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Gentiloni ripensa alla giustizia civile. Fa bene, ci costa 14 miliardi

Gentiloni ripensa alla giustizia civile. Fa bene, ci costa 14 miliardi

di Sarina Biraghi – La Verità

Non solo inasprimento delle pene e intercettazioni. Al momento dell’insediamento, lo scorso dicembre, il presidente del consiglio Paolo Gentiloni aveva chiesto ai ministri una lista con le cose da fare, confermando di fatto gli impegni già assunti dal governo. A cominciare dalla riforma della giustizia, «prioritaria», apparsa fin da subito come il passaggio più delicato per la tenuta della maggioranza. Basti ricordare che l’Associazione nazionale dei magistrati in segno di protesta per il «mancato adempimento degli impegni politici assunti da parte del governo» su pensioni e trasferimenti dei magistrati aveva disertato la tradizionale inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione. Alla voce giustizia, oltre alla riforma del processo penale, tanto atteso, c’erano provvedimenti molto importanti come il diritto fallimentare, il codice civile, la riforma del sistema penitenziario e quella del processo civile in funzione di una maggiore efficienza.

Questo provvedimento contiene deleghe, come quella per la riforma del tribunale delle imprese, l’istituzione del tribunale della famiglia, oltre a tante norme per razionalizzare la procedura dal primo grado (introducendo di regola il rito semplificato di cognizione nelle cause di competenza del giudice monocratico) a quello di Cassazione. Del disegno complessivo di riforma faceva parte il riordino organico del sistema di istituti di risoluzione alternativa delle controversie ma anche il portale unico per le vendite immobiliari, dopo la sperimentazione finita a giugno. Un pacchetto non indifferente ma che Gentiloni vorrebbe portare completamente a buon fine, considerando tramontata la fine anticipata del suo governo e confermato il supporto del ministro della Giustizia Andrea Orlando che pure, come primo provvedimento, ha pensato alle unioni civili. Eppure è proprio la «non giustizia» italiana ad avere un costo oltre che un mancato guadagno che frena la nostra economia e ci rende “diversi” dal resto d’Europa.

Una ricerca del centro studi ImpresaLavoro ha tentato di quantificare l’impatto negativo della lunghezza dei processi e dell’arretrato di cause pendenti su variabili chiave come l’attrattività per gli investimenti esteri, la nascita o lo sviluppo delle imprese italiane, la disoccupazione e i volumi del credito bancario. Ridurre le cause pendenti per numero di abitanti e portarle al livello della media europea potrebbe generare afflussi extra dall’estero per un valore tra lo 0,66 e lo 0,86 del Pil, cioè tra i 10,8 e i 14,1 miliardi annui: il doppio dell’attuale.

Un altro contributo alla crescita potrebbe arrivare riducendo di un quarto i tempi dei Tribunali perché di per sé potrebbe aumentare il tasso di natalità delle imprese, cioè far crescere il ritmo di nascita di nuove iniziative imprenditoriali di circa 143.000 unità all’anno: una volta e mezza il tasso attuale. Il dato positivo sarebbe ancora più evidente se i tempi si dimezzassero, portandosi dunque alla media europea: la stima in questo caso varia tra le 192.000 e le 240.000 nuove imprese all’anno in più rispetto ai ritmi correnti. Se si potesse raddoppiare la velocità dei Tribunali ci potrebbe essere una crescita della dimensione delle nostre imprese per circa l’8,5% in media, come stimato anche da Banca d’Italia.

Benché riferiti al 2014, i dati della Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa mettono in luce come l’Italia sia in una posizione piuttosto arretrata nelle varie classifiche internazionali. Prendendo in considerazione le sole cause civili e di diritto commerciale, all’ultima rilevazione rimanevano in attesa di giudizio, in Italia, oltre 2 milioni e 758 mila processi: un record assoluto per tutti i Paesi dell’Europa allargata, in grado di mettere in secondo piano il milione e mezzo di cause pendenti in Francia e le 750 mila scarse della Germania. Il dato assoluto è riferito ai soli processi di primo grado, ed è fortunatamente in calo rispetto agli anni precedenti.

In termini comparati, i 532 giorni medi necessari per le sentenze di primo grado sono sostanzialmente il doppio rispetto alla media europea e, andando avanti, da noi servono quasi 3 anni in media per gli appelli e altri 3,5 per i giudizi in Cassazione. Lungaggini e inefficienze che penalizzano anche i movimenti di denaro: con la rapidità dei giudizi e la riduzione degli arretrati si sveltirebbero i tempi di pagamento tra imprese, con tutti i relativi effetti in termini di maggiore liquidità in circolazione, minor numero di insolvenza e minore disoccupazione.

Anche i tempi e i costi di recupero dei crediti sono direttamente collegati all’efficacia della giustizia e ciò dovrebbe far riflettere sul problema della valorizzazione e dello smaltimento della montagna di crediti deteriorati accumulati dalle banche. Diversi studi hanno esaminato il legame tra tempi della giustizia, costo dei finanziamenti e loro disponibilità presso il canale bancario: secondo le relazioni più significative, raggiungere il livello medio Ue nei Tribunali potrebbe aprire l’opportunità di nuovi prestiti alle imprese per ben 29,3 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,7% rispetto all’attuale, con innegabili benefici per il mercato del lavoro e quindi l’occupazione.

C’era una volta il risparmio

C’era una volta il risparmio

di Gianni Zorzi* ed Elisa Qualizza** – Panorama

Fiore all’occhiello del nostro sistema finanziario, simbolo della laboriosità e della capacità di risparmio ma anche calpestata nei mille casi di risparmio tradito e spesso trattata dallo Stato come bancomat a cui attingere per far quadrare i propri conti. È la ricchezza delle nostre famiglie, tanto grande da surclassare nei numeri l’enorme debito pubblico, tanto preziosa da spaventare non appena si affacciano i dubbi sulla tenuta del sistema bancario o rispunta qualche proposta di prelievo patrimoniali.

Un’analisi di ImpresaLavoro basata su dati Banca d’Italia, Sistema Europeo delle Banche Centrali, Ocse ed Eurostat fa il punto sulle tendenze nella ricchezza finanziaria delle famiglie, a dieci anni dall’inizio della crisi più grande della modernità, a 15 dalla fine delle banconote in lire e a 25 dal prelievo straordinario sui conti correnti realizzato in una notte. Dopo anni difficili, in termini nominali il volume di attività finanziarie è sul punto di raggiungere la soglia di 4mila miliardi che era stata registrata per l’ultima volta proprio a fine 2006. Il trend di lungo periodo della ricchezza finanziaria ha seguito in sostanza ciò che è stato per l’economia reale: come il Pil, le attività finanziarie sono tornate a crescere, ma non abbastanza per recuperare il terreno perso dall’inizio della crisi, e ancor meno se nel conto si considera l’inflazione.

