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Tassare la capacità contributiva invece dei patrimoni virtuali

Tassare la capacità contributiva invece dei patrimoni virtuali

Corrado Sforza Fogliani – Italia Oggi

Il tema è uno, e uno solo: che le tasse devono colpire la reale capacità contributiva anche secondo il precetto costituzionale. Soprattutto se il Fisco vuole essere rispettato e vuole essere un Fisco civile. A cominciare dall’annuale nostro convegno che si tiene oggi a Piacenza (a segnare la nuova stagione del mercato immobiliare) iniziamo una campagna serrata su questo punto. Basta colpire i risparmiatori dell’edilizia tassando rendite catastali (aumentate del 5% da Prodi, e a livelli smodati da Monti) che «fabbricano» artificialmente un reddito che non c’è, per colpirlo (esattamente quel che già capita anche per le aree fabbricabili, tali, nell’attuale congiuntura, solo per il Fisco, una vergogna sesquipedale). Basta tassare anche immobili collabenti, comunque inagibili o che non si riesce ad affittare (per una crisi che i politici riescono solo ad aggravare), basta con i macroeconomisti e le loro strambe teorie, al di fuori della realtà. Basta, basta, basta quello e basta questo. La crisi si risolve ricreando la fiducia. E la fiducia diffusa (diffusa, cioè, quanto è diffusa la proprietà delle case) ritornerà quando ritornerà la convenienza nell’investimento immobiliare, perché l’affitto della proprietà diffusa tornerà a rendere qualcosa.

Finché si continua a parlare per slogan desueti, acriticamente accettati, la ripresa non arriverà mai. Se la coperta è corta, è perfettamente inutile cercare di tirarsela addosso per intero più di quanto già ciò non avvenga. Chi continua a dire che la ricchezza immobiliare è statica, ignora che (come tutti gli studiosi di economia sanno) vi è una ricchezza immobiliare ferma e un’altra dinamica. Soprattutto, è inutile continuare a voler dare addosso a una ricchezza che non c’è più, addirittura sostenendo che il costo degli immobili è elevato, quando ogni passante in strada sa che i prezzi sono crollati e che si è distrutto ogni risparmio. La spesa per i consumi (lo sa ogni semplice massaia) diminuisce per l’emergenza sociale in atto, non certo perché sia immobilizzata, quand’anche ci fosse e, poi, soprattutto perché, crollati i valori delle case, gli italiani non si sentono più garantiti dagli stessi in caso di difficoltà (e, quindi, non spendono, conservano quella liquidità di cui le banche, per mancanza di corrette richieste e di altrettanto corretti investimenti, sono piene). La redistribuzione del carico tributario deve esserci, certo. Ma non sulla base del ritornello lavoro ed imprese, ma sulla base dei reali redditi, come si fa nei Paesi civili qual è la Germania, ove ogni forma di tassazione patrimoniale è stata cancellata, e ciò anche se da noi i mandarini di Stato e di organismi vari, più o meno parassitari, continuano a fare il tifo per essa per mettersi al riparo loro e le loro megaretribuzioni.

Una proposta per il rilancio

Una proposta per il rilancio

Daniele Capezzone – La Discussione

Com’è perfettamente comprensibile dal suo punto di vista, Matteo Renzi, chiudendo domenica scorsa la festa del suo partito, ha giocato la carta della mozione degli affetti, dell’iniezione di orgoglio, di una specie di “training autogeno” collettivo, per incoraggiare il Pd, la sua maggioranza, e magari l’intero Paese. Parte di tutto ciò è l’ormai consueta polemica contro i “gufi“, nel tentativo di contrapporre il proprio spirito positivo all’altrui animus negativo e distruttivo. Purtroppo, però, finora è stato lo stesso Renzi ad “autogufarsi” con le tasse su casa e risparmio, che hanno contribuito (e purtroppo contribuiranno ancora) a non ricreare fiducia ma ad alimentare paura, a frenare la propensione al consumo, a deprimere la domanda intema. Sono errori devastanti, che Renzi farebbe bene ad ammettere.

