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Con i processi lumaca perdiamo 14 miliardi di investimenti stranieri

Con i processi lumaca perdiamo 14 miliardi di investimenti stranieri

di Adriano Scianca – La Verità

La lentezza della giustizia è un’annosa piaga italiana che, oltre ad avere un impatto sulle vite appese a quelle sentenze che non arrivano mai, costituisce anche una zavorra per l’economia nazionale. Basti pensare che, se riducessimo le cause pendenti alla media europea, gli investimenti esteri ammonterebbero di una cifra tra i 10,8 e i 14,1 miliardi annui. Ridurre di un quarto i tempi dei tribunali in Italia potrebbe incrementare il ritmo di nascita di nuove iniziative imprenditoriali di circa 143.000 unità all’anno. Ci sarebbero, inoltre, nuovi prestiti alle imprese per ben 29,3 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,75 rispetto allo stock attuale.

Sono dati che emergono da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, che ha tentato di quantificare l’impatto negativo della lunghezza dei processi e dell’arretrato di cause pendenti su variabili chiave come l’attrattività degli investimenti esteri, la nascita e lo sviluppo delle imprese italiane, la disoccupazione e i volumi del credito bancario. Leggiamo nello studio: «Gli ultimi dati, benché riferiti al 2014, permettono di inquadrare il problema nella sua gravità. Prendendo in considerazione le sole cause civili e di diritto commerciale, all’ultima rilevazione rimanevano in attesa di giudizio, in Italia, oltre 2.758.000 processi: un record assoluto per tutti i Paesi dell’Europa allargata, in grado di mettere in secondo piano il milione e mezzo di cause pendenti in Francia e le 750.000 scarse della Germania. Il dato assoluto è riferito ai soli processi di primo grado, ed è fortunatamente in calo rispetto agli anni precedenti. Sta di fatto che a fine anno rimangono pendenti, in termini relativi, 45 processi ogni 1.000 abitanti in Italia contro i 24 della Francia, i 18 della Spagna e i soli 9 della Germania».

ImpresaLavoro fa anche notare che, per raggiungere una sentenza di primo grado, ci vogliono in media 532 giorni, il doppio della media europea. Le conseguenze sull’economia sono devastanti. Come noto, l’attenzione dei capitali si rivole sempre ai Paesi in cui è migliore il rapporto tra redditività attesa e livello di rischio. «Se ci riferiamo al caso italiano», spiega la ricerca, «la media degli ultimi tre anni evidenzia investimenti netti annui provenienti dall’estero per un magro 0,72 per cento del Pil. Com’è noto, il dato non si riferisce solo alle acquisizioni di nostre imprese da parte di soggetti stranieri ma all’effettiva apertura di nuovi centri, filiali e strutture in genere da parte dei non residenti: si tratta dunque di nuovi investimenti privati provenienti da investitori internazionali, il cui livello, molto inferiore alla media Ue, mostra la scarsa attrattività del nostro Paese. Ebbene, secondo i numeri di un recente studio pubblicato dalla Commissione Europea, la riduzione delle cause pendenti per numero di abitanti è collegata all’incremento di questo tipo di investimenti: per il nostro Paese, portarle al livello della media europea potrebbe di per sé generare afflussi extra dall’estero per un valore tra lo 0,66 e lo 0,86 del Pil (in sostanza tra i 10,8 e i 14,1 miliardi annui)».

Ma non è l’unica via che contribuirebbe a una più sana e robusta crescita del nostro Paese. «Ridurre di un quarto i tempi dei tribunali in Italia potrebbe incrementare il ritmo di nascita di nuove iniziative imprenditoriali di circa 143.000 unità all’anno: una volta e mezza il tasso attuale. Lo shock positivo sarebbe ancora più evidente nel caso i tempi si dimezzassero, portandosi alla media europea: la stima in questo caso varia tra le 192.000 e le 240.000 nuove imprese all’anno in più rispetto ai ritmi correnti.» Se si potesse raddoppiare la velocità dei tribunali, potremmo attenderci anche una crescita della dimensione delle nostre imprese, per circa l’8,5% in media, come stimato da Banca d’Italia.

Dal punto di vista della disponibilità del credito le conclusioni sono altrettanto importanti: «Diversi studi hanno esaminato il legame tra tempi della giustizia, costo dei finanziamenti e loro disponibilità nel canale bancario: secondo le relazioni più significative, raggiungere il livello medio Ue nei tribunali potrebbe aprire l’opportunità di nuovi prestiti alle imprese per ben 29,3 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,7 per cento rispetto allo stock attuale», spiega ancora ImpresaLavoro. Infine, anche il mercato del lavoro ne potrebbe beneficiare. Un’analisi di ImpresaLavoro ha individuato in ben 5,7 punti il potenziale di disoccupazione riducibile nel nostro Paese.

Spiega il presidente Massimo Blasoni: «Il mercato obbliga a competere. Non c’è impresa privata senza il coraggio di rischiare. Non è così nella pubblica amministrazione, giustizia compresa, i cui operatori vengono stipendiati a fine mese indipendentemente dai risultati ottenuti. Per chi vuole fare impresa, il fattore tempo è invece un elemento decisivo. I mesi, molto spesso gli anni, trascorsi nell’attesa del rilascio delle necessarie autorizzazioni nonché i sistematici ritardi nella definizione dei contenziosi giudiziari costituiscono costi rilevantissimi, che vanno quantificati in posti di lavoro persi e minore ricchezza. Il cattivo funzionamento della nostra giustizia civile e amministrativa è un danno per tutti: spaventa gli investitori, deprime gli sforzi degli imprenditori onesti e condanna il Paese al declino economico».

Dal 2007 ogni italiano perde 3mila euro l’anno

Dal 2007 ogni italiano perde 3mila euro l’anno

Dal 2007 al 2015 (anno di cui sono disponibili i dati più recenti), il Pil pro capite degli italiani è sceso del 10,8%, passando da 28.699 a 25.586 euro (-3.113 euro). Un calo che non si è comunque distribuito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Altrettanto disomogeneo appare il calo degli occupati nel nostro Paese, che restano ancora inferiori ai dati registrati nel 2007, alla vigilia della lunga crisi economica ancora in atto. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata rielaborando i dati raccolti da Istat.

Nessuna Regione italiana – dice lo studio – è poi riuscita a tornare ai livelli precedenti la crisi economica, ma in alcuni casi il calo del Pil pro capite medio dei suoi cittadini è stato più sensibile. In fondo alla graduatoria, ordinata per variazione percentuale negativa, troviamo Molise (-19,3%), Umbria (-18,3%), Lazio (-17,7%) e Campania (-16%). E non tutto il Nord è virtuoso. Per esempio il Friuli Venezia Giulia (-11,4%), la Liguria (-11,6%), il Piemonte (-12,3%) e persino la Valle d’Aosta (-12,6%) restano sotto la media nazionale. A soffrire meno questi dieci anni di crisi (sempre secondo il parametro del Pil pro capite) solo Trentino Altro Adige (-3,2%), Basilicata (-4,5%), Abruzzo (-6,2%) e Lombardia (-7,9%) che fanno registrare performance sensibilmente migliori della media nazionale.

