punto vero della questione. Nel governare la fuoriuscita progressiva della Fondazioni bancarie dal capitale degli Istituti di credito ci sono voluti anni. Punteggiati da resistenze e ritorni indietro.

In alcuni casi, come per MPS, quest’obiettivo è stato conseguito solo a seguito di quella crisi che ha portato alla distruzione di un patrimonio accumulato in oltre cinquecento anni di storia. E solo recentemente la terza banca italiana, quella che una volta era la più patrimonializzata, ha assunto una veste normale. Quella di un soggetto contendibile. In cui le azioni, a differenza del vecchio capitalismo familiare italiano, pesano e non si contano. Come avveniva una volta in quel grande gioco degli specchi messo su da Enrico Cuccia. Al tempo stesso, tuttavia, baluardo contro le guerre di conquista dei boiardi di Stato. La grande industria pubblica, che fu il lascito dell’esperienza fascista e della grande crisi del 1929. Nel capitalismo contemporaneo la contendibilità non è un vezzo. Ma lo strumento attraverso il quale si cambiano manager che non funzionano. Ristabilendo il giusto rapporto tra mercato e tecnocrazia. L’esatto contrario della governance in voga presso le principali popolari italiani: dove erano le alchimie interne a decidere la sorte di chi poteva avere, in effetti, lo scettro del comando. Con il loro intreccio perverso tra politica ed affari, potentati locali e esponenti, ormai trombati di una vecchia nomenclatura.

Presidente della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, la banca in cui Pier Luigi Boschi, il padre della ministra per le riforme costituzionali, è Giuseppe Fornasari. Vecchia volpe democristiana. Più volte deputato. Qualche incarico governativo, come sottosegretario all’Industria. Ed ora coinvolto in quello che rischia di annunciarsi come un clamoroso fallimento. Due ispezioni della Banca d’Italia. Le procure di Arezzo e Firenze che aprono un fascicolo. Multe milionarie all’intero consiglio d’amministrazione. Un carico gigantesco di crediti insoluti che dimostrano quanto sia facile finanziarie opere dubbie, se gestite dagli amici. Ed infine, proprio in questi giorni, la decisione di commissariare definitivamente l’istituto da parte della Banca d’Italia. Ma solo alcuni giorni fa dal 19 al 23 gennaio, mentre il decreto legge per la trasformazione della Banca in Spa prendeva corpo, il titolo andava a ruba. Con un aumento dei corsi pari al 62,17 per cento.

Più che una stranezza un vero e proprio miracolo, visto i fondamentali della banca. Stravaganza né unica né rara. Il Credito Valtellinese ha goduto di rialzi più limitati (30,93), ma ugualmente significativi collocandosi al secondo posto. Mentre per tutti gli altri istituti interessati, i margini sono stati ben più modesti. Esclusi i primi due campioni del listino, il guadagno medio è stato pari al 18,6 per cento. Niente male se si paragona al normale andamento del comparto bancario che, in quegli stessi giorni, aveva totalizzato guadagni in media pari all’8,68 per cento. Ma come spiegare tanta differenza? Il rendimento delle quotazioni della Banca popolare dell’Etruria è stato pari a quasi 3 volte e mezzo quello della rimanente pattuglia. Quello del Credito Valtellinese una volta e mezzo. Mani forti, come si dice in gergo, che hanno comprato a più non posso, mentre nei mesi precedenti si erano tenute lontane da quegli stessi prodotti.

Spiegazione relativamente semplice. Il decreto legge è figlio diretto di una direttiva europea, che rende obbligatorio la trasformazione degli assetti proprietari per quegli istituti di credito che avevano un volume d’affari superiore a 30 miliardi. La Borsa, nel tempo, aveva quindi scontato un possibile rialzo dei relativi titoli. Il governo, invece, ha voluto strafare, abbassando la soglia a 8 miliardi. Includendo quindi nel conto, titoli, in precedenza, giustamente trascurati. E quali sono questi istituti, all’improvviso, miracolati? La Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, il Credito Valtellinese, la Banca popolare di Bari, che, tuttavia, non è quotata in borsa. Ed ecco allora che il piombo si trasforma in oro. Sarebbe avvenuto la stesso se si fosse seguita la strada di un normale disegno di legge? Probabilmente no. Solo un decreto legge determina i suoi effetti giuridici fin dalla sua promulgazione. Chi ne era al corrente con qualche anticipo, a quanto è dato di sapere, ha operato con tempestività, comprando e vendendo a distanza di qualche giorno. Utili stimati: circa 10 milioni di euro. Gli altri sono rimasti semplicemente a guardare.