Contro tutto questo, rilancio una ipotesi totalmente alternativa. Primo: approvare tutti i decreti delegati della delega fiscale, ma rispettando quello che il Parlamento (con un impegno che ha visto Forza Italia protagonista, con un mio ruolo di relatore edi estensore di molte parti davvero innovative della delega) ha stabilito in direzione liberale, pro-contribuenti, e verso un vero e correlato taglio di spesa e tasse. Secondo: fissare un tetto costituzionale alla pressione fiscale, proposta che avanzerò alla Camera in sede di riforma costituzionale. Terzo: realizzare un vero choc fiscale, sfondando il limite del 3%, per realizzare un taglio-record di tasse, accompagnato da tagli di spese e riforme strutturali.

In particolare, propongo un taglio di tasse di 40 miliardi in meno in 2 anni e poi 12 nel successivi 3), con tre destinatari: le imprese, i lavoratori e il nucleo famiglia/consumatori. Per le imprese, c’è il dimezzamento Irap e il calo dell’Ires al 23%; per i lavoratori, ci sono 10 miliardi in meno di tasse sul lavoro; per le famiglie e i consumatori, c’è la cancellazione della tassa sulla prima casa e il calo dell’Iva al 20%. Nel mio libro, per l’esattezza al capitolo 16, sono indicate tutte le coperture effettuate con tagli di spesa pubblica. È questa una vera ipotesi di “politica economica della libertà” per uscire dal tunnel e conquistare tassi di crescita significativi.

L’anoressia di un sistema colpito in profondità

L’anoressia di un sistema colpito in profondità

Paolo Bricco – Il Sole 24 Ore

L’economia italiana sta sperimentando una forma – traslata – di anoressia. L’anoressia è una patologia dell’anima e del corpo. Nell’anima concentra il desiderio su pensieri ossessivi cristallizzati dalla paura e dall’angoscia. Nel corpo produce una riduzione della carne e dei tessuti, scavando i muscoli. Qualcosa di simile sta succedendo al capitalismo produttivo italiano. La deflazione è – insieme – causa ed effetto della recessione industriale. I consumatori hanno paura e, dunque, restano paralizzati. Gli imprenditori italiani – non radicalmente globalizzati e, per questo, meno allevati ad una esposizione ai mercati darwiniani che ha selezionato negli ultimi trent’anni il meglio del nostro capitalismo – rimandano gli investimenti. Il risultato è una miscela che colpisce – nell’anima, ma anche nel corpo – il nostro organismo manifatturiero. Nessuna recessione è stata mai così lunga. Già ora, rispetto alla crisi energetica dei primi anni Settanta e agli squilibri monetari internazionali innescatisi alla fine degli anni Ottanta, l’orizzonte temporale si è allungato di tre volte. Se allora ci vollero fra i due e i tre anni per superare lo shock, adesso siamo al sesto anno. E non sappiamo ancora fino a che punto durerà la notte.

La nostra patologia economica ha, davvero, tratti anoressizzanti: nel senso che, ora, il rischio – in qualche maniera paventato dalla caduta costante di un indicatore come la produzione industriale – è che i meccanismi deflattivi si miscelino a fenomeni psicologici e producano prima un intorpidimento cronico e poi una una necrosi del nostro sistema industriale. Si tratta di un fenomeno economico potenzialmente molto grave. Come nell’anoressia degli uomini e delle donne alcune masse muscolari semplicemente scompaiono, nell’anoressia delle imprese alcune potenzialità produttive – altrettanto semplicemente, altrettanto drammaticamente – possono svanire. Nell’ultimo anno – in diverse occasioni – la Banca d’Italia, Nomisma e Prometeia hanno sottolineato il pericolo di un depotenziamento dell’apparato produttivo italiano. Con la deflazione il potenziale distruttivo è molto maggiore. La politica espansiva della Banca Centrale Europea è una cura ipotetica. Ma nessun paziente che non abbia voglia di superare il male può davvero guarire. Per questa ragione – più di ogni scelta di policy, più di ogni ipotetica riforma – ancora una volta, nella storia del Paese, a contare sarà – nei prossimi mesi, nei prossimi anni – la voglia di reagire e di ricostruire degli imprenditori.  