Nel 2016 nel nostro Paese risultano poi occupate 22.757.840 persone, un dato ancora inferiore di 136.107 unità a quello del 2007, quando gli occupati erano 22.893.947. Anche in questo caso i dati regionali si muovono in modo molto disomogeneo. Rispetto al 2007 già oggi risultano occupate più persone nel Lazio (+9,42%), in Trentino Alto Adige (+7.04%), in Toscana (+2,34%), in Emilia Romagna (+2,22%) e in Lombardia (+2,15%). Ancora lontane dai livelli occupazionali di allora la Liguria (-3,73%), il Friuli Venezia Giulia (-3,93%) e la Valle d’Aosta (-4,21%). Nello stesso periodo di tempo si registra una contrazione più marcata degli occupati in tutte le regioni del Sud: Campania (-4,33%), Molise (-4,97%), Puglia (-6,31%), Sardegna (-7,23%), Sicilia (-8,74%) e Calabria, fanalino di coda con un meno 11,67%.

«Mentre gli altri Paesi europei sono da tempo ritornati ai livelli di crescita pre crisi – commenta Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro – l’Italia continua a registrare valori di reddito pro capite e occupazione inferiori a quelli del 2007. «Purtroppo non si è voluto approfittare della crisi per cambiare le regole del mercato del lavoro e per alleggerire le nostre imprese dal peso di una tassazione eccessiva».

Chi paga più multe? Milano doppia Roma

Chi paga più multe? Milano doppia Roma

di Fabio Sottocornola – L’Economia del Corriere della Sera

Ammonta a un miliardo e 415 milioni di euro l’incasso totale realizzato lo scorso anno dagli ottomila sindaci dei Comuni italiani, grazie a multe e contravvenzioni elevate dai loro vigili urbani. L’incremento rispetto al 2015 sfiora il 4%. Dal punto di vista delle grandi città, Milano guida la classifica del gettito assoluto con oltre 157 milioni davanti a Roma che ne ha incamerati 144. Enorme il distacco rispetto a Torino (47,8 milioni) o Firenze,(35,7 milioni). La metropoli lombarda del sindaco Giuseppe Sala è in testa anche nella graduatoria (grafico nella pagina) su quanto pagano in media per multe i cittadini residenti over 18, quindi potenziali autisti di veicoli: 138 euro davanti a Firenze (109) e Parma (107). Staccate di molto le città del Sud con Bari e Napoli che hanno multe pro capite rispettivamente di 32 e 31 emo. In fondo al ranking, Potenza e Latina con meno di nove euro a testa. Invece, la Capitale guidata dalla sindaca Virginia Raggi si piazza in decima posizione con 6o euro, meno della metà del capoluogo meneghino.

Comunque sia, questi dati emergono da un’elaborazione fatta su Siope, il sistema informativo che fotografa in tempo reale gli incassi (e i pagamenti) degli enti pubblici. Fino a poche settimane fa, per via di problemi contabili, i numeri di Roma nel Siope erano provvisori. Adesso il quadro è più completo. È stato così possibile realizzare la classifica delle multe pro capite nei 40 principali capoluoghi (o città metropolitane), elaborata in collaborazione con L’Economia dal Centro studi ImpresaLavoro.

Ovviamente sacrosante per la violazione del Codice della Strada, le multe agli automobilisti stanno però diventando una tassa occulta che molti Comuni usano come stampella per quadrare il bilancio, in mancanza di trasferimenti statali. Tanto più che la norma lascia mano libera ai sindaci su come spendere metà dell’incasso. Il resto è vincolato, ad esempio, per manutenzione della segnaletica, sistemazione delle strade, educazione a scuola. Insomma, gli automobilisti sono avvertiti. Senza considerare che diverse città stanno sperimentando la Nuvola, un dispositivo tecnologico che segnala ai vigili assicurazioni scadute, soste irregolari, mancate revisioni al veicolo.

La graduatoria di questa pagina, realizzata dal Centro studi ImpresaLavoro in collaborazione con L’Economia, è stata ottenuta dividendo l’incasso totale 2016 di sanzioni e ammende in ciascuna città, pubblicato nella banca dati Siope, per il numero dei residenti che hanno la maggiore età (fonte Istat).

Guarda la graduatoria sul sito del Corriere della Sera

Legge Delrio, l’ennesima riforma incompiuta che lascia gli Enti a secco e senza un’identità

Legge Delrio, l’ennesima riforma incompiuta che lascia gli Enti a secco e senza un’identità

di Gian Maria De Francesco – Il Giornale

L’ennesimo rinvio del decreto Enti locali che ieri avrebbe dovuto essere approvato dal Consiglio dei ministri è solo l’ennesima puntata di una telenovela che si trascina ormai dal 4 dicembre. Le province speravano, infatti, che da quell’articolato spuntassero, almeno in parte, i 650 milioni necessari a chiudere i bilanci di previsione. Ma il vero problema è di natura giuridica.

La riforma Delrio del 2015, che ha trasformato le province in enti di secondo livello (cioè eletti da rappresentanti dei cittadini, in questo caso i sindaci), si è rivelata un’incompiuta. Non solo per il taglio delle risorse che ne è seguito, ma perché sono rimaste sostanzialmente un ibrido pur mantenendo funzioni importanti come la gestione di 130mila chilometri di strade e di 5.100 scuole superiori. Il referendum renziano, che le avrebbe cancellate dalla Costituzione, non avrebbe chiuso la partita perché sarebbe stata necessaria una legge successiva per redistribuire quelle competenze tra Regioni e Città metropolitane. Legge che è comunque un «obbligo» considerato che non si può più procedere per via emergenziale. In un Parlamento guidato da un Pd tutto concentrato sulla corsa alla segreteria parlare di riforma delle legge Delrio è impensabile. Forza Italia, più sensibile alle carenze finanziarie delle province, oltre a reclamare i 650 milioni con un provvedimento ad hoc ha pensato a un’ipotesi di riforma che cancelli enti inutili, Province e città metropolitane sostituendole con trentuno Regioni.

Una analisi abbastanza recente del Centro studi ImpresaLavoro ha messo in evidenza come i tagli subiti dalle province che, dagli 8,4 miliardi di stanziamenti per la spesa nel 2011 sono scese a 4,7 miliardi l’anno scorso, sono stati monodirezionali. Contestualmente, infatti, le dieci nuove Città metropolitane hanno ottenuto più di 2 miliardi l’anno. I risparmi, perciò, sono stati abbastanza limitati e possono quasi interpretarsi come un trasferimento di fondi dalle realtà più piccole (che boccheggiano) verso le metropoli come Milano, Roma, Napoli, Torino e Bari. Tra i dieci enti che nel 2016 hanno registrato la maggiore spesa pro capite, prosegue ImpresaLavoro, figurano cinque Città metropolitane tra cui Firenze e Genova, una realtà a statuto speciale (la provincia di Trieste) e una che sicuramente avrebbe preferito non rientrare in questa graduatoria: l’Aquila.