In tutta Europa, solo la Grecia è più in ritardo di noi rispetto ai livelli del 2006: alcuni Paesi dell’Europa dell’Est nel frattempo hanno raddoppiato i loro volumi, mentre altri più maturi hanno visto incrementi netti considerevoli. Rispetto a dieci anni fa infatti, in Germania le famiglie sono più ricche di oltre 1.300 miliardi (+31,6 per cento), in Francia di oltre 1.200 (+31,9 per cento) e in Regno Unito di 1.900 miliardi di euro (+30 per cento). L’incremento in termini relativi è molto rilevante anche in Olanda (+55,9 per cento, pari a 800 miliardi) e in Svezia (+72,6 per cento ovvero 500 miliardi). La massa di banconote, depositi, titoli e gestioni in capo alle famiglie nel nostro Paese sta ritornando a circa due volte e mezza il Pil (242 per cento per l’esattezza), vicina ormai ai valori pre-crisi. In questo periodo abbiamo perso la leadership del risparmio privato rispetto ad alcuni dei Paesi più virtuosi: in Danimarca, Olanda, Belgio e Regno Unito le attività finanziarie delle famiglie pesano già oltre tre volte il Pil.

Per ogni euro di debito pubblico avevamo, prima della crisi, circa 2,5 euro in attività finanziarie private, scesi oggi a un livello ben inferiore (1,8), che peraltro non accenna a riprendersi da oltre sei anni. In questi termini, tuttavia, la variabile che si è mossa più rapidamente è quella del debito pubblico. Altri Paesi periferici dell’Eurozona, ad esempio, hanno subìto cali più bruschi poiché si sono nel contempo indebitati in misura maggiore e ora presentano dei coefficienti peggiori dei nostri: è il caso dell’Irlanda e del Portogallo, che assieme alla Grecia e a Paesi dell’Est come Croazia, Slovenia e Slovacchia ora arrancano in questa particolare graduatoria.

Di sicuro, il nostro dato rappresenta una brutta notizia per chi teme una patrimoniale a copertura del debito pubblico: nel malaugurato caso si dovesse ricorrere a questo strumento, l’aliquota dovrebbe essere fissata ancor più in alto di quanto non lo sarebbe stato uno o due decenni fa, per garantire una sua efficacia.

Ma non sono solo le tasse a tormentare il sonno dei risparmiatori italiani. La risoluzione delle quattro banche commissariate nel 2015 con l’azzeramento dei titoli subordinati, nonché l’entrata in vigore del bail-in l’anno dopo con la presa di coscienza sul rischio anche di quelli senior, ha spinto le famiglie a ridurre la propria quota in obbligazioni, specie di natura bancaria.

Nonostante tutto, risulterebbero ancora 440 i miliardi investiti in titoli obbligazionari, compresi quelli del debito pubblico. A fine 2016, secondo i dati Banca d’Italia, più di 136 miliardi sono ancora investiti in bond bancari, di cui oltre 27 a elevato rischio (subordinati). E nonostante i ripetuti default del mondo cooperativo, ci sono ancora più di 11 miliardi di risparmi impiegati nei prestiti sociali alle coop, utilizzati come dei semplici libretti ma senza le tutele che proteggono depositi bancari e postali. Quello delle obbligazioni è un vero e proprio primato italiano: il loro peso è dell’11 per cento sul totale delle attività in portafoglio, quasi il quadruplo rispetto alla media Ocse.

Un altro dato molto significativo riguarda il risparmio gestito: i nostri fondi pensione risultano in netto ritardo rispetto alla media internazionale (pesano appena per il 6 per cento dei portafogli: un terzo rispetto alla media Ocse), mentre al contrario fondi comuni e polizze vita hanno raccolto più del 25 per cento dei risparmi rispetto al 16 per cento della media Ocse. Gli incentivi fiscali sui Pir e la maggiore redditività del business del gestito rispetto ai depositi probabilmente accentueranno il fenomeno.

Su base regionale, è interessante un aumento della concentrazione della ricchezza nel Nord-Ovest (ora al 35 per cento), con una crescita molto rilevante degli asset finanziari tra le famiglie lombarde e una minore concentrazione tra quelle piemontesi e liguri. Si è ridotta negli ultimi anni la concentrazione di attività finanziarie nel Nord-Est, con l’importante eccezione delle famiglie venete che risultano comunque stabili. In aumento invece la ricchezza delle famiglie del Centro, a discapito di quelle del Sud. In generale le famiglie del Mezzogiorno risultano però meno indebitate che in passato, al contrario di quelle del Nord-Ovest e del Centro.

Più rilevanti ancora le variazioni nella distribuzione della ricchezza per classi d’età: rispetto a vent’anni fa si è dimezzata la quota di asset in mano agli under 44, mentre è più che raddoppiata per la classe d’età al di sopra dei 64 anni. Le fasce più anziane della nostra popolazione ora detengono quasi la metà di tutti gli asset finanziari, mentre tre quarti dell’indebitamento privato è a carico di nuclei in cui il capofamiglia ha meno di 54 anni. I dati sull’indebitamento delle nostre famiglie sono comunque in generale rassicuranti: seppur quasi triplicato in vent’anni rispetto al reddito disponibile, ha sostanzialmente tenuto negli anni di crisi fermandosi alla quota del 90 per cento. La crescita rispetto al 2006 è di soli 13 punti.

*docente di finanza dell’impresa e dei mercati

**ricercatrice Centro Studi ImpresaLavoro

PIÙ DEBITI, MENO CONSUMI: UN PAESE BLOCCATO

di Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

L’impoverimento delle famiglie italiane non si evince soltanto dal loro maggiore indebitamento rispetto al passato. A spaventare è innanzitutto l’ormai sistemica crisi economica che da un decennio blocca la crescita del Paese. La mancanza di fiducia nel futuro porta così alla contrazione dei consumi, che la politica dei bonus elargiti a pioggia non ha in alcun modo saputo rilanciare. Chi può decide di mettere da parte i propri soldi, in attesa di tempi migliori, senza però riuscire a eludere la voracità del fisco: negli ultimi anni la tassazione sul risparmio è infatti più che raddoppiata. Più in generale, a impoverire le famiglie è anche la scarsa qualità (specie nel Meridione) di molti servizi pubblici che pure dovrebbero essere assicurati quale corrispettivo delle imposte versate.

