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Quanto ci costa la fuga di quei ragazzi che abbiamo formato

Quanto ci costa la fuga di quei ragazzi che abbiamo formato

Gianna Fregonara – Corriere della Sera

È come se l’intera città di Alessandria o se tutta Lecce si fossero trasferite all’estero nel corso del 2013. Sono partiti quasi in centomila. Non è solo segno di una crescente mobilità degli italiani: sono soprattutto le regioni del Nord, con la Lombardia in testa, e il Lazio quelle da cui se ne vanno i nostri connazionali, che in maggioranza peraltro si spostano dentro i confini dell’Europa: Gran Bretagna, Germania e Svizzera.

Scorrendo i dati e l’identikit che «Migrantes» ha fatto del nuovi emigrati italiani risulta che si tratta soprattutto di giovani (circa 35 mila hanno tra i 18 e i 24 anni), con diploma di scuola superiore o laurea. Due su tre sono diretti in Inghilterra, chi per studiare, chi per lavorare e insieme imparare l’inglese, chi per restare. Si sa che con il 44,2 per cento di disoccupazione giovanile accertato e con il miraggio di uno stipendio più alto all’estero dove la laurea – dati dell’Isfol – può valere fino al 50 per cento di retribuzione in più, la spinta all’emigrazione aumenta. E del resto se si considera la tendenza degli ultimi anni, i dati non sono così stupefacenti: nel 2012 era partito il 30 per cento in più dell’anno prima. Tra i nuovi emigrati di questi anni ci sono sempre di più ricercatori, studenti, talenti vari, «cervelli» in cerca di occupazione.

Il vero problema diventa che molti, forse quasi tutti, non riescono più a rientrare in Italia o non lo trovano conveniente, e finora i tentativi di richiamarli con sconti fiscali e opportunità varie non hanno funzionato a sufficienza. Ma crescere un cittadino educato e col diploma costa, contando i tredici anni di scuola dalle elementari alle superiori, circa 130 mila euro. E il conto presentato ieri da «Migrantes» così non torna.

Non si usi la Costituzione per difendere l’articolo 18

Non si usi la Costituzione per difendere l’articolo 18

Andrea Del Re – Corriere della Sera

Il sondaggio di Nando Pagnoncelli (Corriere, 28 settembre) evidenzia che il 53% degli italiani non sa cosa preveda l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Quella norma rimane dunque più un tema della politica che non del sentire quotidiano. Il che conforterebbe l’assunto di quanti sostengono che si tratti di una mera battaglia ideologica. L’articolo 18 si applica a circa un terzo dei lavoratori – chi si trova in imprese sopra i 15 dipendenti (tranne sindacati, partiti, associazioni culturali). Il datore di lavoro sotto quella soglia, in caso di licenziamento illegittimo, se la «cava» con un risarcimento massimo di 6 mensilità, salvo che non venga dichiarato discriminatorio. «Precari» sono dunque, di fatto, tutti i dipendenti, anche a tempo indeterminato, sotto il fatidico numero di 15 assunti.

Vista l’imbarazzante applicazione di certa magistratura, nel 1985 e nel 1987 il «padre» dello Statuto, il giurista socialista Gino Giugni, tentò invano di modificarlo spostando la soglia a 80 dipendenti e 5 miliardi di lire di fatturato. Nel ’90, Dc e Pci approvarono la possibilità per il lavoratore, vinta la causa, di rinunciare al reintegro in cambio di 15 mensilità. Sono rari i casi in cui il lavoratore abbia poi preferito la reintegrazione al risarcimento: il che dimostra l’inapplicabilità dell’art. 18 nella pratica quotidiana. La Consulta, nel ’92, ritenne legittima tale scelta. Nel 2000, la stessa Corte dichiarò l’ammissibilità del referendum per l’abrogazione dell’articolo 18, definendolo una norma dal contenuto non «costituzionalmente vincolato». Il reintegro è solo «uno del modi per realizzare la garanzia del diritto al lavoro»; senza di esso «resterebbe comunque operante la tutela risarcitoria» di cui si sottolineò la «tendenziale generalità». Dai ripetuti pronunciamenti della Consulta, in modo inequivocabile, si ricava che 1’articolo 18 non ha valore di intangibilità costituzionale e può essere sostituito dalla sola tutela risarcitoria – questa sì indefettibile.

