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I veri gufi sono i banchieri

I veri gufi sono i banchieri

Gaetano Pedullà – La Notizia

Napolitano lascia o il Patto del Nazareno raddoppia, agli italiani i giochi della politica interessano poco quando in tasca non c’è un euro. E di euro, appunto, se ne vedono sempre meno. Ieri a confermarlo è stata Bankitalia: anche a settembre sono diminuiti i prestiti delle banche a famiglie e imprese. Così non c’è Governo, non c’è politica e non c’è cacciatore di gufi che tenga: la nostra economia non può ripartire. Questa ultima flessione è infatti la più inquietante, perché a metà settembre la Bce aveva offerto credito illimitato e quasi gratuito a tutte le banche europee. Quelle italiane avevano preso pochi miliardi (preoccupate per gli imminenti stress test) ma i nostri banchieri si erano impegnati a riaprire i cordoni della borsa. E fare il loro mestiere: prestare un po’ di soldi a tanti e non montagne di milioni solo a pochi. Alla prova dei fatti invece i prestiti sono calati ancora, i potenti come De Benedetti, che ha fatto un buco da due miliardi con Sorgenia, come sempre sono stati salvati. E migliaia di piccoli artigiani sono stati fatti fallire per pochi euro. Le riforme servono, ma chiamare alla loro responsabilità questi minuscoli banchieri è urgente. Una priorità.

Contratti a tempo, balzo del 20%

Contratti a tempo, balzo del 20%

Enzo Riboni – Corriere della Sera

Chi si farà sedurre dalla promessa dei “pochi, maledetti e subito”? Il detto popolare metaforizza bene la proposta di inserire il Tfr (la “liquidazione”) in busta paga, rinunciando così a un gruzzolo consistente quando si cessa l’attività. Nessuno, per ora, sa se la proposta contenuta nel Jobs Act convincerà i lavoratori, un’informazione che, se conosciuta, darebbe un’idea di quanto il provvedimento potrebbe incidere sulla crescita dei consumi. La società di outplacement (ricollocamento dei lavoratori) Spinlight Counseling, ha provato a dare una risposta con un’indagine che ha coinvolto 200 responsabili del personale di aziende medio-grandi, in gran parte del CentroNord (circa 100mila dipendenti in totale).

I capi risorse umane, sondando gli umori dei lavoratori e interpellando i sindacati interni, hanno concluso che il 70% di chi ha una retribuzione annua lorda non superiore ai 20mila euro (più 0 meno 1.200 euro netti al mese) aderirà alla proposta di inserire il Tfr in busta paga. Chi se la passa un po’ meglio guadagnando tra i 20 e i 30 mila euro, già riterrà meno allettante quella possibilità: si farà convincere uno su due. L’appeal dei soldi subito, infine, crollerà decisamente per chi sta sopra i 30mila euro, che sceglierà il Tfr mensile solo nel 10% dei casi.

Il sondaggio chiede poi ai responsabili del personale altri giudizi sul gradimento del Jobs Act. “La riforma dell’articolo 18 – spiega il managing partner di Spinlight Giulio Bertazzoli – non è ritenuta determinante per la gestione degli esuberi. Altrettanto poco interessante è considerato il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, un tipo di rapporto che sarà impiegato meno dei contratti a tempo determinato”. Questi ultmi nel 2014 sono stati utilizzati da otto capi del personale su dieci e non hanno riguardato solo giovani e qualifiche medio-basse ma hanno coinvolto anche quadri e dirigenti. Proprio questi manager sono quelli che hanno subito il maggior incremento di contratti a termine: più 20% nei primi sei mesi di quest’anno rispetto al corrispondente periodo del 2013. E nel 2015 si prevede un altro aumento del 20%.

E i lavoratori a progetto? La possibile introduzione, per loro, di un salario minimo non spaventa il 90% del campione, che, facendo parte di grandi aziende, valuta di erogare già oggi ai cocopro, in genere di professionalità medio-alte, compensi più alti di ogni prevedibile minimo futuro. Per evitare infine ulteriori licenziamenti, il 40% dei capi del personale pensa di ricorrere al demansionamento previsto dal Jobs Act. “Per fare un esempio – conclude Bertazzoli – se un’azienda chiude un segmento commerciale, piuttosto che licenziare il capo area potrebbe metterlo a fare il venditore”.

