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Vigilessa sorpresa a rubare cacciata ma con buonuscita

Vigilessa sorpresa a rubare cacciata ma con buonuscita

Matteo Basile – Il Giornale

Un diritto da preservare per alcuni. Un totem vecchio di 40 anni da abbattere per altri. Un business per molti. Si scrive «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori», si legge «Articolo 18». Altro che tutelare i poveri lavoratori indifesi. Spesso, troppo spesso, diventa una scusa per quei furbetti che vogliono approfittarsi delle pieghe della legge e, quando ci sono, di giudici compiacenti per trarne profitto. Ma quanto accaduto a Genova va oltre.

Scordiamoci discriminazioni e comportamenti fuori legge di capi cattivoni, contratti farsa, dimissioni in bianco e ricatti assortiti. Succede che una vigilessa, in servizio nel capoluogo ligure, venga sorpresa a rubare. Nessuna calunnia: era in locale ed è stata immortalata dalle telecamere di sorveglianza mentre frugava dentro una borsa non sua e portava via dei soldi. Immagini che la inchiodano ma in un primo momento i vertici del corpo di polizia municipale non fanno nulla. Fino a che la notizia diventa di dominio pubblico e allora ecco il cambio di rotta: sospensione immediata dal servizio e ritiro dell’arma cui fa seguito il licenziamento in tronco. Ma lei non ci sta, fa ricorso e, udite udite, trova un giudice che le dà ragione. Almeno in parte.

È colpevole ma, in base all’articolo 18, la causa non è infondata. Ma è colpevole, quindi reintegrarla proprio non si può. Allora il giudice decide così: ok al licenziamento ma con una mega buonuscita equivalente a 18 mensilità. Hai rubato? Si. Sei colpevole? Si. Ti cacciano a pedate perché non degna di rappresentare la divisa che indossi? Ni. Perché comunque puoi incassare un anno e mezzo di stipendio senza colpo ferire. E tante grazie all’articolo 18. Nella sua assurdità l’ordinanza emessa dal Tribunale parla chiaro. «I fatti contestati non sono idonei a integrare giusta causa o giustificato motivo, con conseguente illegittimità del licenziamento». Il che significherebbe il reintegro sul posto di lavoro che avrebbe del clamoroso. Ma il dispositivo va avanti e specifica: «Per poter applicare le sanzioni previste in caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo occorre tener conto delle modifiche apportate dalla legge 92 del 2012», vale a dire la legge Fornero che rimodula alcuni aspetti dell’articolo 18. E allora? Ci ha provato e le andata male, arrivederci e grazie? No, ecco la beffa. Niente reintegro sul posto di lavoro ma mega contentino. Diciotto mensilità da corrispondere alla vigilessa dalla mano lesta. Che, per inciso, saranno elargiti dalla collettività in quanto la polizia municipale è sotto diretta giurisdizione del Comune, in questo caso quello di Genova.

Storture da articolo 18 avallate, ovviamente, dai sindacati che in questa causa di lavoro che rasenta il paradosso sono stati in prima fila a sostegno della «povera» lavoratrice. E via con i cattivi pensieri dato che proprio loro, i paladini dei lavoratori bistrattati, per ogni causa di lavoro che va a buon fine (come nel caso in questione) si intascano una bella percentuale di quanto incassato dal lavoratore. Con buona pace di tutti quei lavoratori, privi di ogni tutela contrattuale e ovviamente di articolo 18, che anche se realmente cacciati a pedate senza alcun valido motivo dal proprio datore di lavoro, presentandosi presso un ufficio sindacale si sono sentiti rispondere: «Eh, ci dispiace, ma non possiamo fare nulla». Che strano.

Renzi ha perso le forbici

Renzi ha perso le forbici

Francesco Forte – Il Giornale

Dove è finita la spending review, il taglio delle spese che doveva essere effettuato nella legge di stabilità triennale 2015-2017? Dalla montagna di Matteo Renzi è saltato fuori il topolino. Aveva assicurato un taglio di spese per 16 miliardi. Poi lo ha diminuito a 13. Per il 2015 è di soli 5. Mentre per il 2016 niente riduzioni: sono state infatti approvate le cifre del “bilancio tendenziale”, quello che si forma automaticamente, ossia che i singoli ministeri e Regioni, Province e Comuni hanno preventivato per conto proprio. Con in più una deroga al patto di stabilità degli enti locali che consentirà di sforare il loro deficit in certi (numerosi) casi.

Se il risultato fosse una legge di stabilità che genera crescita, questo mancato taglio di spese e questo invito agli enti locali a spendere potrebbero essere accettabili come mezzo per mettere benzina nel motore dell’economia. Ma la previsione di crescita del Pil per il 2015 è meschina: +0,6 per cento contro il -0,3 del 2014, periodo per il quale il premier aveva, sino a pochi mesi fa, assicurato che ci sarebbe stata una crescita grazie agli 80 euro in busta paga. Dunque il governo ammette che la sua legge di stabilità non avrà effetti positivi, nonostante la manovra espansiva che la Bce di Mario Draghi ha già messo in campo e nonostante la svalutazione dell’euro del 10 per cento, misura che dovrebbe stimolare le nostre esportazioni e ridurre le nostre importazioni.