Si fa presto a dire “Tfr in busta”

Si fa presto a dire “Tfr in busta”

Massimo Calvi – Avvenire

L’anticipo della liquidazione in busta paga, secondo l’ipotesi più generosa allo studio del governo, dovrebbe portare nelle tasche dei lavoratori 100 euro netti in più al mese, se la media sono i redditi da 23mila euro lordi. Una retribuzione più “ricca”, tuttavia, può produrre un effetto poco simpatico per le famiglie con figli, come ha messo in evidenza un dossier di “Repubblica”: il rischio è perdere una parte di detrazioni e poi finire anche in una fascia Isee più alta, e dover dunque pagare rette più care per asili nido, mense scolastiche o tasse universitarie, fino a vanificare il beneficio dell’aumento, quando non a renderlo sconsigliabile.

Non è un problema del Tfr, è una questione antica che si ripropone. In sostanza il combinato tra un fisco modellato sul reddito individuale, che non valuta adeguatamente i carichi familiari, e la struttura delle tariffe dei servizi per i minori legate ai redditi, finisce per generare situazioni paradossali. È come se il sistema “spingesse” i cittadini ad accontentarsi di uno stipendio contenuto, ad avere pochi figli e a non darsi molto da fare per migliorare la propria condizione di lavoro: tanto poi scattano gli aumenti di tasse e tariffe. Un’incoerenza che dovrebbe spingere chi si interroga sulle ragioni della mancata crescita dell’Italia a concentrarsi anche sulle responsabilità del sistema fiscale.

Il vero punto critico resta in ogni caso il deficit strutturale di attenzione alle famiglie, in particolare a quelle numerose, e ai bambini in generale. A tutti i livelli. Il peso delle rette di nidi e mense, con i rincari diffusi, rappresenta oggi una delle voci più importanti nei bilanci delle famiglie. Oltretutto, l’uso improprio dell’indicatore Isee non per agevolare le fasce deboli, ma per “tassare” quelle medie, finisce per penalizzare chi paga già le tasse e contribuisce in modo progressivo al finanziamento dei servizi pubblici. L’anticipo del Tfr nelle buste paga dei lavoratori può forse servire a rilanciare i consumi. Ma è difficile che questo si verifichi – l’esperienza del bonus da 80 euro insegna – in assenza di altri interventi, considerato che ogni misura che non tiene conto dei carichi familiari finisce per configurarsi come una palese ingiustizia.

Lavoratori stranieri in Italia: dal 2005 al 2013 le rimesse ai paesi d’origine hanno sfiorato i 54 miliardi di euro

Lavoratori stranieri in Italia: dal 2005 al 2013 le rimesse ai paesi d’origine hanno sfiorato i 54 miliardi di euro

Dal 2005 al 2013 le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia ai loro Paesi di origine hanno raggiunto la cifra considerevole (e per certi versi sorprendente) di quasi 54 miliardi: per la precisione 53.893.978.000 euro.
Osservando la ripartizione per anno, si osserva come la crisi economica italiana abbia comportato negli ultimi anni una significativa contrazione delle somme inviate da questi lavoratori alle loro famiglie di origine: dai circa 7,3 miliardi del 2011 ai circa 6,8 miliardi del 2012 (-7,6%) fino ai circa 5,5 miliardi del 2013 (-19,4%). Quanto al 2014 le rimesse finora effettuate da gennaio a giugno ammontano a circa 2,6 miliardi di euro (per la precisione a 2.596.987.998 euro).