Festeggiamo l’Europa, però starci ci costa 5,5 miliardi ogni anno

Festeggiamo l’Europa, però starci ci costa 5,5 miliardi ogni anno

di Riccardo Torrescura – La Verità

Giusto per non annegare nel mare di retorica che da ogni parte ci viene riversato addosso in occasione dei 60 anni dei Trattati di Roma, forse è il caso di dare un piccolo sguardo ai numeri. A sentire quel che ci viene ripetuto in queste ore, sembrerebbe quasi che senza l’Ue il nostro Paese sarebbe sull’orlo del disastro, vivrebbe in un’era post apocalittica popolata di mostri e fustigata da miseria e povertà. Ci viene detto che i nostri attuali guai non dipendono affatto da Bruxelles e dagli euroburocrati, ma sono solo colpa nostra, frutto degli errori di noi italiani spendaccioni. Lo ha detto chiaramente il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem. Questo signore, reduce da una terrificante sconfitta elettorale in patria, si è inchiodato al suo scranno europeo, e dalla batosta alle urne non ha cavato nemmeno un briciolo di umiltà. In una recente intervista ha dichiarato: «Durante la crisi dell’euro, i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi interessati dalla crisi. Come socialdemocratico, do grande importanza alla solidarietà. Ma ci sono anche dei doveri. Non puoi spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto».

Capito? Secondo lui gli Stati del sud Europa (tra cui ovviamente l’Italia) sono in crisi perché hanno speso soldi in vino e prostitute. Rispondere con una pernacchia sarebbe senz’altro liberatorio e probabilmente anche giusto, ma forse è più utile prendersi la briga di spiegare perché Dijsselbloem ha etto una menzogna. A questo proposito, è utilissimo il paper realizzato dal Centro studi ImpresaLavoro presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni. I cui ricercatori sono andati a vedere quanto ci costa rimanere nell’Ue. I risultati sono molto interessanti, perché emerge che non siamo affatto un Paese di profittatori che campano sulle spalle degli Stati del Nord.

«Negli ultimi sette anni, infatti, abbiamo versato nelle casse di Bruxelles 111 miliardi di euro, ricevendone indietro circa 73, spiega la ricerca di ImpresaLavoro. «Siamo quindi contributori netti dell’Unione per ben 38,6 miliardi di euro in sette anni. Circa 5,5 miliardi di euro all’anno: questo è quanto paghiamo per rimanere nell’Unione se ci fermiamo ai soli saldi finanziari tra quanto diamo e quanto riceviamo». In sostanza, versiamo più soldi a Bruxelles di quanti ne riceviamo indietro. Più di noi pagano soltanto Germania e Francia (che dall’Ue hanno ottenuto ben altri vantaggi). I Paesi Bassi dell’amico Dijsselbloem, invece, vengono dopo di noi nella classifica dei pagatori. «L’Italia non è l’unico contributore netto dell’Unione, ma rimane comunque il quarto Paese per contríbuzione netta in valore assoluto», spiegano i ricercatori di ImpresaLavoro. «Siamo in compagnia di grandi economie continentali come Germania, Regno Unito e Francia. Sono, invece, percettori netti, cioè ricevono da Bruxelles più di quanto versano, tutti i Paesi entrati nell’Unione in seguito all’allargamento ad est e alcuni membri storici come la Spagna (14 miliardi in sette anni), il Portogallo (20 miliardi), la Grecia (30 miliardi)».

Ma dalla ricerca emerge anche un altro dato interessante. Anzi, allarmante. In futuro, la permanenza nell’Ue potrebbe venirci a costare anche più di adesso. «Sui conti pesa anche l’incognita della Brexit: il Regno Unito, infatti, è stato contribuente netto dell’Unione per ben 54 miliardi di euro negli ultimi sette anni. Una cifra che rischia ora di essere ripartita tra gli altri contributori netti, Italia compresa, allargando ancora di più il divario tra quanto versiamo a Bruxelles e quanto riceviamo dall’Europa», dicono i ricercatori. «L’andamento della nostra economia negli anni dell’euro», nota Massimo Blasoni, «è stato sempre peggiore della media dei nostri partner continentali, eppure il nostro Paese non si è sottratto ai suoi compiti. Ha versato nelle casse dell’Unione più di quanto ha ricevuto in cambio, ha partecipato a strumenti di stabilità finanziaria di cui non ha mai usufruito, ha pagato con l’instabilità politica interna e un’endemica debolezza economica la sua partecipazione a mercato e moneta unica». È verissimo. In pratica, continuiamo a pagare per essere vessati. Buon anniversario, Europa.

Siamo il Paese che spende meno di tutti per la famiglia

Siamo il Paese che spende meno di tutti per la famiglia

di Riccardo Torrescura – La Verità

È vero: la natalità di un Paese non è soltanto una questione di soldi. Esistono Stati molto più poveri dell’Italia che vivono un boom demografico, e nel corso della storia sono esistite società molto più fiorenti della nostra che hanno comunque continuato a mettere al mondo bambini. Dunque è evidente che a renderci una «terra desolata» e sostanzialmente sterile è prima di tutto la visione della vita che si è imposta a livello massivo. Non facciamo più figli perché la sterilità è in crescita a causa delle nostre abitudini; non li facciamo perché stiamo diventando, nemmeno troppo lentamente, «particelle elementari». Insomma, non ci riproduciamo perché non ci interessa farlo. Tuttavia, prima di rassegnarci alla scomparsa o alla sostituzione, dovremmo per lo meno avere un rigurgito di orgoglio, un sussulto di vitalità. Dovremmo almeno tentare di invertire la tendenza.

I dati Istat usciti un paio di giorni fa sono agghiaccianti. Al primo gennaio del 2017, la popolazione italiana ammontava a 60.579.000 persone, cioè 86.000 in meno rispetto all’anno precedente. Nel 2016 sono nati qui appena 474.000 bambini. Nei due anni precedenti non è andata meglio, e ogni dodici mesi si registra un nuovo minimo storico. Una donna italiana, in media, ha 1,34 figli. In compenso, continuano ad aumentare gli stranieri: non solo quelli che arrivano a bordo dei barconi, ma pure quelli che ottengono la cittadinanza.

Di fronte a un quadro del genere, un governo che si rispetti dovrebbe provare a correre ai ripari, mettendo in campo misure che aiutino i pochi coraggiosi che ancora figliano. Però non avviene. Le politiche del nostro Paese a sostegno della natalità e della famiglia si riducono a un’elemosina. Lo dimostra una ricerca della fondazione ImpresaLavoro, presieduta dall’imprenditore Massimo Blasoni. Dallo studio, realizzato elaborando dati Eurostat, risulta che l’Italia – per il sostegno a famiglia e natalità – spende appena l’1,5% del Pil. In media, i Paesi dell’Unione europea e dell’area euro spendono l’1,7% del loro Prodotto interno lordo.