Non si può neppure dire che il mancato taglio delle spese, ossia l’affossamento della spending review del commissario Cottarelli (rispedito a Washington), sia giustificato dall’esigenza di agevolare la riforma del mercato del lavoro, che causa proteste sindacali e divisioni politiche nel Pd. Quest’ultima sta annacquandosi. La Bce ha purtroppo rinviato a dicembre le misure di credito diretto alle imprese perché il disegno di legge delega sul lavoro, già vago, rischia di peggiorare. Draghi continua a dire che senza le riforme l’ampliamento del credito all’economia è poco efficace, perché non c’è abbastanza convenienza a investire. E, insieme alla riforma del lavoro, raccomanda di tagliare le spese per ridurre le imposte.

Invece con la legge di stabilità attuale c’è un rischio di aumento preoccupante delle imposte. Il testo governativo, infatti, viola le regole europee sulla riduzione del deficit di bilancio per il 2015 e per il 2016. Per il 2015 lo sforamento è di 5,5 miliardi di euro. Per il 2016 potrebbe aggirarsi sui 16, in caso di peggioramento. Ciò viene tamponato con l’utilizzo della clausola di salvaguardia, che contempla l’aumento dell’Iva e di altre imposte indirette per 16 miliardi. L’aumento dell’Iva ordinaria dal 22 al 23% può portare nelle casse pubbliche 5 miliardi di euro. Vi è dunque il rischio di una maxi manovra con l’aumento delle aliquote del 10% e del 4%, di accise sulla benzina eccetera.

Eppure il commissario Cottarelli, prima di andarsene, aveva reso pubblico un diligente studio sulle società partecipate dagli enti locali, che sono 7.700, con mezzo milione di dipendenti. Dal documento risulta che i deficit ufficiali di bilancio sfiorano i 2 miliardi. C’è un ulteriore deficit occulto di quasi 18 miliardi ripianato con sovvenzioni degli enti locali. Dallo studio del commissario alla spending review si evince che nel giro di un biennio si potrebbero ricavare risparmi di 4-5 miliardi, pur senza liberalizzazioni thatcheriane. Inoltre, c’è una ampia area di risparmio di spesa che riguarda lo Stato, gli enti previdenziali, le imprese e gli enti del settore pubblico. Cottarelli, nell’autunno del 2013, considerava come obbiettivo minimo una riduzione della spesa di 22 miliardi di euro fra il 2015 e il 2017 e riteneva possibili ulteriori risparmi con scelte politiche.

Renzi ha licenziato Enrico Letta, ha piazzato i suoi nel governo, nelle imprese e negli enti pubblici. Poi ha licenziato Cottarelli, dicendo che i tagli li faceva lui. Però ha abbassando l’asticella a 5 miliardi. E ora paventa la minaccia di nuove imposte per 18 miliardi, sostenendo che con maggiori tagli di spesa creerebbe depressione, mentre è vero il contrario, soprattutto se, insieme a ciò, si riducono in misura sostanziale le imposte sul costo del lavoro delle imprese. Come l’Irap.

Poche chiacchiere, servono i fatti

Poche chiacchiere, servono i fatti

Piero Ostellino – Corriere della Sera

Deve essere stata una bella soddisfazione – per molti italiani – apprendere che Renzi «alza la voce con la Merkel». Hanno certamente provato un brivido d’orgoglio – «finalmente gliele abbiamo cantate chiare» – pur augurandosi, lo spero, non si riveli analogo a quello provato dai loro nonni ai tempi in cui il capo del governo proclamava «spezzeremo le reni alla Grecia»; salvo prenderle, poi, di santa ragione persino dalla piccola Grecia. Io, che sono sufficientemente vecchio per ricordare sia le rodomontate del duce, sia, per averle vissute, le «dure repliche della storia» subite dall’Italia fascista e parolaia, non sono entusiasta di Renzi, come non lo ero, per tradizione familiare, di Mussolini. Resto dell’opinione che il ragazzotto fiorentino sia una sorta di Mussolini minore, tanto parolaio e velleitario quanto impotente.

Matteo Salvini, il segretario della Lega, dice che, se a Renzi non piace l’austerità imposta dalla Merkel all’Europa – incidentalmente, nell’interesse della Germania – o la ritiene sbagliata, deve evitare di adottarla. Il presidente del Consiglio, però, replica che, anche se la politica della Merkel fosse sbagliata, l’Italia la seguirebbe per dimostrare la propria coerenza. Ahimè, un’altra affermazione mussoliniana: «l’Italia andrà, coerentemente, fino in fondo». E, infatti, siamo affondati… Per tradizione antifascista della mia famiglia, e per formazione culturale, non mi piace l’idea di essere governato da un Mussolini minore.