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Limitatamente al 2013, si osserva inoltre come i lavoratori stranieri che hanno trasferito il maggior quantitativo di denaro siano stati quelli residenti in Lombardia (1.178.434.000 euro trasferiti nei rispettivi Paesi d’origine), nel Lazio (1.058.866.000 euro), in Toscana (603.734.000 euro), in Emilia-Romagna (443.460.000) e in Campania (330.618.000 euro).
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Quanto alle diverse nazionalità, nella classifica stilata dal Centro Studi “ImpresaLavoro” (che contempla cittadini di 197 nazionalità differenti) risulta che nei primi sei mesi del 2014 i lavoratori stranieri in Italia che hanno trasferito in patria il maggior quantitativo di denaro sono quelli romeni (72.772.334 euro) e cinesi (69.681.999 euro). A seguire, fortemente distanziati, si collocano quelli provenienti dal Bangladesh (27.489.667 euro), dalle Filippine (26.827.167 euro), dal Marocco (19.988.166 euro), dal Senegal (17.873.667 euro), dall’India (17.629.667 euro), dal Perù (15.540.333 euro), dallo Sri Lanka (14.483.167 euro) e dall’Ucraina (12.933.667 euro).
Decisamente più contenute risultano invece le somme di denaro che i lavoratori provenienti dai principali Paesi dell’Unione europea hanno trasferito in patria da gennaio a giugno scorso: al primo posto della classifica risultano gli spagnoli (3.475.333 euro), seguiti da francesi (2.332.000 euro), tedeschi (2.256.333 euro), britannici (1.739.667 euro) e greci (1.038.333 euro). Osservando nel dettaglio questa classifica, si osserva infine come i lavoratori provenienti dalla Federazione russa si collochino al 24° posto (con 3.359.500 euro trasferiti in patria) subito prima di quelli provenienti dagli Stati Uniti d’America (con 2.733.833 euro).

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Sbaglia l’Erario? Paga il commercialista

Sbaglia l’Erario? Paga il commercialista

Franco Bechis – Libero

I commercialisti e gli intermediari autorizzati come i Caf pagheranno per gli errori dell’Agenzia delle Entrate. Nonostante le richieste di modifica avanzate dalle commissioni parlamentari e le promesse avanzate negli incontri con i professionisti, il governo non modificherà la sostanza più controversa del decreto legislativo sulla semplificazione fiscale, quello che stabilisce la messa a disposizione dal 2015 della dichiarazione dei redditi precompilata.

Il provvedimento è uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi, che a inizio estate aveva inviato a Camera e Senato la prima bozza di decreto legislativo sulla «dichiarazione dei redditi a casa». Molti punti però non sono piaciuti alla maggioranza che aveva inserito nei pareri votati sia alla Camera che al Senato decine di richieste di modifica. Il governo le ha quasi tutte rigettate con una procedura che non ha molti precedenti e ha inviato il nuovo testo per un parere alle commissioni parlamentari. Scelta un po’ inutile, vista l’inefficacia dei pareri precedenti, ma la forma è salva. Il decreto bis del governo non modifica il suo impianto: la dichiarazione dei redditi precompilata verrà inviata «per via telematica» ai pensionati e ai lavoratori dipendenti, e probabilmente non tutti ne ricaveranno grande vantaggio, costretti anche solo per imperizia tecnologica a rivolgersi a un intermediario come il commercialista o il Caf.

Ottenuta quella dichiarazione dei redditi precompilata i contribuenti avranno due facoltà: accettarla così come è, presentandola senza correzioni. Oppure modificarla anche solo per inserire detrazioni o deduzioni a cui si ha diritto (ad esempio le spese mediche). In tale caso la dichiarazione andrà ricompilata come non fosse arrivata dalla Agenzia delle Entrate e ogni vantaggio pratico sparirà. Ma sia nel primo caso (si rimanda indietro la dichiarazione ricevuta), che nel secondo (la si cambia inserendo deduzioni e detrazioni), l’Agenzia delle Entrate potrà effettuare un controllo formale e contestare le cifre inserite. Non lo farà nei confronti del singolo contribuente, a meno che non ci sia dolo o colpa manifesta, ma sanzionerà il commercialista o il Caf che presenta la dichiarazione dei redditi apponendovi il visto di conformità.