Che cosa si intende per sostegno alla natalità e alle famiglie? Si tratta, spiegano i ricercatori di ImpresaLavoro, «di quella parte di spesa pubblica destinata a: protezione sociale a favore di famiglie con figli a carico; indennità o sovvenzioni per maternità, nascita di figli o congedi per motivi di famiglia; assegni familiari; sovvenzioni per famiglie con un solo genitore o figli disabili; sistemazione e vitto fornito a bambini e famiglie su base permanente (orfanotrofi, famiglie adottive, ecc.); beni e servizi forniti a domicilio a bambini o a coloro che se ne prendono cura; servizi e beni di vario genere forniti a famiglie, giovani o bambini (centri ricreativi e di villeggiatura).» Insomma, stiamo parlando di tutto quello che uno Stato può fare per aiutare i suoi cittadini con figli a carico o comunque intenzionati a riprodursi.

I dati Eurostat elaborati da ImpresaLavoro prendono in considerazione 30 nazioni, ed è proprio facendo il paragone con tutti gli altri Stati che emerge la tristezza della situazione italiana. Nella classifica dei vari Paesi basata sul totale della spesa a favore di natalità e famiglia, l’Italia si piazza al diciassettesimo posto. Poco sotto la metà, potrebbe dire qualcuno, mica male. E invece no. Perché tra le grandi nazioni europee fanno peggio di noi solo Portogallo e Olanda (1,1%.), Grecia e Spagna (0,6%). Il Regno Unito spende quanto noi (1,5%), gli altri fanno tutti meglio: dal Belgio (2,4%) all’Austria (2,3%), dall’Irlanda (2,0%) alla Germania (1,6%) fino alla Francia (2,5%). Piccolo particolare: tutte queste nazioni hanno un tasso di natalità superiore al nostro (che infatti è il giù basso d’Europa e tra i più bassi del globo).

ImpresaLavoro, però, non ha calcolato solo le percentuali. Ha anche elaborato una classifica sulla base della spesa pro capite. In questo caso il nostro Paese sale di due posizioni, piazzandosi al quindicesimo posto (sempre su 30). Significa che «ogni anno in Italia vengono stanziati e spesi per la famiglia 413,99 euro a cittadino. Una cifra in valore assoluto superiore a quella di Spagna, Grecia e Portogallo (dove però la vita costa sensibilmente di meno) ma nettamente inferiore a quella di tutti gli altri grandi Paesi continentali». Quindi anche da questo punto di vista andiamo piuttosto male. Non è nemmeno il caso di paragonarsi ai Paesi nordici, dove la gestione delle finanze pubbliche è molto diversa rispetto alla nostra. Possiamo tuttavia fare un confronto con la Francia, dove la spesa pubblica a favore della famiglia è il doppio della nostra: 813,17 euro a cittadino (399,18 in più dell’Italia). Ma ancora di più fanno la Germania (595,12 euro pro capite) e il Regno Unito (590,18 euro pro capite). «Il nostro dato», spiegano i ricercatori di ImpresaLavoro, «è sensibilmente inferiore sia rispetto a quello dell’Unione Europea a 28 (dove la media è di 501,67 euro pro capite) sia rispetto a quello dell’area Euro (530,93 euro pro capite)».

Secondo Massimo Blasoni, la misura più urgente per il nostro Paese sarebbe «ridisegnare il nostro sistema tributario per alleggerire il peso fiscale che le famiglie italiane sono costrette a sopportare». Sacrosanto. Però, per fare una cosa del genere, bisognerebbe decidere di investire seriamente sul futuro del popolo italiano. E non sembra che gli attuali governanti siano intenzionati a farlo. Preferiscono investire sugli stranieri, che tra il 2011 e il 2016 ci sono costati oltre 11 miliardi di euro (al netto dei contributi dell’Unione europea). I costi dell’accoglienza previsti per il 2017 ammontano a 4,174 miliardi di euro. Chissà, magari un po’ di questi denari potrebbero essere utilizzati diversamente.

Perché il pubblico impiego fa da ammortizzatore sociale e da freno all’Italia

Perché il pubblico impiego fa da ammortizzatore sociale e da freno all’Italia

di Renzo Rosati – Il Foglio

In Calabria oltre un occupato su cinque – il 22,03 per cento – è pubblico, cioè retribuito con denaro dei contribuenti. Appena sotto Val d’Aosta (21,01), Sicilia (19,95), Sardegna (19,3), Molise (18,06), Campania (17,89), Basilicata (17,89), Puglia (17,48). L’intero Mezzogiorno, più la Val d’Aosta, ha come maggior datore di lavoro Stato ed enti locali: sei punti più della media nazionale (13,9 per cento), il doppio di regioni Lombardia, Veneto e Piemonte. Sono le cifre di un rapporto, su dati Istat e della Ragioneria dello stato, di ImpresaLavoro, centro studi indipendente che analizza l”influenza sull’economia delle dinamiche del lavoro.

Rispetto a queste statistiche i sindacati e la sinistra ribattono sempre che gli impiegati pubblici in Italia non sono più numerosi che altrove, come pure la spesa in rapporto al pil. Né che le loro paghe superino quelle private. Davvero? In rapporto alla popolazione la media italiana è effettivamente del 5,18 per cento, rispetto all’8,5 della Francia, al 7,9 del Regno Unito, al 6,4 della Spagna, al 5,7 della Germania. Egualmente per pagare i 3,142 milioni di pubblici dipendenti si sono spesi 163 miliardi nel 2015, poco più del 10 per cento della ricchezza prodotta, in linea con Francia e Regno Unito, meno di Francia e Svezia. Mentre le retribuzioni in media sono state 34,300 euro lordi rispetto 32,300 dei privati, e in vent’anni sono aumentate del 70,8 per cento contro il 58,9 nel privato.

Ma queste cifre non dicono molto se non si raffrontano ad almeno due altri dati di fatto. Il primo è la concentrazione di lavoro pubblico al sud e nelle regioni a statuto speciale. Il secondo e l’efficienza del pubblico impiego, cioè il ritorno in termini di servizi di cio che paghiamo come contribuenti. Ebbene, in Italia oltre al sud la fanno da padrone le regioni a statuto speciale: Val d`Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna, Nel senso letterale: hanno la più alta concentrazione di pubblici dipendenti (in Val d’Aosta quasi il 10 per cento dei residenti, neonati inclusi) e ne assumono quanti vogliono a differenza che nel resto d’Italia e d’Europa. Ovvero, si comportano come le economie pianificate dell’est europeo prima della caduta del muro di Berlino. Certo con risultati contrastanti: nel sud l’impiego pubblico è evidentemente una forma indebita di ammortizzatore sociale, che però il resto d’Italia paga a vita a differenza della cassa integrazione. Al nord si tratta di un’emanazione del potere locale, che sfugge al controllo dello Stato, e tuttavia fa funzionare i servizi. Ma è proprio sui servizi, cioè su quanto gli oltre tre milioni di dirigenti, funzionari e impiegati giovino ai contribuenti e all’economia italiana, che li pagano, che vanno misurate le statistiche.

