Vecchi e nuovi balzelli

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Salvatore Padula – Il Sole 24 Ore

Che cosa rende una tassa insopportabile? In primo luogo, sicuramente il suo “peso” e qui – come sappiamo – siamo da tempo in gara per il titolo di campioni del mondo. Ma non è solo questo. Una tassa è insopportabile anche quando è complicata, quando è retroattiva e quando è assurda, quando cioè non se ne coglie la logica.

Il peso delle imposte; le complicazioni nelle regole per determinare le basi imponibili e per calcolare i versamenti; il vizietto delle novità e delle modifiche sempre a effetto retroattivo, con crescita esponenziale dell’incertezza per i contribuenti in termini di pianificazione fiscale; le difficoltà di trovare un nesso logico tra la tassa e ciò che la tassa colpisce. Sono quattro caratteristiche che appartengono da troppo tempo al nostro sistema fiscale, passate in eredità da un governo all’altro. Anzi, talvolta vien da pensare che siano proprio questi i difetti che lo contraddistiguono e che continuano a orientarlo. Infinite promesse di cambiare passo, di cambiare verso, di voltare pagina. Ma poi ci si ritrova sempre allo stesso punto.

Si prenda il nervo scoperto della retroattività delle norme fiscali (per inciso, Il Sole 24 Ore ha calcolato che solo negli ultimi tre anni la deroga alla retroattività ha comportato maggiori tasse e/o anticipi di tasse a carico dei cittadini e delle imprese per oltre 10 miliardi di euro). Proprio ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha ricordato in Parlamento che «la delega fiscale fornisce l’occasione per rivitalizzare i principi dello Statuto del contribuente, con il vincolo di irretroattività delle norme tributarie in sfavore». Bene, ma perché aspettare le delega visto che abbiamo già lo Statuto? Perché non fare subito qualcosa per evitare questa deriva? Tanto più che le ultime settimane, in questo senso, sono state pesanti. Non bastavano le invenzioni del disegno di legge di stabilità che, come sappiamo, riporta per il 2014 l’Irap all’aliquota del 3,9%; o che tassa in misura maggiorata gli investimenti dei fondi pensione o i dividendi percepiti dagli enti non commerciali o, ancora, che introduce per gli eredi una tassazione parziale per alcune tipologie di polizze vita.

L’ultima trovata – per carità, nulla di illegittimo, trattandosi di una norma di legge approvata la scorsa estate – riguarda l’Imu sui terreni nei comuni montani, che con un decreto non ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale costringerà moltissimi proprietari a un tour de force per pagare entro dicembre un’imposta che nessuno aveva preventivato di dover pagare. Per non dire dei capannoni che tra moltiplicatori, aliquote dei comuni e combinazioni di imposte (Imu+Tasi) sono sottoposti a una pressione fiscale assolutamente esorbitante (con l’aggravante dell’indeducibilità dall’Irap e di una deducibilità limitata per le imposte dirette), soprattutto se si considera che si tratta di beni strumentali all’attività delle imprese. Cosa che rende ancor più incomprensibile il motivo per cui alcuni macchinari – presse, forni, magazzini automatici ancorati al suolo – debbano essere trattati alla stregua di un bene immobile assoggettato (due volte) a Imu e Tasi. Il tutto sulla base di una controversa norma che risale a 75 anni fa e che, nonostante gli sforzi di chiarezza della Cassazione, resta uno dei grandi misteri del fisco italiano.