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Jobs Act: altro che Thatcher, questo è riformismo europeo

Jobs Act: altro che Thatcher, questo è riformismo europeo

Giorgio Tonini – Europa

Alla fine, dopo settimane nelle quali l’attenzione si era concentrata sul dibattito interno al Partito democratico, tra gli stucchi e gli ori di palazzo Madama, è andato in scena l’ennesimo atto del copione Grillo-contro-Renzi, apparentemente il più duro e aspro, in effetti il più favorevole al premier e al Pd. È vero, i grillini sono riusciti a rovinare lo spot mediatico dell’approvazione in prima lettura del Jobs Act a Roma, in contemporanea con lo svolgimento del vertice europeo sul lavoro a Milano. Il voto di fiducia, originariamente previsto nel pomeriggio di ieri, è slittato alla tarda serata. Ma per riuscire nel suo intento, il gruppo di opposizione più arrabbiato ha dovuto mandare in onda un reality autolesionistico: la dimostrazione plateale, prodotta dal solito, sguaiato e a tratti squadristico ostruzionismo d’aula, dell’assoluto vuoto di proposte e dell’altrettanto clamorosa assenza di visione del movimento grillino, rispetto al nodo politico cruciale del nostro tempo, quello della riorganizzazione delle regole che presiedono al mercato del lavoro, in vista di un rilancio della crescita e dell’occupazione.

Il disegno di legge delega proposto dal governo, discusso per mesi in commissione e ora trasformato in un maxiemendamento, sul quale è stata posta la questione di fiducia, ha finito così per risaltare ancor più come una via al tempo stesso obbligata e creativa, concreta e coraggiosa. I consensi raccolti da Renzi al vertice di Milano, a cominciare da quelli del presidente del parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, stanno lì a dimostrarlo. In effetti, il disegno di legge Poletti rappresenta una svolta, culturale prima ancora che politica, sul tema cruciale della regolazione del mercato e dei rapporti di lavoro.

Attraverso il Jobs Act, governo Renzi e Partito democratico propongono al paese un nuovo patto per il lavoro, basato su un nuovo compromesso tra impresa e lavoratori, tra flessibilità e sicurezza. L’inadeguatezza dell’attuale sistema di regole, nato sull’onda dell’autunno caldo di quasi mezzo secolo fa, beninteso una pagina gloriosa della nostra storia, ma per l’appunto parte di un mondo che non c’è più, quello della fabbrica taylorista, è da tempo sotto gli occhi di tutti, almeno di tutti coloro che vogliano guardare con occhio limpido alla realtà.

Si tratta di una inadeguatezza che ha prodotto nel tempo esiti drammatici: siamo in coda a tutte le classifiche per livello di produttività, per livelli salariali netti, per tasso di occupazione. Siamo da anni e anni il paese che cresce meno quando gli altri crescono e che arretra più gravemente quando gli altri arretrano. Dunque, non c’è tempo da perdere, c’è da stringere, subito, un patto nuovo. Il Jobs Act è questo, un nuovo compromesso, che rimuova, da un lato, gli ostacoli che si sono ammassati negli anni a quella che Schumpeter chiamava la «distruzione creativa»: vecchie imprese e vecchi posti di lavoro che muoiono perché non servono più, mentre se ne creano di nuovi, per rispondere a nuovi bisogni, perché solo in questo modo si generano efficienza e produttività, in definitiva reddito e ricchezza per il paese. E che dia vita, dall’altra parte, ad una nuova generazione di diritti e di strumenti di tutela, pensata per una nuova generazione di lavoratori, che sempre meno potrà limitarsi a pensare se stessa nel posto di lavoro e sempre più dovrà organizzare la sua lunga marcia nel mercato del lavoro.