Colpire la flessibilità illudendosi di creare lavoro

Colpire la flessibilità illudendosi di creare lavoro

Giuliano Cazzola – Il Garantista

I decreti attuativi del jobs act Poletti 2.0 stanno spargendo sale sulla ferita aperta all’interno della maggioranza dopo le vicende che hanno accompagnato l’elezione del Capo dello Stato. Il Nuovo centro destra teme che l’intesa ritrovata all’interno del Pd sulla candidatura di Sergio Mattarella prefiguri uno stravolgimento del sistema delle alleanze che hanno sorretto fino ad ora i processi riformatori, a partire da quello riguardante il mercato del lavoro. Non è infondata la preoccupazione che la ritrovata intesa in casa democrat vada a scapito di quelle politiche del lavoro, ferocemente contrastate dalla sinistra e difese dall’Ncd e da Sc, a giustificazione della loro partecipazione ad una coalizione “predominata” da un debordante presidente del Consiglio.

Mentre è ancora in ballo (insieme a quello, un po’ sbiadito, sugli ammortizzatori sociali) lo schema di decreto sul contratto a tutele crescenti (con annessa nuova disciplina del recesso per i neoassunti), il ministro Giuliano Poletti ha esposto le linee generali dei provvedimenti che dovrebbero riguardare la contropartita promessa dal Governo alla sinistra: la “potatura” delle forme contrattuali – considerate spurie e precarie dalla gauche – allo scopo di “promuovere il contratto a tempo indeterminato come forma comune di contratto di lavoro, rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti ed indiretti”. A quest’ultimo proposito, ricordiamo per inciso che la legge di stabilità ha steso un tappeto rosso davanti al contratto di nuovo conio (con tutele più sostenibili in tema di recesso) accompagnandone l’entrata in vigore a braccetto di un regime di robusti incentivi che, in pratica, consentirà alle imprese di accollare allo Stato la retribuzione di un intero anno (sui tre previsti) per gli assunti nel 2015. La c.d. semplificazione delle forme contrattuali – raccomandata dalla Cgil e dalla sinistra del Pd – non convince gli altri diretti protagonisti del confronto in corso: Maurizio Sacconi del Ncd e presidente della Commissione Lavoro del Senato e Pietro Ichino, il quale, prima ancora di essere un senatore di Scelta civica, è certamente uno degli ispiratori delle politiche prefigurate nel jobs act.

La delega, in modo esplicito, accenna soltanto al “superamento” dei contratti di collaborazione, ma è evidente l’intenzione, radicata in certi ambienti, di arrivare ad una sorta di resa dei conti con la legge Biagi, in nome della “mistica” del precariato; come se, a produrre quegli effetti, fossero state le norme che hanno cercato di definire delle regole e riconoscere dei diritti a quanto stava avvenendo in un mercato del lavoro alla ricerca di quella flessibilità che poteva consentire alle aziende di “tirare il fiato” e continuare ad assumere. Sarebbe sempre opportuno ricordare – anche al compagno Poletti – quanto scriveva Marco Biagi nel Libro Bianco del 2001: “I mutamenti che intervengono nell’organizzazione del lavoro e la crescente spinta verso una valorizzazione delle capacita dell’individuo stanno trasformando il rapporto di lavoro. Ciò induce a sperimentate nuove forme di regolazione, rendendo possibili assetti regolatori effettivamente conformi agli interessi del singolo lavoratore ed alle specifiche aspettative in lui riposte dal datore di lavoro, nel contesto d’un adeguato controllo sociale”.

Quelli che con sufficienza vengono chiamati i “contratti atipici”, puntigliosamente regolati nella legge Biagi, non sono regali alle imprese, ma soluzioni normative mirate a situazioni specifiche che non troverebbero una risposta adeguata se venissero incluse forzatamente nelle fattispecie “comuni” del contratto a tempo indeterminato o a termine. Corre voce, per esempio, che vi sia l’intenzione di eliminare la tipologia dell’associazione in partecipazione, nonostante le regole pressoché proibitive introdotte dalla legge Fornero? Non ne vediamo l’utilità. Allo stesso modo, consigliamo tanta prudenza nell’affrontare il tema del “superamento” dei rapporti di collaborazione. Si tratta di centinaia di migliaia di contratti, molti dei quali già arrivati a scadenza e non rinnovati (anche in conseguenza del giro di vite a cui li aveva sottoposti la legge 11.92 del 2012) in attesa di quanto sarebbe stato disposto nei decreti attuativi del jobs act. Esiste forse qualcuno che ritenga possibile trasformare d’acchito questi rapporti in contratti a tempo indeterminato di nuovo conio, mediante un semplice e banale intreccio di norme di legge? Purtroppo, la sinistra non rinuncia a delle soluzioni illusorie, tutte incentrate sul contrasto delle “norme maledette“ della più recente legislazione del lavoro. Dimenticando, però, che sono stati proprio quei provvedimenti a consentire – prima della crisi e in corrispondenza di incrementi modesti del Pil – otto anni di crescita ininterrotta dell’occupazione fino a tutto il 2007, i cui esiti non sono stati completamente cancellati, nonostante i salassi degli ultimi tempi.