Stangata per chi ha casa: 49 miliardi

Stangata per chi ha casa: 49 miliardi

di Valerio Maccari – Il Tempo

Altro che funerale delle tasse sulla casa: il fisco immobiliare è più vivo – ed esoso – che mai. Proprio oggi, infatti, scadono i termini per il pagamento della prima rata della Tasi e dell’Imu. A versare l’acconto all’erario, secondo i calcoli del Centro Studi ImpresaLavoro, sono chiamati ben 25 milioni di italiani, la metà circa della popolazione adulta del Paese. E non sborseranno poco: la stangata sugli immobili, quest’anno, vale oltre 49 miliardi di euro, e per l’acconto entreranno nelle casse dei Comuni tra i 10 e gli 11 miliardi di euro. Una cifra enorme, anche se complessivamente il gettito da immobili segnato nel 2016 è un poco di meno del poco auspicabile record di 52,3 miliardi toccato nel 2015. Ma rimane comunque decisamente superiore a quanto si pagava nel 2011.

Rispetto ad allora, infatti, la pressione fiscale sulle case degli italiani ha messo a segno un incremento monstre di 11.4 miliardi di euro su base annua, pari al 30,2% in più. Nel periodo 2011-2016, spiegano da ImpresaLavoro – il maggiore incremento registrato ha riguardato la quota patrimoniale del prelievo, più che raddoppiata (+173%), a differenza delle entrate attribuibili agli atti di trasferimento (-29%) e a quelle sul reddito immobiliare, rimaste sostanzialmente inalterate nonostante la crescita del gettito da locazioni favorita dall’introduzione della cedolare secca sugli affitti.

Il calo di 3,5 miliardi di euro registrato tra il 2015 e il 2016 è interamente attribuibile al taglio della Tasi per le abitazioni principali licenziato dal governo nella Legge di stabilità e che ha fatto passare il gettito della misura da 4,7 a 1,1 miliardi di euro. Un bel taglio, ma certo lontano dalla morte dell’imposizione immobiliare trionfalmente annunciata dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Per il resto, infatti, ben poco è cambiato: le entrate derivanti dall’Imu restano infatti stabili a 20,4 miliardi su base annua. Insomma, nessuna riduzione, anzi: la componente esplicitamente patrimoniale dell’imposizione sugli immobili è purtroppo più che raddoppiata rispetto al 20l1,quando il gettito che ne derivava valeva «solo» 9,2 miliardi di euro. In crescita rispetto a cinque anni or sono anche le risorse drenate dalle tasche dei cittadini italiani attraverso le tasse sui rifiuti, che sono passate da 5,6 a 8,4 miliardi di euro.

«Nonostante l’abolizione della Tasi sulla prima casa – osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro – la tassazione sugli immobili nel nostro Paese continua ad essere del 30% più elevata rispetto al 2011. Si tratta di una patrimoniale operata a danno di quello che molte famiglie consideravano un vero e proprio bene rifugio. Una misura che ci venne richiesta a gran voce dall’Europa e che ha prodotto effetti negativi su molti versanti: un impoverimento del patrimonio delle famiglie, la messa in ginocchio del settore dell’edilizia e una depressione dei consumi e della domanda interna. Motivi piu che sufficienti per rispedire al mittente le raccomandazioni del Fondo monetario internazionale, che in questi giorni insiste per un aggravio in Italia della tassazione patrimoniale degli immobili».

Altissime anche le aliquote: Confedilizia ha calcolato nell’8,8 per mille la media della somma di quelle Imu e Tasi deliberate dai Comuni capoluogo di Provincia per gli immobili locati a «canone agevolato» e nel 10,5 per mille l’aliquota media ordinaria. Dati che, secondo il Presidente di Confedilizia Spaziani Testa, «confermano l’urgenza di un intervento legislativo per salvare, almeno, l’affitto, Dopo la manovra Monti del 2011, la tassazione su questi immobili si è addirittura quadruplicata, annullando l’effetto della cedolare secca introdotta pochi mesi prima. E l’appetibilità degli affitti a canone calmierato si è di molto affievolita».

Promesse tradite: lo Stato non paga 64 miliardi alle aziende

Promesse tradite: lo Stato non paga 64 miliardi alle aziende

di Francesco De Dominicis – Libero

Se si trattasse di una faccenda tra privati si potrebbe azzardare a ipotizzare – codice penale alla mano – financo l’appropriazione indebita e addirittura un caso di furto vero e proprio. Il ladro in questione è lo Stato e il soggetto «offeso» – ovvero derubato – è l’impresa fornitrice alla quale non viene saldata una fattura nei termini stabiliti dalla legge. E messe insieme, le fatture non pagate, creano una montagna di miliardi di euro che resta nelle casse del Tesoro. Se ne discute da almeno cinque anni, senza che venga trovata una soluzione efficace. Il risultato è sempre lo stesso: circola meno liquidità nella cosiddetta economia reale e qualche azienda, specie tra quelle più piccole, soffocata proprio dalle casse a secco, è costretta – non di rado – a portare i libri in tribunale. Si fallisce anche per colpa dello Stato, insomma. Se va meglio, si taglia qualche investimento programmato oppure si licenziano i lavoratori. L’effetto finale è un danno collettivo di proporzioni certamente non irrilevanti.

Su questo versante, per la verità, non esistono stime esatte. E sui numeri in ballo spesso si fa un po’ di confusione. Lo scandalo vero, in effetti, non è rappresentato dai 64 miliardi di euro di arretrati complessivi dello Stato verso le imprese fornitrici. Certo, il totale dei debiti è quello e fa parecchio rumore. Non a caso, il dato, riportato nell’ultima relazione della Banca d’Italia, è stato immediatamente cavalcato da associazioni di categoria oltre che centri studi, come Cgia di Mestre e ImpresaLavoro. Tuttavia, una parte di quei ritardi è fisiologica: dipende, cioè, dai tempi di pagamento concordati tra pubblica amministrazione e azienda per saldare le fatture, relative a beni e servizi.