L’economia «000»: inflazione, tassi e crescita ferma

L’economia «000»: inflazione, tassi e crescita ferma

Giuliana Ferraino – Corriere della Sera

Zero crescita, zero inflazione, zero interessi: se viviamo nel tempo zero, è venuta l’ora di ripartire da zero. Gli indicatori economici segnalano che la nostra produzione industriale scende (-2,9% a settembre), l’export è in affanno, la nostra competitività declina. Il Pil continua a restringersi: -0,2% nel secondo trimestre, e le previsioni sono poco ottimistiche sul futuro, come ci ricorda Moody’s. Aumentano soltanto il debito pubblico (salirà al 133,896 nel 2015 stima la Commissione Ue) e la disoccupazione (12,6% a settembre). In sintesi: l’Italia non solo non sa più creare ricchezza, ma ha accumulato una zavorra che paralizza il Paese. E se il denaro a costo zero garantito dalla Bce dovrebbe favorire il credito e promuovere gli investimenti produttivi, di fatto per ora erode risparmi e pensioni. Questa situazione ha impoverito le famiglie e aumentato le disuguaglianze.

Nel tempo zero gli aggiustamenti non bastano più: dobbiamo liberarci delle incrostazioni che ingabbiano il nostro modo di pensare e di agire, retaggio di un mondo che è stato spazzato via da 7 anni di crisi durissima. Per tornare a crescere, creare posti di lavoro e ridare speranza e sogni ai giovani, fermando la fuga dei talenti, serve una nuova cultura. In tutti i settori e per tutte le categoria, che porti liberalizzazioni vere. Basta con corporazioni e club. Tassisti e avvocati non possono fare eccezione. Anche la flessibilità del mercato del lavoro, invocata per attirare investimenti, rilanciare la crescita e favorire le assunzioni, rischia di alimentare nuove disuguaglianze, se non sarà accompagnata da concorrenza reale sul mercato dei beni e dei servizi e le scelte non saranno guidate dalla meritocrazia.

Aziende italiane, la forza delle donne

Aziende italiane, la forza delle donne

Roger Abravanel – Corriere della Sera

Chi scrive è stato tra i primi fautori delle quote rosa per avere più donne nei consigli di amministrazione italiani (Cda). L’obiettivo era di migliorare la qualità del Cda perché nelle aziende all’estero è dimostrato che il contributo femminile li rende migliori. Può sembrare strano che un fautore della meritocrazia possa avere spinto per le «quote», ma la logica era quella delle «azioni positive» del mondo anglosassone: per un periodo limitato bisogna forzare l’inserimento di generi (o razze) discriminate, altrimenti il cambiamento non avviene. C’era anche la speranza che avere più donne nei Cda avrebbe portato a un’altra ricaduta: la crescita dei ruoli nel management, rompendo quel «soffitto di vetro» che riduce la percentuale di donne man mano che si sale nella gerarchia aziendale.

Dopo molte opposizioni (anche da parte di donne ) il concetto è passato ed è partito un vero tsunami, culminato con una proposta di legge bipartisan. L’idea di chi scrive era inserire un «incoraggiamento» nel codice di autodisciplina delle società quotate ad avere almeno due donne nei loro Cda. Ma per la politica l’occasione era troppo ghiotta: la legge è passata e comunque è stata una cosa positiva. Dopo cinque anni, i risultati sono impressionanti. La percentuale di donne nei Cda è quadruplicata, l’Italia è diventata un modello per l’Europa e i presidenti di Eni, Enel, Terna e Poste sono oggi delle donne. Sorge una domanda: questa inondazione «rosa» nei nostri Cda li ha davvero migliorati? Secondo gli addetti al lavoro sembrerebbe di si. A un recente convegno milanese sul tema della governance si è celebrato un grande miglioramento del funzionamento dei Cda italiani. Effettivamente sotto certi aspetti le cose sono migliorate.

Per un quarto di secolo abbiamo assistito a illeciti più o meno gravi in gran parte creati da azionisti di maggioranza e ignorati dai Cda: conflitti di interesse mostruosi a scapito degli azionisti minoritari, corruzione e collusione diffuse, frodi contabili. Oggi è raramente così: le norme che regolano il diritto societario vengono controllate seriamente e la cosiddetta Compliance (rispetto della legge) occupa molto del tempo nei Cda. Per quanto ho potuto osservare, le donne arrivate nei Cda hanno dato un notevole contributo in questo senso non solo perché sono spesso ottime professioniste e avvocati (anche più precise e meticolose degli uomini), ma perché sono delle outsider, davanti alle quali molti consiglieri maschi insider si sentono in difficoltà nell’ignorare
le regole.