Caro Renzi, lasci perdere le affermazioni tipo «l’Italia farà sentire la sua voce» – tra l’altro, questa, una fissazione della nostra politica estera – e vada al sodo. Sono disposto a credere che lei stia facendo, come dice Panebianco, un’operazione culturale – ciò che i suoi critici definiscono chiacchiere – prima che fattualmente riformista per cambiare la sinistra. Poiché sostengo da sempre che la nostra sinistra è culturalmente vecchia e, in quanto tale, di danno al Paese, approvo, caro Renzi, persino questo suo «riformismo da convegno». Di solito, in questi convegni, i politici dicono ciò che essi stessi dovrebbero fare, ma poi non fanno. Le auguro ugualmente di avere successo. Realisticamente, però, mi piacerebbe che lei facesse ciò che le suggerisce Salvini. Dica che «questa Ue» non le piace; che ne sogna un’altra – possibilmente, non una parodia dell’Unione Sovietica come l’attuale -, ne proponga la riforma e faccia in modo che l’Italia sia, europeisticamente, meno coerente, ma, machiavellianamente, più concreta. Se ha letto Machiavelli al liceo, ma se lo è scordato, almeno da fiorentino, lo rilegga. Male non le farà.

Perché la Banca Centrale Europea ha scelto di non scegliere, e cosa insegnano le recenti misure

Perché la Banca Centrale Europea ha scelto di non scegliere, e cosa insegnano le recenti misure

Giuseppe Pennisi – Avvenire

Le Borse non hanno apprezzato che il Consiglio della Bce, paralizzato dai contrasti al proprio interno, ha deciso non scegliere, mantenendo sì ai minimi il tasso di interesse di riferimento ma non prendendo alcuna iniziativa in materia di misure monetarie ‘non convenzionali’. A Napoli il Consiglio avrebbe dovuto mettere a punto le specifiche di nuovi strumenti finanziari, cioè i dettagli di Abs (Asset backed securities, ossia ‘pacchetti’ di titoli cartolarizzati garantiti da attività reali) dicovered bonds (obbligazioni garantite da azioni). In un comunicato emesso dopo la riunione è stata fornita un’indicazione di massima degli acquisti ‘potenziali’ (mille miliardi di euro su due anni), senza precisare però caratteristiche e tempistica.

Alcuni giorni fa il rappresentante della Germania in seno al Consiglio ed il ministro delle Finanze tedesco, di fronte al Bundestag, hanno hanno espresso perplessità nei confronti di questi strumenti e di misure non convenzionali dell’ampliamento dell’offerta di moneta. Il dibattito ha aspetti intricati, ma non è banale chiedersi se è ‘opportuno’ mettere in atto misure ‘non convenzionali’ per il rilancio dell’eurozona. Quelle convenzionali, con tassi d’interessi attorno allo zero, sono state già in atto. Mercoledì la Francia, pur presentando uno schema di bilancio con severe riduzioni alla spesa sociale, ha annunciato che non si curerà di giungere, nel breve termine, al pareggio di bilancio previsto dal Fiscal Compact e neanche di limitare al 3% il rapporto tra indebitamento netto delle Pa e Pil. Giovedì è giunto da Londra un ‘assist’ a Parigi dal presidente del Consiglio italiano. Chiaramente, in queste condizioni, sarebbe stato difficile proporre misure monetarie ‘non convenzionali’ con la specificità per considerarle operative.

Martedì sono stati diramati due studi che esaminano le misure ‘non convenzionali’ adottate in Gran Bretagna e Usa, e che giungono alla stessa conclusione: gli effetti sono stati di breve periodo e si sono evaporati presto (ove non accompagnati da politiche economiche aggressivamente orientate alla crescita). Oggi, acquistare gli Abs di Grecia e Cipro equivarrebbe a mettersi in portafoglio titoli ‘spazzatura’. La stessa esperienza Bce ingenera perplessità. I T-ltro (Targeted long term refinancing operations, operazioni ‘mirate’ a lungo termine per rifinanziare investimenti produttivi) hanno avuto un esito ben inferiore alle attese. Di Omt (Outright monetary transactions, pure transazioni monetarie), lanciate con clamore circa due anni fa, non si parla più. Quindi, c’è da avere dubbi sulla efficacia di Abs e covered bond sino a quando i governi non abbiano attuate le necessarie riforme dei mercati dei fattori, dei beni e dei servizi e che tali riforme abbiano avuto il tempo di dispiegare i loro effetti.

Gli Abs e i covered bonds presentano poi il rischio che la Bce finisca per acquistare titoli il cui sottostante abbia un elevato grado di volatilità o, peggio ancora, sia di dubbia qualità (e lo mostri dopo qualche tempo). Un modo ‘non convenzionale’ sarebbe l’acquisto di titoli del debito pubblico di qualità da alcuni Paesi. L’economista Guido Salerno sta per pubblicare una proposta: la Bce acquisti titoli del debito pubblico italiano per 400 miliardi di euro, l’equivalente, secondo le sue stime, del costo degli errori compiuti dalle istituzioni europee nella gestione delle crisi. Può sembrare un’idea guascona. Non verrà accettata dai Paesi nordici. Ma potrebbe essere il modo più lineare per facilitare la crescita.