L’intermediario quindi dovrà controllare anche la semplice dichiarazione precompilata dall’Agenzia delle Entrate, perché se lo Stato compie errori per il difetto di incrocio delle sue banche dati (che infatti funzionano non alla perfezione), scatteranno sanzioni a commercialisti e Caf. Camera e Senato avevano chiesto di fare sparire questa norma, che sembra illogica: se lo Stato non è in grado di compilare una dichiarazione dei redditi fedele, perché mai dovrebbe essere in grado di controllare meglio un commercialista? Ma il governo è stato irremovibile: gli intermediari sono pagati per il loro lavoro, per cui debbono accettare il rischio conseguente. L’unica cosa che si concede loro è un po’ di tempo (da luglio al 10 novembre) per rettificare i dati presentati pagando una sanzione ridotta di un ottavo del minimo previsto.

Tfr, nessuno ha detto quale sarebbe l’aliquota Irpef da applicare

Tfr, nessuno ha detto quale sarebbe l’aliquota Irpef da applicare

Giuseppe Marini – Il Tempo

La ricetta data da più parti per tentare di risanare la nostra economia è stata, come è noto, quella di un alleggerimento della pressione fiscale sulle imprese finalizzata ad agevolare nuove assunzioni e, soprattutto, nuovi investimenti. Il Governo, fedele al principio che i consigli gratuiti non devono essere seguiti, nel mezzo di un acceso (e in buona parte inutile) dibattito sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori tira fuori dal cilindro l’ennesima trovata che è quella di mettere in busta paga tutto o parte del Tfr. E ciò, sembra di capire, per rafforzare il potere di acquisto immediato dei lavoratori.

Come sempre accade, non si dice come ed in quali tempi tale “sconvolgente” innovazione possa essere attuata. Ad esempio, non è stato chiarito quale sarebbe l’aliquota d’imposta che dovrebbe scontare il Tfr pagato in busta paga. Al riguardo, occorre ricordare che la tassazione agevolata del Tfr risponde all’esigenza di evitare che il relativo importo, venendo incassato una tantum pur derivando da un processo produttivo pluriennale, determini un prelievo fiscale ingiustamente gravoso per l’effetto dell’aumento progressivo delle aliquote Irpef. Ma se il Tfr viene incassato in tante soluzioni spalmate nel tempo, tale effetto distorsivo non si realizza in capo al contribuente e sarebbe ragionevole una tassazione ordinaria per chi, liberamente, scegliesse di ricevere il Tfr in busta paga. Inoltre, non si dice come la misura in parola possa essere attuata senza incidere (e in modo devastante) sulla liquidità delle piccole e medie imprese e senza dover fare l’ennesimo “regalo” al Fisco. È vero che le imprese dovrebbero accantonare il Tfr dovuto ai dipendenti e che, pertanto, nessuna incidenza sulla loro liquidità dovrebbe avere il “passaggio” del Tfr nella busta paga dei loro dipendenti.

Ma quanto precede vale solo in teoria ed è invece meno vero o niente affatto vero per quelle imprese, e sono ormai un numero fuori controllo, che proprio per la mancanza di liquidità economica seguono la triste via del fallimento. E la mancanza di liquidità dovrebbe essere, tra l’altro, ben conosciuta dallo Stato essendo in notevole misura imputabile allo Stato che non paga i suoi debiti. È comprensibile, pertanto, come la proposta del Tfr in busta paga abbia raggiunto l’invidiabile risultato di mettere d’accordo Sindacati del lavoratori e Confindustria e contribuire in tal modo alla realizzazione della pace sociale tra lavoratori e imprese. Anche se, una pace siffatta riflette soltanto, come si è tentato di dimostrare, l’inadeguatezza e il carattere improvvisato di certe proposte riformatrici.

