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Non fermate Draghi

Non fermate Draghi

Stefano Lepri – La Stampa

È facile prendere la disoccupazione a un nuovo massimo in Italia, a un nuovo minimo in Germania, come simbolo di ciò che non va nell’area euro. Difficile davvero sarà far capire ai tedeschi che non possono più dire agli altri Paesi «imitateci e starete meglio». Nelle condizioni straordinarie di oggi, rivelate dai prezzi che scendono, la ricetta tedesca offre solo altri anni di sofferenze. La Germania deve il suo successo all’essere arrivata alla crisi del 2007 con salari frenati rispetto alla. La Germania deve il suo successo all’essere arrivata alla crisi del 2007 con salari frenati rispetto alla produttività e conti pubblici in ordine. A noi, come ai francesi, tocca interrogarci su che cosa sbagliò chi governava allora. Ma nel frattempo il mondo è cambiato. Dalla bassa crescita l’Europa non può uscire stringendo la cinghia per esportare di più. Il crollo del prezzo del petrolio indica sfiducia che esistano al momento forze capaci di dare un impulso significativo all’economia dell’intero pianeta; non basta che negli Stati Uniti la ripresa si consolidi se la Cina rallenta. Il nostro continente non può affidare le sue speranze ad altri, o i suoi equilibri politici saranno travolti ove dalla xenofobia, ove dal massimalismo di sinistra.

Ci chiamerà alla prova la Grecia. Gli eccessi di debito sono caratteristici di un mondo globalizzato dove i capitali sono cresciuti più dei redditi; si formano in mercati finanziari volubili dove il credito un giorno facile (i Btp decennali ieri rendevano l’1,9%) a un cambio degli umori può venire a mancare (ì decennali greci hanno superato il 10%). Ad Atene occorre districare le due facce di un fallimento. Da una parte il governo uscente ha mancato nelle riforme di struttura (liberalizzazioni, privatizzazioni, efficienza amministrativa) dall’altra ha invece realizzato senza ricavarne vantaggi visibili l’unica «riforma» davvero caldeggiata dal potere economico tedesco, ridurre i salari. Ora anche Berlino dietro le quinte si prepara al negoziato. Non preoccupa più di tanto l’improvvisa simpatia mostrata dall’economista di riferimento della destra tedesca, Hans-Werner Sinn, per il leader dell’estrema sinistra greca Alexis Tsipras (nella speranza che un’uscita della Grecia dall’euro metta i brividi a Italia e Francia).

Da parte nostra dobbiamo tenere presente che una eventuale ristrutturazione del debito greco costerà, dati i tassi di mercato, più cara all’Italia che alla Germania dove molti sono pronti a strillare alla rapina. L’accordo da cercare con il nuovo governo di Atene comporterà rinunce per tutte le parti; occorrerà saperlo orientare verso un migliore coordinamento tra le politiche di tutti. Gia le elezioni greche rischiano di far slittare di un mese e mezzo, a inizio marzo, le prossime misure anti-deflazione della Banca centrale europea. Sarebbe grave, perché sono già in ritardo, come mostrano i dati di ieri sui prezzi. E sul ritardo contano i dottrinari tedeschi per giudicarle poi inutili (dopo aver volta a volta tentato di dimostrarle pericolose o illegali).

È vero che l’acquisto massiccio di titoli da parte della Bce ha controindicazioni. Può ad esempio gonfiare i valori di Borsa assai più che dare impulso reale all’economia: in altre parole, mettere più soldi in tasca ai ricchi invece di dare lavoro. Ma nelle condizioni in cui si trova l’Europa (anche al

di là dell’area euro), tutto va tentato. Era in linea di principio giusto chiedere alla Grecia di restituire i debiti contratti dai suoi cattivi governi. Ma imporle tempi stretti ha condotto attraverso la depressione economica all’effetto opposto, l’impossibilità a pagare per intero. Occorre concluderne, per tutta l’area euro, che il «Fiscal Compact» è inapplicabile finché dura la deflazione.

L’euro trattato come la Grecia

L’euro trattato come la Grecia

Davide Giacalone – Libero

In Grecia non si parla di uscire dall’euro e il leader del partito di sinistra, dato in vantaggio dai sondaggi, si dichiara sostenitore della moneta unica. Fuori dalla Grecia tutti parlano dell’uscita ellenica, valutandone le possibili conseguenze negative. Per gli altri. Una scena surreale. Come in una stanza in cui tutti urlano, nessuno ascolta e non si capisce niente. Certo che tutto è possibile, in queste condizioni. Perché sono irrazionali.

Uscire dall’euro, per i greci, sarebbe un suicidio. Potrebbero vedere aumentare i turisti, visto che la svalutazione violenta potrebbe indurre più stranieri a visitare le isole e mangiare feta a basso prezzo. Ma solo a patto che quei turisti desiderino vacanzeggiare in un Paese che non potrebbe più permettersi di importare le medicine e dove la povertà sarebbe crescente. Roba per stomaci forti. A parte i turisti, in ogni caso, uscendo dall’euro le banche greche salterebbero tutte. Per non chiuderle si dovrebbe nazionalizzarle, così prendendo sulle spalle un costo superiore a quello del mantenimento del debito. Non è un caso che Alexis Tsipras certe cretinerie non le dice. Ne diceva altre, a cominciare dall’idea di non pagare i debiti. Ora, però, mano a mano che si avvicina il giorno in cui potrebbe trovarsi al governo, ha corretto il tiro, intendendo rinegoziare le condizioni degli aiuti (leggi: soldi) ricevuti. Il che sembra ragionevole. Si sarebbe fatto in ogni caso. Quindi lasciamo i greci al loro voto.