Collocamento, il sistema deve reggersi senza intervento pubblico

Collocamento, il sistema deve reggersi senza intervento pubblico

Antonio Bonardo – Libero

Ora che il Pd ha fatto la scelta di campo netta in tema di protezione dei lavoratori nel mercato del lavoro, passando dal regime novecentesco della job property a quello europeo moderno della flexsecurity, si pone il problema di come realizzarlo in concreto. Perciò dobbiamo aver ben chiaro l’obiettivo. A nostro avviso occorre creare un sistema privato di ricollocazione, che stia in piedi senza intervento operativo né sostegno economico pubblico. Proviamo ad elencarne gli ingredienti principali.

a) Si rafforzi l’albo nazionale delle società autorizzate al servizio di ricollocazione, introducendo criteri di accesso consistenti, riferendosi a quanto fece l’allora ministro Tiziano Treu quando aprì il mercato italiano alle agenzie di lavoro interinale.
b) Il servizio di ricollocazione della persona licenziata sia pagato dall’impresa che licenzia, facendolo rientrare nel severance cost che l’impresa deve sostenere in caso di interruzione del rapporto di lavoro con il dipendente. Questo insieme all’indennità di licenziamento da corrispondere al lavoratore, che in Spagna è stata fissata in una mensilità lorda di stipendio per ogni anno di anzianità aziendale.
c) Con la fine del regime della mobilità e delle varie casse integrazioni prolungate nel tempo e il passaggio definitivo al sistema dell’Aspi, il sussidio universale, viene meno il problema della «condizionalità»›, la revoca dell’ammortizzatore in caso di rifiuto dell’offerta congrua: l’ammortizzatore attivo dura poco tempo ed è economicamente contenuto, rendendo i comportamenti opportunistici poco convenienti.
d) L’eventuale Aspi residua non corrisposta al lavoratore che si ricolloca anzitempo venga suddivisa al 50% tra il lavoratore stesso e l’azienda che lo ha licenziato. In tal modo il lavoratore ha tutto l’interesse a ritrovare un nuovo lavoro (subordinato o autonomo) il prima possibile. L’azienda sarà motivata a scegliere sul mercato le società di ricollocazione più performanti, in grado di aiutare le persone a ricollocarsi più rapidamente, potendosi finanziare il costo del servizio di ricollocazione con questo bonus.

Sarà importante che anche i fondi di formazione interprofessionali supportino la creazione di questo sistema di politiche attive, finanziando una quota parte del costo sostenuto dalle aziende per i servizi di outplacement, oltre a percorsi formativi di riqualificazione anche per persone espulse dal mercato del lavoro (purché legati a percorsi reali di reinserimento lavorativo, sotto l’egida della società di ricollocazione). In questa visione di strutturazione del servizio di supporto alla ricollocazione, imperniato sul settore privato, il ruolo del pubblico si dovrà concentrare nel realizzare il sistema di aiuto per l’enorme massa di disoccupati e inoccupati (giovani, donne, over 45, etc.) che si sono prodotti in questi anni di crisi. Fortunatamente non partiamo da zero, perché in Lombardia è stato sperimentato con successo un modello di eccellenza: la Dote unica lavoro, con la sua logica pay for result. Basterebbe un sano «copia e incolla» da parte delle altre Regioni e avremmo anche in Italia servizi per il lavoro di standard europeo!

I nuovi 51 miliardi di tasse: pane, latte e ancora case

I nuovi 51 miliardi di tasse: pane, latte e ancora case

Franco Bechis – Libero

È un giochino che ormai procede da quattro anni buoni di finanza pubblica. Dall’ultimo anno del governo Berlusconi in poi: lo fece Giulio Tremonti nel 2011, l’ha ripetuto Mario Monti nel 2012 e visto che non c’è due senza tre, è toccato pure ad Enrico Letta nel 2013. Il giochino è questo: si scrive una super manovra dettata dall’Europa, ma non si ha voglia né coraggio di presentare ai propri elettori un salasso senza precedenti. Quindi per fare tornare i numeri si infilano molte norme in assoluta libertà, ben sapendo che in gran parte non daranno nessuna entrata o risparmio di spesa reale. Lo sanno bene i ministri dell’Economia italiani, ma ovviamente lo capiscono anche i super-controllori dell’Ue a cui bisogna chiedere il via libera per ogni manovra economica. Così come finisce il giochino? Con l’inserimento di una clausola di salvaguardia: a fronte di norme-fuffa si mette una copertura vera in caso di fallimento (pressoché certo) delle prime. Scattano sempre l’anno successivo, nella speranza di avere tempo nei 12 mesi di trovare altre soluzioni buone. Nelle ultime tre manovre era previsto in caso di fallimento delle previsioni che scattassero due aumenti delle aliquote Iva e nell’ultima versione il taglio lineare delle detrazioni e deduzioni fiscali.

