Resistenze antindustrialiste

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Il Foglio

Mentre il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, annuncia una mobilitazione contro il Jobs Act, con il motto “resistere, resistere, resistere”, anche la sinistra giudiziaria si mobilita. Non sembra un caso che le due “resistenze” convergano. Il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, agita dietro le spalle della Camusso la linea ancora più oltranzista di resistenza, dicendosi pronto addirittura a occupare le fabbriche. Tutto perché il governo promette di affrontare il tema dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nei decreti attuativi previsti dalla delega, mediante una disciplina del contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti che lo renda più conveniente degli altri contratti. Ciò ha un valore simbolico e pratico non da poco. Comporta la distruzione del modello dell’unità sindacale, lo strumento cardine del patto neo corporativo fra Cgil e Confindustria.

Uil e Cisl si sono dissociate dalla Cgil e Matteo Renzi per ora non ha fatto alcuna concessione alle richieste della Cgil che, evidentemente, non è più l’interlocutore privilegiato del nuovo Pd. E l’effetto di ciò sulla Confindustria è evidente: ora anch’essa non è più un’interlocutrice privilegiata della Cgil. Tuttavia sulla linea oltranzista si colloca pure la magistratura giustizialista, dopo che il premier ha rotto la sacralità del corpo giudiziario a partire dalla contestazione delle lunghe ferie estive. Ma questo è solo un piccolo antipasto: nella corporazione dei giudici c’è chi si allarma per la possibile sottrazione di competenze in materia di lavoro connessa all’indebolimento dell’Articolo 18, per esempio, o addirittura chi tema responsabilità civile e separazione delle carriere. Perciò anche su questo fronte s’alzano barricate.

C’è infatti qualcosa di più sostanzioso della minaccia di scioperi: i processi per danno ambientale e per corruzione, a carico di grandi imprese, che possono entrare in crisi (vedi Ilva di Taranto, Tirreno Power, acciaierie ThyssenKrupp, già condannate a Torino per disastro ambientale). Ma ci sono anche i processi per corruzione per il Mose e per l’Expo di Milano che comportano il rischio che si blocchi la procedura semplificata per le grandi opere del decreto sblocca Italia appena varato. E poi ci sono i processi all’Eni per corruzione internazionale che coinvolgono l’ad appena nominato da Matteo Renzi, Claudio Descalzi. Resistere, resistere, resistere. Speriamo lo faccia pure Palazzo Chigi.