About

Posts by :

Perché l’articolo 18 gioca contro crescita e welfare

Perché l’articolo 18 gioca contro crescita e welfare

Oscar Giannino – Il Mattino

Alla politica piace ragionare per slogan. Sulle intenzioni di Renzi sul Jobs Act, e in particolare sulle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, fioccano i “timbri”. C’è chi l’ha avvicinato alla Thatcher, chi a Blair, o a Craxi. Il traslato è un modo per non parlare della realtà, ma per definire a prescindere – con giudizi “valoriali” – le intenzioni di modificarla. Un serio riformismo dovrebbe usare un altro metodo. Partire dai fatti: cioè valutare oggettivamente quali effetti reali ha provocato una certa norma, e che cosa determinerebbe invece la sua modifica. Dopodiché, ma solo “dopo” e non “prima”, ciascuno resta libero di giudicare secondo le proprie idee, che in Italia sono ancora quasi sempre “ideologie”.

Se analizziamo oggettivamente le disfunzionalità del mercato del lavoro, si dovrebbe partire dalla bassa occupazione, e dalla bassa produttività. Sulla prima questione, ricordiamo che tra i 15 e i 64 anni, a fine 2013 il tasso di occupazione italiano era al 49,9%, quello tedesco al 72,3%. Sulla seconda: se guardiamo alla manifattura italiana e considerando base 100 il 2000, la produttività oraria è salita al 2013 solo verso quota 110 mentre i salari orari sono arrivati oltre quota 155; nell’eurozona nel frattempo la produttività oraria è passata da 100 a 140 e i salari a 145. Una buona riforma del lavoro dovrebbe deve unire l’identificazione e rimozione sia degli ostacoli all’occupabilità, sia di quelli alla produttività. Ma non è di queste macro disfunzionalità che si parla, purtroppo. Bensì, ancora una volta, dell’abolizione eventuale del reintegro giudiziario in caso di licenziamenti economici, nei nuovi contratti triennali a tutele crescenti che il governo vuole introdurre. Per evitare la divisione “ideologica” di una scelta favorevole o contraria in via pregiudiziale, cerchiamo di capire gli effetti determinati dall’articolo 18.

L’Ocse valuta ogni anno in termini comparati le diverse forme nazionali delle restrizioni ai licenziamenti individuali e collettivi: l’Italia dopo decenni di stabilità a quota 2,76 è scesa con la riforma Fornero a quota 2,51, ma il confronto è con la media Ocse a 2,04, UK a quota 1,03, Svizzera 1,60, Spagna a 2,05, Francia a 2,38. Tutti dunque più flessibili di noi. Solo la Germania ci supera, a quota 2,87. I vincoli al licenziamento assicurano il lavoratore contro le fluttuazioni del mercato del lavoro, ne trasferiscono l’onere sull’impresa, che dovrebbe fronteggiarne gli effetti con maggiore facilità. Ma in concreto, la tutela più forte come modifica il comportamento delle imprese?

Per rispondere a questa domanda, c’è una copiosa letteratura di ricerche comparate in sede Ocse. Maggiore è la protezione, minori risultano i flussi da occupazione a disoccupazione, e viceversa. È il classico effetto di tutela dell’occupazione stabile: da noi amplificata col sistema CIG. Le imprese razionalizzano prodotti e sistemi produttivi meno rapidamente di quanto dovrebbero fare inseguendo le curve di costo e domanda; si abbassa l’utilizzo degli impianti, salvaguardando piante organiche lasciate in CIG ma alzando il costo fisso del capitale fisico e finanziario; e infine la variabilità della domanda di lavoro si risolve con contratti a tempo determinato – i precari a minori tutele come capita in Italia da molti anni, bruciando generazioni intere di più giovani. Ridurre la velocità di distruzione di posti di lavoro sembra una cosa positiva: ma si accompagna alla riduzione di velocità della creazione di quelli nuovi.

Tanto è vero che gli studi comparati Ocse rivelano che maggiore è la protezione dell’occupazione, con limiti a licenziamento e reintegri giudiziali, peggio va per donne e giovani, sia in termini di minor occupazione sia di maggior disoccupazione. Tutto ciò con effetti quantitativamente ancor più negativi quanto più forte è il livello di contrattazione collettiva, cioè quanto i salari fanno più difficoltà a variare tanto verso l’alto se le cose vanno bene, quanto verso il basso se vanno male. In presenza di protezione dell’occupazione le imprese diventano inoltre più selettive, e assumono con maggiore probabilità lavoratori più istruiti. Mentre quando si riduce la protezione dell’occupazione le imprese iniziano a sostituire contratti temporanei con contratti permanenti. Cioè più persone vengono assunte con contratti a tempo indeterminato.

Sin qui, appare evidente dagli studi comparati che esiste uno “scambio” tra protezione al licenziamento ed effetti collettivi positivi se il primo si attenua, quando i benefici verificati della tutela superano i costi privati e pubblici. Ma cerchiamo di capire anche se studi seri sono stati fatti in Italia, sugli effetti dell’articolo 18. Molte ricerche si sono incentrate sull’effetto-soglia. Se cioè la tutela per i lavoratori sopra le 15 unità di dipendenti per impresa rappresentasse un freno alla crescita dimensionale delle aziende italiane. Quasi tutte le ricerche – di Garibaldi, Pacelli, Schivardi, Torrini – concordano che l’effetto soglia esiste, ma è meno rilevante di quanto spesso si creda. Non spiegherebbe che il 2% delle decisioni di non crescere. Piuttosto, anche le imprese italiane analizzate sotto i 15 dipendenti hanno manifestato effetti importanti sui flussi di lavoratori in entrata e in uscita. Assunzioni e licenziamento nei contratti a tempo indeterminato sono calati nelle imprese piccole rispetto alle grandi, sostituiti anche qui dal ricorso massiccio dei contratti a tempo determinato. Tutto ciò ha in sostanza allungato i tempi di attesa verso “posti protetti” nella vita di ogni lavoratore.