Il giochino deve essere piaciuto anche a Matteo Renzi, perché ha infilato nella manovra che sta per presentare una superclausola di salvaguardia. Agli italiani presenterà in pompa magna le sue splendide supercazzole. Agli sceriffi della Ue invece dice: «Non state a perdere troppo tempo sul mio libro dei sogni. Perché se tanto non funziona ho una carta di riserva sicura che stangherà gli italiani con nuove tasse per 51,6 miliardi di euro in un triennio». L’avvertimento ai signori che contano è scritto nella nota di aggiornamento al Def appena presentata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: «Nella legge di Stabilità 2015 è ipotizzata una clausola sulle aliquote Iva e sulle altre imposte indirette per un ammontare di 12,4 miliardi nel 2016 17,8 miliardi nel 2017 e 21,4 miliardi nel 2018. Gli effetti di tale clausola, genererebbero una perdita di Pil pari a 0,7 punti percentuali a fine periodo dovuta da una contrazione complessiva dei consumi e degli investimenti per 1,3 punti percentuali e un aumento del deflattore del Pil di pari importo». Una botta pazzesca sulle tasche degli italiani. Su cui ovviamente il governo minimizza, come se la fuffa fosse quella scritta per gli sceriffi della Ue e la verità invece quella contenuta nelle norme che accarezzano la pancia all’elettorato. «Ma è così», assicura il viceministro dell’Economia, Luigi Casero, che su quella plancia di comando siede ormai da molti anni, attraversando i vari governi, «quando mai sono scattate davvero le clausole di salvaguardia? Qualcuno ha toccato le detrazioni, che per altro sono state sostituite proprio da questa formula che trovate nel Def?».

No, la clausola delle detrazioni non e scattata. Ma quella sull’Iva sì, almeno in parte. Un paio di aumentini sono stati rinviati di qualche mese, ma alla fine grazie al giochino ci troviamo con l’aliquota al 22% invece che al 20%. Questo dimostra che ci sono ottime probabilità che quella clausola di salvaguardia possa entrare in vigore, anche perché fin qui di previsioni economiche il governo Renzi non ne ha azzeccata nemmeno mezza, e il terreno è proprio il principale tallone di Achille dell’esecutivo. Che cosa colpirà quella possibile stangata da 51,6 miliardi di euro? Le aliquote Iva marginali, e cioè quelle al 4% e quelle al 10%, che sono le uniche in grado di fornire incassi notevoli. Rischiano così di rincarare sensibilmente quasi tutti i generi alimentari: latte e latticini, farina, riso, pasta, pane, olio, occhiali da vista, case assegnate dalle cooperative, mense scolastiche (tutti questi sono al 4% oggi), e poi ancora yogurt, birra, uova, miele, tè, spezie, bevande al bar, elettricità, biglietti di cinema, teatro, concerti, servizi di trasporto pubblico (hanno tutti l’Iva al 10%).

Oltre l’Iva, secondo quanto scritto nell’aggiornamento del Def, si rischia un aumento anche delle imposte indirette. Di che si tratta? Tolta l’Iva che è già citata a parte, le principali imposte indirette vanno a toccare tanto per cambiare il mercato della casa: sono le imposte di registro, quella ipotecaria e quella immobiliare. Nell’elenco ci sono pure le accise, che significa nuovo aumento della benzina. Scatteranno? Qualcuna sì di sicuro. Anche perché c’è un piccolo trucco appena perfezionato che consentirà a chi sta al governo (presumibilmente Renzi) di mettere nuove tasse e poi dire che la pressione fiscale con lui non è aumentata. Il trucco è quello del recente belletto ai conti pubblici fatto per calcolare nel Pil il fatturato delle belle di notte, delle spese in armamenti e dello spaccio di stupefacenti. Con quella manovra (ma nessuno se ne è accorto) sono state cambiate anche le poste dell’entrata e magicamente già nel 2014 (e per gli anni successivi) la pressione fiscale è scesa di 0,3 punti percentuali senza levare nemmeno una tassa…

Pareggio anticipato, stretta su 3mila Comuni

Pareggio anticipato, stretta su 3mila Comuni

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore

Mentre allontana al 2017 il pareggio di bilancio complessivo, la nota di aggiornamento al Def lo anticipa al 2015 per quel che riguarda Regioni ed enti locali. Nelle 144 pagine del documento, questa mossa occupa solo quattro righe, ma può avere effetti dirompenti per quasi 3mila Comuni.

Il pareggio di bilancio in salsa locale, finora in programma dal 2016, impone di cancellare il rosso sia dalla parte corrente, fatta da tributi, trasferimenti e tariffe sul lato delle entrate, e dalle spese non di investimento su quello delle uscite, sia dal saldo finale di bilancio: il tutto va garantito sia per la competenza, cioè per le entrate e le uscite scritte nei bilanci, sia per la cassa, cioè peri flussi finanziari realizzati davvero. L’applicazione tour court di questi obblighi, secondo le elaborazioni che il Sole 24 Ore ha avuto modo di consultare e che sono al centro del confronto fra i tecnici dell’Economia e di Ifel, significherebbe chiedere una manovra aggiuntiva da 1,5 miliardi a quasi 3mila Comuni. Un’introduzione “a tappe” delle nuove regole, partendo dal pareggio di bilancio di parte corrente per rimandare al 2016 quella sui saldi finali, chiederebbe invece circa un miliardo a 2mila Comuni (fra i quali la presenza di qualche grande città aumenta la popolazione interessata).