Il grande gelo degli investimenti

Il grande gelo degli investimenti

Riccardo Gallo – Corriere della Sera

Il governo non ha abbastanza tempo e soldi per fare tutte le riforme necessarie. L’ideale sarebbe individuarne una che fosse tanto virtuosa da rendere le altre meno urgenti. Questo bandolo della matassa però non l’ha cercato ancora nessuno. Cominciamo col dire che ci può essere crescita economica e lavorativa solo se le imprese private tornano a investire. L’ha detto anche Mario Draghi.

In un lavoro di ricerca abbiamo analizzato dal 1992 al 2013 l’insieme delle imprese industriali censite da Mediobanca. È venuto fuori che l’anzianità dei mezzi di produzione è raddoppiata: nove anni nel 1992, undici nel 2003, diciannove nel 2013. Da tempo le imprese non rinnovano gli impianti, tirano il collo a quelli vecchi, con rischi per ambiente e sicurezza. Per ridurre i costi fissi, fanno fare sempre più cose ad altri. Il valore aggiunto, si sa, è quanto un’impresa ci mette di suo in quello che vende. Ebbene si è quasi dimezzato: nel 1992 era il 27% del prodotto, nel 2005 era sotto il 20%, nel 2013 appena il 15%. Gli impianti più vecchi sono già ammortizzati, perciò gli ammortamenti ancora da fare sono pochi e così, finché le fabbriche reggono, e nonostante il crollo del valore aggiunto, restano margini per utili incredibili.

Tutti festeggiano, anche il Fisco. Non spendendo per nuovi investimenti, né per impianti né per acquisire aziende, la cassa è piena e serve a ridurre l’esposizione bancaria. Alla fine, anche se i prodotti continuano ad avere domanda di mercato, le imprese chiudono gli impianti vecchi. Perciò mese dopo mese la produzione e gli ordini calano, ma mica solo per congiuntura avversa. È che l’Italia si deindustrializza. Dall’analisi si vede che gli indicatori sono peggiorati un po’ dopo l’euro. Ciò fa pensare a una resa degli imprenditori per la rigidità del cambio. Tra tutti gli indicatori però ce n’è uno che fa eccezione. Il surplus di cassa (per mancati investimenti) comincia a essere evidente già nel 1999, un istante prima del debutto dell’euro. La causa originaria del declino va dunque cercata in un momento antecedente.

Qualcos’altro dev’essersi rotto nella seconda metà degli anni Novanta nel modello industriale italiano. Per cinquant’anni gli imprenditori avevano evaso il Fisco, avevano portato capitali all’estero, avevano promosso investimenti di ampliamento, avevano chiesto mutui agli istituti di credito industriale, li avevano ottenuti dopo un esame di merito, spesso a condizione che prima ricapitalizzassero la società, avevano ubbidito e avevano riportato dall’estero i capitali a casa, senza condoni, anzi orgogliosi. Quasi mai licenziavano i loro collaboratori. È stato il modello di un’Italietta irregolare che se la cavava e cresceva.

Nel 1993 il varo della banca universale ha superato la bipartizione tra banche commerciali che finanziano il breve e istituti di credito industriale a medio-lungo termine. Tra il 1994 e il 1999 le banche commerciali hanno incorporato sei istituti di credito industriale e ne hanno disperso il mestiere. A quel punto le imprese industriali non hanno più chiesto o ricevuto mutui. Nel 1992 su 100 euro di capitale di rischio ce n’erano 60 di mutuo, nel 1998 ne restavano 37. Le imprese hanno smesso di fare investimenti tecnici, poche hanno fatto shopping societario all’estero. Tutto si è ridotto al breve: magazzino, incasso dai clienti, pagamento dei fornitori. Sono aumentate le sofferenze delle banche verso le imprese più piccole. Stentano i titoli ABS, le cartolarizzazioni. Abrogato il modello dell’Italietta, non è decollato l’altro per un’Italia moderna. Può essere questo del finanziamento degli investimenti il bandolo della matassa?