Usiamo la memoria. Chi ha prestato soldi alla Grecia già subì un taglio dei propri crediti, ma solo se si trattava di privati. Prima di quella decisione, però, le banche che avevano in pancia titoli del debito greco, quindi prevalentemente banche tedesche, seguite dalle francesi, se ne liberarono, cedendoli alla Banca centrale europea e, quindi, non subendo il taglio. Bene ricordarsene, per non cadere nella somaresca trappola di ritenere bravissimi quelli che copiano il compito in classe. Varando il programma europeo di aiuti ciascun Paese s’impegnò a prestare soldi alla Grecia, in ragione della propria potenza economica. Dettaglio: siccome i tassi d’interesse praticati erano di favore è successo che chi attingeva soldi, dal mercato, ad un tasso inferiore, come la Germania, ci ha guadagnato, mentre chi li prendeva a un tasso superiore, come l’Italia, ci ha rimesso. Siamo noi che abbiamo finanziato i greci, mica i tedeschi.

Quei debiti vanno rinegoziati e allungati nel tempo, in modo che siano sostenibili. Ma, ed è questo il punto, ciò non può riguardare solo i greci, perché altrimenti va a finire che conviene essere sull’orlo della bancarotta, visto che i greci, già oggi, pagano (in rapporto al pil) i debiti meno degli italiani. Il tema del debito non può che essere unico e generale, nell’area dell’euro. Altrimenti non è la Grecia a uscire dall’euro, ma l’euro dalla storia. Ciò perché il senso della moneta unica è quello di rendere eguali, nei diritti e nelle opportunità, i cittadini che vi abitano. Se da una parte è giusto che chi si è indebitato, dilapidando in spesa inutile, paghi; dall’altra è evidente che tale condizione non può trasmettersi sui posteri, altrimenti replicando lo schema della schiavitù. C’è un solo modo per conciliare l’etica del debitore con l’equità della cittadinanza: che oltre alla moneta si abbiano anche debito comune. Ciò, però, comporta che ciascuno non possa fare di testa propria e a spese altrui.

In Grecia e in Spagna è la sinistra (detta estrema) a suonare la musica antirigorista. In Francia e Italia è la destra (detta estrema). Il che rende tutto estremamente confuso. È di destra o di sinistra, il rigore? Tutto sta a capirsi: quei debiti nazionali (il nostro compreso) non sono sostenibili senza sviluppo; ma se la spesa pubblica diventa all’istante spesa corrente e sostegno ai consumi (come gli 80 euro), anziché investimenti, non cresce la ricchezza, ma la zavorra. Al tempo stesso la possibilità di alimentare l’economia con credito al sistema produttivo e agli investimenti è come la carne per i debilitati: il minimo per non morire di anemia. Le due cose devono andare assieme.

Pugno di ferro con i medici complici dei fannulloni

Pugno di ferro con i medici complici dei fannulloni

Gaetano Ravanà – Il Giornale

Come si fa a farsi riconoscere la legittimità del ricorso alla legge 104 (quella che regolamenta i permessi retribuiti per l’assistenza a un familiare) con la complicità di un medico? Per la procura agrigentina basta una spirometria realizzata dallo stesso medico che soffia nello strumento clinico in assenza del paziente, in modo da fare apparire una patologia in realtà inesistente. Oppure, dare dei consigli prima di una radiografia per la postura da assumere al fine di fare emergere difetti che non ci sono.

Questo è quello che per gli inquirenti si è verificato in decine e decine di casi nella provincia agrigentina. Oltre 150 persone, dietro il pagamento di tangenti, avrebbero ottenuto il riconoscimento della 104. Un’inchiesta che ha portato all’emissione, nel settembre dello scorso anno, di diverse ordinanze di custodia cautelare. Le manette ai polsi sono scattate per medici e intermediari. Oltre cento persone sono finite nel mirino della magistratura, ma l’inchiesta è andata avanti e la magistratura agrigentina, con in testa il procuratore Renato Di Natale e l’aggiunto Ignazio Fonzo, ha puntato l’attenzione sul mondo della scuola, dove il fenomeno ha assunto connotati molto sospetti. È stato un comitato spontaneo di insegnanti che si è costituito per fronteggiare il fenomeno della 104 a presentare una denuncia al Tribunale agrigentino. Diversi docenti non riuscivano mai ad ottenere il trasferimento, pur avendo i numeri, perché proprio per l’autorizzazione all’utilizzo della 104 ad altri colleghi venivano di fatto, ogni anno, scavalcati nella graduatoria.