Nella relazione “Efficienza della Pubblica amministrazione in Italia” pubblicata nel 2016 dalla Commissione europea, il nostro paese risulta al 23mo posto su 28. Bruxelles lamenta, testualmente: “Efficienza ed efficacia del settore pubblico italiano inferiore alla media europea; eccessiva durata delle procedure burocratiche; età media dei dipendenti pubblici più alta nella Unione europea; 18 per cento in possesso di laurea; 34 per cento non in possesso del diploma di istruzione secondaria; inefficienza del settore pubblico come ostacolo alla crescita delle imprese e degli investimenti esteri; inefficienza delle società a partecipazione pubblica locali; sistema degli appalti pubblici con il più alto tasso Ue di procedure negoziate senza bando di gara e di appalti aggiudicati in base a una singola offerta; cattivo utilizzo dei fondi strutturali europei; lunga durata dei procedimenti giudiziari civili”.

Da questo orecchio né la Cgil di Susanna Camusso, né i grillini mattatori del populismo italiano, né la magistratura (essa stessa dominus del pubblico impiego), vogliono proprio sentirci. Il sindacatone della sinistra, fautore della concertazione nazionale della Pubblica amministrazione, e baluardo, contesta sistematicamente ogni cifra sull’assenteismo come le ultime rese note dall’Inps: nel 2015 tra malattie e permessi vari extra ferie sono stati 19,3 giorni l’anno a persona nel pubblico, contro i 13 del privato, una differenza che costa allo stato 3,7 miliardi. I Cinque stelle li abbiamo visti all’opera a Roma: ampie rassicurazioni ai dipendenti capitolini e contratti a pioggia. Quanto ai magistrati, negli ultimi mesi tra Tar e Consiglio di stato hanno riammesso nelle graduatorie dei precari della scuola ben 30 mila titolari di “legittima aspettativa” alla cattedra di ruolo, riportando le liste di attesa a 80 mila. Si tratta di diplomati alle magistrali che “legittimamente” intendono concorrere al posto fisso nelle elementari, specialmente al sud dove non ci sono cattedre, Notoriamente poi gli impiegati pubblici non possono essere licenziati, a differenza di Gran Bretagna, Spagna e Germania (la stessa riforma del ministro competente Marianna Madia prevede casi estremi). E queste sono altre ganasce che stringono l’Italia.

 

 

Rigore e troppi tagli allo sviluppo

Rigore e troppi tagli allo sviluppo

di Paolo Bricco

Tutto e il contrario di tutto. Ogni disquisizione sul binomio debito-investimenti amalgama in un composto unico la politica e l’economia, accende gli animi anti-europeisti e rafforza allo stesso tempo i sentimenti filo-comunitari.

Il fiammifero dell’austerity è in mano ai piromani di ogni fazione. O perché, secondo alcuni, non la si rispetta religiosamente. O perché, secondo altri, la si applica sadicamente. Proviamo a partire da alcuni numeri che sono il cuore del caso italiano, nei caratteri storici di lungo periodo e nella specificità modellata dalla crisi che si è attivata, con la sua forza dirompente e pervasiva, nel 2008.

L’EUROPLACENTA
Il debito pubblico lordo italiano, in rapporto al reddito nazionale, cresce. Nel 2008, anno dell’inizio della grande crisi, era il 102,4% del Pil. Nel 2015, si è attestato al 132,3 per cento. La montagna non incantata sale sempre di più: per la Banca d’Italia, se nel 2008 il debito totale era pari a 1.671 miliardi, sei anni dopo – nel 2014 – è diventato 2.136 miliardi di euro e, adesso, 2.229 miliardi di euro (dato al novembre del 2016). Il problema è che, negli anni, la differenza fra spese ed entrate è esplosa: secondo il Centro Studi Impresa Lavoro, nel 2008 ammontava a poco meno di 38 miliardi e, nel 2014, è diventata quasi 72 miliardi.

In un contesto così complicato, il principale elemento – insieme di stabilizzazione e di destabilizzazione – è rappresentato dalle spese per gli interessi: nel 2008 erano al 4,9% del Pil e, dopo il picco del 5,2% del 2012, sono tornate gradualmente a scendere, fino al 4,2% del 2015. Stare dentro all’euro garantisce una placenta difensiva. Lo si coglie osservando la dinamica degli ultimi anni della lira: per esempio, nel 1997 questa voce della finanza pubblica era pari al 9,2% del reddito nazionale, nel 1998 al 7,9%, nel 1999 al 6,4% e, nel 2000 e nel 2001, al 6,1 per cento. Allo stesso tempo, la placenta dell’euro ha una qualità differente a seconda del Paese. Perché, per noi, anche in anni di relativa tranquillità come quelli del primo euro, vale lo “svantaggio Italia”: secondo la Banca d’Italia, nel 2002 in Italia la spesa per interessi è al 5,5% del Pil, contro il 2,9% della Germania e della Francia e il 3% dell’area euro; nel 2008, primo anno della grande crisi, è al 4,9% del Pil, a fronte del 2,7% tedesco, del 2,8% francese e del 2,5% dell’area euro. Nel 2011, anno dello spread a 500 punti fra il Btp-Bund tedesco a 10 anni, l’Italia è al 4,7% e, nel 2012, anno in cui si dispiega nella sua pienezza l’attività del Governo Monti, è al 5,2%, a fronte del 2,3% della Germania e del 2,6% della Francia e dell’area euro.

Nel suo rapporto con la capacità di creare ricchezza complessiva, il costo sostenuto per pagare il debito è più alto: spendiamo di più perché il nostro profilo è meno efficiente e più rischioso agli occhi degli investitori. Siamo uno Stato che gli investitori internazionali percepiscono non immune dalla ipotesi di bancarotta. E spendiamo di più anche in termini quantitativi: nel 2008 la spesa per interessi sfiora gli 80 miliardi di euro, nel 2009 e nel 2010 scende a poco meno di 70 miliardi, nel 2011 ritorna a 77 miliardi, nel 2012 sale a quasi 84 miliardi, per poi sedarsi di nuovo negli anni successivi (nel 2013 è a 77 miliardi, nel 2014 a 74 miliardi e nel 2015 a 69 miliardi). Negli anni che rappresentano il cuore della grande crisi – fra il 2008 e il 2015 – l’Italia spende in interessi sul debito 600 miliardi di euro, contro i 485 miliardi della Germania e i poco meno di 400 miliardi della Francia.