Jobs Act, il bluff delle tutele universali estese ai precari

Jobs Act, il bluff delle tutele universali estese ai precari

Giuliano Cazzola – Il Garantista

Nel dibattito che da mesi accompagna il Jobs Act Poletti 2.0, il tema dei nuovi ammortizzatori sociali ha svolto il ruolo di Cenerentola nella celebre favola, se messo a confronto con il clamore suscitato dalla disciplina del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti con annesse nuove norme sul recesso. Poi il governo ha deciso di affiancare i due schemi di decreto legislativo, facendoli approdare – una volta ottenuto il “bollino” della Ragioneria generale dello Stato – entrambi nelle Commissioni abilitate a fornire il parere obbligatorio anche se non vincolante sui testi.

La delega, con riferimento con riferimento agli strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria, elencava, inoltre, i seguenti principi e criteri direttivi: 1. rimodulazione e omogeneizzazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi), rapportando la durata dei trattamenti alla pregressa storia contributiva del lavoratore; 2. incremento della durata massima per i lavoratori con carriere contributive più rilevanti; 3. universalizzazione del campo di applicazione dell’Aspi, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, fino al suo superamento e prevedendo, prima dell’entrata a regime, un periodo almeno biennale di sperimentazione a risorse definite; 4. eventuale introduzione, dopo la fruizione dell’Aspi, di una prestazione limitata ai lavoratori, in disoccupazione involontaria, in condizioni di disagio, con obbligo di partecipazione alle iniziative di attivazione proposte dai servizi competenti.

Si trattava, nelle intenzioni del governo, di un’operazione ambiziosa, promessa come “estensione universale” delle tutele. In realtà, la scarsità delle risorse finanziarie ne ha imposto un notevole ridimensionamento. Cosi, il provvedimento (all’articolo 5) commisura la durata della Naspi (ovvero la Nuova Aspi) alla pregressa storia contributiva del lavoratore per un periodo massimo di quattro anni; non prevede, inoltre, alcun incremento per i lavoratori con carriere contributive “più rilevanti”. Quanto all’annunciata “universalità” delle prestazioni non vi è traccia dell’estensione della Naspi ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa (come richiesto dalla legge delega); viene introdotta, invece, un’indennità diversa (per requisiti, durata e copertura finanziaria) denominata Dis-Coll. Lo schema di decreto, poi, prevede un periodo di sperimentazione più breve (di otto mesi per la Naspi e di un anno per la Dis-Coll) rispetto a quello richiesto dalla legge-delega. A decorrere dal primo maggio prossimo e in via sperimentale per l’anno 2015, viene istituito (articolo 16) l’assegno di disoccupazione (Asdi) destinato ai soggetti che abbiano fruito della Naspi per l’intera sua durata entro il 31 dicembre 2015, i quali, privi di occupazione, si trovino in una condizione economica di bisogno.

Nello schema predisposto è stato incluso, all’ultimo momento, all’articolo 17, anche il contratto di ricollocazione (stralciato dal testo riguardante il contratto a tutele crescenti). Dovrebbe rappresentare “il nuovo che avanza” nel campo delle politiche attive del lavoro, ma la sua piena operatività è a rischio: si rinvia la disciplina di alcuni importanti aspetti a un successivo decreto legislativo. La disposizione stabilisce che abbiano diritto al contratto di ricollocazione soltanto i soggetti licenziati illegittimamente per giustificato motivo oggettivo o per licenziamento collettivo: resterebbero quindi fuori dal campo di applicazione del contratto di ricollocazione i soggetti licenziati illegittimamente per giustificato motivo soggettivo e quelli licenziati legittimamente per giustificato motivo oggettivo. A conti fatti, anche chi, come il sottoscritto, è favorevole al contratto di nuovo conio e alle annesse tutele in tema di recesso, non può esimersi dal sottolineare l’esistenza di uno squilibrio tra le tutele che vengono meno nel caso di licenziamento e le nuove che si aggiungono sugli aspetti della protezione del reddito e del principale strumento delle politiche attive (il contratto di ricollocazione, appunto).