La sfida di Junker

La sfida di Junker

Sergio Fabbrini – Il Sole 24 Ore

Non è di grande aiuto lo schema “destra-sinistra” per capire se la Commissione Junker promuoverà politiche per la crescita oppure confermerà le politiche per l’austerità fiscale. Certamente, su 28 membri della Commissione, gli esponenti socialisti sono meno del 30%, mentre la componente maggioritaria è quella dei cristiano-democratici, con una buona presenza di liberali. Nella visione tradizionale, si potrebbe dire che siamo di fronte ad una grande coalizione, con il suo baricentro spostato a destra. Eppure, lo schema destra-sinistra dice poco o nulla rispetto ai futuri orientamenti della Commissione.

Dopo tutto, anche nel Parlamento europeo, quando si è trattato di votare su questioni che toccavano gli interessi nazionali (come è stato il caso del voto sugli Eurobonds del 15 febbraio 2012), la distinzione tra destra e sinistra non ha retto e i parlamentari si sono allineati sulle posizioni dei rispettivi paesi. Piuttosto, la domanda da porsi è un’altra: è la Commissione Junker in grado di promuovere un punto di vista sovranazionale che bilanci la logica intergovernativa che è alla base delle politiche di austerità? Sulla base dei fatti, la mia risposta è negativa.

Le politiche dell’austerità sono l’esito di una visione della politica economica europea basata sulla centralità decisionale dei governi nazionali (all’interno del Consiglio europeo e dell’Euro Summit, così come all’interno dell’Ecofin e dell’Eurogruppo). Se le politiche economiche vengono decise dai governi nazionali, è evidente che i governi più forti, anche perché espressione dei paesi più grandi e più ricchi, sono destinati ad imporre la propria agenda, la propria visione e i propri interessi. La Germania non ha complottato per imporre la sua visione su come rispondere alla crisi dell’euro, ma sono state le sue dimensioni demografiche e le sue capacità economiche a trasformarla nel leader dell’Unione e dell’eurozona. Ma queste possono funzionare solamente se vi è un equilibrio tra gli stati che le compongono, equilibrio che richiede il riconoscimento dei loro diversi ma altrettanto legittimi interessi. Per tutta la crisi dell’euro, i legittimi interessi degli stati del sud, il cui modello politico-economico è sostanzialmente diverso da quello proprio degli stati del nord, non sono stati presi in considerazione all’interno delle istituzioni intergovernative. È legittimo auspicare, dunque, che sia la Commissione a introdurre un punto di vista sovranazionale nella logica intergovernativa che è divenuta predominante. Un punto di vista sovranazionale è né di destra né di sinistra, ma esprime (o dovrebbe esprimere) l’interesse dell’Unione e della Eurozona nel loro complesso. Questo interesse non coincide con la somma degli interessi nazionali, né tanto meno con gli interessi nazionali degli stati più forti, perché si sostanzia nel favorire la crescita dell’Unione o dell’Eurozona in quanto tali. Se così è, allora sarebbero necessarie politiche anti-cicliche a livello europeo così da equilibrare gli effetti pro-ciclici delle politiche domestiche di consolidamento fiscale. Potrà la Commissione Junker fermare la deriva intergovernativa?