Analizzando le carte che il Provveditorato agli Studi di Agrigento ha consegnato agli agenti della Digos, sono saltate fuori un paio di situazioni ritenute coincidenze «strane» e necessarie di approfondimento. Nella città di Sciacca, in particolare, su 140 tra docenti, impiegati in segreteria e operatori scolastici, 90 hanno la 104, circa il 70 per cento. In un’altra scuola, sempre nell’Agrigentino, su un organico di undici bidelli, tutti quanti hanno beneficiato della legge 104, vale a dire il cento per cento. Ma da quanto trapela da ambienti investigativi e anche da quelli di Provveditorato e Inps, ci sarebbero tante altre situazioni «sospette». La procura ha già anticipato un nuovo filone che potrebbe portare a un numero di indagati da capogiro. Per iniziare sono 280 le persone, in gran parte insegnanti, ma ci sono anche dipendenti e funzionari di altre pubbliche amministrazioni, che risulterebbero indagate. Si scopre che altri certificati medici sarebbero stati costruiti ad hoc per ottenere il trasferimento a casa.

Questo nuovo scandalo va a sommarsi alla vicenda della malattia di massa dei vigili urbani di Roma e dei netturbini di Napoli nella notte di Capodanno. La complicità dei medici sta alla base del tutto e, proprio per questo motivo il Governo entro febbraio modificherà le norme del lavoro nel pubblico impiego. I controlli sui certificati di malattia verranno potenziati e non verranno più assicurati dalle Asl ma direttamente dall’Inps. La stessa procedura dovrebbe essere estesa anche all’iter per il riconoscimento della legge 104.

Le tasse dei politici e quelle di chi lavora

Le tasse dei politici e quelle di chi lavora

Nicola Porro – Il Giornale

Una pena è giusta se proporzionata al reato commesso. È un principio banale, che gli italiani hanno insegnato al mondo, ma che da anni dimenticano alla ricerca del gesto esemplare. Ciò avviene per due spinte contrapposte: quella dei cosiddetti conservatori, poco indulgenti verso i reati comuni, e quella dei progressisti, assatanati (forse per reazione) per i crimini dei colletti bianchi. Entrambi gli schieramenti si trovano però insieme nella legislazione di emergenza: succede un qualche disastro e i nostri eroi rispondono con pene esemplari alla ricerca del capro espiatorio e per allontanare da sé l’ombra della responsabilità e dell’inattivismo.

In Italia una bottega del barbiere rischia di essere sottoposta alla stessa disciplina di uno stabilimento dell’Eni nello smaltimento dei propri rifiuti. Una piccola impresa deve seguire le stesse procedure sulla sicurezza di un’industria siderurgica. Ovviamente per rispondere a disastri ambientali del passato e a fobie ambientaliste del presente. O per contrastare morti sul lavoro sull’onda di un fatto di cronaca. Oggi l’emergenza sono i nostri conti pubblici in rosso che si ritiene siano dovuti agli evasori fiscali (una favola), giù quindi a bastonare i presunti tali con norme micidiali. I politici, inoltre, si considerano dei fenomeni, stanno lì sui loro banchi e pensano che cittadini e imprenditori non possano sbagliare una virgola: applicano ai più piccoli il rigore che si ritiene dovuto ai più grandi che, proprio per le dimensioni, si possono (ancora per poco) permettere uffici e staff che controllano la correttezza burocratica e cartacea di tutto.

Vedete, questa settimana non si è parlato d’altro che del codicillo introdotto nella delega fiscale e che prevedeva la non procedibilità penale per chi commettesse evasioni fiscali inferiori al tre per cento dell’imponibile. Una norma ispirata al buon senso. Così come tutta la legge resta di buon senso, con numerose depenalizzazioni.

La legge delega approvata dal Parlamento prevedeva appunto un ritorno alla proporzionalità tra illecito e sanzione. Un certo eccesso di delega si può senz’altro riscontrare, poiché la previsione del tre per cento si applica anche alle frodi realizzate con la predisposizione di documenti falsi. E nell’articolo 8 della legge sembra proprio che questa previsione non sia contenuta. Resta il punto di sostanza. Si pensi al caso in cui un’azienda commetta un errore di competenza economica, o si deduca costi non inerenti (la questione come ben sanno le mini partite Iva è sempre opinabile) o ancora dichiari un reddito inferiore a quello contestato sulla base di una interpretazione diversa dell’amministrazione, ma anche al caso di omessa dichiarazione di redditi conseguiti in tutti questi casi, le polemiche apparse in questi giorni sono assurde, visto che dimenticano che l’evasore che viene pizzicato paga le imposte, gli interessi e le sanzioni amministrative. Questo famigerato articolo l9bis prevede addirittura, con una norma assai severa, che le sanzioni amministrative siano raddoppiate nei casi in cui opera la non punibilità penale. Il rischio, semmai, è che non si vada in galera, ma al tribunale fallimentare.