Entrate, in aumento Iva e rendite

Entrate, in aumento Iva e rendite

Dino Pesole – Il Sole 24 Ore

Nell’anno in cui il Pil registrerà una contrazione dello 0,3%, le entrate tributarie per ora mostrano una sostanziale tenuta. Stando ai dati diffusi ieri dal ministero dell’Economia, nel periodo gennaio-agosto le entrate tributarie erariali, accertate in base al criterio della competenza giuridica, si sono attestare a quota 266 miliardi, in lieve flessione dello 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2013. Un segnale positivo si evidenzia sul fronte dell’Iva che segna un incremento del 3,1% (due miliardi in più di gettito). Nel complesso, le imposte dirette registrano un gettito di 142,6 miliardi, in calo del 3,5% (-5,1 miliardi) nel confronto con i primi otto mesi dello scorso anno. L’Irpef – rileva il Mef – presenta una leggera variazione negativa dello 0,8% (-928 milioni di euro), che riflette gli andamenti delle ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (-0,8%), delle ritenute sui redditi dei dipendenti del settore pubblico (-1%) e dei lavoratori autonomi (-2,5%), parzialmente compensati dall’aumento dei versamenti in autoliquidazione (+0,8%).

Quanto all’Ires, i dati diffusi ieri evidenziano un calo del 18,7% (-3,5 miliardi), «essenzialmente riconducibile ai minori versamenti a saldo 1013 e in acconto 2014, effettuati da banche e assicurazioni a seguito dell’incremento della misura dell’acconto 2013 fissato», per questi contribuenti, al 130% nel novembre del 2013. In calo anche l’imposta sostitutiva su interessi e altri redditi di capitale (-10,3%) e sul risparmio gestito e amministrato (-26,2%). Un effetto in qualche modo “compensativo” dell’aumento della percentuale dell’acconto dovuto nei mesi scorsi. Il bollettino segnala, invece, un aumento del 110,7% (465 milioni) del gettito dalle ritenute sugli utili distribuiti da persone giuridiche: la spiegazione è riconducibile sia all’aumento dei dividendi dovuti nel 1014 sia a un primo effetto dell’aumento della tassazione sulle rendite (passata dal 20% al 26% dal 1 luglio scorso).

Per quel che riguarda le imposte indirette, il gettito è pari a 123,4 miliardi, con un incremento del 3,4% (+4,1 miliardi), rispetto ai primi otto mesi dello scorso anno. Il Mef conferma che per l’Iva l’andamento positivo riguarda in particolare gli scambi interni (+4,1%) mentre il gettito dell’accisa sui prodotti energetici (oli minerali) registra un incremento del 6,8%, principalmente per effetto dell’abolizione della riserva destinata alle regioni a statuto ordinario, che dal mese di dicembre 2013 viene contabilizzata tra le imposte erariali. Le entrate relative ai giochi presentano infine una lieve crescita dello 0,5% (+36 milioni di euro), mentre gli incassi da attività di accertamento e controllo risultano in crescita del 14,2% (+681 milioni di euro).

Il Tfr è mio e lo gestisco io, o no?

Il Tfr è mio e lo gestisco io, o no?

Il Foglio

A chi fa paura il tfr in busta paga? Non ai lavoratori, naturalmente, trattandosi di soldi loro che, sulla base delle intenzioni renziane, finirebbero in busta paga (non tutti, e peraltro in via facoltativa). Logica vorrebbe, quindi, che anche i sindacati si dicessero favorevoli. E per osmosi anche la sinistra old labour dovrebbe mostrare simpatia per un provvedimento che mette gli assunti in condizione di decidere in libertà se congelare o spendere oppure tesaurizzare a piacimento la quota annuale della così detta liquidazione. Invece no, c’e qualcosa di misteriosamente ostile alla proposta del premier Matteo Renzi, un rigagnolo limaccioso e trasversale nel quale scorre una diffidenza sospetta.