Tempi che possono variare sulla base di norme e secondo il tipo di «prestazione» acquistata dalla pa, locale o statale. Una direttiva dell’Unione europea del 2011, nel dettaglio, fissa nella forchetta tra 30 e 60 giorni i tempi massimi di pagamento. Fino al limite di due mesi, insomma, è tutto regolare o quasi. Ne consegue che sul totale di 64 miliardi, come accennato, una parte è «fisiologica»: si tratta, secondo le stime di Bankitalia, di poco meno del 50%. Calcolatrice alla mano significa grosso modo 28-30 miliardi. Il resto, invece, è uno stock di more fuorilegge: la «componente non fisiologica», pertanto, si attesta a 34-36 miliardi. A tanto, dunque, ammonta il presunto furto. In ogni caso, il corpo del reato non è un pacchetto di bruscolini.

Dicevamo delle norme di Bruxelles. A metà febbraio la Commissione Ue ha chiesto all’Italia di chiarire se ha varato provvedimenti volti ad accelerare i bonifici alle imprese. In assenza di una svolta, il Paese corre il pericolo di subire l’ennesima procedura di infrazione. Rischio che da luglio si farà sempre più concreto, poiché partirà un monitoraggio a tappeto con l’avvio di un cervellone unico a livello europeo. Tutti i paesi avrebbero dovuto essere in regola sin dal 2013, ma l’Italia non ce l’ha fatta a rispettare la tabella di marcia imposta da Bruxelles.

L’ex presidente del consiglio, Matteo Renzi, su questo problema aveva alzato l’asticella. Era marzo del 2014 e l’allora premier promise di risolvere la faccenda entro il mese di settembre dello stesso anno. Renzi non mantenne la promessa (saldare gli arretrati fino al 2013) né pagò pegno – come invece aveva giurato – andando in pellegrinaggio, a piedi, al santuario sul monte Senario. Di là dalle chiacchiere del segretario del Partito democratico, in tre anni la situazione non è migliorata granché: rispetto al prodotto interno lordo, i debiti commerciali sono passati dal 5,8% del 2012 (record) al 4,3% del 2014, dal 4,2% del 2015 (68 miliardi) al 3,8% dello scorso anno (64 miliardi).

Lievi cali – quelli segnalati nelle carte di via Nazionale – che non migliorano il quadro, specie nel confronto internazionale. Solo la Grecia (103 giorni) paga con tempi più lunghi dell’Italia (95). Valori molto più alti rispetto a quelli di altri paesi europei, come Spagna (78), Francia (57) e Germania (23). Se Roma paga in tre mesi, Berlino salda in poco più di tre settimane. Come dire: quello sui tassi d’interesse dei titoli pubblici (btp e bund) non è l’unico spread tra italiani e tedeschi.

Il Governo deve 64 miliardi ai privati e Renzi manco va a farsi a benedire

Il Governo deve 64 miliardi ai privati e Renzi manco va a farsi a benedire

di Gianluca De Maio – La Verità

I debiti della pubblica amministrazione verso le aziende dei privati valgono ancora oggi 64 miliardi di euro. Più o meno tre Finanziarie. Un modo per spostare sulle spalle di chi produce quasi il 3% del debito pubblico. Una cifra insopportabile che per gli italiani è diventata una prassi. Ci siamo infatti dimenticati che solo il 13 marzo del 2014, dal salotto di Bruno Vespa, l’ex premier Matteo Renzi, lanciò la sua personale sfida ai debiti arretrati della Pa. Promise di smaltire tutti i pagamenti entro il 21 settembre, giorno di san Matteo. In caso contrario si sarebbe incamminato da Firenze fino al santuario di monte Senario. Venti chilometri a piedi per espiare le colpe dello Stato. Il Rottamatore non è più premier, lotta per riprendere l’incarico e non ha in mente di mettersi in cammino. Ancor meno di intervenire su un problema endemico.

«A distanza di tre anni» spiega il Centro studi ImpresaLavoro «siamo costretti a registrare che lo stock di debito commerciale contratto nei confronti delle imprese fornitrici è rimasto sostanzialmente invariato. La relazione annuale presentata nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia certifica infatti che nel 2016 lo stock dei debiti accumulati dalla PA ammonta ancora a 64 miliardi di euro, appena 4 miliardi in meno rispetto all’anno precedente».  Gli enti pubblici nel 2016 hanno impiegato in media 95 giorni (erano 131 giorni nel 2015) per pagare i loro fornitori. Si tratta di un dato inferiore di 8 giorni rispetto alla Grecia e analogo a quello del Portogallo ma che resta superiore di 17 giorni rispetto alla Spagna, di 34 giorni rispetto a Belgio, di 38 giorni rispetto alla Francia, di 43 giorni rispetto all’Irlanda, di 72 giorni rispetto alla Germania e di 73 giorni rispetto al Regno Unito. Anche se il trend è in miglioramento – rileva lo studio – la riduzione dei tempi appare legata a una riorganizzazione organica che nulla ha a che vedere con l’intervento politico.

Per l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro, «ne consegue pertanto un dato gravissimo per tutte le imprese italiane coinvolte: questo ritardo sistematico è infatti costato loro la cifra di 5,3 miliardi sotto forma di accesso al credito per consentire di pagare i propri dipendenti e onorare gli impegni presi. Questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento il dato fornito da Bankitalia e il costo medio del capitale (pari all’8,339% su base annua) che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti».

Va inoltre sottolineato che a impattare positivamente sui numeri in questi ultimi tre anni sono state le mosse degli enti locali. E non certo dello Stato centrale. Nonostante gli enti locali continuino a subire tagli da Roma, negli ultimi due anni sono riusciti a far calare il proprio stock di debito complessivo addirittura del 10%. Da 101 a 91 miliardi. Il governo, invece, ha portato il «buco» da 2.043 a 2.130 miliardi, stando alle ultime rilevazioni del ministero, che risalgono allo scorso inverno. Un 4% in più. Per gli enti locali, si è quasi sempre registrato un avanzo di cassa: il fabbisogno di Comuni, Province e Regioni è stato negativo per 6,4 miliardi nel 2013, per 9,4 miliardi nel 2014 e per 7,09 miliardi nel 2015. Nel 2016 nei conti degli enti territoriali si è registrata un’esigenza di cassa per 829 milioni. Lo Stato si dimostra sempre più vorace, anche se demanda agli enti locali l’incasso di nuove tasse. Con tale andazzo si capisce che il debito relativo al 2014 sia stato saldato soltanto alla fine del 2016. E cosi via, mantenendo intatto un circolo vizioso.