Ci sono poi altri due effetti, ai quali i più non guardano. Quello dell’articolo 18 sui salari, e quello sulla produttività. Le ricerche italiane mostrano che le imprese traslano l’effetto-assicurazione al posto fisso – quella che in gergo tecnico si chiama job property – riducendo i salari settimanali: solo che la rigidità dei contratti nazionali di categoria per la parte salariale garantisce anche qui i già tutelati, e la riduzione comparata di salario va a carico dei contratti a tempo determinato che dalle tutele sono esclusi. L’apartheid di cui parla Renzi non è solo quella tra chi è tutelato dall’articolo 18, una minoranza secca dei 22,4 milioni di lavoratori italiani, e chi no. C’è anche quella dovuta al fatto che gli oneri assicurativi a favore dei tutelati, in una stessa impresa si traduce in minori salari di chi la tutela non ce l’ha. Stiamo parlando di minori salari tra il 10 e il 15%, a seconda dei diversi settori, e una quota di questo gap si deve proprio alla copertura degli oneri di licenziamento dei “tutelati” a tempo indeterminato. Infine, la produttività. La tutela elevata ai licenziamenti induce le imprese anche a un minore stock di capitale per unità di lavoro. C’è chi ha stimato che la riduzione della tutela al licenziamento verso il coefficiente OCSE della Danimarca – 2,20 rispetto al nostro 2,53 – produrrebbe negli anni un incremento dell’11,2%, degli investimenti, e del 7% della produttività del lavoro.

Analizzati tutti questi effetti, la soluzione obbligata è riscrivere il trade off tra tutela al licenziamento ed esternalità negative che ne vengono all’occupabilità e alla crescita della produttività. La soluzione dell’equazione non si fa solo abolendo il reintegro giudiziale, ma con una seria riforma contestuale degli ammortizzatori sociali, del sistema di intermediazione tra domanda e offerta del lavoro, e con più contrattazione decentrata al posto di quella nazionale. Giudicate voi, ora, se il Jobs Act su cui Pd e sindacati si accapigliano proceda secondo questi criteri.

Troppi disoccupati, e il Comune paga chi va all’estero

Troppi disoccupati, e il Comune paga chi va all’estero

Nicola Pinna – La Stampa

La nuova emigrazione ha uno sponsor istituzionale. Paga tutto il Comune: il viaggio di sola andata, le prime spese di soggiorno e anche un corso d’inglese. Si può andare in qualunque capitale europea, a patto che si viva a Elmas da almeno tre anni e che non sia stata superata la soglia dei cinquant’anni d’età. «Qui i nostri ragazzi non hanno più possibilità e allora perché non aiutarli a trovare un’alternativa altrove? – dice il sindaco Valter Piscedda -. Non è una vergogna cercare un lavoro fuori dalla Sardegna o fuori dall’Italia».

In questa cittadina alle porte di Cagliari, conosciuta soprattutto per l’aeroporto e per lo stadio del Cagliari rimasto aperto pochi mesi, la disoccupazione è il problema numero uno. Il Comune, racconta il sindaco, ha tentato con i piani per il lavoro e i tirocini formativi mai risultati non sono stati incoraggianti. E allora è nata l’idea del progetto “Adesso parto”. «Ogni giorno nel mio ufficio c’è il viavai di disoccupati che chiedono aiuto. In molti mi dicono che vorrebbero andare a trovare fortuna all’estero ma che non hanno neppure la possibilità di pagarsi il biglietto. E allora ci siamo fatti una domanda: perché non incentivare questi ragazzi? D’altronde siamo cittadini d’Europa e non possiamo pretendere che la Sardegna sia in grado di soddisfare tutte le nostre necessità. Certo, avere un lavoro sotto casa sarebbe l’ideale ma dobbiamo prendere coscienza del fatto che la situazione è molto difficile».

L’emorragia di lavoro in Sardegna sembra impossibile da curare e il tasso di disoccupazione, secondo i dati diffusi dall’Istat ad agosto, è già arrivato al 17,5 per cento. L’emergenza più grave è quella che riguarda i giovani: il 54 per cento dei ragazzi, esclusi quelli che studiano, non ha uno stipendio. E in molti hanno già perso le speranze. «Noi non vogliamo incentivare l’emigrazione ma siamo realisti: le politiche del lavoro nella nostra regione hanno fallito – dice il primo cittadino di Elmas -. Con questo progetto diamo un contributo ai ragazzi che non sono disposti ad arrendersi. Non possiamo accettare che passino le giornate a bighellonare al bar: facciamo in modo che vadano fuori, che imparino un’altra lingua, che acquisiscano nuove competenze e che magari tornino in paese con il gruzzolo necessario per costruire casa e metter su famiglia». “Adesso parto” gode già di un finanziamento di 12 mila euro, ma si prevede che le domande saranno molte più del previsto. «Con i nostri ragazzi faremo un patto di fiducia – sottolinea il sindaco Piscedda -. A nessuno chiediamo un contratto di affitto o un contratto di lavoro prima della partenza, perché speriamo che per loro sia davvero una bella avventura».

Tutele crescenti, incentivi, sussidi e indennizzi legati agli anni del lavoro

Tutele crescenti, incentivi, sussidi e indennizzi legati agli anni del lavoro

Enrico Marro – Corriere della Sera

Decreto legge o no, quella che ha in mente il governo Renzi è una riforma di sistema che cambierebbe le coordinate del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali. L’abolizione dell’articolo 18, cioè del diritto al reintegro nel posto di lavoro per i licenziati senza giusta causa, è solo uno dei tasselli della riforma, ma è fondamentale per rendere appetibile il nuovo contratto di lavoro «a tutele crescenti», rilanciato qualche giorno fa con l’emendamento governo-maggioranza e fulcro del nuovo sistema. Al quale il governo intende arrivare rapidamente con i decreti attuativi del disegno di legge in discussione in Parlamento oppure, in caso di ritardo delle Camere, con un decreto legge, appunto.