Il nuovo calendario scritto nel Def per far partire sul territorio l’articolo 81 della Costituzione votato dal Parlamento nel 2012 è però solo una delle variabili in gioco nella costruzione della manovra 2015 per gli enti locali. Sul piatto delle buone notizie c’è la “liberazione” dai vincoli del Patto di stabilità di un miliardo di euro per gli investimenti, mentre sul lato di quelle cattive per i sindaci, ma ottime per l’Economia, c’è l’ingresso in campo della riforma della contabilità: queste regole, che impongono ai Comuni di accantonare un fondo di garanzia proporzionale alle loro difficoltà di riscossione, blocca nei conti degli enti circa tre miliardi di euro, diminuendo la capacità di spesa dei sindaci e quindi dando una mano al bilancio pubblico.

Su questo punto, secondo i Comuni l’impatto del fondo potrebbe addirittura superare i 3,5 miliardi, e anche queste cifre sono al centro di un confronto con Via XX Settembre. Nella manovra in cantiere, i tre elementi sono collegati. Il miliardo svincolato per gli investimenti, e ribadito ancora ieri dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, è il primo passo per il «superamento» del Patto di stabilità interno , reso possibile proprio dall’avvio della riforma della contabilità (con i suoi fondi di garanzia) e dalla prospettiva del pareggio di bilancio.

Naturalmente, quel che conta è il risultato finale per la finanza pubblica: se il fondo di garanzia si rivela più ricco del previsto, quindi, ci potrebbero essere spazi per un pareggio di bilancio più graduale, magari limitato nel 2015 ai saldi di parte corrente. Sulle scelte finali potrebbero pesare anche le prospettive di tenuta del sistema. A differenza del Patto tradizionale, sia la riforma della contabilità sia l’obbligo del pareggio di bilancio concentrano tutti gli sforzi sui Comuni che oggi hanno più difficoltà nei bilanci: la mossa è corretta per il “risanamento” della finanza pubblica, ma senza un dosaggio corretto solleva più di un rischio sul piano dell’applicazione effettiva.

I nemici di Renzi

I nemici di Renzi

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Ora è conclamato: l’Italia ha perso un altro anno. Il settimo, da quando ebbe inizio nell’estate del 2007 la più lunga e grave crisi economico-finanziaria che il mondo abbia conosciuto nell’ultimo secolo. Le cui conseguenze risultano così gravi – 10 punti di pil persi, il 25 per cento della produzione industriale evaporata – solo per noi, Grecia a parte. E nulla fa presagire che nel 2015 la musica cambi. Tutto questo non lo dicono i gufi ma il ministro Padoan, che ha parlato di un quadro congiunturale gravemente deteriorato. Peccato che andasse detto prima, anziché discettare sulla ripresa a portata di mano. Cosa non solo infondata, ma gravida di conseguenze negative, perché ha significato rinviare a data da destinarsi gli interventi più radicali, quelli capaci di invertire la rotta, i quali, più si rinviano, e più le mancate scelte ci riconsegnano un paese profondamente sconvolto nei fondamenti della sua società e della convivenza civile, con una quota di economia di mercato inferiore al passato e un problema di assistenza pubblica terrificante.

Tutto questo, naturalmente, non può essere messo in conto a Renzi. Per età e perché gli manca il passato. Ma a lui e al suo governo possono invece essere addebitate due cose: di aver sbagliato le previsioni e quindi l’approccio iniziale, e di avere mostrato un eccesso di fragilità e dilettantismo nello svolgimento quotidiano dell’azione di governo, laddove la politica diventa – o dovrebbe diventare – buona amministrazione. Hai voglia ora di dire che la Merkel è cattiva perché vuole l’austerità e impertinente perché ci tratta come studenti a cui chiede di fare i compiti a casa. Hai voglia di evocare lo spettro della Troika in nome della sovranità violata. Per sostenere certe tesi, anche quando sono giuste, occorre avere la necessaria credibilità, e Palazzo Chigi in questo difetta.

Tuttavia, Renzi viene accusato di tutt’altro: di essere nemico dei lavoratori, di muoversi in combutta con Berlusconi, di frequentare quel “sola” di Marchionne, di praticare il “metodo Boffo” contro chi dissente. Prendete la vicenda dell’articolo 18. Invece di dire “guarda che quella del reintegro, pur simbolica, è questione marginale e ciò che conta è una revisione, all’insegna della semplificazione e della delega alla contrattazione aziendale, dell’intera materia dei contratti e del mercato del lavoro”, no, si rispolverano vecchi linguaggi (i padroni) e consunte parole d’ordine (giù le mani dai diritti). Nessuno che lo sfidi sulla modernità, tutti a piagnucolare sulla conservazione di miti arrugginiti. E senza neppure avere l’intelligenza politica di capire – questo da D’Alema francamente non me lo aspettavo – che così la sinistra si condanna a una definitiva emarginazione e regala a Renzi gli strumenti per la definitiva conquista del voto moderato.