In realtà la Commissione ha aumentato il suo tasso intergovernativo. Considerando l’incarico che avevano prima della nomina, tra gli attuali commissari vi sono 5 ex primi ministri, 1 ex vice-primo ministro e 12 tra ex ministri o vice-ministri. Ovvero 2/3 dei commissari sono (stati) esponenti dei governi nazionali. Certamente si tratta di una Commissione “politica”, perché composta di leader politici, ma non perché portatrice di un suo programma politico. Se poi si guarda la distribuzione dei portafogli, con ben 4 ex primi ministri nella vice-presidenza, e ai loro orientamenti di politica economica, allora i dubbi sulla capacità della Commissione di esprimere un punto di vista sovranazionale sono destinati a crescere. Come si potrebbe pensare diversamente, se il paese alfiere di un nuovo approccio alla politica economica (come la grande Francia del commissario Moscovici) dovrà farsi coordinare dai due vice-presidenti (come gli ex primi ministri Dombrovskis and Katainen delle piccole Lettonia e Finlandia) che sono stati i più convinti sostenitori delle politiche di consolidamento? Se poi si guarda all’insieme delle nomine europee di questi giorni, allora i segnali sono ancora di meno rassicuranti. Il Consiglio europeo ha eletto, come suo presidente ma anche come presidente dell’Euro Summit, il polacco Donald Tusk, cioè l’esponente di una paese che non fa neppure parte dell’Eurozona. La cosa fa piacere agli inglesi che, insieme ai paesi esterni all’eurozona, potranno condizionare le scelte di quest’ultima. Ma soprattutto la scelta di Tusk viene incontro agli interessi della Germania che potrà esercitare la sua influenza in quelle cruciali istituzioni intergovernative senza dover fare i conti con un presidente dotato di una sua autonoma autorevolezza.

Naturalmente in politica le cose possono cambiare. Così come è possibile che il presidente Juncker possa utilizzare i fondi della Bei per promuovere politiche di sviluppo che abbiano effetti keynesiani sull’Unione nel suo complesso. È anche probabile che le gerarchie interne alla Commissione possano saltare. Tuttavia, se Federica Mogherini, nella sua qualità di vice-presidente della Commissione e non solo di alto rappresentante per la politica estera, vuole promuovere un punto di vista sovranazionale, allora sarebbe auspicabile che non rimanesse prigioniera dello schema sinistra-destra. Non c’è un punto di vista “socialista” da promuovere, ma un interesse alla crescita da rappresentare con i commissari che sanno cosa ha prodotto l’austerità nei loro paesi.

A luglio nuovo picco del debito: 2.168 miliardi

A luglio nuovo picco del debito: 2.168 miliardi

Il Sole 24 Ore

A luglio il debito pubblico italiano ha toccato un altro record: 2.168,6 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto al precedente massimo di giugno. Le cifre sono contenute nel bollettino della Banca d’Italia. Nei primi sette mesi dell’anno – si legge – il debito pubblico è aumentato di 99,2 miliardi, riflettendo il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (32,7 miliardi) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (72,1 miliardi). Nel complesso, l’emissione di titoli sopra la pari, l’apprezzamento dell’euro e gli effetti della rivalutazione dei BTP hanno contenuto l’incremento del debito per 5,6 miliardi. Sul fabbisogno dei primi sette mesi ha inciso per 4,5 miliardi (8,7 miliardi nel corrispondente periodo del 2013) il sostegno finanziario ai Paesi dell’area dell’euro (la quota italiana del sostegno ai Paesi dell’area era pari alla fine dello scorso luglio ai 60,1 miliardi). A luglio gli investitori esteri possedevano 728 miliardi di debito pubblico italiano, di cui 687 miliardi in titoli di Stato, in calo rispetto ai 692 miliardi di giugno.

Mercato del Lavoro, Italia tra gli ultimi nel mondo

Mercato del Lavoro, Italia tra gli ultimi nel mondo

RaiNews.it

Il mercato del lavoro italiano è ultimo per efficienza in Europa e 136mo su 144censiti nel mondo a un livello appena superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen ed inferiore a Sri Lanka e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati di World Economic Forum. Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni a livello mondiale in termine di efficienza generale del nostro mercato del lavoro e soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione tra impresa e lavoratore.

Giuseppe Pennisi – commento al Paper di ImpresaLavoro

Giuseppe Pennisi – commento al Paper di ImpresaLavoro

Giuseppe Pennisi, presidente del board scientifico di ImpresaLavoro, è stato docente di Economia al Bologna Center della John Hopkins University e alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. È Consigliere del Cnel e insegna all’Università Europea di Roma.