A determinare tale squilibrio saranno state certamente le limitate disponibilità finanziarie. Ma il “fatto materiale” (ovvero lo squilibrio) sussiste. Sarà anche per questo motivo, allora, che il ministro Giuliano Poletti si è messo, di impegno, a sostenere che il sistema pensionistico ha bisogno di flessibilità, in mancanza della quale gravi saranno le conseguenze sociali della riforma Fornero (un provvedimento che, a mio avviso, sta bene com’è). Si torna a parlare dell’idea dell’acconto – come prestito restituibile a rate – sulla pensione spettante, in caso di perdita del lavoro in prossimità della maturazione dei requisiti. Pare che l’Inps ne abbia quantificato gli oneri in circa 400 milioni l’anno che potrebbero essere ricavanti da un pesante giro di vite (grazie al ricalcolo col metodo contributivo per il quale “spinge” molto il presidente designato, Tito Boeri) non solo le “pensioni d’oro”, ma anche quelle di “bronzo”. In sostanza, con la ripresa annunciata, le aziende dovranno fare i conti con gli esuberi fino a ora “coperti” con gli ammortizzatori sociali ancien regime. Una pensione, in Italia, non la si nega mai a nessuno. Ed è sicuramente meglio che lavorare.

Soltanto la (buona) flessibilità crea lavoro

Soltanto la (buona) flessibilità crea lavoro

Giuliano Cazzola – Il Garantista

«Eppur si muove». Il tasso di disoccupazione alla fine del terzo trimestre dell’anno in corso si attesta al 12,6 per cento. Un livello dal quale il mercato del lavoro sembra incapace di lasciarsi alle spalle. Si intravedono, però, alcune modifiche – modeste ma significative – per quanto riguarda l’occupazione giovanile nelle coorti (tra i 15 e i 24 anni, quelle che ormai vengono prese a riferimento): il tasso di occupazione cresce dello 0,2 per cento rispetto al mese precedente e dello 0,5 rispetto ai precedenti dodici mesi. Anche il tasso di disoccupazione giovanile vede una piccolissima inversione di tendenza (-0,8 sul mese precedente) in un contesto complessivo caratterizzato da un incremento del trend negativo pari a 58mila unità.

Più interessante la diminuzione degli inattivi (-0,9 e -2,1 per cento nei confronti di un anno prima). Sta a significare che i giovani si mettono in numero maggiore sul mercato in cerca di un impiego. I dati delle comunicazioni obbligatorie ci dicono che la riforma del contratto a termine sta producendo degli effetti sul piano delle assunzioni, anche se rimane tuttora d’ostacolo il “Generale inverno” della crisi economica. Come vedremo fra poco la flessibilità “buona” (il nuovo contratto a termine) ha scacciato quote consistenti di flessibilita “cattiva” (le collaborazioni e le partite lva, per esempio), in quanto la liberalizzazione progressiva del contratto a tempo determinato è stata accompagnata dal precedente giro di vite sui rapporti atipici, di cui alla legge n.92/2012 (la riforma Fornero, appunto).

Secondo un recente studio dell’Osservatorio dei lavori, che ha preso a riferimento i dati della Gestione separata presso l’Inps, nel 2013, rispetto al 2012, i parasubordinati sono diminuiti di 166.867 unità (-11,7 per cento), i professionisti con partita Iva di 3.740 unità (-1,27) secondo l’Inps: quest’ultimi, di 11.757 (-4) secondo stime realizzate e contenute nello studio. Contrariamente a quanto si crede tali categorie di lavoratori sono quelle che hanno subito i tagli più vistosi dalla crisi e, nell’ultimo anno della ricerca, hanno subìto anche la penalizzazione normativa loro imposta dalla legge Fornero, «la quale imponeva», è scritto nello studio, «nel tentativo di aumentare il costo di questi contratti e favorire lo spostamento verso il lavoro dipendente, l’introduzione per i collaboratori dei minimi tabellari dei dipendenti».

Dal 2007 al 2013, i “contribuenti-collaboratori” sono passati da 1,67 milioni a 1,25 milioni (con una diminuzione di oltre 400mila unità pari al 24,7 per cento di cui circa 167mila nell’ultimo anno, a legge n.92/2012 in vigore). Pur essendo in calo anch’essi nel 2013, negli anni della crisi sono aumentati (quasi del 31 per cento dal 2007) i professionisti (questa è la definizione che attribuisce loro la Gestione separata) titolari di partita Iva, passando da 222mila a 291mila (altro che i milioni come lasciano credere le solite leggende metropolitane che mettono in conto anche le partite iva delle aziende). I lavoratori parasubordinati, in Italia, con il loro

Quella sporca dozzina

Quella sporca dozzina

Giuliano Cazzola – Il Garantista

Ecco la prima legge di stabilità della “sporca dozzina”. Nel contrassegnare con il titolo di un celebre film il brain trust che a Palazzo Chigi ha predisposto la manovra di bilancio per il 2015 non intendiamo essere offensivi o polemici. L’idea ci è stata suggerita da un articolo – apparso il 15 ottobre scorso sul QN – molto “simpatizzante” verso i giovanotti che collaborano con il premier in aperta e palese concorrenza con i tecnici dell’Economia. Pare che siano proprio dodici, descritti come intellettuali brillanti, lavoratori indefessi.