Ma i Cda avevano bisogno di un miglioramento ben oltre il rispetto della legalità. Oltre alla C della Compliance nei migliori Cda si trovano altre 4 C. Per 3 di queste serve una grande esperienza manageriale: il Controllo (dei conti e della performance aziendale, non solo dal punto di vista contabile ma del business), il Coach, allenatore dell’amministratore delegato (che ha sempre bisogno di un altro «specchio di se stesso»), il Contribuire al management (per esempio contatti nel settore, punti di vista su potenziali acquisizioni di aziende o di dirigenti). Su queste 3 C le professioniste entrate nei Cda italiani sono riuscite a fare poco perché raramente hanno esperienza manageriale e autorevolezza che viene dopo anni di posizioni di leadership nelle aziende ai massimi livelli. Non per colpa loro, ma perché le aziende italiane negli ultimi 25 anni non hanno mai creato opportuni- tà per donne eccellenti di risalire la gerarchia aziendale.

La carenza più grave è però sulla ultima delle 5 C, il cosiddetto Challenge. Che vuole dire sfidare il vertice aziendale avendo posizioni diverse sulla strategia, sulla struttura organizzativa del top management, sul programma di successione, sugli obiettivi di budget, sul meccanismi di incentivazione della remunerazione. Per farlo, oltre a una grande autorevolezza ed esperienza nel capire il business è necessaria una vera «indipendenza» morale. Molte neoconsigliere hanno queste doti, ma non riescono ad esercitarle perché sono una minoranza in un Cda maschile dove il Challenge è una pratica poco corrente. Anche perché in molti Cda manca quella figura del presidente leáder-senza deleghe che orchestra le 5 C con l’aiuto del Cda Nella maggior parte delle aziende italiane il presidente è l’imprendittore che fa anche il capo-azienda, mentre in quelle publiche (per esempio ex statali) è una presenza molto poco attiva e presente soprattutto sull’esterno.

Resto comunque ottimista che, col tempo, la ricaduta che le quote rosa avranno nell’aumentare la leadership femminile nel management metterà a disposizione dei Cda più donne capaci di migliorarne radicalmente la qualità. Per il Challenge sarà però necessaria una condizione: che oltre alle quote rosa si introducano le «quote azzurre» per avere più maschi con forte indipendenza morale e leadership.

Manovra, la Ue riflette

Manovra, la Ue riflette

Beda Romano – Il Sole 24 Ore

Da qui a fine mese, la Commissione europea presenterà la sua attesa opinione sul bilancio previsionale italiano. La partita è complessa. Incrocia dati economici e analisi politica. L’Esecutivo comunitario dovrà tenere conto di numerosi fattori. Non si limiterà a valutare il mero rispetto delle regole di bilancio. Dovrà prendere in considerazione anche l’andamento dell’economia, tanto che le previsioni di Bruxelles in questo campo potrebbero essere di aiuto al governo Renzi.

La Finanziaria prevede un aggiustamento strutturale del deficit dello 0,3% del prodotto interno lordo. Secondo le regole europee, un paese nella situazione dell’Italia, con un disavanzo sotto al 3,0% del Pil ma con un debito elevato, dovrebbe ridurre il deficit di almeno lo 0,5%. Dovrà l’Italia introdurre nuove misure di risanamento dei conti? È possibile. Nel presentare le sue stime economiche, Bruxelles ha lasciato la porta aperta a questa possibilità (si veda Il Sole/24 Ore del 5 novembre). «La valutazione della Finanziaria non è terminata», spiegava ieri sera un funzionario europeo. Aggiungeva un altro esponente comunitario: «Al netto dell’analisi della Finanziaria, c’è un dibattito all’interno della Commissione sull’opportunità o meno di chiedere nuovi sforzi ad alcuni paesi tra cui l’Italia». In una conferenza stampa qui a Bruxelles giovedì scorso il nuovo commissario agli affari economici Pierre Moscovici ha assicurato che la Commissione avrà «un approccio intelligente».