Solo due forme di lavoro
Nel nuovo mondo del lavoro che ha in mente Renzi ci sono solo due forme di lavoro: autonomo e dipendente. Quella dipendente, a sua volta, si suddivide in tempo determinato e tempo indeterminato a tutele crescenti. Quest’ultima dovrebbe essere la forma più diffusa, perché l’azienda sarebbe incentivata a ricorrervi. Come? Con uno sconto sul costo del lavoro rispetto a un contratto a termine. Non solo. Se nella prima fase del contratto a tutele crescenti, poniamo tre anni, l’azienda risolvesse il rapporto di lavoro, dovrebbe restituire allo Stato lo sconto di cui ha beneficiato, perché essendo stato il contratto, alla prova dei fatti, a termine, esso appunto dovrebbe costare di più. Verrebbero così scoraggiati gli imprenditori che volessero fare i furbi mentre i contratti temporanei dovrebbero limitarsi ai soli casi nei quali effettivamente il lavoro si suppone a tempo determinato, per esempio le attività stagionali.

Lavoratori tutti uguali
Essendo i contratti a progetto e le altre forme di precariato cancellate, i lavoratori avrebbero tutti gli stessi diritti (minimi di retribuzione, maternità, ferie, ammortizzatori sociali) secondo il tipo di contratto (a termine o a tutele crescenti). Certo, è vero, a meno di sorprese, dovrebbe restare un nucleo forte di lavoratori protetti dal vecchio articolo 18 (circa 6 milioni e mezzo nel privato), poiché il nuovo contratto a tutele crescenti si applicherebbe solo alle assunzioni successive all’entrata in vigore della legge. Ma il bacino dei tutelati dall’articolo 18, anno dopo anno, dovrebbe restringersi. E comunque – sostengono i tecnici del governo, replicando a chi dice che così si approfondirebbe la spaccatura tra giovani e anziani – i giovani che verranno assunti col contratto a tutele crescenti avranno una serie di diritti e ammortizzatori che attualmente non hanno, perché non previsti dalle forme di lavoro precarie o perché lavorano in piccole aziende. Mentre oggi infatti solo il 15% delle assunzioni avviene a tempo indeterminato, nel nuovo sistema abbiamo visto che la stragrande maggioranza dei contratti dovrebbe essere di questo tipo.

Le tutele crescenti
Certo, ma «a tutele crescenti», che non equivale all’attuale «posto fisso» (nelle aziende con più di 15 dipendenti), dove l’articolo 18, anche se attenuato dalla riforma Fornero, prevede ancora la possibilità di reintegrare i lavoratori. Nel nuovo sistema, invece, il diritto al reintegro resterebbe solo sui licenziamenti discriminatori (fede religiosa, politica, appartenenza sindacale, razza, eccetera) mentre in tutti gli altri casi l’azienda potrebbe licenziare liberamente il lavoratore dietro pagamento di un’indennità economica crescente in rapporto agli anni di servizio prestati (le ipotesi variano da uno a tre mesi di stipendio per anno di lavoro). Il nodo politico da sciogliere, soprattutto nel Pd, riguarda che cosa accade passata la prima fase del contratto, che si pensa durerà tre anni e durante la quale nessuno mette in discussione la libertà di licenziamento. La sinistra Pd e sindacale vogliono che, passati tre anni, torni la protezione dell’articolo 18 mentre il Nuovo centrodestra no e insiste per il solo indennizzo crescente. Il resto del Pd si divide tra quest’ultima ipotesi e quella di prevedere l’articolo 18 solo dopo un certo numero di anni di servizio (6-12-15) o una certa età del lavoratore.

I nuovi ammortizzatori
Una volta licenziato il lavoratore, in aggiunta all’indennizzo dall’azienda, avrebbe diritto all’indennità di disoccupazione dallo Stato. Si tratterebbe in pratica dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) già prevista dalla riforma Fornero, che però non entrerebbe più a regime nel 2017 ma prima. E che si estenderebbe a una platea più ampia, appunto perché ne avrebbero diritto tutti i lavoratori dipendenti nei quali confluirebbero circa 1,5 milioni di lavoratori attualmente impiegati in contratti a progetto, collaborazioni varie e altre forme di precariato. Per questo il governo è a caccia di circa un miliardo e mezzo di euro da mettere nella legge di Stabilità per il 2015. L’indennità avrebbe un tetto (per l’Aspi nel 2014 è di 1.165 euro) e una durata massima (potrebbe essere allungata da 18 a 24 mesi). I beneficiari dovrebbero però accettare le offerte di formazione e di lavoro congrue, altrimenti perderebbero l’assegno. Sparirebbero prima del previsto la cassa integrazione in deroga e l’indennità di mobilità. Via anche la cassa integrazione per chiusura di aziende. Resterebbe solo la cig ordinaria per momentanei cali di produzione e quella straordinaria per ristrutturazioni aziendali, che però potrebbe essere attivata solo dopo aver attuato riduzioni dell’orario. Il tutto finalizzato a limitare il ricorso alla cig solo ai casi di stretta necessità. Essa potrebbe essere estesa in qualche forma anche alle piccole imprese, che finora hanno beneficiato della cig in deroga a spese dei contribuenti. In questo caso dovrebbero invece pagare i contributi.

Matteo paga i debiti. Solo a parole

Matteo paga i debiti. Solo a parole

Filippo Caleri – Il Tempo

Il premier Renzi ha già saldato tutti i debiti contratti dalla Pubblica Amministrazione con le imprese private. A parole. Già perché anche se, secondo il capo del governo, i soldi sono in cassa pronti a essere erogati, a molte aziende i pagamenti dovuti non sono mai arrivati. E l’economia non si fa a parole. Così mentre lo Stato si è approvvigionato di beni e servizi rinviando il saldo delle fatture di acquisto, l’Italia perde ogni giorno in media 107 piccole imprese al giorno. Anche oggi. Un calcolo approssimativo basato sui dati della Confesercenti che ha monitorato le cessazioni di imprese nel commercio al dettaglio. In questo comparto nei primi 8 mesi del 2014 hanno chiuso i battenti 25.760 imprenditori. Un dato che non tiene conto, a onor del vero, di quelle che hanno aperto. Ma anche in quel caso e cioè considerando il saldo, e cioè la differenza tra le nate e le cessate, i dati non sono tali da indurre all’ottimismo.