«Il lavoro italiano ha le caratteristiche di non essere secondo a nessuno. Due economisti che non potevano comunicare l’uno con l’altro – non solo c’era la guerra ma uno scriveva in inglese e l’altro in magiaro (e solo dopo molti anni venne tradotto….in tedesco, ma non in inglese) – l’americano (e liberista) Charles Kindleberger e l’ungherese (e marxista) Ferenc Janossy, hanno dimostrato che il ‘miracolo economico’ è stato determinato innanzitutto dalla capacità di apprendimento e dalla flessibilità dei lavoratori italiani. Le classifiche del WEF provano che l’eccesso di regole ha tarpato le ali essenziali per la crescita. Governo e Parlamento devono tenerlo ben presente».
Salvatore Zecchini – commento al Paper di ImpresaLavoro

Salvatore Zecchini – commento al Paper di ImpresaLavoro

Salvatore Zecchini, membro del board scientifico di ImpresaLavoro, è docente di Politica Economica Internazionale all’Università Tor Vergata di Roma e presidente del Gruppo di Lavoro dell’OCSE su PMI e Imprenditoria.

La cartina di tornasole dell’efficienza di un mercato del lavoro sta nella sua capacità non solo di assicurare condizioni dignitose al lavoratore, ma di favorire la creazione di un ampio numero di opportunità di lavoro e di competenze, tale da assorbire il massimo delle forze lavoro disponibili. Alla luce di questo test, l’elevata disoccupazione e il basso tasso di partecipazione al mondo del lavoro, che caratterizzano da due decenni l’economia italiana, come pure il desiderio ardente dei lavoratori di assicurarsi una pensione prematuramente, possono prendersi a prova delle gravi inefficienze e disfunzioni del modo in cui si articola il nostro sistema lavoro.
In particolare, le misurazioni di queste debolezze da parte di istituti stranieri e il confronto con gli stessi parametri di altri paesi offrono uno spaccato di quanto non va nel sistema e di come queste incidono sull’attrattiva del Paese per gli investitori, italiani o stranieri che siano.
Rigidità nell’entrata e nell’uscita dal posto di lavoro, scarsa disponibilità ad adattarsi ai mutamenti nelle esigenze di lavoro delle imprese, dinamiche salariali inflessibili e poco in linea con l’evoluzione della produttività, pesanti oneri verso il fisco ed una diffusa contrapposizione corporativa verso le esigenze della produzione e della concorrenza sono tutti fattori che scoraggiano la domanda di lavoro delle imprese e ne modificano le caratteristiche. In particolare, da decenni le imprese tendono a sostituire i lavoratori con automazioni ed import di semilavorati, e a spostare le loro richieste verso qualifiche più elevate, dove si scoprono tuttavia imperdonabili carenze.
È su questi punti che dovrebbe specialmente indirizzarsi la riforma del lavoro da tempo annunciata dai governanti, con l’intento di realizzare notevoli correzioni strutturali e creare le condizioni istituzionali e culturali per un grande rilancio dell’occupazione.