Tra gli aspetti negativi per l’Italia, Bruxelles considererà le sue previsioni sul deficit strutturale italiano, destinato a scendere dallo 0,9% del Pil nel 2014 allo 0,8% nel 2015, per poi tuttavia risalire all’1,0% nel 2016. Nel contempo, la Commissione ha respinto l’ipotesi che la situazione economica possa essere considerata, a livello di zona euro, una circostanza eccezionale, tale da consentire ai singoli stati membri di disattendere le regole europee, secondo quanto previsto dal Patto di Stabilità e di Crescita. Chi tra i commissari vuole chiedere maggiori sforzi all’Italia intende anche difendere la credibilità delle regole europee ed evitare eventuali ricorsi dinanzi alla Corte di Giustizia del Lussemburgo contro una Commissione ritenuta troppo benevola (soprattutto in Germania). C’è da chiedersi peraltro quale potrebbe essere l’impatto sulle scelte di Bruxelles della debolezza politica del presidente Jean-Claude Juncker, sulla scia degli scandali fiscali in Lussemburgo, suo paese d’origine.

Tra i fattori favorevoli all’Italia, l’esecutivo comunitario è pronto a prendere in considerazione le riforme economiche, come attenuanti a misure troppo impegnative sul versante del risanamento delle finanze pubbliche. Ma anche su questo aspetto i risultati italiani sono in chiaroscuro. Alcune riforme sono state adottate, ma spesso sono mancati i necessari atti amministrativi e decreti legge perché i pacchetti legislativi potessero entrare in vigore. A favore di una posizione più accomodante ci sono anche preoccupanti previsioni economiche della stessa Commissione, in un contesto politico italiano molto fragile e mentre si torna a parlare di elezioni anticipate. L’output gap, ossia il divario tra crescita reale e crescita potenziale, è elevata: del 4,5% del Pil nel 2014 e del 3,4% del Pil nel 2015. Per questo anno, Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo sono messi peggio. Per il prossimo, solo Grecia, Cipro e Spagna hanno valori superiori a quelli italiani.

Rivoluzione catastale: abitazioni rivalutate in futuro anche del 180 per cento

Rivoluzione catastale: abitazioni rivalutate in futuro anche del 180 per cento

Roberto Petrini – La Repubblica

Scatta l’operazione catasto, una vera e propria rivoluzione, attesa da anni, che porterà alla revisione delle rendite catastali di oltre 60 milioni di immobili. Al taglio del traguardo, tra circa cinque anni, i valori catastali potrebbero subire rivalutazioni dal 30 al 180 per cento, ma l’obiettivo è quello di colpire soprattutto chi fino ad oggi ha pagato di meno per case di maggior prestigio. Il decreto legislativo varato ieri definitivamente dal consiglio dei ministri, dopo l’esame del Parlamento, avvia il primo passo. Ripartono le nuove «commissioni censuarie» provinciali: 106 organismi composti da membri dell’Agenzia delle entrate, dell’Anci e dei professionisti (geometri, fiscalisti, ingegneri ecc.) che avranno il compito nei prossimi cinque anni di stimare casa per casa, capannone per capannone, le nuove rendite catastali, misura cruciale per calcolare l’imponibile sul quale si pagano Imu, Tasi e Irpef. Da segnalare che il decreto prevede che non saranno corrisposti gettoni di presenza.

Il decreto varato ieri è tuttavia solo il primo passo, importante perché le Commissioni erano di fatto congelate dal 1989, che crea l’infrastruttura decisionale dell’intera operazione. Il secondo, che si attende prima di marzo del prossimo anno quando scadranno i termini per l’esercizio della delega, fornirà i nuovi meccanismi di calcolo che terranno conto del valore di mercato mandando in pensione i vecchi estimi calcolati in base ad «ingessate» zone censuarie e categorie catastali (le famose A1, A2 ecc). Al posto del sistema archiviato ne arriverà uno nuovo che si articolerà in tre classi principali: abitazioni, attività produttive e immobili ad uso sociale. Il calcolo si baserà sui metri quadrati e non più sui vani, ma terrà conto di una serie di variabili in grado di definire il reale valore dell’immobile avvicinandolo al prezzo di mercato: si valuterà per definire il nuovo «algoritmo» della presenza di scale, dell’anno di costruzione, del piano, dell’esposizione e della localizzazione.