Sempre secondo la Confesercenti, infatti, questo numero tra marzo e agosto, i mesi nei quali Renzi ha preso in mano le redini del governo, è stato pari a 14.831. Tante sono quelle che sono completamente sparite nel parco complessivo di piccole imprese nei settori del commercio, della ristorazione e degli alloggi. Anche se si lavora su questa cifra, il risultato è sconfortante: nei sei mesi presi in considerazione sono scomparse 82 aziende ogni giorno. Attenzione il numero è stimato per difetto, perché questo aggregato è solo un sottoinsieme, comunque rappresentativo, del totale delle imprese italiane. Comunque le si metta le 80-100 scomparse, che risultano dai calcoli sommari, sono solo il valore di soglia più basso dal quale partire per comprendere come l’economia italiana stia avvizzendo.

Questo dunque il quadro di riferimento di fronte al dibattito che si sta innescando attorno alle somme più o meno stanziate per pagare i debiti della pubblica amministrazione. Un confronto nato dall’accusa rivolta sabato scorso dalla Cgia di Mestre a Renzi che aveva promesso, in una puntata di Porta a Porta, di saldare i conti entro il 21 settembre, San Matteo. Una promessa tradita secondo l’associazione artigiana di Mestre perché, nonostante i pagamenti effettuati nel corso del 2014, al conto finale mancano ancora 25 miliardi. Ieri Renzi ha replicato alle accuse spiegando al Tg2 che «tutti coloro che devono avere soldi dalla Pubblica amministrazione possono averli iscrivendosi al sito del ministero dell’Economia. I soldi ci sono, il 21 settembre l’impegno è stato mantenuto».

Una mezza verità perché effettivamente le disponibilità liquide nel conto corrente del ministero dell’Economia ci sono. I contanti in cassa sono saliti a 105,2 miliardi a giugno scorso contro i 92,2 di fine maggio e i 57,8 di gennaio. Una montagna di denaro presa a prestito nella prima fase dell’anno con tassi molto bassi che hanno aumentato il debito pubblico al record di 2168 miliardi, e che servono a evitare rifinanziamenti con prezzi più elevati se ripartissero le tensioni sui mercati finanziari. Ebbene questa massa di denaro, che eccede le normali necessità di pagamento dell’amministrazione, serve a saldare l’insoluto dello Stato.

Dunque è vero che i soldi ci sono, ma se continuano a restare accreditati a via XX settembre, e non passano nelle casse delle imprese è come se non ci fossero. Probabilmente ci sono degli intoppi nelle procedure per presentare la documentazione oppure molte aziende non hanno tutte le carte in regola per ottenere i loro compensi. La gran parte però attende speranzosa. E occorre fare presto. Soprattutto se, come dice Renzi, i mezzi per pagare ci sono. Un falso problema dunque confermato da Palazzo Chigi ieri sera con una nota: «Tutti i soggetti che hanno un debito verso la P.a. sono oggi – grazie all’accordo tra Governo, banche e CDP – in condizione di essere pagati». «Lo Stato – ribadisce ancora la nota – si è messo nelle condizione di pagare tutti i debiti. E dunque è corretto sostenere che la sfida di liberare risorse per pagare tutti i debiti Pa è vinta. Rimane quella di semplificare e imporre efficienza a tutta la pubblica amministrazione».

La tassa-fantasia ha bisogno di una bussola

La tassa-fantasia ha bisogno di una bussola

Mauro Meazza e Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore

Se la fantasia si traducesse in decimali di Pil, basterebbe la dotazione schierata per Imu e Tasi a farci agganciare il treno della crescita. Le migliaia (sì, migliaia) di variabili che governano le detrazioni per la Tasi dimostrano quanto potenziale immaginativo possa farsi sentire in un terreno che si penserebbe povero di stimoli, come quello del Fisco.

In realtà, la fantasia impositiva dei Comuni viene da lontano ed è stata alimentata soprattutto da due fattori: le strette da parte dello Stato e il continuo traballare delle regole di prelievo. Se partiamo dalla prima Imu (dicembre 2011), non c’è stato un versamento che abbia seguito le stesse regole di quello precedente. Ma la danza era già cominciata con l’Ici, a onor del vero, chiamata ad aggirare la prima casa ma a garantire contemporaneamente gettito sufficiente per i municipi. Primi e pallidi segnali, se guardiamo al pasticcio in cui siamo finiti ora. Tanta fantasia (statale prima e locale poi) non solo non porta decimali alla crescita, ma anzi rischia di sottrarne. Perché, tanto per fare un esempio banale, chi non sa quanto deve spendere per le tasse può prudentemente scegliere di spendere meno per altre voci. L’incertezza costa, è nemica della fiducia e quindi anche delle speranze di ripresa dei consumi.

Nelle prossime settimane, mentre cittadini e professionisti affonderanno nei calcoli della Tasi, ministri e parlamentari saranno chini sui testi della nuova legge di stabilità, che tornerà a occuparsi del fisco del mattone. I pasticci da risolvere sono tanti, a partire dal fatto che senza correttivi la Tasi 2015 sulla prima casa può arrivare al 6 per mille senza detrazioni, polverizzando ogni confronto con la vecchia Imu. Il premier Renzi ha già annunciato un nuovo «tetto», che è indispensabile ma non basta. Quest’anno si è discusso per mesi di limiti pensati con il bilancino in una lotta estenuante fra sindaci e governo, e i risultati si vedono. Nello scrivere le nuove regole, la politica si faccia una domanda: fa più danni al Pil (e ai voti) il conto della Tasi o la montagna di regole cervellotiche che dobbiamo scalare per calcolarlo?