Per questo il vecchio articolo 18, quello del 1970, in parte sopravvissuto nella riforma Fornero, non serve più, mentre è necessario e urgente dar vita al welfare che ancora ci manca: un sistema universale di assicurazione contro il rischio disoccupazione, insieme ad un sistema di ricollocazione del lavoratore che perde il lavoro, verso un altro lavoro, attraverso l’organizzazione dell’incontro tra la domanda e l’offerta. Altro che thatcherismo, questa è la nuova socialdemocrazia europea, quella della quale il Pd fa parte. Da leader.

Trasformatore o trasformista?

Trasformatore o trasformista?

Davide Giacalone – Libero

Chissà se Susanna Camusso si è mai chiesta come mai tanti giovani italiani lavorino a Londra, mentre i giovani inglesi che lavorano a Roma sono delle rarità. I malpancisti sono divenuti tutti monetaristi immaginari, sicché credono che la formula vincente sia l’autonomia della valuta e la svalutazione. Peccato che quella sia la ricetta che ci ha portati alla perdizione, mentre furono le riforme di Margaret Thatcher a evitare che il Regno Unito scivolasse in un altrimenti inarrestabile declino. Fra quella sinistra (che non sta solo a sinistra) e Matteo Renzi, quindi, mille volte meglio il secondo. Ma c’è un ma. E neanche uno solo.
Tutto sta a capire se si tratta di un trasformatore o di un trasformista. Ce ne sono di buoni e cattivi. Le alleanze cavourriane, ad esempio, furono un bene, il trasformismo successivo un pantano. La parte virtuosa (allora come oggi) consiste nel trovare forze diverse che convergono nel rendere possibile quel che è necessario. La parte viziosa (sempre presente) s’incarna nel tentativo di rappresentare sentimenti e interessi fra loro inconciliabili. Dove va inquadrato Renzi? Non è un trastullo, perché dalla risposta dipende anche la possibile durata del governo in carica e, conseguentemente, della legislatura. Nata male e (fin qui) sopravvissuta malamente.

Comparve sulla scena nazionale come trasformatore della sinistra, talché qui applaudimmo. Non tutto quello che si diceva alla Leopolda era convincente, ma lì si trovava la rottura con gli ideologismi di una sinistra irrimediabilmente compromessa con una tara genetica: il comunismo. Lì c’era l’embrione della sinistra moderna, pragmatica, occidentale. Il primo sintomo negativo fu l’ossequio al centralismo democratico, secondo cui: fai la battaglia nel tuo partito, ma se la perdi ti allineai alle tesi dei vincitori. Sembra lealtà, ma è stalinismo. È l’idea che il partito conti più della collettività, che la fedeltà valga più della libertà. Non è un caso che oggi Renzi pretenda che a quel principio si attengano i suoi oppositori, ora in minoranza come lo fu lui.

Il primo atto qualificante del suo governo, e fin qui anche il più ricordato, il più citato, il più rivendicato, quindi, in buona sostanza, l’unico significativo, è stato la retrocessione fiscale di 80 euro mensili a un congruo gruppo di contribuenti (tutti fra i protetti). Un gesto in perfetto stile Carlo Donat Cattin. Prima sindacalista, poi capo della corrente democristiana Forze Nuove.(Considerandolo un errore grave, trovo curiosa la polemica sugli effetti, perché se hai la febbre a 40 e prendi la tachipirina, non pretendi che cali dopo pochi minuti, ma va anche detto che questo era ciò che si aspettavano al governo).

Come il vecchio ministro democristiano del lavoro, Renzi non teme di sfidare il sindacato di sinistra, la Cgil, ma lo scavalca a sinistra. Da qui le chiusure a Camusso e la corrispondenza d’amorosi sensi con Maurizio Landini. Amore ora infranto. La dottrina di Donat Cattin, certo non l’unico a sostenerla, accompagnato da tanti keynesiani capaci di far rivoltare nella tomba il grande di Cambridge, la sua idea che la politica possa togliere allo Stato per dare agli elettori, consumare oggi per lasciare al domani il compito di pagare, è alla radice del processo che ha trasformato una poderosa macchina produttiva in un trabiccolo indebitatissimo, con il motore ancora vivo e la carrozzeria miseramente sfasciata.