Naturalmente le rendite catastali e gli imponibili fiscali non potranno che lievitare, ma la legge delega assicura l’invarianza di gettito: dunque ci sarà da aspettarsi un intervento selettivo. Al traguardo gli immobili situati nelle zone di prestigio o residenziali, con vecchie rendite catastali che consentono un peso fiscale ancora relativamente basso, pagheranno di più rispetto ad immobili periferici della stessa categoria. «La riforma dovrà sanare gli squilibri che oggi esistono, squilibri per cui due case molto simili, se non uguali, pagano tasse differenti in virtù delle diverse collocazioni catastali. Pur con l’invarianza di gettito appare quindi ovvio che, domani, ci sarà chi pagherà più rispetto ad oggi e chi meno. Ieri pagava molto chi aveva poco e pagava poco chi aveva molto», spiega Mirco Mion, presidente dell’Agefis, l’associazione dei geometri fiscalisti. Secondo un recente studio della voce.info l’applicazione dei nuovi criteri per la determinazione della rendita determina un aumento significativo e generalizzato della base imponibile delle imposte immobiliari, a testimonianza della distanza tra le tariffe d’estimo e i valori di mercato. Nelle grandi città il rapporto tra le due rendite potrebbe variare in un intervallo compreso tra 4 e 7.

I calcoli che vengono fatti dall’Agefis, l’associazione dei geometri e fiscalisti, che raffrontano la media degli attuali valori catastali (cioè l’imponibile sul quale si calcolano le tasse da pagare) di categorie A2 e A3 (l’80 per cento del mercato) con le stime dei nuovi valori «agganciati » al mercato, lasciano presagire un rincaro generalizzato: si andrebbe da una media del 30 per cento ad Aosta, fino al 180 per cento a Bolzano e Salerno, passando per un aumento del 150 per cento a Napoli. Prosegue intanto il cammino della legge di Stabilità alla Camera: nel mirino l’anticipo del Tfr in busta paga che è stato oggetto di una serie di emendamenti di tutti i gruppi parlamentari, dal Pd, a Forza Italia a M5S. Il Pd chiede in particolare la neutralità fiscale che chi opta per l’anticipo rispetto a chi arriva a fine percorso, tutti chiedono di eliminare l’aumento della tassazione per fondi pensione e liquidazione, mentre un emendamento del Pd chiede l’estensione della misura anche agli statali.

I due fattori che fanno salire le tasse

I due fattori che fanno salire le tasse

Stefano Lepri – La Stampa

Il Piemonte è la prima Regione ad aumentare le imposte di sua competenza; non resterà certo l’unica. Si ripete un copione già visto in anni passati: una parte di ciò che nella contabilità delle amministrazioni centrali figura come tagli di spesa, arrivando agli enti locali si trasforma in aumento di tributi. Nulla di strano, in sé, che alcuni presidenti di Regione o sindaci preferiscano agire sulle tasse piuttosto che ridurre servizi. E’ una scelta politica che rientra nelle loro competenze. Il guaio è che due fattori potentissimi operano per spingerli verso l’aumento delle tasse. Il primo sono i difetti di costruzione delle autonomie locali. Il secondo è la struttura clientelare del consenso politico.

Come cittadini abbiamo abbastanza chiaro quali servizi ci dà la Regione: la sanità, i trasporti locali, e così via. Notiamo assai meno quali tributi aumentano o no per sua decisione; sì, nel 730 o nel Cud è indicata l’addizionale regionale all’Irpef, ma capita poco anche di fare confronti, con l’anno prima o con altre regioni. Mentre l’Irap, che in parte va alle Regioni, sarà abbassata per decisione centrale. Dunque è probabile che al momento del voto per il rinnovo del consiglio regionale gli elettori valutino la qualità e la quantità dei servizi ricevuti più che il livello delle tasse pagate. Nel caso dei Comuni, almeno, si sa che dipendono dagli amministratori in carica le aliquote di imposta sugli immobili e sulla raccolta dei rifiuti. Inoltre, i bilanci degli enti locali sono spesso ardui da leggere: distinguere le colpe di chi ha governato ieri da quelle di chi governa oggi di rado è facile. Alle Regioni sono stati garantiti poteri assai ampi, specie dopo la riforma del Titolo quinto della Costituzione, in vigore dal 2002. La responsabilità delle scelte non è né legata a tributi propri né misurata da parametri trasparenti.

L’allargamento delle competenze regionali ha anche aggravato il secondo fattore, la raccolta del consenso attraverso strumenti di spesa. La politica locale ad esempio ha sviluppato una straordinaria abilità di utilizzare etichette attraenti e moderne – startup, microcredito, venture capital, innovazione – per erogare finanziamenti di dubbia utilità e senza alcuna verifica degli effetti. D’altra parte il settore che fin dall’inizio assorbiva il grosso delle risorse regionali, la sanità, viene gelosamente difeso anche in quelle Regioni che si sono mostrate più manifestamente incapaci di gestirlo. Quale mai è la logica con cui il commissariamento della sanità da parte del governo centrale di regola avviene nominando commissario il presidente regionale in carica?