È fuori luogo parlare di un’area di impunità. C’è chi ad esempio fa il parallelismo con il rapinatore che sarebbe autorizzato a derubare senza sanzione penale se il bottino non fosse superiore al 3 per cento della cassa: ci si dimentica però che per la rapina, a differenza dell’evasione, non c’è una sanzione pari ad un multiplo del bottino (di regola da una a due volte le imposte evase), multiplo che l’articolo 19 bis prevede espressamente di raddoppiare (da due a quattro volte). Cosa è peggio per un presunto o potenziale evasore? Sapere che dopo qualche anno potrebbe finire per qualche mese in carcere o vedere sequestrati, in attesa di giudizio,i proventi dei suoi illeciti con gli interessi?Ma, soprattutto, cosa fa più comodo alle casse dello Stato, che tutti dicono di volere risanare?

Su questa norma è nato un putiferio legato alla questione Berlusconi, che se ne avvantaggerebbe. Sono fatti che «inzigano» i retroscenisti politici. Quello che qui vogliamo sottolineare è il riflesso condizionato dei nostri politici. Che non si rendono conto di come il mondo per gli invisibili sia diverso da come se lo raccontano loro. L apiù straordinaria è la deputata civatiana (sì, esistono anche loro) Lucrezia Ricchiuti, che ha subito proclamato: «In pratica questo codicillo ha detto che più sei ricco e più puoi evadere». Ma questa parlamentare sa che già oggi ci sono delle soglie di non procedibilità penale? E lei, come i tanti che le si sono associati, sa che anche per una piccola impresa avere accertamenti superiori al 3 per cento del proprio imponibile, purtroppo non è cosa rara?

Ps: si dice nei tam tam del Palazzo che tutta la delega fiscale, una corposa normativa, sia stata concordata con l’Agenzia delle entrate. E quest’ultima ha fatto subito sapere che alcune norme di depenalizzazione non le piacciono. Viene da chiedersi se sia così assurdo prevedere nel futuro che le leggi fiscali siano fatte dai politici con il consenso, la consultazione e le legittime pretese dei contribuenti e non dei loro esattori. Il governo deve seguire i desiderata delle sue agenzie prima di fare le norme o le richieste dei cittadini-contribuenti-elettori? Che ne pensa ad esempio di ciò l’onorevole, sottosegretario all’Economia, Zanetti, che nella sua passata vita da commercialista ha fatto tante rigorose battaglie contro i pregiudizi degli uffici governativi e fiscali?

Il buco e la pezzaccia

Il buco e la pezzaccia

Davide Giacalone – Libero

Non è una svista, ma un errore accecante. Era già capitato con il trattamento fiscale delle partite Iva, approvato di notte e la mattina dopo Matteo Renzi già diceva che si doveva correggere. E’ capitato con uno dei decreti legislativi relativi sul lavoro, che taluni consideravano valido anche per il pubblico impiego e altri no, tanto che Renzi disse di rimettersi al Parlamento, dimenticando che era il Parlamento ad essersi rimesso al governo. Ma sulla delega fiscale si esce dalla farsa e si entra nella tragedia. Per tre ragioni: di merito, di metodo legislativo e di ordine politico.

1. Nel merito credo abbia ragione Vincenzo Visco, quando osserva che considerare non perseguibile penalmente una frode fiscale entro il 3% dell’imponibile pagato non è diverso dal considerare penalmente esenti le fatture false entro i 1.000 euro e la soglia di non punibilità penale che passa da 50 a 150.000 euro evasi. A me sembrano provvedimenti accettabili, sebbene oscuri nel funzionamento (la fattura è esente se resta unica o può esistere una cartiera che ne produce in serie? perché cambia, e non di poco). A Visco sembrano abomini. Ma sono perle della medesima collana. Se si cancella il 3% per ragioni morali, perché mai si dovrebbe mantenere la non penalità per le fatture false, che sono strumento evidente di frode fiscale? E’ ragionevole che si possa essere favorevoli o contrari, non lo è che si faccia uno spezzatino e si mastichino alcuni bocconi sputandone altri. Questa faccenda, per le evidenti implicazioni politiche, finisce con l’oscurare tutto il resto. Che non manca di guai grossi. Avevo avvertito che la formulazione dell’abuso di diritto porta con sé un abuso di giurisdizione, nel senso che si passa palla e potere ai giudici. Ovvero l’esatto opposto della certezza del diritto, che dovrebbe essere chiaro prima. Leggo che Alessandro Giovannini, presidente dell’associazione docenti di diritto tributario, pensa la stessa cosa. Ma nessuno se ne occupa.

2. Il metodo legislativo è raccapricciante. L’idea che il Consiglio dei ministri approvi roba che non legge, o che al momento dell’approvazione non è scritta (perché questo credo sia successo), è già imbarazzante. Se poi parte la gara a dissociarsi, vuol dire che il governo è in disfacimento. Essendo decreto legato a una legge delegante la sola cosa da accertarsi è se il suo contenuto sia conforme, o meno, alla delega. Posto che un decreto non si “ritira”, qui si sta correndo a scriverne un altro senza che si sia detto se il punto contestato è o no coperto da delega. Non sto a descrivere il perché tale punto è rilevante, con entrambe le ipotesi inquietanti.