Questo gap ha un effetto duplice: imbolsisce la finanza pubblica con passività relative maggiori rispetto a quelle dei Paesi concorrenti, cambiando gli equilibri dei conti e riducendo – almeno a livello teorico – la possibilità di usare la leva della spesa.

IL PARADOSSO DELL’ELEFANTE
L’elefante è o non è un elefante? Il debito che cresce è una condizione di obesità fisiologica oppure è un elemento dell’immaginario che viene delimitato e definito da un senso di incubo del tutto irrazionale? L’Italia è un caso classico da manuale per le discettazioni teologiche fra economisti. Ma è anche il Paese in cui tutti noi viviamo. Per il mainstream l’accumulazione del debito pubblico porterebbe – o, meglio, porterà – all’implosione dell’intera architettura economica. In qualche maniera, secondo la concezione quasi antropomorfica di questa visione, lo Stato è assimilabile a una famiglia che, per potere tornare a consumare e a investire, deve prima ridurre drasticamente il suo debito. Per la minoranza keynesiana, invece, la spesa pubblica, che del debito è uno degli alimentatori, resta lo strumento principale con cui riattivare il circuito economico. Il tema delle grandezze economiche fissate dalle tecnocrazie e dalle élite politiche è il cuore dell’Unione europea dell’austerity, che vigila sulla quotidianità e sulle policy dei singoli Paesi affinché le passività pubbliche dei singoli Stati rimangano sotto determinate asticelle quantitative. Ed è una delle maggiori criticità ideali – prima che ideologiche – sull’attuale fisionomia della comunità europea.

Facciamo però un passo indietro. Come è composta la nostra spesa pubblica? Senza volere leggere, come nei fondi del caffè, il futuro della sostenibilità del debito pubblico, che tipo di natura ha il nostro debito? Qual è la matrice originaria della nostra spesa pubblica? Prendiamo la sua componente più virtuosa: gli investimenti. Secondo una elaborazione compiuta dal Centro Europa Ricerche sui dati Istat, è il 2009 – con il classico slittamento di un anno che caratterizza il recepimento delle tendenze economiche da parte della realtà statale – a segnare uno spartiacque nell’attività della mano pubblica. In quell’anno gli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione valgono 54,2 miliardi di euro e pesano per il 3,4% sul Pil. Da allora, si assiste a un declino rapido e costante: nel 2015, il valore è di 36,8 miliardi di euro, il 2,2% del Pil. All’interno degli investimenti fissi lordi, la voce più stabile è rappresentata dalle costruzioni (opere stradali, fabbricati, ferrovie, porti e aeroporti) che, nella composizione, è scesa dal 56,9% del 2009 al 54,3% del 2015. I prodotti di proprietà intellettuale, per esempio gli investimenti diretti in R&S, in software e in database o il loro acquisto sul mercato, sono aumentati dal 20,6% al 28,5 per cento. A calare sensibilmente – dal 12 all’8,6% – sono gli impianti e i macchinari e sono le spese militari (dal 10,6% all’8,6%).

Nel gioco del biliardo fra i numeri, appare utile porre in relazione la dinamica degli investimenti con la dinamica della spesa pubblica totale. La quale, dal 2008 al 2015, è salita da 781 a 828 miliardi di euro. Quarantasette miliardi in più. Il 6% in più. Negli stessi anni, gli investimenti sono scesi di un quarto secco. Gli investimenti in percentuale della spesa pubblica totale sono scesi dal 6,74% al 4,44% e, in percentuale di quella in conto capitale, dal 66,31% al 54,11 per cento. L’influente saggio di Mariana Mazzucato, Lo Stato Innovatore (Laterza), non è proprio sul comodino delle classi dirigenti italiane, brave a fare correre la spesa corrente e a fare lievitare il debito, a patto però che gli investimenti scendano.

IL CONFRONTO EUROPEO
L’Europa dell’austerity investe. Naturalmente, in misura bipolare. Germania e Francia aumentano il loro livello di investimenti fissi lordi. Spagna e Italia vanno in direzione opposta. L’aggregato dell’Unione europea a 15 Stati mantiene a un livello stabile questo particolare tipo di spesa: nel 2008 era pari a 393 miliardi di euro (il 3,3% del Pil), nel 2009 è salita a 408 miliardi per poi scendere gradualmente a 371 miliardi nel 2015, con la prospettiva di una risalita che, nel 2018, dovrebbe riportare la cifra consolidata a 391 miliardi di euro, secondo le stime della Commissione europea contenute in “European Economic Forecast- Autumn 2016”. La Germania, dal 2008 al 2015, ha destinato agli investimenti una quota compresa fra il 2,1 e il 2,3% del Pil: con Pil crescente, questo ha comportato anno dopo anno miliardi di euro in più in investimenti, fino ai 64,4 del 2015, con la prospettiva di sfondare nel 2018 il tetto dei 75 miliardi. La Francia, senza farsi condizionare dall’andamento dell’economia nazionale, ha stanziato ogni anno sostanzialmente la stessa cifra, compresa fra gli 80 e gli 84 miliardi di euro (fra il 3,5% e il 4% del Pil). La Spagna, uno degli epicentri della crisi europea, ha dimezzato gli investimenti: dai 51,5 miliardi del 2008 (il 4,6% del Pil) e dai 55,1 miliardi del 2009 (addirittura il 5,1% del Pil) ai 27 miliardi del 2015 (il 2,5%), che scenderanno a 26 miliardi nel 2018. L’Italia li ha, appunto, ridotti di un quarto.

LA COMPOSIZIONE DELLA RICCHEZZA
Il Pil procapite è sceso dai 27.841 euro del 2008 ai 26.551 euro del 2014: 1.290 euro in meno. Il punto è la composizione di questo reddito, evidenziata dal centro studi ImpresaLavoro: la quota privata è scesa dal 48% del 2008 al 45% del 2014. Dunque, aumenta la nostra dipendenza dalla spesa pubblica. Che, però, è una spesa pubblica non finalizzata soprattutto agli investimenti, ma rivolta in particolare al mantenimento della macchina burocratica e all’erogazione dei servizi che tutto sono, tranne che uniformi e di qualità coerente.

Il problema è questo. Tanti soldi al cavallo, che beve e mangia enormi quantità di acqua e di biada, con prestazioni però assolutamente diverse – nella gara strategica dell’erogazione dei servizi ai cittadini e alle imprese – a seconda dei posti. Il working paper del Fondo Monetario Internazionale “Does Public Sector Inefficiency Constrain Firm Productivity: Evidence from Italian Provinces” taglia la testa al toro, con la avalutatività oggettiva delle analisi econometriche, a ogni disquisizione o dibattito sul differente livello di qualità dei servizi.

Spiega a questo proposito l’economista Paolo Ermano, che lavora all’Università di Udine e collabora con il centro studi Impresa Lavoro: «Un’impresa che opera in un settore la cui dipendenza dal pubblico è più alta della media dei settori analizzati e che si trova in una provincia con un livello di efficienza superiore alla media delle provincie analizzate vede, per ogni euro speso in stipendi, aumentare la produttività dell’11,3% e il valore aggiunto sull’output dell’8,6%, rispetto al caso in cui operasse in una provincia a scarsa efficienza».