Centomila variabili per calcolare la Tasi

Centomila variabili per calcolare la Tasi

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore

Meno male che si tratta di un’imposta «unica». Nel suo anno del debutto, la componente immobiliare della «Iuc» – articolata in Tasi più Imu (a cui si aggiunge la Tari per pagare la nettezza urbana) – sfiora il muro delle 200mila aliquote: quelle approvate e pubblicate finora, come mostrano i calcoli di ItWorking (la società del sistema Assosoftware che ha monitorato tutte le delibere comunali), sono 197.350. Il contatore, però, può ancora salire perché per deliberare le aliquote Imu c’è tempo fino al 28 ottobre e mancano ancora 2.500 Comuni all’appello. Il tetto delle 200mila aliquote, addirittura, entro fine anno potrebbe essere sforato.

A far polverizzare ogni record di complicazione è naturalmente la Tasi, il tributo sui «servizi indivisibili» dei Comuni che si incrocia con l’Imu e moltiplica all’infinito le variabili di un’imposta, quella immobiliare, che in teoria sarebbe tra le più semplici da applicare. Fin dall’inizio, però, è stato chiaro che nella Tasi l’unica regola è stata rappresentata dall’assenza di regole, che ha impedito di trovare un qualsiasi parametro chiaro per orientarsi nel nuovo tributo. Anche nel calendario, per esempio, la legge dice una cosa, ma la realtà ne racconta un’altra. Dopo vari correttivi, l’acconto è stato fissato al 16 giugno per un primo gruppo di Comuni, quelli più “rapidi” a decidere le aliquote, e al 16 ottobre per tutti gli altri, con appuntamento al 16 dicembre per il saldo. Nei fatti, però, i Comuni hanno continuato a seguire la disciplina originaria, che non prevedeva date fisse, e spesso hanno scelto scadenze diverse che finiscono per avere la meglio su quelle “ordinarie”.

A giugno, l’incrocio tra date nazionali e calendari locali ha portato a una sostanziale disapplicazione delle sanzioni per chi avesse sforato la scadenza del 16, e anche per l’appuntamento di ottobre è facile pronosticare più di un problema. «Per semplificare davvero – spiega Bonfiglio Mariotti, presidente di Assosoftware – bastano piccoli correttivi che non hanno costi per lo Stato o per gli enti locali. Nel caso di Imu e Tasi sarebbero sufficienti formati standard per le delibere con campi predefiniti per le aliquote, e un limite alla fantasia nelle detrazioni».

Non è solo il numero delle variabili a complicare la vita dei contribuenti, e dei professionisti che li devono assistere. Rispetto all’Imu, che da sola dispiega circa 99.200 aliquote diverse (ma tutte fondate su criteri costanti), i parametri della Tasi si sono sviluppati in nome della “libertà totale” lasciata alle amministrazioni locali. Con risultati spesso cervellotici, e qualche volta paradossali (si veda anche l’articolo in basso). Nel costruire le architetture gotiche della Tasi, i sindaci sono stati animati anche da buone intenzioni. È il caso di chi ha voluto evitare alle abitazioni principali un carico fiscale superiore all’Imu, introducendo decine di detrazioni diverse (a Bologna sono 23) o addirittura formule matematiche per sconti “su misura”. Oppure di chi ha studiato decine di aliquote ridotte per negozi, laboratori artigianali o fabbricati invenduti.

Non è questo, però, a poter giustificare la confusione di un tributo che pare ormai fuori controllo. I conti di Assosoftware confermano, inoltre, che le detrazioni hanno una presenza piuttosto limitata nel campo della Tasi. L’Imu, che esclude la quasi totalità delle abitazioni principali (pagano solo quelle considerate «di lusso» dal Fisco), conta in Italia più di 28mila detrazioni diverse, mentre la Tasi non arriva a 10mila. La rassegna delle delibere mostra, del resto, che solo nel 29% dei Comuni il tributo sull’abitazione principale è alleggerito da detrazioni (i calcoli sono del Caf Acli). Limitati nel numero, gli sconti Tasi non conoscono però confini nella fantasia di applicazione: possono essere graduati o riservati in base al reddito del proprietario, al suo «riccometro» (cioè l’indicatore Isee), all’età, alla presenza di figli, di famigliari disabili, oppure alle caratteristiche della casa. Risultato: le 28mila detrazioni Imu ricadono tutte in 13 grandi tipologie, mentre le famiglie degli sconti Tasi sono incalcolabili perché la stessa ItWorking, dopo aver catalogato 186 variabili, si è dovuta arrendere.

Le complicazioni, infine, non abbandonano nemmeno i contribuenti dei quasi 700 Comuni in cui la delibera non è ancora stata approvata. In quel caso, infatti, la Tasi andrà pagata tutta a dicembre, con l’aliquota standard dell’1 per mille. Per le abitazioni principali questo significa che non ci sono detrazioni, e che quindi tutti (anche chi non ha mai pagato né Imu né Ici) dovranno versare qualcosa. Sugli altri immobili, invece, il dato andrà incrociato con le aliquote Imu, perché la somma delle due gambe della Iuc non può superare il 10,6 per mille. Dove l’Imu è già al massimo, la Tasi non sarà dovuta. Dove è al 10 per mille si pagherà lo 0,6 per mille, e così via. Anche questo aiuta a capire come mai l’invio dei bollettini pre-compilati, promesso dalla legge, è rimasto nell’ampia maggioranza dei casi una pia illusione.

Rimborsi Iva: in Italia si aspettano 2 anni e mezzo, in UK 10 giorni

Rimborsi Iva: in Italia si aspettano 2 anni e mezzo, in UK 10 giorni

Chiara Bussi – Il Sole 24 Ore

Due anni e mezzo. Tanto deve attendere, in media, un’impresa in Italia per avere il rimborso dei crediti Iva. Va un po’ meglio – un anno e mezzo – con la procedura semplificata, ma resta un’eternità se si pensa che in Gran Bretagna basta aspettare tra i 7 e i 10 giorni e in Germania appena una decina. Per la stessa operazione in Francia – secondo le stime fornite da Kpmg sui cinque big europei, frutto dell’esperienza sul campo – occorre invece in media un mese, mentre in Spagna l’attesa si dilata a sei. Un divario inaccettabile secondo la Commissione Ue, che nel settembre 2013 ha avviato una procedura di infrazione contro il nostro Paese con l’invio di una “lettera di contestazione”. Roma è fanalino di coda anche nel caso di un’impresa non registrata ai fini Iva nello Stato di rimborso: per il recupero deve aspettare, in media, un anno e mezzo. In questo caso la procedura più veloce è quella francese, dove in appena due mesi la pratica è chiusa.