Dicono che siano veri e propri “cavalieri dell’Ideale” tra loro solidali e leali nei confronti del Kim Il Sung fiorentino a cui presentano, a getto continuo, lavorando senza orari e senza riposo, dossier accurati sui diversi problemi che il premier afferra in un lampo tanto che, in pochi secondi, è in grado di orientarsi e decidere (ricordate “il concitato imperio e il celere obbedir” che il Manzoni riferisce a Napoleone ancora “folgorante in soglio”?). In verità, anche in questa occasione, gli eroi di Palazzo Chigi non hanno dato prova di quella fantasiosa lungimiranza che i quotidiani si sforzano di riconoscere. Non solo perché si rivelerà certamente illusorio il taglio di 15 miliardi di spesa pubblica. E neppure perché la copertura è tecnicamente inadeguata (non è affidabile cifrare il recupero di evasione fiscale) per cui diventerà necessario prevedere delle clausole di salvaguardia che andranno, al solito, a sbattere contro aumenti delle accise o dell’Iva.

È il disegno di politica economica che non regge, come è emerso nell’ambito dell’operazione del bonus di 80 euro. Alla base dei provvedimenti sta la convinzione – non solo non dimostrata, ma smentita dai fatti – per la quale, avendo le famiglie maggiori disponibilità economiche, ripartiranno i consumi, mentre riducendo le tasse sulle imprese si rimetterà in moto l’economia. Tutto ciò sparando nel mucchio: attingendo anche a risorse preziose come quelle del Tfr, da un lato; oppure, evitando di selezionare i settori veramente in grado di guidare la ripresa, dall’altro. Non ci vuole molto a capire che quando si riducono le tasse e il costo del lavoro o si favoriscono gli investimenti nelle imprese che esportano e operano nell’economia globale, si migliora anche la loro capacità competitiva.

Se si compie invece un’operazione di carattere generale, rivolta a favorire l’occupazione con il taglio dei contributi per un triennio, nel caso di nuove assunzioni, si finirà soltanto per “drogare” il mercato del lavoro e per dare la stura, una volta cessato il beneficio, a una tornata di licenziamenti collettivi e di chiusura di imprese. I posti di lavoro non si creano e, soprattutto, non si conservano, assumendosi lo Stato una parte considerevole del costo del lavoro, ma attraverso una crescita reale dell’economia che il disegno di legge di stabilità non garantisce, limitandosi a una redistribuzione clientelare delle risorse reperite raschiando il fondo del barile.

Benché, infatti, in tanti la sconsigliassero, il premier-ragazzino ha voluto inserire nella legge di stabilità l’operazione Tfr in busta paga. Per dare un giudizio compiuto e misurare l’entità dei danni prodotti (perché vi saranno solo danni) occorrerà capire come sono stati affrontati e risolti alcuni dei tanti problemi connessi. Facciamo pure degli esempi: che cosa succede del Tfr allocato nei fondi pensione? Potrà essere distolto per un triennio e intascato? E di quello non allocato nelle forme di previdenza complementare che le aziende con 50 e più dipendenti sono tenute a versare nel Fondo Tesoro? Se i futuri ratei dovessero tornare, in modo massiccio, nelle tasche dei lavoratori verrebbe a mancare un`importante entrata per lo Stato.

È vero che anche oggi coloro che a suo tempo decisero di rimanere affezionati al Tfr potrebbero cambiare idea e aderire ad una forma di previdenza privata. Ma nella realtà sappiamo bene che, da anni, le possibili opzioni nell’utilizzo delle liquidazioni si è stabilizzata (5,5 miliardi ai fondi e alle altre tipologie, 6 miliardi al Fondo Tesoro presso l’Inps, il resto (tra gli 11 e i 14 miliardi presso le imprese con meno di 50 dipendenti). C’è poi la questione del pubblico impiego: per motivi di difficoltà pratiche e soprattutto di cassa, il settore resterà escluso, E quindi, oltre a non rinnovare i contratti, a non disporre, nei fatti, della previdenza complementare, per i dipendenti pubblici non sarà nemmeno possibile usare delle liquidazioni in contanti. Ora, nei settori privati, verrà introdotta una variabile d’uso (la monetizzazione mensile o annua) che potrà certamente mettere in crisi il suddetto equilibrio.

Gli italiani, comunque, devono essere consapevoli che, nella previdenza come nella vita, “nessun pasto è gratis”: alla maggiore disponibilità di reddito attuale – per quanti sceglieranno di intascare il Tfr – corrisponderà un tenore di vita più modesto da anziani. Ciò anche per effetto della più elevata tassazione dei rendimenti che andrà a incidere sul montante contributivo delle singole posizioni individuali. Queste risorse garantiscono le future pensioni, quelle dei fondi sono loro stesse pensioni. Recenti sondaggi avevano accertato che due italiani su tre sono contrari all’operazione Tfr in busta paga. Matteo Renzi ha voluto tirare ugualmente diritto. Quanti lo seguiranno? Per costoro sarà come la vicenda dei passeggeri di una mongolfiera bucata. Avranno la sensazione di andare più veloci, invece staranno precipitando.