Chi scalò il Pd da destra s’è poi prodotto in uno scavalcamento a sinistra di Pier Luigi Bersani e compagni. E questo è trasformismo. Chi alla Leopolda evocò casi di malagiustizia, ricordando che un procedimento in corso non significa colpevolezza e non può comportare ostracismo, poi plaudì l’idea che i manager inquisiti dovessero essere allontanati, salvo affermare che un manager inquisito deve restare al suo posto, dopo avere stabilito che al loro posto rimangono i sottosegretari in quelle condizioni, mentre vanno in galera i parlamentari per i quali si chiede l’arresto, anche se solo indagati e non ricorrendo neanche uno dei motivi per cui un qualsiasi cittadino dovrebbe poter essere privato della libertà. Trasformismo. Anche confusionario.

Poi, però, annuncia la fine dello statuto dei lavoratori e da una spallata all’articolo 18. Trasformatore. Quali dei due? Lasciando da parte preferenze e tifoserie, puntiamo alla prova dei fatti. Renzi, come Berlusconi, dice di essere un bipolarista. Bene. Vuole una legge elettorale che stabilisca chi vince. Bene. La vuole subito, e questo è male. Male perché non ha senso: se si vota subito si vota anche per il Senato e quella legge non potrà mai funzionare. Ma lui dice: si vota nel 2018. Bene, facciamo finta. E come ci arriviamo, al 2018? Posto che la maggioranza di governo già oggi si regge con parlamentari eletti da elettori di destra, ci arriviamo con un connubio che tenga assieme i riformisti, che porti il Nazareno sui temi economici, come qui sostenuto fin dall’inizio. Questo è da trasformatori. Se si nega tale passaggio, enunciando riforme che poi non potranno farsi, degradandosi in vessilli vuoti, allora si è trasformisti. Il tempo costa e ne abbiamo già buttato parecchio. I video con Marta e Giuseppe sono solo propaganda. Ci vuole pure quella, come il sale sulla bistecca. Di solo sale, però, si crepa in fretta.

Troppa paura di quella borsetta

Troppa paura di quella borsetta

Danilo Taino – Corriere della Sera

Il Regno Unito è sugli scudi. Giustamente, dopo la conclusione della bella e democratica battaglia di Scozia. Una parte dell’Italia, però, continua a parlare della Gran Bretagna e della sua storia recente attraverso stereotipi. Due giorni fa, la leader della Cgil Susanna Camusso ha accusato Matteo Renzi di pensare alla Thatcher quando parla di riforma del mercato del lavoro. Il presidente del Consiglio ha garantito di non avere in mente la ex primo ministro britannico. Ancora una volta, la Iron Lady è tratteggiata come un simbolo dell’ingiustizia sociale, come un disastro accaduto a una Nazione. Non è proprio cosi.

Negli Anni Settanta (Margaret Thatcher fu eletta la prima volta nel 1979) la Gran Bretagna non era solo un Paese noioso. Era in ginocchio e spaccata. Perso l’impero, niente sembrava più funzionare, nell’economia e tra la gente Nonostante la società ribollisse di creatività, a cominciare dalla musica, tutto si riduceva a scontri: destra-sinistra, sindacati-imprenditori, protestanti-cattolici, ragazzi-ragazze, ricchi-poveri. Thatcher fu lo choc che cambiò il Paese: liberò energie, mise in retromarcia il declino. Quando arrivò al potere, il 50% delle famiglie non possedeva un’auto. Solo poco più del 30% aveva un telefono. Nel 1981, i britannici fecero 19 milioni di viaggi all’estero. Oggi, l’83% ha un’automobile, più del 99% delle famiglie ha un telefono fisso o dispone di cellulari, i viaggi all’estero sono triplicati.