Da Confindustria alla Cgil, dai reduci inconsolabili del governo di Enrico Letta (Francesco Boccia del Pd: “Solo chi in un’azienda non ci è mai entrato può pensare che quella del tfr sia una soluzione”) agli avanzi del sindacalismo post fascista (Renata Polverini di Forza Italia), fino ad alcune molecole del mondo accademico che si pretende liberista (Cesare Pozzi della Luiss, per esempio): è tutto un coro stonato ma potente. Ma per quale ragione? Si può capire che a Giorgio Squinzi e alla sua lobby confìndustriale faccia comodo difendere il capitalismo pigro e paraculo grazie ai risparmi del lavoro dipendente ben sigillati nel proprio retrobottega. Si comprende meno come faccia Susanna Camusso ad assecondare lo stesso punto di vista, quando il suo collega/avversario Maurizio Landini della Fiom la pensa invece all’opposto.

Non si comprendono affatto le ragioni degli altri. Quelli che urlano all’attentato statale contro la vecchiaia dei prossimi pensionati; quelli che assicurano che il governo vuole finanziare la domanda attraverso il risparmio privato, o che Renzi sbloccherà i tfr per taglieggiarli meglio con altre tasse; quelli che fanno l’elogio del Bismarck inventore del Welfare prussiano, coatto e a prova d’infrazioni private. È un modo gentile per disprezzare i lavoratori, come fossero minorenni strabici, cicale pronte a rovinarsi l’ultima stagione della vita, o forse solo potenziali simpatizzanti di un governo sgradito.

Il deficit di Renzi

Il deficit di Renzi

Paolo Cirino Pomicino – Il Foglio

La decisione improvvisa e unilaterale del governo francese di avere per due anni in più uno sforamento del 3 per cento nel rapporto deficit/pil, attestandolo sopra il 4 per cento, dimostra non solo la crisi in cui si dibatte l’Unione europea e in particolare l’Eurozona ma anche una sorta di fallimento del semestre italiano ormai agli sgoccioli. Tutti sapevano delle crescenti tensioni sulle politiche economiche e di bilancio di Bruxelles e Renzi, in qualità di presidente di turno, avrebbe dovuto convocare una riunione dei capi di stato e di governo per affrontare per tempo la delicata questione in termini concreti incardinandola come priorità nell’agenda di lavoro. In realtà il governo italiano, focalizzato sui rapporti tra l’Italia e Bruxelles, ha perso di vista la dimensione comunitaria delle tensioni che si stavano accumulando. Dopo la svolta francese tutto sarà più complicato per l’Europa e per l’Italia. Anzi, forse, sarebbe utile rallentare anche alcune partite già in dirittura d’arrivo come l’Unione bancaria che presenta non pochi aspetti problematici. Ma ciò che accade in Europa accade anche in Italia, e cioè una incertezza crescente sulle politiche sinora perseguite e su quelle annunciate.

Forse per qualcuno è stata una sorpresa la Nota di aggiornamento del documento finanziario approvato dal governo per i tragici numeri emersi sulla crescita sulla occupazione e sui conti pubblici, ma per noi è stata solo una conferma di ciò che diciamo da mesi. Anzi il governo non ha detto tutta la verità! Non è vero che alla fine dell’anno la crescita del prodotto interno lordo sarà ne- gativa solo per lo 0,3. Se dovesse intervenire un miracolo forse ci fermeremo a 0,5/0,6 ma deve cambiare il vento nell’ultimo trimestre e le previsioni non sono in quella direzione. La stessa cosa vale per la striminzita crescita prevista dal governo per il 2015 (+0,6) che inizierà con l’effetto di trascinamento negativo del 2014. Il pareggio di bilancio si allontana nel tempo sino a scomparire all’orizzonte e il debito continuerà a salire (il governo pre- vede di far scendere il rapporto debito/pil di uno 0,1 cioè niente) mentre il rapporto deficit/pil si dovrebbe mantenere al 3 per cento grazie alla ricchezza prodotta dalla prostituzione e dalla economia illecita e criminale. Da venti anni l’economia italiana non cresce e da ventidue anni èe affidata esclusivamente a tecnici di indubbio valore ma che con la politica economica hanno scarsa dimestichezza. Anche per l’economia vale quel vecchio aforisma di Georges Clemenceau secondo il quale la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari.