«I ritardi nel pagamento dei debiti commerciali, pubblici e privati», conclude Massimo Blasoni, «hanno conseguenze per le imprese che vanno al di là degli oneri sostenuti per l’accesso al credito. Elaborando i dati contenuti nell’European payment report di Intrum Justitia si scopre infatti il 46% delle aziende italiane ritiene che un migliore e più puntuale sistema di pagamenti da parte dei debitori porterebbe all’assunzione di nuovi dipendenti. Per il 61% degli imprenditori i ritardi nei pagamenti rappresentano inoltre una delle cause di licenziamento dei lavoratori già in forza alle imprese e per il 73% degli intervistati il ritardo dei debitori frena la crescita del nostro tessuto imprenditoriale». La propaganda renziana attorno al Jobs act e al rilancio dell’occupazione si è ovviamente ben guardata dall’affrontare la violenza che lo Stato usa sulle aziende private costrette a fare da bancomat. E oggi che il segretario del Pd si avvia verso un’altra campagna elettorale. Ma i 64 miliardi di debiti e il macigno che rappresentano continuano a essere un tabù.

Lo Stato non paga i suoi debiti

Lo Stato non paga i suoi debiti

di Vittorio Pezzuto – Italia Oggi

In Europa il tempo medio di pagamento da parte del settore pubblico è salito da 36 a 41 giorni in un solo anno. Questa situazione si ripercuote negativamente sopratutto sulle piccole e medie imprese, costrette come sono ad accettare termini di pagamento troppo lunghi e spesso imposti dalle imprese più grandi. La piccola buona notizia è che il trend della nostra Pubblica Amministrazione appare in controtendenza, anche per merito della fatturazione elettronica: nel 2016 ha impiegato in media 95 giorni (erano 131 giorni nel 2015) per pagare i suoi fornitori. Si tratta di un dato inferiore di 8 giorni rispetto alla Grecia e analogo a quello del Portogallo ma che resta superiore di 17 giorni rispetto alla Spagna, di 34 giorni rispetto al Belgio, di 38 giorni rispetto alla Francia, di 43 giorni rispetto all’Irlanda, di 72 giorni rispetto alla Germania e di 73 giorni rispetto al Regno Unito. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione dei dati contenuti nell’ultima edizione dell’European Payment Report di Intrum Justitia.

Il 13 marzo 2014 il premier Matteo Renzi promise in tv agli italiani che il 21 settembre di quell’anno, giorno del suo onomastico, avrebbe fatto un pellegrinaggio al santuario di Monte Senario se il suo Governo non avesse pagato tutti i debiti che la Pubblica amministrazione aveva contratto fino al 2013. A distanza di tre anni, siamo costretti a registrare che lo stock di debito commerciale contratto nei confronti delle imprese fornitrici è invece rimasto sostanzialmente invariato. La relazione annuale presentata nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia certifica infatti che nel 2016 lo stock dei debiti accumulati dalla PA ammonta ancora a 64 miliardi di euro, appena 4 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Le solenni promesse dell’allora premier Renzi sono state completamente disattese.

Per l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro, «ne consegue pertanto un dato gravissimo per tutte le imprese italiane coinvolte: questo ritardo sistematico è infatti costato loro la cifra di 5,3 miliardi sotto forma di accesso al credito per consentire di pagare i propri dipendenti e onorare gli impegni presi. Questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento il dato fornito da Bankitalia e il costo medio del capitale (pari all’8,339% su base annua)».

I ritardi nel pagamento dei debiti commerciali, pubblici e privati, hanno conseguenze per le imprese che vanno al di là degli oneri sostenuti per l’accesso al credito. Il 46% delle aziende italiane ritiene che un migliore e più puntuale sistema di pagamenti da parte dei debitori porterebbe all’assunzione di nuovi dipendenti. Per il 61% degli imprenditori i ritardi nei pagamenti rappresentano inoltre una delle cause di licenziamento dei lavoratori già in forza alle imprese e per il 73% degli intervistati il ritardo dei debitori frena la crescita del nostro tessuto imprenditoriale.

I riti lumaca ci costano 14 miliardi

I riti lumaca ci costano 14 miliardi

Quanto costano i ritardi della giustizia in Italia? Quanto incide l’inefficienza giudiziaria sull’economia reale del BelPaese? Secondo i numeri di un recente studio pubblicato dalla Commissione Europea, la riduzione delle cause pendenti per numero di abitanti è un fattore determinante nell’attrarre investimenti. Se il nostro Paese riuscisse a portarle al livello della media europea potrebbe, di per sé, generare afflussi extra dall’estero per un valore stimato tra lo 0,66 e lo 0,86 del Pil. Tradotto significa tra i 10,8 ei 14,1 miliardi di euro all’anno, il doppio dell’attuale.

A scattare l’impietosa fotografia di uno dei mali che affliggono il sistema imprenditoriale del nostro Paese è stato il Centro studi ImpresaLavoro, che ha quantificato l’irnpatto negativo della lunghezza dei processi e dell’arretrato di cause pendenti su variabili chiave come l’attrattività degli investimenti esteri, la nascita e lo sviluppo delle imprese italiane, la disoccupazione e i volumi del credito bancario. Ridurre di un quarto i tempi dei tribunali in Italia, per esempio, potrebbe incrementare il ritmo di nascita di nuove iniziaüve imprenditoriali di circa 143mila unità all’anno. Ci sarebbero, inoltre, nuovi prestiti alle imprese per ben 29,3 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,75 rispetto allo stock attuale. Lo studio di ImpresaLavoro, in particolare, sottolinea la gravità del problema.

«Prendendo in considerazione le sole cause civili e di diritto commerciale, all’ultima rilevazione rimanevano in attesa di giudizio, in Italia, oltre 2.758.000 processi: un record assoluto per tutti i Paesi dell’Europa allargata», sostiene lo studio, «in grado di mettere in secondo piano il milione e mezzo di cause pendenti in Francia e le 750.000 scarse della Germania. Il dato assoluto è riferito ai soli processi di primo grado, ed è fortunatamente in calo rispetto agli anni precedenti. Sta di fatto che a fine anno rimangono pendenti, in termini relativi, 45 processi ogni 1.000 abitanti in Italia contro i 24 della Francia, i 18 della Spagna e i soli 9 della Germania».