3. Se quel 3% era una furbata pro-Berlusconi era da rincretiniti supporre che sarebbe sgusciata nel silenzio. Passi per il Natale, ma prima o dopo qualcuno avrebbe letto. Se non lo è, nel senso che non è un codicillo oscuro della “pacificazione”, allora è allucinante che una norma sia ritirata (non essendo ritirabile) sol perché potrebbe giovare a uno. Con tanti saluti alla Costituzione e alla presunta eguaglianza dei cittadini innanzi alla legge. Renzi se ne è assunto la responsabilità perché s’è reso conto che raccontare come sono veramente andate le cose (ammettendo che la macchina legislativa di Palazzo Chigi è fuori controllo, o eteroguidata di soppiatto) sarebbe stato più dannoso che prendersi la colpa. Non s’è reso conto della conseguenza: se ripiega braghe in mano dopo la malaparata si trova nella medesima condizione in cui si trovò il governo Amato quando il decreto Conso dovette essere stoppato: finito. Prendere l’aereo di Stato per andare a sciare e poi scivolare su una roba simile significa avere perso lucidità. Infine, dire che della materia si riparlerà dopo l’elezione presidenziale non solo ha un vago sapore ricattatorio, destinato ad avvalorare l’idea che fosse una furbata, stupidamente organizzata, ma dimentica che la delega fiscale scade il 28 di marzo. Posticipare è suicida, perché incita l’esercito dei franchi tiratori a dilatare i tempi quirinalizi, talché la delega fiscale vada a farsi benedire. Si dirà: così, però, essi danneggerebbero gli interessi nazionali. Sicuro, ma non è che i protagonisti di questa storiaccia si siano distinti per l’opposto.

P.S. La pezza si fa sempre più colorata, talché il buco risulta sempre più evidente. Leggo (Il Messaggero) che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, sostiene essere normale che un testo licenziato dal Consiglio dei ministri sia diverso da quello entrato. Come dire: il dibattito è vero e i partecipanti non sono delle comparse. Sarebbe bello, ma non è così. I provvedimenti esaminati dal Consiglio vengono prima studiati e preparati in un pre-consiglio, cui partecipano capi di gabinetto e/o i capi degli uffici legislativi. Questo per fare in modo che all’esame dei ministri non giungano questioni che poi daranno luogo a discussioni tecniche. Il punto è: visto che il 3% del dovuto al fisco, quale soglia al di sotto della quale l’evasione non fa scattare l’azione penale, non era nel testo entrato in Consiglio è evidente che non è mai stata esaminata dal pre-consiglio. Il che non è affatto normale. Quando, poi, dovessero sorgere discussioni politiche, dubbi o posizioni diverse, delle due l’una: o il presidente del Consiglio pone ugualmente il provvedimento in votazione, chiedendone l’approvazione, oppure, più frequentemente, rinvia la discussione al Consiglio successivo, in modo che ci sia tempo per appianare i contrasti e fornire i chiarimenti. Sul 3% non è successo nulla di questo.

Dice Delrio, in tal modo confermando la procedura e questa seconda ipotesi, che non c’è nessuna manina che abbia cambiato il testo, essendo stato licenziato quel che il Consiglio ha discusso e approvato. Benissimo. Poi aggiunge. Ma siamo pronti a cambiarlo. Malissimo. Se è quello che avete discusso e approvato, perché poi volete cambiarlo? Solo per le reazioni esterne? Ma, allora, sbaraccate il Consiglio dei ministri, rottamate la parte della Costituzione che ne regola funzioni e poteri, e abbandonatevi ai sondaggi. Perché vi accorgete che è un errore? Allora licenziate gli uffici legislativi e fate penitenza. Aggiunge ancora: “non credo che ci sia nessun problema a tenere aperto il provvedimento fino a quando non si trova un equilibrio che possa evitare qualsiasi cattiva interpretazione”. Ci sono eccome, i problemi. Primo: dove pensa di trovarlo, l’equilibrio? All’interno del Consiglio, dove hanno già approvato, nel partito, nella coalizione, in televisione? La Costituzione prevede solo il primo caso, il resto non è fantasia, ma rottamazione costituzionale. Secondo: si tratta di un decreto legislativo, già approvato, la cui delega scade il 28 di marzo, se lo tengono sospeso si brucia tutto. Terzo: si rendono conto del precedente che creano? Da ora in poi il Consiglio approva, poi si attende di vedere l’effetto che fa, indi si stabilisce se procedere o ritirare. Posto che la procedura di ritiro non esiste. Il buco non è bello, ma la pezza è terribile.