Passi in avanti ora sono promessi nel dialogo tra Stato e Regioni, «costi standard sul serio» (nelle parole di Matteo Renzi) per eliminare gli sprechi più stridenti, «trasparenza totale online di tutte le spese». Ma da entrambe le parti resta il timore, tipico di molte democrazie di oggi, che tagliare le spese danneggi il consenso politico di chi governa assai più che aumentare le tasse. Uno dei danni più insidiosi di questo misto di stagnazione e recessione da cui l’economia italiana non riesce a uscire – i dati di ieri della produzione industriale sono brutti – è che pare spento il senso del dramma. Prevale la rassegnazione, mentre «abbiamo già dato» è l’insegna di tutti quelli che protestano o che recalcitrano.

Occorre riprendere le linee di progetti convincenti. Dove sono finite le riforme «una al mese»? La rigidità stolida con cui alcuni nella Commissione di Bruxelles – e diversi governi d’Europa – difendono a nostro danno una interpretazione letterale del «Fiscal Compact» che ormai al resto del mondo appare assurda, si spiega solo con una radicale sfiducia che l’Italia possa cambiare. Siamo in grado di dimostrare il contrario?

Il trucco: tassa nascosta per accontentare Bruxelles

Il trucco: tassa nascosta per accontentare Bruxelles

Antonio Signorini – Il Giornale

La lettera sulla legge di Stabilità inviata dalla Commissione europea e la relativa risposta del ministero dell’Economia di qualche giorno fa, erano missive a carico del destinatario, cioè del contribuente italiano. Il francobollo è arrivato ieri sotto forma di una clausola di salvaguardia che consiste in un possibile (e probabile) aumento delle accise sui carburanti da 728 milioni.

Questi i fatti. Il governo italiano, per andare incontro alle richieste di Bruxelles, ha promesso alla Commissione di alzare la correzione del disavanzo contenuta nella «finanziaria» dall’originario 0,1% allo 0,3%. Tra le coperture c’è un’estensione del nuovo meccanismo di pagamento dell’Iva, il reverse charge, a ipermercati, supermercati e discount alimentari. Incasso previsto, 728 milioni. Copertura un po’ traballante, quindi un emendamento del governo alla legge di Stabilità ha garantito la copertura con la più classica delle clausole di salvaguardia: un aumento delle accise. Nella legge c’era già una garanzia da 988 milioni, ora passa a 1,716 miliardi. Tutti a carico degli automobilisti. Ma ci sono brutte notizie anche per i fumatori di sigarette di fascia bassa. Ieri il governo, insieme alla riforma delle commissioni censuarie del catasto, ha varato il riordino delle accise, che dovrebbe portare un maggior gettito di circa 200 milioni. Sforzi notevoli ma forse non sufficienti, visto che il governo europeo potrebbe chiederci un’ulteriore correzione dei conti del 2015 da tre miliardi. Da cercare, manco a dirlo, con nuove tasse.

Con l’Ue il clima resta difficile, la procedura di infrazione è ancora sul tavolo, ma le tensioni non sembrano essere avvertite nel Parlamento, visto che gli emendamenti alla legge di Stabilità presentati in commissione Bilancio sono in gran parte tentativi di allargare i cordoni. Molti chiedono l’eliminazione dell’anticipo del Tfr, altri la deducibilità Imu per gli immobili delle imprese e modifiche all’aumento delle aliquote su fondi pensione e casse previdenziali private. Tutti all’insegna della maggiore spesa gli emendamenti del Pd. Dal partito del premier Matteo Renzi arrivano richieste per eliminare il taglio dei fondi ai patronati dei sindacati, 45 milioni a Roma Capitale e 700 milioni per gli ammortizzatori sociali. Da segnalare un emendamento Ncd per il ritorno all’obbligo dell’esposizione del bollo auto e quello della Lega Nord per regolamentare la prostituzione nelle abitazioni private.