Bollette da urlo: aumentate del 22% in 6 anni

Bollette da urlo: aumentate del 22% in 6 anni

di Francesco Borgonovo – La Verità

Quando in Italia si sente parlare di «liberalizzazioni», scorre improvviso un brivido lungo la schiena. Non perché si sia pregiudizialmente ostili ai privati cattivi. No: il panico nasce proprio dalla conoscenza dei dati. Si è discusso parecchio, nei giorni scorsi, del famoso ddl Concorrenza, che – allo stato attuale – fissa a luglio 2019 la fine del mercato elettrico tutelato. Significa che non siamo ancora in un regime di mercato totalmente libero, ma rimangono dei meccanismi di protezione per circa 20 milioni di clienti. Nonostante ciò, negli ultimi 6 anni la bolletta energetica delle famiglie italiane è aumentata del 22,34%. Eccoli, i benefici della liberalizzazione avvenuta nel luglio del 2017: le spese a carico degli italiani sono cresciute. A dimostrarlo, numeri alla mano, è un’indagine condotta dal centro studi ImpresaLavoro, che ha analizzato l’andamento dei prezzi medi dell’energia elettrica per uso domestico fornita alle famiglie di tutta Europa. «Rispetto a 6 anni fa», spiegano i ricercatori, «tra i 28 Paesi oggetto del monitoraggio solo in 8 nazioni il prezzo dell’energia domestica è diminuito: Ungheria (-31,63%), Malta (-23,30%), Cipro (-18,85%), Olanda (-9,67%) Repubblica Ceca (-6,70%), Slovacchia (-6,24%), Lussemburgo (-2,22%) e Polonia (-1,43%). In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è cresciuta con aumenti anche consistenti».

In Italia, va detto, l’aumento non è tra i peggiori registrati nel Vecchio Continente. In Lettonia. per esempio, le bollette sono cresciute del 55.08%, in Portogallo del 45,05% e in Grecia del 43,77%. Ma, ovviamente, stiamo parlando di economie non proprio fortissime. Tuttavia si registrano aumenti anche nel Regno Unito (+33,40%), in Francia (+28,98%), in Spagna (+24,87%) e in Germania (+23,54%). Il nostro Paese, però, si distingue a livello continentale per il costo dell’energia. ImpresaLavoro nota che, in Italia, «il costo per l’energia elettrica domestica (tasse incluse) è passato da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2377 kWh nei 2016», Nel 2016, il consumo medio annuo per famiglia ammontava a 3.199 kWh. Significa, per farla breve, che ogni famiglia italiana spende in media 760,24 euro su base annua per la solo bolletta elettrica. In Europa, registrano costi piti alti dell’energia soltanto Danimarca, Germania e Belgio.

MEGLIO ALL’ESTERO

«Se la stessa famiglia, infatti, si trovasse a vivere in Francia», notano i ricercatori di ImpresaLavoro, «risparmierebbe 217,05 euro su base annua: 155,31 euro se vivesse nel Regno Unito e 45,43 euro se vivesse in Spagna. In Germania, invece, il conto sarebbe più elevato: +190,82 euro». Manco a dirlo, a pesare tantissimo sul costo finale sono le tasse e le accise, che in Italia ammontano al 39.87% (la media dell’area Euro è del 39.36%, quella dell’Unione Europea a 28 Stati, invece, è del 36,07%). Un’incidenza maggiore delle imposte si registra solo n Danimarca (68,65%), Germania (53,41%) e Portogallo (47,28%). Mentre in tutti gli altri Paesi la morsa del fisco è meno stretta. In Francia, le tasse rappresentano il 35,42% del prezzo finale della luce. In Spagna sono il 21,7% e nel Regno Unito il 19,22%. «Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1 luglio 2007 ma le bollette non sono affatto calate», dice l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro. «È un paradosso tutto italiano, che purtroppo non verrà sanato con l’approvazione (più volte rinviata) del ddl Concorrenza».

FUTURO NERO

E anche questa è una bella gatta da pelare. «Nella parte dedicata alla liberalizzazione del mercato elettrico», continua Blasoni, «è infatti prevista la fine del regime della maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e il passaggio obbligatorio al mercato libero entro il luglio 2019. Si tratta in realtà di una spada di Damocle: coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato si ritroveranno (a loro insaputa) in un basket denominato “servizio di salvaguardia” che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela. La loro utenza verrà poi riassegnata ad altra azienda a seguito di un’asta con una base di prezzo comunque automaticamente piu alta del 20%. Un provvedimento che distorce il mercato e che non potrà che incidere ulteriormente sul bilancio delle famiglie italiane».

A lanciare un allarme in questo senso è stata, all’inizio di aprile, anche un’indagine di Nomisma Energia. Che ha rilevato altri problemi a carico dei cittadini. Tanto per cominciare, la difficoltà di lettura della bolletta. Ci vogliono, hanno scritto ì ricercatori di Nomisma, 9 minuti per leggerla, ma addirittura 6 ore per comprenderla, anche perché presenta qualcosa come 179 cifre diverse, che vanno esaminate e interpretate. Nomisma ha espresso perplessità pure sul meccanismo delle aste, e ha notato come la liberalizzazione abbia portato, alla fine dei conti, alla formulazione di sconti piuttosto bassi sulla bolletta. Insomma, il quadro che emerge è parecchio sconfortante. La liberalizzazione del mercato energetico – in cui attualmente operano circa 400 società – non ha portato benefici agli italiani, nonostante fosse stata presentata come un grande favore ai consumatori. Il costo finale dell’energia è aumentato, per via delle tasse ma non solo. Le bollette che le famiglie e i singoli utenti devono pagare sono decisamente più alte che in passato. E la situazione non sembra affatto destinata a migliorare.

In più c’è un ulteriore aspetto da considerare, che riguarda proprio la difficoltà di muoversi all’interno del nuovo mercato. Decifrare le bollette è complicato, e la proliferazione di nuovi gestori ha fatto aumentare esponenzialmente le truffe. Non si contano più, ormai, le denunce e gli appelli presentati da numerose associazioni di consumatori e da organizzazioni di categoria per mettere in guardia gli utenti. La piaga peggiore sono probabilmente le truffe telefoniche, di cui risultano vittime soprattutto le persone che vengono contattate da call center e indotte a sottoscrivere nuovi contratti di fornitura. Nel complesso, il risultato è che, nel mercato reso più libero, qualcuno ci guadagna parecchio. Ma non sono i cittadini italiani.