Troppi ostacoli per chi fa impresa

Troppi ostacoli per chi fa impresa

Massimo Blasoni – Il Giornale

Resta difficile fare impresa in Italia. Lo evidenziano tutti gli indicatori economici ma ancor più, lo dico da imprenditore, l’esperienza concreta. Lo studio annuale della Banca Mondiale ci pone agli ultimi posti tra i paesi in cui è più facile fare affari ed il peso complessivo delle imposte, la cosiddetta total tax rate, sulle imprese sfiora il 70%, ponendo il nostro sistema produttivo tra i più tassati del mondo. Burocrazia, tempi della giustizia, cuneo fiscale, tutto sembra concorrere a frenare il rilancio di un paese, il nostro, in cui il Pil reale di oggi è inferiore a quello di 15 anni fa: unico caso tra i principali paesi europei. Non sono poche le critiche che si potrebbero muovere al governo Renzi, assai meno rapido nelle decisioni di quanto voglia dirsi. Concentriamoci su tre aspetti.
Primo: il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Si è lungamente dibattuto, con tanto di promesse del premier di raggiungere a piedi Monte Senario se i debiti non fossero stati onorati, sino all’happy end. Obiettivo raggiunto per il “debito patologico” del 2013. Pochi ricordano però che, rimasti inalterati i 170 giorni medi con cui lo stato paga i fornitori, il debito nel corso del 2014 si è obbiettivamente riformato.
Con il Centro Studi ImpresaLavoro, stimiamo in 74 miliardi lo stock complessivo che si è rigenerato, rendendo di fatto vano l’intervento del governo. Un vero problema per le imprese costrette ad anticipare quei crediti in banca, con costi stimabili in sei miliardi l’anno. Un esborso quattro volte superiore rispetto a quello delle imprese francesi e sette volte maggiore di quello dei colleghi tedeschi che si vedono pagati i crediti verso lo stato mediamente in 27 giorni.
Alto tema il Jobs Act. I decreti attuativi approvati dal Consiglio dei Ministri confermano una tendenza tipica del Governo Renzi: la montagna degli annunci ha partorito il topolino dei fatti. La narrazione renziana suggerisce l’idea di un’Italia piena di aziende, anche straniere, pronte ad assumere ed investire dopo aver letto i provvedimenti del governo. In realtà alla ben nota contrapposizione tra lavoratori garantiti e precari si aggiunge oggi quella tra nuovi e vecchi assunti, mentre viene ignorato il tema della produttività e dell’impossibilità di rendere maggiormente efficiente il pubblico impiego, anche attraverso una normale disciplina dei licenziamenti.
In una economia sempre più tecnologica e dei servizi e sempre meno del tradizionale manifatturiero i tempi del lavoro non sono dati dalla catena di montaggio: aver eluso con ipocrisia il tema della efficienza (il licenziamento per scarso rendimento) certo non aiuta. Siamo, peraltro, tra i paesi con bassi indici di produttività anche per la difficoltà di correlare merito e retribuzione, ed il problema resta.
Terzo: il debito pubblico continua imperiosamente a crescere. Più di 80 miliardi nel 2014 e questo malgrado l’aumento delle imposte, evidenti o mascherate: 20 miliardi in più solo quelle sulla casa nel periodo Monti-Letta-Renzi. E se è vero che la legge di stabilità presuppone la decontribuzione dell’Irap (vedremo) già incombe, per l’assenza di coperture, il rischio di un nuovo aumento dell’Iva.
Renzi continua ad annunciare molto e a produrre risultati modesti. Con gli annunci, anche se fatti in inglese, l’economia non riparte: servono riforme vere. Meglio se liberali.
Scarica il Pdf con l’articolo de Il Giornale 

Se Atene piange, Roma può ridere?

Se Atene piange, Roma può ridere?

Giuseppe Pennisi – Formiche

Quali effetti avrà la situazione politica in Grecia (mancata elezione del Capo dello Stato, elezioni politiche il 25 gennaio, da qui ad allora una campagna senza esclusione di colpi), in cui gli euroscettici sembrano brillare nei sondaggi? Nonostante il 30 dicembre l’Istat abbia diramato un bollettino congiunturale mensile pieno di perplessità, le dichiarazioni di esponenti politici (in gran misura con il sapore di precotto e riscaldato in quanto dense di giudizi ottimistici ma prive di numeri), danno l’idea che si sia aspettando la Befana. Tuttavia, ne ‘La Dodicesima Notte’ (quella tra il 5 ed 6 gennaio, ‘dodicesima’, per l’appunto, da quella di Natale), William Shakespeare ci avverte di una nottata “più di intrighi che di magia”. Quindi, più che sperare nei doni della vecchietta a cavallo della scopa, occorre guardarsi da possibili congiure a danno delle già malconcia Italia (quale documentato dal bollettino Istat).

Qual è la congiura che può preoccuparci di più? Non è una complotto in senso stretto ma unicamente l’applicazione del “principio di precauzione” all’Italia, data la situazione creatasi in Grecia, situazione che minaccia di aggravarsi man mano che la campagna elettorale diventa più accesa. Lo si avverte a Francoforte, sede della Banca centrale europea (Bce), più che a Roma. Non tanto all’Eurotower, piena di scatoloni perché è già in corso il trasloco nei nuovi locali nell’area del vecchio mercato generale. Il luogo dove meglio si percepiscono gli orientamenti in atto è l’elegante ristorante in stile belle époque di quella che viene chiamata la Alte Oper, il vecchio e glorioso teatro dell’opera, distrutto dai bombardamenti e riaperto una ventina di anni fa come sala da concerto contornata da locali di lusso.