L’incoscienza di fare cassa mettendo a rischio le pensioni future

L’incoscienza di fare cassa mettendo a rischio le pensioni future

Giuliano Cazzola – Il Garantista

A quanto pare non si farà l’operazione per trasferire il trattamento di fine rapporto (Tfr) in busta paga. allo scopo di incentivare i consumi rimasti “in sonno” anche dopo l’erogazione del bonus di 80 euro. Non è la prima volta che qualcuno si alza al mattino e si vanta di aver inventato l’acqua calda, salvo poi arretrare una volta verificate le controindicazioni che una misura si fatta comporterebbe.

Chi scrive ha sempre nutrito seri dubbi su proposte di tale natura, anche se i loro sostenitori presentavano, in via di principio, argomenti non privi di senso. È vero, il Tfr è un istituto vigente solo nel nostro Paese al punto che, nei consessi europei e internazionali, i rappresentanti italiani stentano a spiegarne la funzione ai propri interlocutori. Così, il relativo ammontare nei monitoraggi della spesa sociale finisce per essere conteggiato o in quella pensionistica oppure alla voce disoccupazione. Inoltre, c’è sempre il rischio di essere paternalisti e di voler insegnare ai lavoratori che cosa è più conveniente, anche nell’utilizzare le risorse loro spettanti. Il diritto del lavoro, infatti, è sovraccaricato di inderogabili e indisponibili per il dipendente che ne è titolare, come se fosse un minus habens, perennemente sottoposto ad un tutore, sia esso il legislatore, il giudice o il sindacato. Certo – si dirà – il prestatore d’opera è capace di intendere e di volere e di scegliere ciò che è meglio per lui e la sua famiglia. È il caso, però, di orientare le politiche retributive e del lavoro verso obiettivi prioritari e non abbandonarsi ad una visione moderna del lavoratore-buon selvaggio traviato dagli ordinamenti politici e sociali.

Se, per esempio, tutti gli Stati hanno ritenuto loro dovere, in una certa fase dell’evoluzione storica, di predisporre strumenti di welfare pubblici ed obbligatori (pesanti o leggeri che siano), rifiutando l’idea del «ecco le risorse, arrangiati!», una ragione dovrà pur esserci: il lavoratore non è libero di rinunciare a uno zoccolo di diritti che l’ordinamento gli riconosce per qualificarsi come “Stato sociale”, una definizione in cui l’aggettivo diventa un modo di essere del sostantivo. Io credo, allora, che il Tfr sia una risorsa troppo importante per l’autofinanziamento delle imprese e per le esigenze dei lavoratori per essere gettato nella mischia della vita quotidiana, nell’intento disperato di raschiare il fondo del barile. Il Tfr è la principale fonte di finanziamento della previdenza privata, che ha una funzione strategica nel garantire una maggiore adeguatezza per i trattamenti pensionistici. Inoltre sono consentite significative anticipazioni degli accantonamenti (anche di quelli detenuti nelle posizioni individuali dei fondi pensione) allo scopo di affrontare spese cruciali nella vita, come le cure sanitarie o l’acquisto di un’abitazione. Poi, davvero, le somme del trattamento di fine rapporto, finite a incrementare le buste paga, sarebbero indirizzate ai consumi? Il fatto che la liquidità e i depositi bancari degli italiani siano aumentati di 234 miliardi avrà pure un significato. Insomma, se vogliamo parlar chiaro, mettere il Tfr in busta paga sarebbe stato come usare banconote da 100 euro al posto della carta igienica.

Vi è un altro aspetto da considerare: gli accantonamenti annui del Tfr hanno già una loro destinazione. Rimanendo soltanto nell’ambito del settore privato (nel pubblico impiego la normativa è più complicata, poi a pagare dovrebbero essere le amministrazioni, quindi aumenterebbe la spesa pubblica. che ha già tanti problemi di suo) le quote sono così ripartite: 5,5 miliardi alle forme di previdenza complementare; 6 miliardi al Fondo Tesoro gestito dall’Inps (corrispondenti alla parte che i lavoratori, occupati nelle aziende con 50 e più dipendenti, non utilizzano come finanziamento della previdenza complementare e che i datori devono versare nel Fondo suddetto); tra gli 11 e i 14 miliardi (a seconda delle valutazioni) detenuti nelle aziende fino a 49 dipendenti in conseguenza dell’opzione dei lavoratori di restare nel regime del Tfr. Queste ingenti risorse sono scritte a bilancio e costituiscono un’importante forma di autofinanziamento. Sembrava evidente che il governo del “Sòla” intendesse mettere le mani, prioritariamente, su quest’ultimo malloppo. In primo luogo perché è l’unica quota che non abbia una specifica destinazione, come le altre citate. Del resto, quale altra funzione avrebbe avuto l’idea di un patto con l’Abi per destinare alle Pmi – come compensazione – gli stanziamenti derivanti dalla Bce, se non che fosse proprio quello il settore da colpire con il nuovo intervento? Ma come si fa a chiedere a un’impresa di inserire nella busta paga dei lavoratori che lo chiedono, la metà del flusso della liquidazione, per poi passare in banca a riscuotere, come se essa dovesse erogare credito a prescindere dalle garanzie fornite, diventando così, nei fatti, lo sportello erogatore del Tfr altrui?