Il nostro mercato del lavoro è il meno efficiente d’Europa

Il nostro mercato del lavoro è il meno efficiente d’Europa

SINTESI DEL PAPER

Il mercato del lavoro italiano è ultimo per efficienza in Europa e 136mo su 144 censiti nel mondo. In termini di efficienza ed efficacia si situa infatti a un livello leggermente superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen ed inferiore a quelli di Sri Lanka e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati pubblicati dal World Economic Forum.
Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni a livello mondiale in termine di efficienza generale del nostro mercato del lavoro e soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione tra impresa e lavoratore così come altre 15 per la complessità delle regole che ostacolano licenziamenti e assunzioni (hiring and firing process). L’unico settore in cui non si registra un arretramento dell’Italia è quello relativo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro: conserviamo infatti la comunque assai deludente 93ma posizione che avevamo raggiunto nel 2011.
L’indicatore dell’efficienza è in realtà un aggregato di più voci che bene evidenziano le difficoltà che il nostro sistema attraversa e rendono plasticamente l’idea del peggioramento delle condizioni del nostro mercato del lavoro negli ultimi tre anni. Inoltre, i principali indicatori analizzati ci pongono agli ultimi posti per efficacia nel mondo e, quasi sempre, all’ultimo posto in Europa. Tra i Paesi dell’Europa a 27, ad esempio, siamo ultimi per quanto concerne la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro (ai primi tre posti ci sono Danimarca, Austria e Olanda). Siamo terz’ultimi per flessibilità nella determinazione del salario, intendendo con questo che a prevalere è ancora una contrattazione centralizzata a discapito di un modello che incentiva maggiormente impresa e lavoratore ad accordarsi. E proprio in tema di retribuzioni siamo il peggior Paese europeo per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività. Dati questi che vanno letti assieme a quelli sugli effetti dell’alta tassazione sul lavoro: nessun Paese in Europa fa peggio di noi quanto a effetto della pressione fiscale sull’incentivo al lavoro. E siamo ancora ultimi per l’efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento: un indicatore particolarmente significativo, questo, perché evidenzia quanto questi processi vengano ostacolati dal complessivo sistema delle regole e da disposizioni quali quelle, ad esempio, dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Anche la qualità del personale impiegato mette in luce l’arretratezza del nostro Paese: siamo penultimi (davanti alla sola Romania) per la capacità di affidare posizioni manageriali in base al merito e non a criteri poco trasparenza (amicizia, parentela, raccomandazione) e finiamo in coda anche con riferimento alla capacità di attrarre talenti (quart’ultimi) e di trattenere talenti (23mi su 28).
«Questa performance negativa è frutto certamente dei difetti strutturali del nostro sistema ma i provvedimenti legislativi degli ultimi anni non hanno certo aiutato a migliorare la situazione» commenta Massimo Blasoni, presidente di “ImpresaLavoro”. «L’elaborazione del nostro Centro Studi chiarisce come i problemi del nostro mercato del lavoro siano da tempo sempre gli stessi e abbiano subìto un peggioramento piuttosto marcato rispetto al 2011, complice con ogni probabilità l’ulteriore irrigidimento delle regole stabilito dalla cosiddetta Riforma Fornero. Gli alti tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, e i cronici bassi tassi di attività sono una diretta conseguenza di un sistema tributario e di regole che rendono sempre più difficile assumere e creare occupazione».
Scarica gratuitamente il Paper con tutte le tabelle dati elaborate dal Centro studi ImpresaLavoro “Il nostro Mercato del Lavoro è il meno efficiente d’Europa“.
Leggi il commento del Prof. Giuseppe Pennisi.
Leggi il commento del Prof.
Salvatore Zecchini.
Rassegna stampa:
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Accelerare sul fisco si può, dunque si deve

Accelerare sul fisco si può, dunque si deve

Il Sole 24 Ore

La provocazione del presidente della commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone, che suggerisce una riforma fiscale in 100 giorni attraverso 12 mosse, ha il merito di porre l”attenzione sui tempi di attuazione della delega. E il Parlamento ha un’occasione per dimostrare (su un piccolo aspetto procedurale) che accelerare si può. Fra pochi giorni le Camere riceveranno gli schemi di decreto legislativo sulle semplificazioni e sul catasto per dare un parere aggiuntivo dopo quello delle scorse settimane. La delega fiscale prevede, infatti, (e qui sta forse l’errore di impostazione) che questo ulteriore parere venga dato quando non vengano recepite le precedenti indicazioni delle Camere. La conseguenza sarà un ulteriore aggravio nei tempi della procedura. Se è vero, però, che l’attuazione della delega fiscale “serve” al sistema e se è vero che la politica vuole fare in fretta, c’è un’occasione per dimostrarlo: dare i pareri suppletivi (e forse inutili) usando soltanto uno dei dieci giorni previsti dalla legge.