Che abbia o meno in testa le elezioni anticipate – io credo di si – l’aver alzato il tiro su un tema ideologicamente dividente come quello dell’articolo 18 e trovarsi la reazione che abbiamo visto, per il premier è stato come vincere alla lotteria. Ora il provvedimento – annacquato fino a lasciar le cose come stanno ma presentato come la rottura senza compromessi con il passato – passerà al Senato grazie all’uscita dall’Aula di un numero sufficiente di forzisti, così Renzi potrà dire all’Europa di aver fatto, da segretario del Pd per giunta, quello che nessuno prima di lui aveva mai osato fare o era mai riuscito a fare; potrà marcare una rottura a sinistra che gli servirà per dire al Quirinale che il Parlamento è una palude da cambiare con il voto; e infine potrà evitare di dover far emergere il cambio di maggioranza perché Berlusconi formalmente rimarrà all’opposizione. Caro Bersani, questa è quasi peggio del tuo (ancor oggi inspiegabile) tentativo di fare accordi con Grillo.

Ma la stessa cosa si puo dire delle stroncature che sono piovute addosso a Renzi da qualche miliardario annoiato che vuole fare politica senza pagare il dazio della raccolta del consenso, o da qualche esponente della “società civile” che si arroga il diritto di compilare la pagella dei buoni e dei cattivi. Non ho visto analisi approfondite, elaborazioni programmatiche fuori dal coro dei soliti bla-bla. Costoro, invece di ergersi a giudici, invece di imbarcarsi in operazioni personali senza alcun radicamento nelle culture politiche, elitarie e probabilmente di scarso successo, farebbero meglio a finanziare, sostenere, creare dei think tank capaci di contribuire alla qualità culturale del dibattito pubblico, di influenzare (alla luce del sole) i media e i decisori, di selezionare classe dirigente, di creare efficaci collegamenti internazionali, di lavorare sulla mentalità collettiva e in particolare far maturare nella borghesia la coscienza del suo ruolo sociale. Gli esempi esteri non mancano, basta copiare. Insomma, Renzi ha tanti (troppi) difetti, ma se i suoi nemici sono questi, viva Renzi.

Contabilizzare le attività illecite?

Contabilizzare le attività illecite?

Mario Lettieri e Paolo Raimondi – La Gazzetta del Mezzogiorno

Nel 2014 gli Stati membri dell’Unione Europea apporteranno cambiamenti importanti nei metodi di contabilità nazionale per la definizione del Prodotto interno lordo (Pil) e del Reddito nazionale lordo. Non si tratta di un’opzione ma dell’attuazione di una direttiva dell’Onu. Gli Usa l’hanno adottata nel 2013. Adesso tocca all’Europa. Di conseguenza i parametri di Maastricht saranno profondamente modificati, anzitutto i rapporti decifit/Pil e debito/Pil utilizzati, come è noto, per definire la situazione della finanza pubblica dei singoli Paesi. I mercati ovviamente ne tengono conto per decidere i loro comportamenti finanziari. Ad esempio, lo spread naturalmente riflette anche il livello di tali rapporti. Le organizzazioni internazionali e sovranazionali di controllo oggi li valutano per imporre politiche restrittive o commisurare sanzioni nei confronti di chi li viola. In Europa il Reddito nazionale lordo è utilizzato per determinare il contributo di ciascun Paese al bilancio dell’Unione.

È da decenni che si parla della necessità di migliorare il sistema di contabilità nazionale in quanto i metodi utilizzati sono notoriamente insoddisfacenti. Il parametro del Pil infatti fu “inventato” nel lontano 1934 ed è stato un utile riferimento anche se ritenuto altamente impreciso finanche dai suoi promotori. Il problema della riforma oggi è l’introduzione di proposte intelligenti e necessarie e di altre purtroppo davvero improponibili anche sul piano etico. Ad esempio, le spese in Ricerca e Sviluppo, fino ad oggi considerate come costi intermedi, verranno conteggiate come spese di investimento perché contribuiscono, come capitale intangibile, alla crescita della capacita produttiva. Ciò comporterà un impatto positivo sulla domanda aggregata e quindi sul Pil. Però anche le spese per gli armamenti saranno contabilizzate come spese di investimento! E qui incomincia la “perversione” del nuovo metodo contabile. Con il Pil si misura non solo la forza economica di un Paese ma anche la sua serietà e la sua affidabilità. Ne consegue che le dittature militari, che preparano una guerra di aggressione, diventano, con i numeri delle loro economie, degli esempi virtuosi da imitare!