Le tutele non sono questione ideologica

Le tutele non sono questione ideologica

Vittorio Daniele – Il Garantista

I dibattiti sulle riforme raramente sfuggono alla retorica. Albert Hirschman, grande economista, scriveva che le retoriche dei conservatori si riconducono a tre tesi fondamentali. La prima tesi, della «futilità», argomenta che le riforme sono, semplicemente, inutili. La seconda, della «perversità», sostiene che i cambiamenti tendono a produrre effetti opposti a quelli desiderati. La terza tesi, della «messa a repentaglio», argomenta che le riforme comportano costi elevati e riducono le conquiste ottenute in passato. La retorica semplicistica, perentoria e intransigente non è, però, campo esclusivo dei «reazionari». Sotto questo profilo – scriveva Hirschman – le controparti «progressiste» non sono da meno. Nella versione progressista, le tre tesi reazionarie si ribaltano in tre opposte retoriche: del «progresso», della «sinergia» e del «pericolo incombente».

Nella retorica progressista, la ragione delle riforme è insita nel corso degli eventi: «abbiamo la storia dalla nostra parte!», sostiene il progressista. Le nuove riforme, aggiunge, migliorano quelle precedenti. In ogni caso, le riforme sono indispensabili e vanno realizzate in fretta; se non le si attua, si avranno gravi conseguenze: «il pericolo incombe». Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro non sfugge alle retoriche dell’intransigenza. Non è agevole, però, separare il campo dei conservatori da quello dei progressisti. Una ricorrente retorica sostiene che il dibattito sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è meramente ideologico. Secondo questa tesi, che echeggia quella del «progresso»›, l’art. 18 è un inutile orpello, retaggio di un mondo ormai passato.

L’economia italiana, si dice, è fatta di piccole o piccolissime imprese, per cui le garanzie dell’art. 18 interessano una quota assolutamente marginale di lavoratori. Esso ha, dunque, scarsa rilevanza pratica, ma la sua cancellazione un alto valore simbolico. Stanno davvero così le cose? Davvero le tutele dell’art. 18 riguardano un esiguo gruppo di ipergarantiti? I dati dell’ultimo censimento mostrano una realtà diversa. Effettivamente, la stragrande maggioranza (il 93 per cento) delle imprese italiane con dipendenti ha meno di 15 addetti. Ma le proporzioni si modificano, e di molto, quando si guarda all’occupazione. In Italia, il numero di dipendenti delle imprese e di 11.304.000. L’11 per cento circa ha un contratto a tempo determinato mentre il restante 89 per cento a tempo indeterminato. Le imprese con oltre 15 addetti occupano il 57,6 dei dipendenti, cioè circa 6.500.000 persone. Nonostante la definizione statistica di impresa sia ampia (include, per esempio, anche le aziende speciali di comuni, province o regioni), il numero degli occupati in imprese con oltre 15 dipendenti è tutt’altro che esiguo.

Un’altra argomentazione, che richiama la tesi del «pericolo incombente»›, sostiene che un mercato del lavoro più flessibile è necessario per uscire dalla recessione, per sostenere la crescita e attrarre investimenti. Affermazioni scarsamente suffragate dai fatti. Decine di ricerche mostrano come, per i Paesi sviluppati, il grado di rigidità del mercato del lavoro non sia correlato con la crescita di lungo periodo, né tantomeno con la capacità di attrarre investimenti dall’estero. È largamente riconosciuto, invece, che le riforme dal lato dell’offerta – quelle «strutturali», come con pappagallesco ritornello si ripete – non hanno effetti espansivi di breve periodo sulla produzione. Si argomenta che l’aumento della disoccupazione, il calo della produttività o la perdita di competitività dell’Italia, richiedano riforme urgenti. Ma occupazione, produttività e costo del lavoro per unità di prodotto dipendono anche dalla produzione che, a sua volta, dipende dalla domanda. Nel 2007, prima della Grande recessione, il tasso di disoccupazione in Italia era del 6%. Dopo il crollo della produzione, è passato all’attuale 12%. Per tutta risposta, si invocano riforme strutturali.