È al ristorante della Alte Oper più che al Frankfurter Hoff, l’albergo di gran lusso della città, che si va se si vuole un tavolo tranquillo dove parlare indisturbati. Con l’accesso della Lituania all’eurozona, ed il cambiamento del metodo di voto, il cambiamento all’interno della Bce è stato più profondo di quanto non si pensi. Il Presidente e l’Esecutivo dell’istituto cercheranno di giungere a decisioni “per consenso”, ossia senza doversi contare. Ma nel consenso, pesano di più gli Stati membri “cauti” di quelli “avventurosi”. Oggi le strategia di Quantitative Easing, OMTs, Abs e simili sono più difficili (da fare approvare dagli organi di governi della Bce) di quanto non lo fossero prima degli ultimi avvenimenti in Grecia. Si era pensato – e così avevano scritto giornalisti italiani di stanza a Francoforte – che parte di queste misure, rinviate da oltre un anno, sarebbero state adottate, almeno in fase iniziale, dal Consiglio Direttivo il 7 od il 22 gennaio.

Ma, come illustrato su Formiche.net del 30 dicembre, il piano di Tsipras fa venire “il pianto greco” anche alla Germania. Quindi, pare inevitabile un rinvio. E dato che si rinvia, la tesi dominante è, comunque, è saggio aspettare ‘la stagion dei fiori’ quando si saprà qualcosa di più dei conti pubblici e della crescita economica di Belgio, Francia ed Italia. È soprattutto a Roma che si guarda. A Francoforte circola un documento della Banca d’Italia su cui è marcato in neretto “strictly confidential” e “do not circulate”, ossia proprio le frasi che più attirano l’attenzione.Riguarda il passato, non il futuro, ma sostiene che la crisi del debito sovrano (inaugurata proprio ad Atene) ha avuto implicazioni disastrose sulla crescita potenziale dell’Italia. Un’altra crisi greca potrebbe farci diventare la pedina debole dell’ingranaggio: la prima ad essere contagiata e tale da contagiare, a sua volta, Paesi in difficoltà.

Tempo buttato

Tempo buttato

Davide Giacalone – Libero

La lezione greca è chiara: sono stati buttati quattro anni. Il problema non è il contagio, ma l’infezione mai curata, solo lenita con farmaci sintomatici. La Banca centrale europea ha comprato tempo. I governi europei lo hanno sprecato. Quattro anni dopo siamo a chiederci: cosa succederà alle elezioni greche? Come all’inizio di questa storia. E come all’inizio la risposta legittima è una sola: i greci votano come pare a loro, se la cosa ha riflessi negativi fuori dai loro confini è perché i guasti strutturali dell’euro sono rimasti quelli che erano.

Tre cose le sappiamo, fin dall’inizio: a. se un debito nazionale non è sostenibile (come nel caso greco) o esagerato (come nel nostro), la moneta unica non fa da scudo contro il rialzo dei tassi d’interesse, perché proprio per metterne alla prova la tenuta i mercati li spingeranno verso l’alto, rendendo la situazione ulteriormente insostenibile; b. avendo accettato di avere dentro una stessa moneta dei debiti diversi, venduti a tassi diversi, non è pensabile che le democrazie resistano a una svalutazione forzosa e drammatica non della moneta, ma del tenore di vita interno a un Paese, per quanto tale svalutazione possa essere fondata e legittimata dalla pregressa dissolutezza; c. la soluzione, del resto, non può consistere nel trasferire ricchezza verso il Paese a rischio bancarotta, salvo portargliela via quale costo del debito stesso. Alla Grecia sono già stati dati 240 miliardi di euro, ma se solo si fa finta che quei soldi non dovranno essere restituiti, il che richiede l’applicazione immediata di politiche restrittive che aggravano la recessione, si ottiene il risultato che altri popoli d’Europa, altri elettorati, si domanderanno perché non ricevere il medesimo trattamento. O perché regalare soldi ai dissoluti. Se, all’opposto, si fa valere il principio della restituzione e del controllo sulle politiche del debitore, allora quel Paese perde immediatamente sovranità. Cedendola ad ambiti che non hanno nulla di democratico.

Questo è il vicolo cieco che vedemmo quattro anni fa. Conservatosi immutato. È evidente che le politiche proposte dalla sinistra antieuropea, in Grecia, sono bubbole populistiche, così come lo sono le parole d’ordine della destra di eguale conio, altrove per le lande europee. Ma gli elettori che alternative vedono? Per offrirle, e perché la politica torni alla razionalità, occorre che i due processi procedano di concerto: da una parte si cede (tutti) sovranità, dall’altra i debiti (di tutti) si federalizzano, almeno in parte. Se d’imboccare questa strada non si ha la forza, o la voglia, continueremo a buttare via il tempo, senza che la diga della Bce possa funzionare in eterno.

Dal primo di gennaio (non dal 13, data esistente solo nel dibattito italiano) la presidenza dell’Unione europea sarà affidata alla Lettonia. Lo stesso giorno la Lituania farà il suo ingresso nell’euro, festeggiando l’evento come una conquista e vedendo l’integrazione come un successo e una garanzia. Lettonia e Lituania! Basterà riflettere sul significato di quel giorno per rendersi conto che l’Europa degli ideali viaggia su un binario diverso da quello in cui procedono problemi e conflitti. Se i due binari non dovessero incontrarsi mai, l’Europa resterà un animale incompiuto. Se dovessero incrociarsi potrebbe esserci una pericolosa collisione. Questo è il problema da affrontare. Fin qui s’è solo rinviato. E mai come in questo caso è vero che il tempo è denaro.