Come si spiegano queste tempistiche così diverse? «I Paesi più virtuosi, come Gran Bretagna e Germania – sottolinea Davide Morabito, Associate Partner KStudio Associato (Kpmg) – hanno un’attività istruttoria molto rapida e snella, quasi automatica, e prevedono controlli successivi. Una peculiarità italiana è invece la necessità di presentare garanzie bancarie o fidejussioni di tre anni come condizione per ottenere il rimborso». Un ostacolo in più, rileva Morabito, soprattutto per le aziende in difficoltà, che per queste garanzie devono sostenere costi aggiuntivi.

Nel frattempo l’Italia è sotto procedura di infrazione da parte della Ue. «Le autorità italiane – spiegano da Bruxelles – ci hanno risposto e i contatti proseguono». Per chiudere il contenzioso il governo ha introdotto nell’attuazione della delega fiscale (ancora in elaborazione) uno snellimento delle regole. Occorrerà però vedere se, una volta approvate, soddisferanno la Commissione e riusciranno a evitare il “cartellino rosso”, con la messa in mora, seguita dal deferimento alla Corte di giustizia Ue. Le nuove regole puntano sulla semplificazione, innalzando da 5 a 15mila euro la soglia per ottenere i rimborsi senza adempimenti. Per alcune categorie di contribuenti sarà inoltre possibile richiedere il rimborso del credito oltre 15mila euro senza presentare garanzie, ma occorreranno il visto di conformità e le dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà. Queste misure, come ha dichiarato in sede di audizione parlamentare il direttore dell’agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, consentiranno lo sblocco di 22mila rimborsi. Sempre in sede di audizione, a fine luglio la semplificazione è stata definita «positiva e apprezzabile» dal presidente del Comitato tecnico per il fisco di Confindustria, Andrea Bolla, che ha però invitato a «ripensarne l’attuazione». Secondo Confindustria, infatti, la misura «non è in grado di incidere in modo significativo sul costo degli adempimenti di soggetti che vantano crediti di entità molto maggiore»: se da un lato si fa risparmiare alle imprese il costo della garanzia fideiussoria, dall’altro si sostituisce di fatto questo onere con un altro.

Sul fronte dei tempi l’Italia procede dunque a rilento, ma si cominciano a intravedere alcuni miglioramenti su quello delle erogazioni. Nel 2013, secondo i dati dell’agenzia delle Entrate, sono stati rimborsati 11,5 miliardi contro i 6,8 del 2012. Da gennaio all’inizio di settembre di quest’anno si è invece arrivati a quota 5 miliardi. Allargando il focus su 65 Paesi, si scopre che il sistema italiano è in buona compagnia. Secondo un recente studio di Kpmg, infatti, solo il 40% degli Stati restituisce l’Iva per i soggetti residenti in tempi ragionevoli (che non superano i 56 giorni) e con procedure efficienti. Di questo gruppo fanno parte undici Paesi della Ue tra cui, oltre alle già citate Gran Bretagna e Germania, anche Irlanda, Austria e Olanda. L’Italia si situa invece nel restante 60%, insieme a Francia, Grecia, Spagna e Portogallo. «Questa lentezza – conclude Morabito – è un grande ostacolo per le imprese e rischia di scoraggiare gli investimenti esteri. L’Iva è una componente fondamentale delle scelte strategiche delle multinazionali, perché ha un impatto diretto sul conto economico e diventa dunque un fattore di competitività».

I nostalgici del Novecento

Pierluigi Battista – Corriere della Sera

Ogni sterzata in senso riformista in Europa occidentale ha un prezzo: l’inasprirsi della guerra tra le due sinistre. Oggi è il turno della Francia e dell’Italia, le ultime trincee ideologiche di una sinistra immobilista e conservatrice che teme ogni cambiamento come una profanazione, se non un tradimento della propria identità, e nobilita ogni difesa corporativa con il richiamo rituale ai sacri princìpi violati dall’«usurpatore» di turno. I piloti dell’Air France che bloccano il Paese per protestare contro i piani di sviluppo della compagnia low cost controllata dal gruppo sono i cugini d’Oltralpe dei sacerdoti che si sentono chiamati alla missione di difendere il dogma dell’articolo 18: una clausola oramai sempre più sconosciuta nella realtà del lavoro, nell’orizzonte esistenziale dei giovani, dei lavoratori delle piccole imprese e del commercio, dei vecchi e nuovi precari, dei vecchi e nuovi disoccupati.

Le svolte riformiste comportano gravi prezzi di popolarità e di consenso. Tony Blair ingaggiò un’interminabile e spietata battaglia contro il potente ma oramai decrepito establishment del vecchio Labour e solo grazie a quella offensiva coraggiosa riuscì a sfidare con successo la lunga egemonia dei Tories thatcheriani. Nella Germania del 2003 l’allora leader socialdemocratico Gerhard Schröder fu molto baldanzoso ed esplicito nel presentare un progetto riformista sul mercato del lavoro: «Ridurremo le prestazioni sociali dello Stato, promuoveremo la responsabilità individuale ed esigeremo un maggior contributo da parte di ciascuno». Fu una ricetta dolorosissima per la sinistra tedesca, che si spaccò, erodendo la base dei Socialdemocratici, pagò un duro prezzo elettorale ma contribuì alle riforme di cui la Germania aveva bisogno e che oggi fanno la differenza con tante nazioni dell’Europa mediterranea e latina. Oggi è la volta della Francia e dell’Italia, la culla della sinistra «latina», fortemente segnata dalle sue tradizioni politiche e sindacali, arroccata nelle sue fortezze ideologiche. E anche qui la guerra tra le due sinistre si annuncia feroce e cruenta.