È vero che in trent’anni questi indici sono migliorati in tutta Europa: ma è ancora più vero che ciò in buona misura è avvenuto grazie alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni – delle quali Thatcher fu pioniera nel mondo – che hanno creato competizione e innovazione, dai telefoni agli aerei. Rispetto al 1981, la spesa dei britannici per le comunicazioni è cresciuta del 500%, per il turismo del 400%, per abiti e scarpe del 400%. Nel 1979, l’83% della classe operaia visitava regolarmente un pub dove giocava a biliardo o a freccette e c’erano 3,7 milioni di pescatori. Oggi, più del 20% di uomini e donne va regolarmente in palestra. Nel 1976, il 44% dei maschi fumava, quota oggi ridotta di oltre il 50%. Ancora più importante, dal punto di vista della mobilità sociale introdotta in una società prima bloccata: nel 1977, si contavano 754 mila studenti universitari a tempo pieno o part-time; oggi sono 2,4 milioni e nessuno può seriamente dire che la laurea in Gran Bretagna sia riservata alle élite, come invece era prima.

Questi dati – in buona parte messi assieme dallo storico Niall Ferguson per il suo pamphlet Always Right – indicano forse ancora più dei dati sull’economia la trasformazione sociale indotta dalla Iron Lady, la scossa profonda data a un intero Paese che non era solo in declino ma pensava che quello fosse il suo destino, che non ci fosse più nulla da fare. Invece di ripetere stanchi stereotipi, l’Italia di oggi dovrebbe forse prendere nota; reagire si può. Si tende a paragonare Renzi a Tony Blair: ma, nella rinascita, Blair arriva dopo, prima c’è la borsetta di Margaret Thatcher.

Più La Malfa che Thatcher nel Piano Renzi

Più La Malfa che Thatcher nel Piano Renzi

Stefano Folli – Il Sole 24 Ore

Circa quarant’anni fa, in un’Italia molto diversa da oggi, Ugo La Malfa aveva posto un problema centrale alla politica del suo tempo, descrivendo la cittadella fortificata in cui si erano rinchiusi i privilegiati, ossia coloro che avevano un lavoro, e dalla quale erano invece esclusi i disoccupati. La sfida era piuttosto esplicita e così la intesero coloro ai quali era rivolta: il mondo comunista e socialista e i sindacati. Questi ultimi in particolare, con Luciano Lama, seppero raccogliere il messaggio e il confronto che ne seguì diede un contributo non trascurabile all’evoluzione della sinistra.

Questo per dire che non c’è bisogno di scomodare Blair o Schroeder, e tanto meno di tirare in ballo la Thatcher, per spiegare le iniziative di Renzi sulla riforma del lavoro. Nell’Italia smemorata dei nostri tempi tutto appare nuovo e mai sentito prima, per cui ogni presa di posizione che increspa lo stagno deve essere per forza importata dall’estero. Ed è vero, senza dubbio, che è urgente un rinnovamento culturale in grado di restituire un senso alla politica e anche di modellare nuove relazioni con il sindacato: purché quest’ultimo decida di vivere nel nostro tempo.

In ogni caso, quello che risulta essere – e in effetti è – un grave ritardo nell’aggiornare gli schemi e i codici del dibattito politico, è anche figlio della pigrizia degli ultimi vent’anni. Ossia il periodo in cui la sinistra, dietro l’alibi della lotta mortale a Berlusconi, ha rinunciato a muoversi con passo rapido e si è chiusa nel fortilizio da cui troppi sono stati tenuti fuori: i disoccupati, certo, ma anche coloro che via via hanno perduto fiducia nel sistema. Eppure sarebbe bastato ritrovare gli autentici spunti riformatori del dopoguerra, sviluppandoli nella cornice del Duemila, per colmare il vuoto.