Ciò che vogliamo dire è che da venti anni manca una visione di politica economica e di politica industriale, pur essendo l’Italia il secondo paese manifatturiero dell’Europa dietro la Germania. Abbiamo la netta impressione che anche il governo Renzi si sia avviato su questa strada, al di là dei fuochi di artificio sull’articolo 18 e sulle tante riforme ordinamentali messe in pista. Renzi ha una forza politica che altri governi non avevano, per contingenze oggettive e per le modalità con le quali ha conquistato prima il Pd e poi il governo, ma rischia di sciuparla per non avere l’umiltà di capire e di operare dopo aver capito. Una cosa è il consenso e la popolarità, altra cosa è l’arte del governare che richiede visione non onirica, strumenti di conoscenza della macchina dello stato e dei processi economici e una squadra all’altezza. Così non è stato e Renzi ha sbagliato l’agenda di lavoro anticipando le riforme istituzionali a quelle economiche.

Per spiegarci meglio, è come se si volesse curare in pronto soccorso un uomo ferito da uno sparo affrontando prima la sua epatite cronica e poi aggredendo la ferita sanguinante. Il tutto avendo, peraltro, un partito alle spalle che ha due anime profondamente diverse. Bisogna dare atto a Renzi di non nascondere questa diversità genetica, tanto da dire nel dibattito in direzione che lui è un cattolico liberale. Musica per le nostre orecchie, ma cosa ci fa un cattolico liberale alla guida di un partito iscritto al Partito sociali- sta europeo? Certo, vi sono sempre stati socialisti cattolici (vedi Jacques Delors) ma in quegli uomini il termine cattolico non era una cifra politica ma solo la testimonianza di una fede religiosa. Ed è anche vero che il cattolicesimo politico ha nel suo Dna un’idea riformatrice e progressista ma profondamente diversa dal socialismo democratico. Di qui, dunque, la debolezza strutturale nell’azione di governo. Davvero Renzi ritiene di fare uscire l’Italia dal tunnel della recessione o della crescita bassissima nella quale è stata relegata da 20 anni con 10-15 mld di euro da spendere e mettendo in busta paga una parte del tfr, come si appresta a fare con la prossima legge di stabilità? Non scherziamo col fuoco. L’Italia è in grande affanno e l’idea che si possa uscire dalle difficoltà gettando la furia popolare contro gli stipendi alti a cominciare da quelli delle Camere che sono un “unicum” nelle società nazionali è un altro errore, perché accanto all’applauso vociante emerge la triste direzione di marcia: siamo tutti più eguali nella povertà.

Per dirla in maniera semplice: o si aggredisce il debito con una manovra finanziaria straordinaria recuperando decine di miliardi dalla spesa per interessi che oggi vanno alla finanza nazionale e internazionale, per darli all’economia reale, o lentamente il paese morirà e i suoi asset migliori saranno acquistati da quanti si sono riuniti qualche giorno fa riservatamente in un albergo di Milano per discutere sugli acquisti migliori da fare nel nostro paese a prezzi stracciati. Per fare operazioni di questo genere, però, non servono tecnici ma politici che abbiano visione e coraggio per chiamare la grande ricchezza nazionale a uno sforzo congiunto e salvare il paese e con esso la ricchezza che gli italiani hanno prodotto nel corso di tanti decenni, battendo nemici come il terrorismo e l’inflazione a due cifre e mantenendo intatto quel profilo democratico senza il quale non si va molto lontano.