Alla Francia di Hollande non basta certo la testa dei tre ministri del governo Valls, e in particolare di quella del ministro dell’Economia Montebourg sostituito dal neoministro Macron, socialista certo ma con un passato di banchiere. Già con Mitterrand, il massimalismo ideologico della sinistra francese subì fortissimi colpi. Nel primo mitterrandismo la sinistra socialista pagò il prezzo della sua alleanza con il Pcf, ma quella fase si chiuse, con una rottura e una guerra tra le due sinistre che si esaurì provvisoriamente con la disfatta di quella più vecchia e conservatrice. In Italia la bandiera di un riformismo capace di sfidare i tabù e i veti di un sindacato impermeabile alle innovazioni più radicali nel mondo del lavoro venne dapprima impugnata da Massimo D’Alema: ma il braccio di ferro fu vigorosamente vinto dalla Cgil di Sergio Cofferati, che qualche anno dopo, riempiendo le piazze e trascinando l’intera sinistra politica di allora, sconfisse anche il tentativo di Berlusconi di modificare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Oggi Francia e Italia sono nuovamente di fronte a una biforcazione fatale: mettersi in gioco fino a sfidare tabù consolidati e apparentemente invincibili, oppure ripiegare su un minimalismo di compromesso che forse potrebbe salvare «l’anima» della sinistra antica ma farebbe fallire per l’ennesima volta l’ambizione di una sinistra moderna e non più prigioniera dei suoi schemi.

Trasformatore o trasformista?

Trasformatore o trasformista?

Davide Giacalone – Libero

Chissà se Susanna Camusso si è mai chiesta come mai tanti giovani italiani lavorino a Londra, mentre i giovani inglesi che lavorano a Roma sono delle rarità. I malpancisti sono divenuti tutti monetaristi immaginari, sicché credono che la formula vincente sia l’autonomia della valuta e la svalutazione. Peccato che quella sia la ricetta che ci ha portati alla perdizione, mentre furono le riforme di Margaret Thatcher a evitare che il Regno Unito scivolasse in un altrimenti inarrestabile declino. Fra quella sinistra (che non sta solo a sinistra) e Matteo Renzi, quindi, mille volte meglio il secondo. Ma c’è un ma. E neanche uno solo.
Tutto sta a capire se si tratta di un trasformatore o di un trasformista. Ce ne sono di buoni e cattivi. Le alleanze cavourriane, ad esempio, furono un bene, il trasformismo successivo un pantano. La parte virtuosa (allora come oggi) consiste nel trovare forze diverse che convergono nel rendere possibile quel che è necessario. La parte viziosa (sempre presente) s’incarna nel tentativo di rappresentare sentimenti e interessi fra loro inconciliabili. Dove va inquadrato Renzi? Non è un trastullo, perché dalla risposta dipende anche la possibile durata del governo in carica e, conseguentemente, della legislatura. Nata male e (fin qui) sopravvissuta malamente.

Comparve sulla scena nazionale come trasformatore della sinistra, talché qui applaudimmo. Non tutto quello che si diceva alla Leopolda era convincente, ma lì si trovava la rottura con gli ideologismi di una sinistra irrimediabilmente compromessa con una tara genetica: il comunismo. Lì c’era l’embrione della sinistra moderna, pragmatica, occidentale. Il primo sintomo negativo fu l’ossequio al centralismo democratico, secondo cui: fai la battaglia nel tuo partito, ma se la perdi ti allineai alle tesi dei vincitori. Sembra lealtà, ma è stalinismo. È l’idea che il partito conti più della collettività, che la fedeltà valga più della libertà. Non è un caso che oggi Renzi pretenda che a quel principio si attengano i suoi oppositori, ora in minoranza come lo fu lui.

Il primo atto qualificante del suo governo, e fin qui anche il più ricordato, il più citato, il più rivendicato, quindi, in buona sostanza, l’unico significativo, è stato la retrocessione fiscale di 80 euro mensili a un congruo gruppo di contribuenti (tutti fra i protetti). Un gesto in perfetto stile Carlo Donat Cattin. Prima sindacalista, poi capo della corrente democristiana Forze Nuove.(Considerandolo un errore grave, trovo curiosa la polemica sugli effetti, perché se hai la febbre a 40 e prendi la tachipirina, non pretendi che cali dopo pochi minuti, ma va anche detto che questo era ciò che si aspettavano al governo).

Come il vecchio ministro democristiano del lavoro, Renzi non teme di sfidare il sindacato di sinistra, la Cgil, ma lo scavalca a sinistra. Da qui le chiusure a Camusso e la corrispondenza d’amorosi sensi con Maurizio Landini. Amore ora infranto. La dottrina di Donat Cattin, certo non l’unico a sostenerla, accompagnato da tanti keynesiani capaci di far rivoltare nella tomba il grande di Cambridge, la sua idea che la politica possa togliere allo Stato per dare agli elettori, consumare oggi per lasciare al domani il compito di pagare, è alla radice del processo che ha trasformato una poderosa macchina produttiva in un trabiccolo indebitatissimo, con il motore ancora vivo e la carrozzeria miseramente sfasciata.

Chi scalò il Pd da destra s’è poi prodotto in uno scavalcamento a sinistra di Pier Luigi Bersani e compagni. E questo è trasformismo. Chi alla Leopolda evocò casi di malagiustizia, ricordando che un procedimento in corso non significa colpevolezza e non può comportare ostracismo, poi plaudì l’idea che i manager inquisiti dovessero essere allontanati, salvo affermare che un manager inquisito deve restare al suo posto, dopo avere stabilito che al loro posto rimangono i sottosegretari in quelle condizioni, mentre vanno in galera i parlamentari per i quali si chiede l’arresto, anche se solo indagati e non ricorrendo neanche uno dei motivi per cui un qualsiasi cittadino dovrebbe poter essere privato della libertà. Trasformismo. Anche confusionario.