Sulla questione del lavoro, è stato notato da molti osservatori, Renzi ha ragione. Come ha ragione nel colpire le incrostazioni ideologiche dure a morire, specchio di un’Italia che in quei termini non esiste più. Si chiedeva al premier di essere concreto, di passare ai fatti dopo tante parole, e non si può adesso rimproverargli di essere fedele a se stesso. Anche perché l’attuale sinistra – che militi nel Pd, in altre formazioni o nel sindacato – dovrebbe avere tutto l’interesse a incoraggiare il riformismo di Palazzo Chigi. Magari per correggerlo e integrarlo nel corso del dibattito parlamentare, ma senza dare l’impressione di un «no» pregiudiziale e quindi ideologico: il che vale per la Cgil, naturalmente, ma anche per la minoranza del Pd (non tutta per la verità, basta leggere le parole di buon senso pronunciate dal presidente democratico, Orfini).

Magari Renzi facesse la Thatcher

Magari Renzi facesse la Thatcher

Gaetano Pedullà – La Notizia

Che andavamo incontro a un autunno caldo si sapeva. Ma se le avvisaglie sono quelle viste ieri tra Renzi e la Cgil allora prepariamoci a una stagione infuocata. E non è un male, perché questo Paese non può continuare a rinviare all’infinito i grandi problemi che ci inchiodano in una insopportabile condizione di arretratezza. A partire dal lavoro. Qui i sindacati continuano a negare il più elementare principio di realtà. Non vogliono toccato l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che vieta il licenziamento, ma l’Italia non ha mai avuto tanti disoccupati come oggi. Dunque se gli effetti delle attuali norme e garanzie sono quelli che vediamo non dovrebbero esserci dubbi sulla necessità di provare strade nuove. Il job Act aumenta la precarietà, dice la Cgil. Ma ormai tutto in questo Paese è precario. Tutto tranne l’ottusità di chi difende dogmi falliti e fallimentari. A costo di spararla grossa, come ha fatto ieri la Camusso accusando Renzi di voler fare la Thatcher. Dal suo punto di vista un insulto. Andasse a vedere la Camusso cos’è oggi l’Inghilterra, dove vive mezzo milioni di italiani andati a cercare così lontano il lavoro che qui non c’è. Con buona pace dell’articolo 18.

La responsabilità flessibile

La responsabilità flessibile

Piero Ignazi – La Repubblica

Un primo ministro in maniche di camicia che, dalla sede del governo, polemizza aspramente con una importante organizzazione degli interessi; e anche, il segretario del partito di sinistra che attacca frontalmente il proprio sindacato di riferimento. La durezza dello scontro è inedita per le forme; quanto ai contenuti nel passato s’era visto anche di peggio, ma si trattava di partiti moderati e conservatori, non di partiti aderenti alla famiglia socialista. Entrambi i contendenti hanno perso la misura, la segretaria della Cgil paragonando il capo del governo alla Thatcher, e Renzi accusando il sindacato di non aver fatto nulla per i più disagiati in questi anni. Ed entrambi i contendenti hanno ragioni e torti.

Le ragioni del capo del governo, e il merito del suo intervento, stanno nella natura “provocatoria” del messaggio, cioè nel provocare il maggiore sindacato italiano a maggiore disponibilità e maggiore inventiva. Senza un cambio di passo anche la Cgil come tutti gli altri sindacati italiani ed europei rischia l’irrilevanza. La parabola dei sindacati americani, un tempo potentissimi, rappresenta un monito per quelli europei. Persino in Scandinavia stanno perdendo terreno tanto in adesioni quanto nella stima e nella considerazione dell’opinione pubblica. Per il semplice fatto che tutti sono stati presi in contropiede dalle trasformazioni economiche post-fordiste. Non hanno avuto la flessibilità di adattarsi ai diversi rapporti di lavoro che proliferano dovunque (e ai nuovi rapporti di forza tra capitale e lavoro). Non hanno saputo reagire per tempo e con efficacia alla miriade di nuove forme di occupazione. E di conseguenza si sono, quasi inevitabilmente, rinserrati nel territorio che meglio conoscevano e più facilmente difendevano.