Cordata Italia

Cordata Italia

Davide Giacalone – Libero

Arrivare in fondo all’anno è l’occasione per misurarsi con il passato e prendere le misure al futuro reale. Se guardate le previsioni che ci riguardano, relative al prodotto interno lordo 2015, vi accorgete che non hanno senso. Variano troppo, andando da una crescita dello 0,1 a una dello 0,8. La migliore è troppo poco. E allora? Se immaginiamo l’anno che finisce come ad una scalata, ci accorgiamo che alcuni membri della cordata sono riusciti a salire più su, mentre altri sono andati più giù. Il baricentro complessivo s’è abbassato, segno che non solo il corpaccione non tiene il ritmo dei più bravi, ma costituisce un peso morto che scende più velocemente di quanto quelli salgano. Dato che il problema collettivo è quello di riagguantare non la crescita dei cinesi, ma l’arrampicarsi degli italiani che stanno in cima, la prima domanda da porci è: chi sono? Sono quelli che si sono rimboccati le maniche e hanno stretto i denti, tirandosi su anziché lasciarsi pendolare.

Sono gli italiani che hanno spinto la crescita delle esportazioni verso gli Stati Uniti (+15% a novembre, dati Istat) e verso il Sud Est asiatico (+19,7). Siamo cresciuti esportando verso i paesi Opec (+ 3,8), come anche in Svizzera (+4). Siamo scesi dove le crisi politiche o economiche hanno lasciato il segno: Russia, Giappone, Mercosur. L’esportazione di prodotti per la cosmesi ha segnato, nel 2014, un +5,5%. In Cina siamo cresciuti meno che nel passato, ma più di quanto siano cresciuti i tedeschi, le cui aziende hanno un accesso al credito più facile e meno costoso. In Cina, poi, abbiamo messo a segno importanti successi nel settore alimentare, rendendo proceduralmente sicura l’esportazione di latte, prosciutti e insaccati. Nel settore navale Fincantieri si consolida protagonista globale. Questo, e altro, non significa che in testa alla cordata sia una passeggiata. Si suda e sbuffa, ma non si molla.

Tre categorie di italiani che lo rendono possibile. Le imprese, che diminuiscono i margini di guadagno, pur di non perdere quote di mercato e clienti. Che migliorano continuamente il prodotto, interpretando correttamente la globalizzazione. I lavoratori, che aumentano impegno, professionalità e flessibilità (si pensi a molti giovani e alle partite Iva, irragionevolmente bastonate), pur di non perdere il lavoro. Le famiglie, che quando possono aumentano il risparmio, sapendo che la sicurezza futura dipende da loro stesse. Non è un’Italia deamicisiana, ma di quello stampo ricorda l’impegno, la serietà e la previdenza.

Questi italiani, attaccati alla roccia e interpreti di un destino antico e nobile, hanno alla vita una corda che lo Stato continua a strattonare verso il basso. Non sono un sostenitore delle teorie anti-Stato (semmai il contrario), ma vedo una scena raccapricciante: cittadini che aumentano sforzi e diminuiscono pretese, zavorrati da uno Stato che accresce le pretese fiscali diminuendo (se possibile) la qualità dei servizi che rende. A cominciare da giustizia e burocrazia. E siccome molti pensano che lo Stato sia la soluzione, e non il problema, ecco che l’andazzo fa da alibi a quanti (troppi) suppongono che la loro condizione di disagio non dipende dal fatto che non producono un accidente, ma dalla eccessiva velocità e cupidigia con cui si muovono quelli che stanno in cima. E’ l’alibi mortale: fermare i veloci, anziché mettere pepe al sedere dei bradipi. Questa massa inerte viene illusa da chi le fa credere che nessuna colpa sia nostra e tutte siano altrui. Si coltiva la corruzione della memoria, facendo credere l’incredibile, ovvero che con una valuta nazionale potremmo svalutare e inflazionare impunemente. Come se questa non fosse proprio la condizione che ci ha ficcati nel toboga del declino. Tale sciocca e colpevole illusione fa credere che si debbano adottare politiche premianti i discendenti anziché gli ascendenti. Tutto qui.

Guardando verso l’alto abbiamo la certezza di un’Italia che può e sa correre, trascinando tutti verso nuove vette. Guardando verso il basso si è presi dalla vertigine di un declino che degenera in degrado, alimentando rabbia e insensata rivalsa. Avendo smarrito il senso politico e cardinale di destra e sinistra, sarebbe saggio adottare un orientamento fatto di alto e basso. Farlo è più facile che dirlo. Non farlo è assai più pericoloso che ignorarlo. Perché la lussuria dell’abisso porta con sé il precipitare nell’imbarbarimento. Se consapevoli, lungo tutta la cordata, non ci farà paura mollare i pesi inutili e dannosi, ma il tenerceli stretti. Come molti continuano a fare.