La spending review dall’alto

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Massimo Riva – La Repubblica

Stavolta il fronte interno delle reazioni alla manovra 2015 minaccia di rivelarsi anche più caldo, se possibile, di quello esterno in Europa. In particolare sul versante degli enti locali: le Regioni innanzi a tutti. Si potrà dire che lo scontro fra Palazzo Chigi e i governatori è una costante nella stagione in cui si allestiscono le misure di aggiustamento del bilancio: anche ai tempi dei tagli lineari del duo Berlusconi-Tremonti si sono viste scintille infuocate. Quest’anno, però, c’è una novità politica da non prendere sottogamba: il conflitto si è aperto all’interno dello stesso schieramento della sinistra governante. Da una parte c’è il segretario del Pd che è anche presidente del Consiglio, dall’altra c’è Sergio Chiamparino, governatore del Piemonte e presidente della conferenza delle Regioni. Un personaggio di estrazione diessina ma che, nelle battaglie interne al Pd, finora si era manifestato fra i sostenitori di Matteo Renzi.

Alto, quindi, è il rischio che il conflitto sulla portata dei provvedimenti possa essere inquinato anche da tentativi di piccolo o grande cabotaggio per rimettere in discussione gli equilibri interni di un partito dove i non-renziani sono sì una minoranza e però non pacificata. I toni durissimi con i quali Chiamparino ha aperto le ostilità, purtroppo, non fanno presagire granché di buono. Né le prime reazioni di Renzi suonano particolarmente accomodanti. Ha detto il governatore del Piemonte che questa manovra per le Regioni è «insostenibile a meno di non incidere sulla sanità». Ha replicato il presidente del Consiglio: «Sono pronto a incontrare gli esponenti delle Regioni, ma dire che ora si alzano le tasse o si taglia la sanità è una provocazione». Controreplica di Chiamparino: parole offensive.

Così non va: in un’ottica di responsabilità istituzionale reciproca sarebbe auspicabile da parte di entrambi un linguaggio più legato alla sostanza delle questioni. Nessuno pensa che chiedere alle Regioni ulteriori sacrifici per oltre quattro miliardi sia come l’invito a una passeggiata. Così com’è vero che la spesa per la sanità costituisce la posta di gran lunga maggiore nei bilanci regionali. Ma davvero all’interno di questi consuntivi non ci sono altri spazi, meno socialmente odiosi, su cui operare risparmi di spesa? C’è qualcosa di non sempre credibile nelle reazioni degli enti locali alle richieste di tagli che vengono dai governi centrali. Non appena la scure si alza sui bilanci comunali, pronti i sindaci dichiarano che così dovranno chiudere gli asili nido. Quando la mannaia minaccia le Regioni, la risposta consolidata è: taglieremo i servizi sanitari. È una storia vecchia, che però rimane ancora del tutto irrisolta.

Come altrettanto totalmente irrisolta è un’altra partita che riguarda i bilanci patrimoniali degli enti locali da dove – molto meno dolorosamente per i cittadini – si sarebbero già potute ricavare non piccole risorse per migliorare lo standard dei servizi sociali e al tempo stesso risanare i consuntivi anno dopo anno. La partita è quella delle innumerevoli aziende partecipate da Comuni e Regioni che talora portano nelle casse pubbliche qualche buon profitto, ma più spesso operano in perdita a esclusivo benefico di coloro che hanno avuto – diciamo così – la buona sorte di trovarvi un canonicato, pingue per sé e inutile per gli altri.

Da quanti decenni sul tavolo della politica italiana è aperto questo problema? Quanti commissari alla spending review vi si sono spaccati invano la schiena? Ecco se il presidente del Consiglio, anziché parlare di provocazione, avesse puntato il dito su questo nodo forse si potrebbe sperare in un esito più proficuo – per i cittadini e i conti pubblici – del confronto che si aprirà fra governo e Regioni. Anche perché in materia risulta del tutto insoddisfacente quell’inciso della legge di stabilità in cui si richiede agli enti decentrati di predisporre entro il marzo prossimo un piano di cessioni e accorpamenti delle aziende controllate con riferimento anche alle retribuzioni dei dirigenti.

Francamente da un decisionista come Matteo Renzi c’era da aspettarsi qualcosa di ben più ultimativo su una materia che, oltre tutto, potrebbe portare a risparmi anche parecchio superiori a quei quattro miliardi che hanno fatto così imbufalire Chiamparino e soci. Peccato, un’occasione persa: sulla quale sarebbe stato davvero interessante per i contribuenti assistere a un confronto fra governo ed enti locali. Magari per ascoltare questi ultimi chiedere conto allo Stato di ciò che intende fare per liberare il campo anche dai suoi tanti e persistenti enti inutili o addirittura dannosi. Purtroppo, non l’unica occasione persa di una manovra che comunque contiene buone misure mirate a spingere verso la crescita economica. Anche se talora contraddittorie: che senso ha, per esempio, aprire il capitolo dell’anticipazione del Tfr per poi richiuderlo con una maggiorazione delle imposte? Lo spazio di tempo per un riesame più sobrio e coerente di alcune misure non manca. C’è da sperare che – al lordo del conflitto con le Regioni – governo e Parlamento lo sappiano sfruttare.