È però del tutto fuori misura tacciare i sindacati di indifferenza per gli “ultimi”. Chiunque conosca dall’interno quelle organizzazioni sa quanta generosità e dedizione vi circoli. Ma non è questione di cuore o di buona volontà. Si tratta di attuare un cambio di marcia e guardare al mondo del lavoro in un’ottica più ampia, individuando quali innovazioni siano necessarie e quali residui debbano essere abbandonati (e cosa debba essere difeso con le unghie e con i denti). Perché, quando tutto cambia, e la crisi non ha fatto altro che accelerare drammaticamente processi già in atto, le vecchie conquiste rischiano di essere zavorre che impediscono di acciuffare quelle nuove. Se ha ragione il capo del governo ad insistere nell’innovazione — il suo marchio di fabbrica, peraltro — ha ragione anche il sindacato nel chiedere che si tenga conto delle tante protezioni sociali che mancano ai lavoratori a incominciare dal sussidio di disoccupazione o salario di cittadinanza che sia. Il sindacato si poneva come rappresentante di diritti universali perché il proletariato di un tempo si percepiva, ed era visto, come il terzo stato della rivoluzione francese: “tutto” come diceva l’abate Sieyès. Contrariamente a coloro che li hanno inviati ad occuparsi solo dei loro associati (quante ditini alzati a riprovarli per invadenze nel passato), i sindacati devono sentire di nuovo una responsabilità generale per il “mondo del lavoro” includendo, ovviamente, in questo campo anche chi il lavoro non ce l’ha, l’ha perso, non l’ha mai trovato e rischia di non averlo per molto.

Quando Renzi racconta delle vite spezzate dei non-occupati sentirà certo il dovere etico di rimboccarsi ancora di più le maniche per trovare soluzione a quelle disperazioni. Ma è sicuro che la via più efficace sia quella di alzare al calor bianco la polemica con il sindacato più importante? Vero è che il capo del governo non ha mostrato alcuna deferenza nei confronti dei salotti buoni e delle gerarchie confindustriali (del resto è quello che ci si aspetta da un leader di sinistra). Per decenni l’Italia ha adottato una sua modalità di concertazione che ha prodotto risultati importanti. Per perseguire un obiettivo di carattere generale, ma in certa misura contrario agli interessi della sua organizzazione, un leader di grande prestigio ed autorevolezza come Bruno Trentin, dopo aver firmato l’accordo del ‘93, si dimise. La concertazione si è ossificata ed ha perso valore. Non per questo deve essere sostituita da duelli rusticani, anzi. La crisi drammatica che viviamo non necessita di capri espiatori (e semmai, ben altri ce ne sarebbero pensando a quanto ancora prosperano i tanti topi nel formaggio, come diceva Paolo Sylos Labini). Necessita semmai di una nuova modalità di relazioni tra governo e rappresentanti di interessi nella quale ciascuno contribuisca alle necessarie innovazioni. Esibizioni gladiatorie dall’una e dall’altra parte rendono tutto più difficile.

Così la Thatcher ha cambiato verso alla lagna sui “giovani penalizzati”

Così la Thatcher ha cambiato verso alla lagna sui “giovani penalizzati”