L’EQUAZIONE, LE ELITE E GLI ITALIANI
In Italia, il bianco convive con il nero. A fronte di un debito pubblico superiore ai 2mila miliardi di euro, ci sono 8.730 miliardi di euro di attivi (dato al 2014), come spiega il rapporto della Banca d’Italia La ricchezza delle famiglie italiane. Con la sua capacità di produrre contraddizioni, dunque, il nostro Paese ribalta il motto “Il convento è ricco, i monaci sono poveri”. Da noi i monaci sono (per ora) ricchi, perché i monaci – gli italiani – hanno scaricato sul convento – i conti pubblici – gli scontrini non pagati da consumatori e le evasioni e le elusioni fiscali realizzate con le loro aziende, le pensioni a cinquant’anni senza alcuna corrispondenza con i contributi versati e i prepensionamenti a 48 anni, che negli anni Ottanta e Novanta hanno costituito il principale ammortizzatore sociale del sistema consociativo fra le forze politiche, le rappresentanze degli imprenditori e i sindacati. Da noi, la spesa pubblica è eccessiva. I servizi pubblici sono pencolanti – e pericolanti – fra le poche eccellenze e le moltissime mediocrità. Da noi, c’è il calo degli investimenti. Il problema non è tanto che il debito pubblico cresca e che il Pil abbia dinamiche asfittiche. Il problema è che, con il pilota automatico, vengono tagliate le spese pubbliche a più alta produttività e che nessuno – nessuno – è mai riuscito a incidere sullo Stato quale pessimo fornitore di servizi.

Nel 1977 Laterza pubblicava l’Intervista sul non governo a Ugo La Malfa di Alberto Ronchey. La Malfa e Ronchey, in merito ai pesi storici che gravavano sulla Italia a loro contemporanea, citavano Comte: «I morti governano i vivi».Quarant’anni dopo, i morti congiurano insieme ai vivi. L’insostenibilità delle cose non è tanto – o soltanto – nelle equazioni matematiche. L’insostenibilità è nel meccanismo di finanza pubblica che si nutre – e allo stesso tempo viene nutrito – dal fallimento storico delle nostre classi dirigenti e – in fondo – dall’irresponsabilità civile della maggioranza degli italiani.

Le Regioni a statuto speciale Eden dei dipendenti pubblici

Le Regioni a statuto speciale Eden dei dipendenti pubblici

di Adriano Scianca – La Verità

Ma che ci dovrà fare mai, la Valle d’Aosta, con il doppio dei dipendenti pubblici della Lombardia? Parliamo di dati in percentuale rispetto agli abitanti, sia chiaro, eppure tutti questi impiegati dispersi in mezzo alle placide montagne sembrano un po’ messi lì a caso, soprattutto se li paragoniamo ai dipendenti pubblici in servizio nella Regione della capitale economica d’Italia. Non è peraltro l’unico paradosso della Pubblica amministrazione italiana. Ne emergono un bel po’, infatti, dalla ricerca del centro studi ImpresaLavoro (presieduta dall’imprenditore Massimo Blasoni) su elaborazione di dati Istat e della Ragioneria generale dello Stato.

In rapporto a popolazione residente, i 3 milioni e 142.000 dipendenti pubblici italiani sono inferiori a quelli delle altri grandi economie europee ma la loro distribuzione sul territorio nazionale non è affatto omogenea, nemmeno rispetto al numero degli occupati. A fronte di una media italiana del 5,18%, sono le Regioni a statuto speciale quelle con la maggior concentrazione di dipendenti pubblici rispetto alla popolazione residente. A guidare la classifica è infatti la Valle d’Aosta con 11.519 dipendenti, pari al 9,05% dei residenti (bambini e anziani inclusi), davanti al Trentino Alto Adige (78.344 dipendenti, pari al 7,40% dei residenti), Friuli Venezia Giulia (82.380, pari al 6,75% dei residenti) e Sardegna (109.036 dipendenti, pari al 6,53% dei residenti). Segue il Lazio, che sconta l’elevato numero di sedi istituzionali presenti a Roma (380.284. dipendenti, pari al 6,46% dei residenti). In fondo a questa particolare classifica si collocano invece Regioni più popolate ed economicamente più sviluppate come la Lombardia (4,02%) e il Veneto (4,51%). Al di sotto della media nazionale troviamo anche Campania (4,82%), Piemonte (4,86%), Emilia Romagna (5%), Puglia (5%) e Marche (5,17%).

La classifica elaborata da ImpresaLavoro cambia piuttosto nettamente se si prende in esame il rapporto tra il numero dei dipendenti pubblici e quello degli occupati. Al primo posto troviamo la Calabria, con il 22,03%: praticamente, dalle parti della Sila, più di un occupato su quattro è un impiegato statale.Un vero e proprio «lavorificio» che sembra creato più per sistemare le persone che per amministrare una regione che, pure, di problemi da risolvere ne avrebbe. Subito dietro si colloca ancora la Valle d’Aosta, con il 21,01% degli occupati che vengono retribuiti con denaro pubblico. In cima a questa classifica compaiono principalmente le regioni del Mezzogiorno, con un’incidenza dell’impiego pubblico di gran lunga superiore alla media nazionale (13.99%): Sicilia (19.95%), Sardegna (19,30%), Molise (18,06%), Campania (17,89%), Basilicata (17,87%) e Puglia (17,42%) seguite a distanza ravvicinata dal Friuli Venezia Giulia (16,62%) che registra uno dei valori più alti di tutto il Centro-Nord. In coda alla classifica troviamo invece Lombardia (9,44%), Veneto (10,80%), Emilia-Romagna (11,59%) e Piemonte (11,90%).

In compenso viene smentito il luogo comune per cui l’Italia avrebbe più dipendenti pubblici del resto dei Paesi industrializzati. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, in rapporto al numero dei residenti solo la solita Valle d’Aosta ha una percentuale di dipendenti pubblici (9,05%) superiore a quella di Francia (8,50%) e Regno Unito (7,90%). Mentre la media italiana (5,18%) risulta più bassa di quella di Spagna (6,40%) e Germania (5,70%), con 11 Regioni italiane che vantano un tasso di presenza dei dipendenti pubblici inferiore alla media tedesca. Le cose cambiano, ma solo marginalmente, quando ImpresaLavoro prende in esame il numero di dipendenti pubblici in rapporto al numero degli occupati. In questo caso, solo le percentuali di Calabria e Valle d’Aosta sono superiori a quella della Francia (20%). La percentuale di dipendenti pubblici in Italia (13,99%) è invece inferiore a quella di Regno Unito (17%) e Spagna (16%), superando solamente il dato della Germania (11%).