La nuova riforma perciò supera tutti i limiti della decenza laddove introduce nel nuovo calcolo del Prodotto interno lordo anche le attività illegali. Di fatto la nuova direttiva indica esplicitamente che “le attività illegali di cui tutti i paesi inseriranno una stima nei conti (e quindi nel Pil) sono: il traffico di sostanze stupefacenti, la prostituzione ed il contrabbando”. Sarà addirittura l’Eurostat a stabilire le linee guida della metodologia di stima. Tutto ciò è giustificato “in ottemperanza al principio secondo il quale le stime devono essere esaustive, cioè comprendere tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”. È proprio l’avverbio “indipendentemente” che contiene il virus piu distruttivo per la società ed il benessere dei suoi cittadini. Allora anche la rapina diventa un’attività economica, “indipendentemente” dal fatto che distrugge l’ordine sociale e uccide. Anche una guerra di aggressione diventa un evento economico di grande profitto, “indipendentemente” dal fatto che comporta distruzioni, genocidi e fame. È una vera e propria aberrazione. Anche se vi fosse l’esigenza di conoscere l’ammontare delle singole e di tutte le transazioni finanziarie, non sarebbe comunque giustificato il vulnus allo status giuridico. Ma che le attività illegali entrino di diritto a far parte del Pil che poi determina alcuni parametri che influiscono sulla vita dei Paesi e di intere popolazioni è inaccettabile.

È in atto una enorme campagna mediatica per dimostrare la bontà delle nuove regole. Si sottolinea in particolare che tutti i governi europei ne beneficeranno in quanto i parametri di Maastricht verrebbero ridefiniti a loro favore. Se il Pil aumenta allora si guadagnano dei margini sul famoso 3% relativo al rapporto deficit/Pil. Anche il rapporto Pil/debito pubblico migliorerebbe. Pazzesco! Il Trattato di Maastricht diventa così il verbo intoccabile. Invece di cambiarlo si pensa di produrre dei dati “falsi” per aggirarne gli effetti più negativi. Eppure è noto che anche il magico 3% non ha alcuna base scientifica. Fu definito arbitrariamente da un giovane impiegato del governo francese nel 1981 su richiesta del presidente Francois Mitterand che, sembra, necessitasse di mettere freno alle astronomiche promesse di spesa pubblica fatte durante la campagna elettorale.

Se le spese di R&S fossero giustamente conteggiate il Pil aumenterebbe del 5 % in Svezia, del 3% in Germania e Francia e di poco più dell’1% in Italia. Ma che fare con le attività illegali notoriamente difficili da quantificare? Se si prendessero i dati della Banca d’Italia sull’economia illegale, allora il nostro Pil dovrebbe aumentare dell’11%. E secondo l’Istat, nel 2010 l’intera economia sommersa “valeva” circa il 17% del Pil. Riteniamo che la crisi economica che investe i Paesi dell’Ue non si risolva così: il rimedio ci sembra peggiore del male. Ogni ripresa economica non può prescindere dalla legalità a tutti i livelli e ha bisogno di ben altro rispetto al “trucco contabile” proposto.

Attrarre multinazionali con un fisco più competitivo

Attrarre multinazionali con un fisco più competitivo

Andrea Tavecchio – Corriere della Sera

Il 22 settembre scorso l’Internal Revenue Service (l’agenzia delle entrate statunitense) e il dipartimento del Tesoro hanno decretato una radicale, sofisticata e immediata modifica delle regole sulla tassazione per le imprese che, fondendosi, riuscivano a spostare la sede fiscale fuori dagli Usa, godendo così di vantaggi fiscali. Un esempio più recente, anche se non andato a buon fine, è quello dell’offerta da 100 miliardi di euro della società farmaceutica americana Pfizer agli azionisti della concorrente inglese AstraZeneca. La mossa del governo Obama ha reso esplicito che è considerato interesse nazionale primario mantenere i quartieri generali delle multinazionali negli Usa. La competizione fiscale internazionale diventa ogni giorno più serrata e Washingon ha battuto un colpo fortissimo: bene il mercato, la finanza e la concorrenza, ma in campo fiscale l’America viene prima di tutto.

In questa competizione, l’Italia è, non da oggi, un vaso di coccio. Non sembra avere, infatti, né una esatta strategia per attrarre capitali e lavoro qualificato né la forza anche culturale, come gli Stati Uniti, di fare guerra nei fatti al tax planning che le multinazionali, legittimamente, mettono in atto per abbassare il loro carico fiscale complessivo. Il governo Renzi, che ha un capitale politico importante, potrebbe dare una svolta se agisse in modo ordinato, non ideologico e rapido. Un primo segnale potrebbe venire già dal Jobs act se, nel merito, fosse effettivamente innovatore. Subito a seguire bisognerebbe approvare una pacchetto di norme per modernizzare la tassazione dei redditi da attività tipiche di holding (come dividendi e royalties) e rendere più veloce il sistema dei visti facilitando, anche fiscalmente, chi da straniero viene a vivere o lavorare in Italia. Sarebbero solo primi passi, ma darebbero un segnale importante. Mantenere ed attrarre quartieri generali di multinazionali in Italia è diventata – finalmente – una priorità politica. Come nel resto del mondo.