Tutto questo mentre per l’economia italiana continuano ad arrivare segnali pessimi. Ieri su industria e competitività. Secondo l’Istat l’indice della produzione industriale di settembre è diminuito in termini tendenziali, quindi rispetto all’anno precedente, del 2,9%. Produzione in calo anche rispetto ad agosto: meno 0,9%. Un autunno freddissimo, quindi. A partire dal beni di consumo, che hanno segnato un calo del 3,2%. Colpa sicuramente della crisi, ma le zavorre che stanno tirando giù l’Italia sono problemi strutturali. Uno è la burocrazia che, secondo un’analisi della Confederazione nazionale dell’artigianato, costa alle Pmi circa 4,5 miliardi di euro all’anno. Ogni piccolo imprenditore deve sborsare un euro ogni 10 minuti, 6 euro all’ora, 48 euro ogni giorno lavorativo, 11mila euro all’anno. Si tratta, ha spiegato il presidente della Cna Daniele Vaccarino, di «una realtà, ci dispiace dirlo, distante anni luce dalla vita e dalle esigenze delle imprese». La confederazione ricorda che l’Italia risulta solo al 56esimo posto su 189 nella graduatoria dei Paesi dove è più facile fare impresa (Doing Business 2015 ), dietro a Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, Stati Uniti e Giappone. E a vedere il continuo ricorso all’aumento delle tasse, si capisce il perché. La notizia non è che l’Italia è in crisi, ma che nessuno faccia niente, anche se le cause sono note.

Un comma sparito cancella il tetto alle pensioni d’oro

Un comma sparito cancella il tetto alle pensioni d’oro

Gian Antonio Stella – Corriere della Sera

Avete presente la leggenda di Sissa Nassir, l’inventore degli scacchi che chiese allo Shah un chicco di grano nella prima casella, 2 nella seconda, 4 nella terza e via raddoppiando? Una misteriosa manina ha ideato un giochino simile, facendo sparire alcune parole chiave per le pensioni più ricche. Nel 2014 il giochino costerà 2 milioni di euro: nel 2024 addirittura 493. In un anno. Per un totale nel decennio di 2 miliardi e 603 milioni di euro. A godere di questo regalo, calcola l’Inps, saranno circa 160 mila persone. Quelle che, pur avendo raggiunto nel dicembre 2011 i quarant’anni di anzianità, hanno potuto scegliere di restare in servizio fino ai 70 o addirittura ai 75 anni. In gran parte docenti universitari, magistrati, alti burocrati dello Stato…

Il regalo agli «eletti» è frutto della cancellazione di quattro righe. La legge 214 del 2011 voluta dal ministro Elsa Fornero, che si riprometteva di «togliere ai ricchi per dare ai poveri», diceva infatti all’articolo 24 che dal primo gennaio 2012 anche i nuovi contributi dei dipendenti che avevano costruito la loro pensione tutta col vecchio sistema retributivo, perché avevano già più di 18 anni di anzianità al momento della riforma Dini del ‘95, dovevano esser calcolati con il sistema contributivo. «In ogni caso per i soggetti di cui al presente comma», aggiungeva però il testo originario suggerito dall’Inps, «il complessivo importo della pensione alla liquidazione non può risultare comunque superiore a quello derivante dall’applicazione delle regole di calcolo vigenti prima dell’entrata in vigore del presente comma».

Arabo, per chi non conosce il linguaggio burocratico. Proviamo a tradurlo senza entrare nei tecnicismi: quelli che potevano andarsene con il vitalizio più alto (40 anni di contributi) ma restavano in servizio potevano sì incrementare ancora la futura pensione (più soldi guadagni più soldi versi di contributi quindi più alta è la rendita: ovvio) ma non sfondare l’unico argine che esisteva per le pensioni costruite col vecchio sistema: l’80 per cento dell’ultimo stipendio. Poteva pure essere una pensione stratosferica, ma l’80 per cento della media delle ultime buste paga non poteva superarlo.

Quelle quattro righe della «clausola di salvaguardia» che doveva mantenere l’argine, però, sparirono. E senza quell’argine, i fortunati di cui dicevamo possono ora aggiungere, restando in servizio con stipendi sempre più alti, di anno in anno, nuovi incrementi: più 2 per cento, più 2 per cento, più 2 per cento… Al punto che qualcuno (facendo «marameo» alla maggioranza dei cittadini italiani chiamati in questi anni a enormi sacrifici) potrà andarsene fra qualche tempo in pensione col 110 o il 115% dell’ultimo stipendio. Per tradurlo in cifre: il signor Tizio Caio che già potrebbe andare in pensione con 33.937 euro al mese potrà riceverne invece, grazie a questa «quota D», 36.318.