In Italia gli stranieri trovano lavoro più di noi

In Italia gli stranieri trovano lavoro più di noi

La Verità

I cittadini stranieri collocati, sul mercato del lavoro, di più e meglio rispetto agli autoctoni: uno scenario bizzarro, che tuttavia è realtà in una manciata di nazioni europee. L’Italia è una di esse. Secondo una ricerca realizzata dal Centro Studi ImpresaLavoro – su elaborazione dei dati Eurostat 2016 – il tasso di occupazione dei cittadini italiani tra i 15 e i 64 anni (residenti in patria) è del 57,0%, dato che ci appaia alla Croazia e che risulta nettamente inferiore alla media sia dell’Unione a 28 membri (67,1%) sia dell’area Euro (66,1%). In tutto il Vecchio Continente soltanto la Grecia – con il 52% degli occupati – ha un mercato del lavoro meno efficiente del nostro. In questa particolare classifica siamo quindi nettamente superati da tutti i nostri principali competitor: Svizzera (82,5%), Germania (76,5%), Olanda (75,6%), Regno Unito (73,8%), Portogallo (65,3%), Francia (65,2%), Irlanda (64,7%) e Spagna (59,9%).

Se si prende in considerazione la percentuale di occupati tra i lavoratori extra-Ue residenti in Italia, la posizione in classifica del nostro Paese vola invece verso l’alto, dal penultimo al sedicesimo posto: il nostro 57,8% risulta infatti largamente superiore alla media sia dell’Unione a 28 membri (53,7%) sia dell’area Euro (52,5%). Si tratta di un dato in netta controtendenza rispetto a quanto avviene abitualmente negli altri Paesi e soprattutto nelle altre economie avanzate del continente. Oltre all’Italia, solo altri tre Paesi europei hanno tassi di occupazione più bassi tra i propri connazionali rispetto a quelli fatti registrare tra i lavoratori extracomunitari: si tratta di Repubblica Ceca (-3,8 punti percentuali), Slovenia (-0,9) e Grecia (-0,3).

Un dato che stride con la media sia dell’Unione a 28 membri (+13,4 punti percentuali) sia dell’area Euro (+13,6). In tutto il resto d’Europa la differenza, espressa sempre in punti percentuali, risulta infatti a favore dei cittadini dei Paesi presi in esame: Portogallo (+1,0), Spagna (+6,2), Irlanda (+7,2), Regno Unito (+12,5), Svizzera (+17,8), Francia (+20,9), Germania (+24,8) e Olanda (+26,3).

«Ancora una volta siamo costretti a osservare l’Italia in fondo alla classifica europea che registra il tasso di occupazione dei cittadini di ciascun Paese», commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Si tratta di un dato ormai stabile, che non può non allarmare una grande potenza economico-industriale come la nostra. Mentre nel resto d’Europa la crisi sembra essere in via di superamento, da noi la crescita continua a ristagnare ai livelli di 10 anni fa. Anche per questo non può che sorprendere il fatto che in Italia i residenti extracomunitari trovino lavoro con maggiore facilità dei nostri connazionali. È pur vero che si tratta di un’anomalia dovuta al fatto che i primi sono disponibili a svolgere mansioni che gli italiani ormai riliutano di prendere in considerazione. Questo però non può essere una giustificazione sufficiente: il nostro mercato del lavoro resta ancora troppo rigido».

I nuovi padroni delle banche italiane

I nuovi padroni delle banche italiane

di Gianni Zorzi * e Elisa Qualizza **

Quali effetti ha avuto la lunga crisi dell’economia sugli assetti proprietari delle banche italiane? Un rapporto di ImpresaLavoro ha provato a fare luce sui cambiamenti intervenuti in dieci anni. Sotto il peso dei crediti deteriorati e in un contesto competitivo sempre più difficile, azionisti storici come le fondazioni bancarie hanno in molti casi perso del tutto il controllo degli istituti. Il risiko stenta a ripartire, la mano pubblica è vincolata dalla direttiva sul bail-in e i gruppi stranieri sembrano stare alla finestra, con l’eccezione dei fondi d’investimento che invece hanno progressivamente incrementato le loro esposizioni.

Ai massimi del 2007 i titoli bancari quotavano in Borsa circa 210 miliardi di euro e valevano quasi il 30 per cento del listino milanese: oggi invece non superano i 67,5 miliardi e raggiungono a malapena al 13 per cento dei valori di Borsa. Questa distruzione di valore è dovuta a più cause. A parte gli episodi di mala gestio, bisognerà citare l’aumento dei crediti deteriorati (giunti al 175 per cento del capitale delle banche), l’inasprimento dei requisiti minimi di capitale, i margini di interesse sempre più risicati. La media del campione di 49 gruppi bancari analizzati da ImpresaLavoro mostra inoltre indici di redditività negativi e in costante calo sin dal 2013. Per effetto delle svalutazioni, molti dei principali gruppi bancari hanno chiuso il bilancio 2016 in perdita. Probabilmente senza l’entrata in vigore della direttiva del bail-in ci saremmo ritrovati a commentare il ritorno dello “Stato banchiere”, un ruolo che si pensava abbandonato con le privatizzazioni degli anni ’90, che avevano fatto seguito alla trasformazione delle casse di risparmio e dei monti di pietà in società per azioni con la scissione tra attività bancaria ed enti proprietari, ovverosia le fondazioni. A un quarto di secolo dalla loro istituzione, sono loro ad aver perso la maggiore influenza sul nostro sistema. Ormai il 30 per cento degli 88 enti nati dalla legge Amato del ’90 non ha più alcuna partecipazione nella relativa banca conferitaria, e un altro 10 per cento ha mantenuta una partecipazione limitata o destinata a diluirsi o dissolversi a breve.

Le banche conferitarie di 24 diverse fondazioni fanno ora capo a Intesa Sanpaolo mentre altre 13 si sono fuse in Unicredit; cinque istituti hanno ceduto alle lusinghe della Popolare dell’Emilia Romagna, altri cinque all’odierno Banco Bpm e cinque ancora a Ubi Banca. Fondazione Cariparma ha mantenuto il 13,5 per cento del relativo gruppo, passato in mani francesi dal 2007 e da poco ribattezzato Crédit Agricole. Solo una parte degli enti rimasti nel capitale dei gruppi ha voluto – e potuto – partecipare agli aumenti mantenendo inalterata così la quota di partecipazione: per esempio Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo e Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, proprietarie complessivamente del 17,4 per cento di Intesa Sanpaolo.