Insomma, l’impressione è che il vero gap, rispetto alle altre pubbliche amministrazioni, non sia tanto nella sostanza, quanto nell’organizzazione. E poi c’è il nodo, tutto italiano, delle Regioni a statuto speciale. Vere sanguisughe, per lo Stato. È di giovedì scorso il rifiuto, da parte delle Regioni «speciali» di farsi carico dei tagli alla sanità, cosa che potrebbe mettere a rischio l’erogazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza per tutte le altre Regioni. È stato calcolato che su mille euro versati al fisco dal cittadino di una Regione a Statuto ordinario ne rientrano più o meno 200. A un residente di una regione a Statuto speciale tornano invece ben 900. Ora scopriamo che hanno anche un esercito di dipendenti pubblici che a confronto la Germania è il Gabon. Qualcosa, nella Pubblica amministrazione, va rivista.

Ogni anno la benzina ci costa rincari per 1 miliardo di euro

Ogni anno la benzina ci costa rincari per 1 miliardo di euro

di Francesco Borgonovo – La Verità

Come spesso accade, siamo i migliori carnefici di noi stessi. Ieri, con abile mossa propagandistica, Padoan e il direttore dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, hanno tenuto una conferenza stampa per dire che grazie alla «lotta all’evasione› nel 2016 sono stati recuperati 19 miliardi. Probabilmente, viene da dire, sarebbero stati anche di più se con le grandi multinazionali della tecnologia si fosse tenuto un atteggiamento diverso, invece di regalare sconti agli amici potenti. Ma tant’è. Quello dell’anno passato, per l’erario, è stato «un gettito record», poiché sono stati incassati «oltre 450 miliardi secondo le prime stime, rispetto ai 436 miliardi del 2015 e ai 419 del 2014». Viene un po’ difficile credere che le tasse non siano aumentate, visto che sono entrati più soldi in cassa (la lotta all’evasione, da sola, non basta a spiegare il dato reso noto ieri). Insomma,quando si parla di tasse non c’è molto da fidarsi delle dichiarazioni che arrivano dall’alto e il motivo è semplice: non passa anno senza che il costo del carburante aumenti a causa di nuove gabelle.

Non è solo colpa dell’Europa, ovviamente. I politici italiani agiscono cosi da sempre: quando non sanno dove prendere denaro, corrono ad aumentare le accise. Le tabelle realizzate dal centro studi ImpresaLavoro mostrano i vari aumenti (ben 17) messi in atto nel corso dei decenni, a partire da quello, ormai famigerato, utile a finanziare la guerra d’Etiopia del 1935-1936. Le motivazioni sono le più diverse: dalla crisi di Suez del 1956 al disastro del Vajont del 1963, fino all’acquisto di autobus ecologici (2005) e sostegno ai terremotati dell’Emilia (2012). Ma al di là delle curiosità storiche, nello studio dell’associazione presieduta dall’imprenditore Massimo Blasoni ci sono parecchi altri dati. Numeri che fanno arrabbiare, poiché danno la misura di quanto incida sulle nostre esistenze questo Stato ormai ridotto a invadente moloch burocratico.

«Il gettito per accise nel nostro Paese è aumentato di 5 miliardi tra il 2011 e il 2016», scrivono i ricercatori di ImpresaLavoro. «Una vera e propria stangata nascosta tra i consumi di famiglie e cittadini. Le accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi garantivano alle casse dello Stato 20,4 miliardi nel 2011. Gli aumenti successivi hanno fatto crescere questa cifra del 24,7% in soli 5 anni portando il gettito del 2016 a poco più di 25 miliardi di euro, una cifra sostanzialmente stabile negli ultimi anni (25,6 miliardi nel 2015; 26,2 miliardi nel 2014; 24,5 miliardi nel 2013)». E come se non bastassero i 5 miliardi in più prelevati ai contribuenti nell’ultimo quinquennio, ora si pensa ad altri aumenti. Tutto questo fa ancora più infuriare quando si va a paragonare la situazione italiana a quella degli altri Paesi. Già oggi (dunque senza ulteriori possibili rincari) il prezzo de nostra benzina è il terzo più caro del Vecchio Continente.

«Con 1,5437 euro al litro», dice ImpresaLavoro, «il costo del nostro carburante è del 11,52% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 9,27% in più rispetto alla Francia e il 10,50% in più rispetto alla Germania». A precederci in cima alla classifica dei prezzi ci sono soltanto l’Olanda (1,572 euro al litro) e la Grecia (1,546 euro). Sul costo finale, l’incidenza delle tasse e delle accise è micidiale: nel nostro Paese lo Stato influisce per il 65,22% del prezzo finale contro il 62,34% della media europea e il 54,45% della Spagna, il 62,82% della Germania e il 63,34% della Francia. Non stupisce che altri Paesi più ricchi paghino meno il carburante, visto che noi continuiamo a versare denari per emergenze già ampiamente concluse (nella realtà, perché nella mente confusa dei burocrati sono ancora in atto).

«Il ricorso all’aumento delle accise sui carburanti», commenta Massimo Blasoni, «è un sempreverde italiano. Non c’è governo o ministro dell’Economia che non sia ricorso a questo espediente per fare cassa. Un prelievo straordinario e giustificato spesso da emergenze contingenti che finisce per trasformarsi in una tassa perenne, silenziosa e per questo meno dibattuta ma che incide sui bilanci delle famiglie italiane indipendentemente dal loro reddito e, quindi, con poca equità». Difficile dargli torto. Tanto più che il discorso degli aumenti non vale soltanto per la benzina, ma pure per il diesel. Da noi costa il 12,06% in più rispetto alla media europea; il 10,59% rispetto alla Francia, addirittura il 17,07% rispetto alla Germania. Solo in Svezia e nel Regno Unito (per motivi diversi) il diesel costa di più: di nuovo, siamo sul podio dei peggiori del continente, almeno per quanto riguarda il costo del carburante.

È interessante notare, poi quale sia l’incidenza delle tasse sul prezzo finale del diesel, perché in questo frangente diamo veramente il meglio. Le tasse pesano sul costo finale per il 62,28%, e peggio di noi riesce a fare solo la Gran Bretagna. Siamo al terzo posto fra i Paesi con il diesel più costoso, ma al secondo per maggior numero di tasse. Veramente un bel record, un risultato di cui essere estremamente fieri. I nostri vicini austriaci, per dire, pagano il diesel il 24,48% in meno rispetto a noi. Per non parlare della benzina, che in Austria costa il 30,6% in meno rispetto all’Italia (gli sloveni si devono accontentare: pagano il pieno «solo» il 18,97% in meno di noi se si tratta di benzina; il 17,4.2% nel caso del diesel). Che Padoan decida o meno di aumentare il prelievo, il quadro della situazione è piuttosto cupo. Paghiamo ancora la guerra in Libano del 1983 e la missione in Bosnia del 1996. Altri spiccioli da destinare a Bruxelles sarebbero solo l’ultima delle fregature.