Quando, nel 2003 si riformò il mercato del lavoro si disse che le nuove norme avrebbero introdotto quella flessibilità che mancava. Si sostenne che il job-sharing. i co.co.pro o il lavoro a chiamata, e le altre formule della parcellizzazione del lavoro, avrebbero rivitalizzato la sclerotizzata economia italiana. Agli oppositori di allora si rispose con argomenti non dissimili dalle attuali retoriche progressiste. Molti di quelli che, in passato, predicarono l’urgenza delle riforme, constatano oggi che quelle stesse norme comportano enormi costi sociali, non favoriscono l’occupazione né, tantomeno, la crescita. Come tutte le riforme, anche quella del mercato del lavoro può, naturalmente, essere utile, magari per ridurre l’incertezza ansiogena della precarietà occupazionale. Un’opposizione di principio non ha molto senso. Ma intransigenti retoriche, conservatrici o progressiste che siano, creano solo divisioni e, di certo, non aiutano a capire.

Articolo 18, chi vince e chi no

Articolo 18, chi vince e chi no

Giuliano Cazzola – Il Garantista

Diciamoci la verità sul Jobs Act n. 2. Nell’emendamento presentato dal governo in sostituzione dell’art.4, ci si possono riconoscere tutti: da Maurizio Sacconi a Cesare Damiano, passando per Pietro Ichino. La norma di delega emendata è certamente meno generica e più articolata rispetto ai testi precedenti, anche se, a mio avviso, resta inadeguata rispetto a quanto dispone l’articolo 75 della Costituzione. Ma la politica ha le sue esigenze che finiscono sempre per prevalere. E in questo caso occorreva fare in modo che avessero vinto tutti e perso nessuno. Poi si vedrà nel corso dell’iter legislativo e soprattutto al momento della predisposizione degli schemi dei decreti legislativi che dovranno raccogliere i pareri di Commissioni validamente presieduto da due dei protagonisti della mediazione di ieri: Sacconi e Damiano, appunto.

Analizziamo gli aspetti più importanti del nuovo testo. Innanzi tutto, le parole che mancano. Non si parla mai di Statuto dei lavoratori né tanto meno di articolo 18 e di disciplina del licenziamento individuale. Vengono però indicate delle materie che necessariamente richiederanno delle modifiche ad ambedue i santuari della gauche: le norme riguardanti il cosiddetto demansionamento (ovvero la possibilità – ora preclusa – di inquadrare i lavoratori in mansioni inferiori se ciò comporta la salvaguardia del posto di lavoro) e il controllo a distanza, essendo le disposizioni assunte nel 1970 completamente superate dalle nuove tecnologie.

Oddio: non è che i criteri di intervento siano ben definiti, dal momento che essi si limitano a raccomandare al legislatore delegato di tener presenti sia gli interessi dei datori che quelli dei lavoratori. Poi si arriva alla ciliegina sulla torta: «la previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio». Alcune questioni rimangono indefinite. Innanzi tutto, non è detto che dal novero delle tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio sia da escludere la sanzione della reintegra per lasciare il posto soltanto al risarcimento economico. In secondo luogo, noi interpretiamo che i nuovi assunti non coincidano obbligatoriamente con i nuovi occupati, ma che il contratto di nuovo conio si applichi anche a chi cambi lavoro e venga assunto ex novo da un altro datore. Se tali soggetti conservassero, infatti, una sorta di status ad personam (una disciplina del licenziamento “d’annata”), una volta usciti da un impiego stenterebbero a rientrare nel mercato del lavoro per ovvi motivi. Ma avverrà davvero così?

In ogni caso, pare indubbio che dovrà esserci un cambiamento importante: quanto meno la tutela reale – anche se continuerà a essere contemplata e non solo come sanzione del licenziamento nullo o discriminatorio – interverrà a rapporto di lavoro inoltrato (in nome, appunto, della logica della protezione crescente «in relazione all’anzianità di servizio»). Per capire, dunque, come finirà questa vicenda bisogna aspettare.

Nel frattempo però sarebbe consigliabile non cantare anticipatamente vittoria. E fare tesoro della prima riforma Poletti. Il contratto a termine ”liberalizzato” rimane ancora la modalità di assunzione più conveniente. E, a nostro avviso, lo rimarrà anche in seguito. La delega emendata prevede, poi, un giro di vite sui contratti flessibili (non era così nell’emendamento Ichino). Questo è certamente un successo di principio della sinistra. Al centro destra è già capitato – ai tempi della legge Fornero – di sopravvalutare qualche giro di valzer (poi rivelatosi inadeguato) intorno al totem dell’articolo 18 e di non accorgersi che gli stavano sottraendo la cosiddetta flessibilità in entrata.