Poi, però, annuncia la fine dello statuto dei lavoratori e da una spallata all’articolo 18. Trasformatore. Quali dei due? Lasciando da parte preferenze e tifoserie, puntiamo alla prova dei fatti. Renzi, come Berlusconi, dice di essere un bipolarista. Bene. Vuole una legge elettorale che stabilisca chi vince. Bene. La vuole subito, e questo è male. Male perché non ha senso: se si vota subito si vota anche per il Senato e quella legge non potrà mai funzionare. Ma lui dice: si vota nel 2018. Bene, facciamo finta. E come ci arriviamo, al 2018? Posto che la maggioranza di governo già oggi si regge con parlamentari eletti da elettori di destra, ci arriviamo con un connubio che tenga assieme i riformisti, che porti il Nazareno sui temi economici, come qui sostenuto fin dall’inizio. Questo è da trasformatori. Se si nega tale passaggio, enunciando riforme che poi non potranno farsi, degradandosi in vessilli vuoti, allora si è trasformisti. Il tempo costa e ne abbiamo già buttato parecchio. I video con Marta e Giuseppe sono solo propaganda. Ci vuole pure quella, come il sale sulla bistecca. Di solo sale, però, si crepa in fretta.

Il semaforo ideologico

Il semaforo ideologico

Maurizio Ferrera – Corriere della Sera

Le riforme vanno fatte osservando i problemi concreti della società e non i semafori delle ideologie. E in politica chi strilla di più non merita necessariamente di ricevere maggiore attenzione. Queste celebri affermazioni di Tony Blair forniscono un’utile bussola per valutare ciò che sta accadendo in Italia sul fronte del lavoro. Giovedì scorso il Senato ha approvato in Commissione il disegno di legge delega noto come Jobs act . Gli obiettivi sono molteplici e ambiziosi: estensione e rafforzamento degli ammortizzatori sociali e delle politiche per l’impiego, misure per l’occupazione femminile e la conciliazione vita-lavoro, semplificazioni di norme e adempimenti, anche al fine di attirare investimenti esteri. Il testo contiene inoltre una delega al governo per introdurre un nuovo «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti» che superi l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Su quest’ultimo punto si è scatenata l’opposizione dei sindacati, Cgil in testa, e di una parte del Pd. In base a un riflesso quasi automatico, il semaforo ideologico della vecchia sinistra ha subito acceso la luce rossa. L’idea di ricalibrare le tutele per i nuovi assunti (senza toccare, si badi bene, i contratti in essere) è stata bollata come un inaccettabile attacco ai diritti fondamentali e alla stessa dignità dei lavoratori. I sistemi europei che non prevedono il reintegro in caso di licenziamento sono forse delle giungle? Tutti hanno ovviamente il diritto di esprimere (anche «strillando») la propria opinione. Per chi è interessato alle buone riforme, la domanda da porre è però molto semplice: il Jobs act affronta in modo serio i problemi concreti dell’economia e della società italiana di oggi? E fornisce risposte promettenti?

Com’è tristemente noto, il dramma del nostro mercato del lavoro riguarda soprattutto i giovani: due milioni e 300 mila senza occupazione e altrettanti «precari». Su cento fortunati che trovano un lavoro subordinato, meno di 50 hanno un contratto a tempo indeterminato: in Francia e Germania sono più di 60, nei Paesi nordici e in Gran Bretagna (dove ha governato la Thatcher) sono più di 70. La stragrande maggioranza del mondo giovanile non conosce né l’articolo 18 né la cassa integrazione. I contratti atipici hanno scarsissime tutele in caso di mancato rinnovo e conseguente disoccupazione. Meno di un quarto di chi ha un lavoro dipendente riceve formazione professionale: in Germania e in Gran Bretagna almeno la metà, in Danimarca il 75%. Non v’è da stupirsi se i sondaggi internazionali rivelano che i nostri giovani (soprattutto le donne) sono i più insicuri, i più scoraggiati e pessimisti rispetto alle chance di carriera, i più angosciati dal timore di perdere il posto e non trovarne un altro.

È a questi problemi concreti che guarda il Jobs act , con un duplice intento. Da un lato, fare in modo che le imprese tornino ad assumere con contratti «buoni», a tempo indeterminato, investendo sulla formazione dei giovani. Dall’altro lato, assicurare a tutti un pacchetto di sostegni in denaro e in servizi per far fronte agli eventuali periodi di disoccupazione. La sequenza virtuosa su cui scommette il Jobs act è questa: con un sistema di regole più semplici e flessibili, le imprese assumeranno di più, e con contratti molto più stabili di quelli attuali. Le tutele saranno estese e rafforzate, ma in forme compatibili con la flessibilità, anche in uscita: non riguarderanno più il singolo posto di lavoro, bensì la transizione da un posto ad un altro, come avviene in tutti i Paesi Ue. Se la sequenza si attiva, la riforma contribuirà a risolvere il problema economico-sociale più drammatico che il nostro Paese si trova ad affrontare dopo la ricostruzione post-bellica e la crisi degli anni Settanta.

Il Jobs act che andrà preso in votazione al Senato è lungi dall’essere perfetto. Per superare l’articolo 18 basta una norma, mentre per allargare le tutele occorre un lavoro difficile e paziente di progettazione istituzionale, finanziaria, organizzativa. Una sinistra pragmatica e responsabile incalzerebbe il governo su questo fronte, invece di arroccarsi a difesa dello status quo. D’altro canto, un mondo imprenditoriale che ha molto da guadagnare dalla riforma potrebbe ben dare qualche segnale positivo: ad esempio confermando pubblicamente che la scommessa del Jobs act non è un azzardo, che le imprese sono pronte a fare la loro parte. Ci aspettano settimane di turbolenza politica e sociale. Il governo ascolti tutti, anche chi strilla, e non esasperi lo scontro. Ma vada avanti per la sua strada: il semaforo che conta è quello delle buone soluzioni ai problemi reali degli italiani, non quello delle vecchie sirene ideologiche.