Nello stesso gruppo hanno invece ceduto quote la Fondazione Cr Firenze, ora al 2 per cento, e Fondazione Carisbo, obbligata a ridurre la partecipazione in base al protocollo d’intesa con il Ministero dell’Economia del 2015. Dopo il recente maxi-aumento di Unicredit, le fondazioni di Crt e Cariverona sono scese all’1,8 per cento, e assieme agli altri enti pesano ormai in totale non più del 5 per cento (a fronte del 12 del 2008): ben più rilevanti i pacchetti in mano agli istituzionali battenti bandiera straniera. In controtendenza risulterebbero solo la Fondazione Cr Cuneo e la Fondazione Banca del Monte di Lombardia, salite di recente all’11 per cento di UBI Banca, superando così di poco le quote accumulate da fondi esteri come Blackrock e Silchester. Si sono diluite nel tempo Fondazione Mps (dal 58 per cento di dieci anni fa ora è scesa allo 0,1) e le tre che detengono quote di Carige (ormai tutte insieme non pesano più del 6). Più in generale sono rimaste solo otto le fondazioni che detengono una quota maggioritaria nella banca conferitaria: l’ultima a uscire da questo perimetro ormai molto ristretto è stata Saluzzo, che ha ceduto l’anno scorso a Bper il controllo della banca locale, mentre altre con ogni probabilità la seguiranno a breve.

Sono sette le fondazioni “azzerate” nel 2015 (assieme a moltissimi piccoli risparmiatori azionisti e obbligazionisti junior) a fronte dei processi di risoluzione di Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, il primo delle quali ha travolto da solo cinque enti (Loreto, Macerata, Pesaro e Jesi che è stata azzerata pure sulle subordinate, oltre Fano che aveva accumulato una posizione in anni recenti). La parte buona di quegli istituti, assieme a quella di Banca Etruria, è transitata sotto il controllo temporaneo del Fondo di risoluzione e ha trovato acquirenti (Bper e Ubi) solo a inizio 2017 al prezzo simbolico di un euro cadauna. Fondazione Tercas nel 2014 ha perso il controllo dell’ex Cassa di Teramo, poi passata alla Popolare di Bari. Quattro fondazioni sono finite nel vortice delle ex Popolari venete, le cui azioni hanno perso del tutto il loro valore a fronte degli aumenti di capitale del 2016 da Atlante che, dopo essere intervenuto in seguito al fallito tentativo di quotazione dei due istituti, ora rischia già di perderne il controllo. Infatti le ex popolari venete al pari del Monte dei Paschi hanno richiesto l’intervento dello Stato attraverso lo strumento della ricapitalizzazione precauzionale.

Il Parlamento ha da tempo dato il via libera a questi interventi, ancora in attesa del placet europeo, fino a un importo di 20 miliardi di euro. Il settore sembra non esaurire la sua sete di capitale, ed è possibile che nuove piccole grandi rivoluzioni segnino il destino di molti istituti. A breve, per esempio, sarà la volta di Rimini e San Miniato, che assieme alle tre fondazioni che ora guidano CariCesena, attendono di conoscere l’entità degli aumenti di capitale necessari. I grandi gruppi stranieri sono stati sinora alla finestra. Probabilmente scoraggiati dall’ipotesi di consolidare impieghi carichi di crediti dubbi, titoli del nostro debito pubblico e prestiti concentrati su un’economia che ancora mostra bassi livelli di crescita, non hanno fatto acquisizioni significative.

Oltre a Caripanna di cui si è detto, Bnl è interamente partecipata da Bnp Paribas già da oltre dieci anni, mentre Deutsche Bank mantiene la sua ormai storica presenza in Italia e Crediop, travolta nella risoluzione della controllante franco-belga Dexia che l’aveva acquistata nel ’99, da anni è ufficialmente in vendita ma senza trovare acquirenti. Altri gruppi come Barclays hanno deciso di lasciare l’Italia, addirittura accettando di pagare CheBanca! (la divisione retail di Mediobanca) per rilevarne l’anno scorso la rete di sportelli.

Molto diversa la distribuzione dell’azionariato in Borsa. Unicredit è posseduto per oltre il 42 per cento da investitori istituzionali, e un altro 15 e mezzo da investitori non identificati, con meno del 29 per cento in mano al retail. Il pacchetto azionario più importante, pari al 5 per cento, è in mano agli arabi di Aahar, seguito a ruota dal fondo russo di Pamplona; la Central Bank ot’ Libya è invece scesa al di sotto del 3 per cento. In generale chi ha incrementato in misura pressoché costante le quote sono alcuni giganti dell’asset management, a partire da quelli statunitensi. Capital group detiene oltre il 4 per cento di Unicredit e quasi l’1 di Intesa, mentre Blackrock l’opposto. Vanguard ha quasi il 2 per cento di tutte le principali banche quotate, mentre ugualmente diversificati risultano Invesco, Franklin resources, Templeton. Harris è al 3,2 di intesa Sanpaolo, mentre Dimensional fund detiene quote rilevanti in Bper, Banco Bpm, Sondrio e Credito valtellinese per una quota che varia tra il 2,5 e il 4,2 per cento.

Rilevante l’interesse della Banca centrale della Norvegia (Norges Bank) che detiene tra il 2 e il 3 per cento di tutte le nostre quotate. Di recente l’a.d. Di Banco Bpm Giuseppe Castagna ha annunciato che i fondi detengono oltre il 70 per cento del gruppo e che sarà necessario «costruire con loro un rapporto duraturo». Oltre che negli assetti proprietari, i quali appaiono tuttora in evoluzione, ci si attendono dunque cambiamenti importanti anche nei rapporti con gli azionisti e nella governance. È un dramma per il sistema? Ripensando alle cronache di tante gestioni cadute in disgrazia, forse no.

* docente di finanza dell’impresa e dei mercati

** ricercatrice Centro Studi ImpresaLavoro

E I “PICCOLI” PAGANO IL CONTO

di Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

I nostri istituti di credito hanno perso nell’ultimo decennio una quota rilevante del loro valore. Mentre in Paesi più sicuri e più attrattivi per i capitali affluivano ingentissime risorse che si trasformavano anche in impieghi per le banche volti non solo agli investimenti in debito sovrano, ma anche per famiglie e imprese. Risorse importanti posto che da noi la concessione del credito si è andata largamente restringendo negli ultimi anni. La profonda crisi di diversi istituti bancari è stata poi la conseguenza dell’azione opaca di un management disinvolto e non all’altezza, anche perché spesso scelto per l’appartenenza a un partito. A pagarne il conto sono stati migliaia di piccoli investitori, non di rado imprenditori locali, del tutto inconsapevoli dei rischi che stavano correndo.