Chi le fece sparire, quelle righe, non si sa. E certo non era facile accorgersi del taglio in un testo logorroico di quasi 18 mila parole più tabelle. Un testo cioè lungo quasi il doppio del «Manifesto del partito comunista» di Marx ed Engels, il doppio esatto della Carta Costituzionale, cinque volte di più del discorso di inaugurazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Per non dire del delirio burocratese. Con l’apparizione ad esempio dei commi 13-quinquies e 13-sexies e 13-septies e 13-octies e 13-novies e perfino 13-decies. Ciascuno dei quali impenetrabile per chiunque non sia vaccinato contro la burocratite acuta.

«Quante più parole si adopera in distendere una legge, tanto più scura essa può diventare», diceva tre secoli fa l’abate Ludovico Muratori. Parole d’oro: la rimozione di quelle poche righe che arginavano abnormi aumenti delle pensioni d’oro, come ha scoperto l’Inps, hanno prodotto l’effetto perverso che il misterioso autore del taglio doveva aver diabolicamente calcolato. Secondo una tabella riservata fornita al governo dai vertici dell’Istituto di previdenza, infatti, tabella che pubblichiamo, 160 mila persone circa potranno godere sia dei vantaggi del vecchio sistema retributivo sia di quelli del «nuovo» sistema contributivo. E tutto ciò, se non sarà immediatamente ripristinata quella clausola di salvaguardia, causerà un buco supplementare nelle pubbliche casse di 2 milioni quest’anno, 11 l’anno prossimo, 44 fra due anni, 93 fra quattro e così via. Fino a una voragine fra nove anni di 493 milioni di euro. Per un totale complessivo, come dicevamo, di oltre due miliardi e mezzo da qui al 2024. Per capirci: una somma dieci volte superiore ai soldi necessari a mettere in sicurezza una volta per tutte Genova dal rischio idrogeologico e dalle continue alluvioni.

Dello stupefacente meccanismo ideato da Sissa Nassir per farsi dare un’enormità dallo Shah di Persia sorrise anche Dante Alighieri che nella Divina Commedia, per spiegare quanto il numero degli angeli crescesse a dismisura, scrisse «L’incendio suo seguiva ogne scintilla / ed eran tante, che ‘l numero loro / più che ‘l doppiar de li scacchi s’immilla». I cittadini italiani, però, tanta voglia di poetare oggi non hanno. E forse sarebbe il caso che il governo prendesse subito sul serio l’allarme dell’Inps. Andando a ripristinare quelle righette vergognosamente fatte sparire.

Lo Stato imprenditore affascina tanti (ma può far male)

Lo Stato imprenditore affascina tanti (ma può far male)

Massimo Fracaro e Nicola Saldutti – Corriere della Sera

La tentazione e forte, molto forte. Cosi ogni volta che il sistema industriale italiano scopre una sua fragilità, puntualmente c’è chi chiama in causa lei, la Cassa depositi e prestiti. È capitalizzata, ha una leva finanziaria da molte decine di miliardi, funziona come una banca d’affari, ma non è una banca d’affari. Grazie al serbatoio del risparmio che gli italiani hanno depositato alle Poste può funzionare, con tutte le tutele previste dalla legge naturalmente, come una sorta di Bancomat di ultima istanza. Il livello delle richieste, solo per citarne alcune va da Alitalia, Telecom, Ilva, Acciai Terni Speciali. Qualche anno fa si ipotizzò persino la Parmalat. A rileggere i nomi delle società coinvolte, se cosi fosse stato, sarebbe nata una brutta fotocopia dell’Iri, l’istituto perla ricostruzione industriale che quelle società aveva qualche decina di anni fa, in portafoglio. Per fortuna
non è andata così.

Compito dello Stato forse è più quello di mettere le imprese in condizioni di lavorare meglio, di avere una fiscalità chiara, un quadro normativo semplice e non intermittente, una giustizia veloce, che non comprarne le azioni. Soprattutto quando, in situazioni di emergenza e di crisi, non sono in molti a volerle. La stagione delle privatizzazioni sembra molto lontana, risale a circa vent’anni fa. Certo, la mitologia del mercato ha fatto commettere errori. Ma la strada non può essere quella di incaricare la Cassa depositi di riempire gli spazi lasciati vuoti dalle imprese private. Un ragionamento su quali sono i settori industriali nei quali l’Italia vuole conservare un ruolo spetta al governo e la Cassa può essere utile in questo senso, semmai per affiancare dei progetti, non come tappabuchi. Altrimenti finirebbe, e non sarebbe una vittoria, col far rimpianger l’Iri. Però anche gli imprenditori devono farsi avanti per cercare soluzioni di mercato senza finire sempre per invocare l’intervento della Cdp. Non è un Bancomat: né dello Stato, né dei privati.