Luciano Picone – Il Foglio

Uno Stato leggero e un sistema di mercato non eccessivamente gravato da vincoli di ogni tipo, che premia il merito e non ostacola la concorrenza, favorisce soprattutto i giovani. Un recente studio dell’Office for National Statitics, l’Istat britannico, sui “Salari nel Regno Unito negli ultimi quattro decenni”, mostra con estrema chiarezza gli effetti di lungo periodo sugli stipendi della “rivoluzione liberale”, nel paese che negli anni 80 è stato il laboratorio mondiale della riscossa “neoliberista”. Nell’immaginario collettivo i baby boomers, i nati nel Dopoguerra rappresentano la generazione più fortunata, quella che ha beneficiato della crescita economica e dell’aumento dei consumi, incappando nella Grande depressione soltanto subito prima o subito dopo la pensione. Secondo i dati elaborati dall’ufficio di statistica inglese, le cose non stanno proprio così. Quelli che in Gran Bretagna hanno iniziato a lavorare nel 1975, sotto il governo laburista di Harold Wilson e nell’apogeo dello Stato assistenziale beveridgiano, hanno guadagnato in termini reali molto meno dei loro coetanei che hanno iniziato a lavorare nel 1985 e nel 1995, durante e dopo il ciclone Thatcher. Chi ha trovato la prima occupazione nel 1995 guadagna il 40 per cento in più rispetto ai suoi genitori in 18 anni di lavoro: «Questa differenza di retribuzione – scrive l’Ons – significa che coloro che hanno iniziato a lavorare nel 1975 devono lavorare tre-quattro anni in più di quelli che hanno iniziato a lavorare nel 1985 e 5-6 anni in più di coloro che hanno iniziato a lavorare nel 1995 per accumulare la stessa ricchezza». Sempre al netto dell’inflazione, lo stipendio mediano di un lavoratore del 1975 era di 6,17 sterline l’ora, mentre nel 2013 è di 11,56 sterline, circa il 90 per cento in più. E se nel 1975 lo stipendio più alto nella carriera professionale di una persona era di circa 7 sterline l’ora, la somma è raddoppiata nel 2013. Una tendenza opposta a quella italiana. Nel nostro paese ricchezza e redditi più alti sono appannaggio dei più anziani, mentre scendono le retribuzioni dei più giovani. Secondo la Banca d’Italia, dal 1991 al 2012 il reddito è salito sia per gli over 55 (dal 104 al 122 per cento rispetto alla media generale) che per gli over 65 (dal 95 al 114 per cento), «per le classi di età più giovani, invece, il reddito equivalente diminuisce significativamente rispetto alla media generale: il calo è di circa 15 punti percentuali per le persone fra 19 e 34 anni e di circa 12 punti percentuali per quelli tra 35 e 44 anni». La crisi dell’Eurozona non ha mutato il trend.

Parla l’economista Francesco Daveri

«La realtà è che la crescita dei salari è legata alla produttività, che da noi è rimasta inchiodata», dice al Foglio Francesco Daveri, docente di Economia politica all’Università di Parma, tra gli animatori del sito Lavoce.info dove ha tentato un bilancio della leader conservatrice in campo economico. «I britannici, nonostante una crisi finanziaria che in teoria avrebbero dovuto pagare più di noi, hanno visto crescere costantemente i loro salari. Uno può dire che si tratta di una bolla, ma è una bolla che dura da oltre 30 anni». Per far ripartire la produttività è necessario riformare un sistema incrostato che ostacola la crescita e l’innovazione. «Le Istituzioni contano – prosegue Daveri – e in Italia è più conveniente far parte delle categorie protette, quelle fortemente sindacalizzate, dove si possono far crescere i salari più della produttività ma alla lunga si perdono posti di lavoro». Più o meno la situazione inglese negli anni 70: un’economia fortemente ingessata, condizionata dalle grandi aziende di Stato e dominata dai sindacati. «La Thatcher ha gettato le basi di un sistema di mercato su cui negli anni 90 si è innescata la rivoluzione tecnologica, le sue riforme economiche fatte in anticipo hanno permesso di cogliere le nuove opportunità» dice Daveri. L’Italia si trova in una posizione difficile, con una mobilità del capitale simile a quella americana e inglese ma con istituzioni che corrispondono ad un modello manifatturiero superato, in cui sono contrapposti capitali e lavoro: «Nell’epoca di Internet e dell’Ict abbiamo conservato istituzioni di un’epoca precedente, non adatte a un’economia di servizi. Un modello che pensa di conservare con la baionetta posti di lavoro destinati a scomparire». E la globalizzazione che poteva un’opportunità si sta trasformando in un boomerang. «Ora le obiezioni non sono solo al mercato – conclude Daveri – ma anche alle nuove tecnologie che necessitano del libero mercato. Ma se prevalgono le forze che resistono al cambiamento il rischio è quello di subire solo i lati negativi della globalizzazione».