Bandiere senza idee

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInEmail this to someone

Giuseppe Turani – La Nazione

Siamo alle solite. Il sindacato si avvicina a una scadenza importante (la riforma del lavoro) e subito accadono due cose. La prima è che si dividono; la seconda è che, con un riflesso quasi pavloviano, l’ala più combattiva ( la Cgil) annuncia che sarà sciopero contro i cambiamenti. Due fatti che non testimoniamo una maturità del nostro sindacalismo. Persino in una situazione difficile come questa che stiamo vivendo, le tre famiglie sindacali italiane non riescono a trovare un terreno comune di intervento sensato. Viene il sospetto che si tratti quasi di una lotta fra clan. Nessuno vuole andare all’unificazione perché perderebbe il controllo della propria area: oggi ci sono tre segretari generali e tre gruppi dirigenti. Se ci fosse l’unità, avremmo un solo segretario e un solo gruppo dirigente. Meglio continuare così: ognuno ha il proprio pezzettino di gloria e privilegi. E c’è il sospetto che abbiano come prima preoccupazione quella di autoperpetuarsi: esattamente come la politica.

Poi c’è la questione dello sciopero (forse della sola Cgil). Che senso abbia uno sciopero in un momento in cui i senza lavoro sono quasi sei milioni (contando anche i cassaintegrati) non si sa. Probabilmente uno solo: dare una prova di forza, portando in piazza alcune migliaia di persone. A che cosa serve tutto ciò? A niente. Questo è un momento in cui servirebbe uno sforzo comune, servirebbero delle idee, non gente che urla in piazza e sventola bandiere rosse. Ma le idee non ci sono. Il mondo del lavoro non riesce a trovare nemmeno al suo interno una piattaforma condivisa per fare fronte alle difficoltà del momento. Ma la Cgil si vuole presentare al paese come rappresentante del mondo del lavoro, cosa smentita dal fatto che altri sindacati se ne staranno a casa. Insomma, il momento è grave, ma il sindacato non riesce ad avere una presenza significativa. Riesce solo (una parte) a andare in piazza a urlare slogan invecchiati. A questo si deve aggiungere che il sindacato rappresenta nella società italiana un’area grigia: non ci sono bilanci, ci sono molti precari, non si applica il famoso articolo 18, e persino il numero degli iscritti varia a seconda delle occasioni. La politica non attraversa un buon momento, ma il sindacato dà quasi l’impressione di essere alla fine della sua storia e del suo ruolo.