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La vera emergenza del Paese è il calo della produttività

La vera emergenza del Paese è il calo della produttività

di Massimo Blasoni

Il calo della produttività è forse il primo problema del Paese. Se negli anni 70 il sistema manifatturiero italiano lasciava al palo molte delle economie comunitarie con una brillante crescita annua della produttività, il ritmo è vistosamente rallentato nei due decenni successivi e dagli anni 2000 siamo scivolati in fondo alla classifica. L’incremento della produttività è passato dal 6,5% del 1972, ben al di sopra del 4% tedesco, sino a ridursi a un mediocre 0,14% medio annuo nell’ultimo quinquennio: secondo l OCSE solo la Grecia ha fatto peggio. I motivi sono molteplici: innanzitutto la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. In Italia è difficile assumere e licenziare ma soprattutto premiare il merito. Sopra i 3.000 euro ogni incentivo economico volto ad accrescere il rendimento soggiace a un elevatissimo cuneo fiscale che dimezza la quantità di denaro disponibile per il lavoratore. Contratti troppo rigidi tendono a disciplinare l’orario di lavoro molto più che a valutare numero e qualità delle prestazioni rese nel medesimo tempo. La spirale negativa della scarsa crescita determina minori opportunità che spingono una parte significativa dei giovani laureati italiani all’estero. Non aiutano nemmeno – in un mondo sempre più digitale – la vocazione più umanistica che scientifica delle nostre Università così come l’assenza di una relazione virtuosa tra formatori e imprenditori che migliori il matching tra domanda e offerta. Vi sono problemi noti, che vanno dalle tasse all’accesso al credito e alla burocrazia, ma occorre non sottacere anche la scarsa disponibilità delle nostre imprese a investire in innovazione. La bassa spesa in ricerca e sviluppo è purtroppo una caratteristica anche della Pa: una percentuale che non supera l’1,3% del Pil contro il 2% della media UE ci relega agli ultimi posti in Europa. Ai modesti investimenti in R&S purtroppo si somma una forte contrazione delle risorse per l’innovazione di infrastrutture fisiche e digitali. Negli ultimi 10 anni la spesa pubblica per investimenti fissi lordi in Italia è passata da 54 a 34 miliardi, mentre quella corrente continua a crescere. Gli ultimi dati Istat segnalano però un incremento dell’occupazione. Una nota positiva? Solo in apparenza. La mancata crescita del Pil accompagnata dall’aumento del numero delle ore lavorate è anche un segnale di ulteriore perdita di produttività.

Il paradosso sul lavoro: cresce solo per gli stranieri

Il paradosso sul lavoro: cresce solo per gli stranieri

di Massimo Blasoni

L’argomento è spinoso e si presta a più interpretazioni, tuttavia i dati Istat e quelli pubblicati da Eurostat lo scorso marzo ci consegnano un dato emblematico: negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri in Italia sono cresciuti di 765mila unità e hanno in parte «sostituito» quelli italiani, scesi nel frattempo di 640mila unità. Il tasso di occupazione nel nostro Paese, cioè la percentuale delle persone al lavoro sul totale degli adulti, è uno dei più bassi in Europa. Lavora il 57,7% degli italiani, un dato di quasi venti punti percentuali inferiore a quello tedesco e britannico. Se però consideriamo i soli stranieri presenti nel nostro Paese la percentuale sale sfiorando il 60%. L’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono mediamente occupati in maggior numero rispetto ai cittadini nazionali. Certo, dobbiamo apprezzare che i posti di lavoro in Italia stiano, se pur lentamente, crescendo. Occorre però chiedersi se sia opportuno questo effetto di sostituzione, visto l’elevato livello di disoccupazione soprattutto giovanile e le difficoltà di reimpiego per gli ultracinquantenni che perdono un posto di lavoro: per molti trovare un’occupazione è un miraggio. Insomma, è ancora vero che gli stranieri vengono per fare i lavori rifiutati dagli italiani oppure contribuiscono ad accrescere la disoccupazione? Un dubbio amletico. Peraltro, dato che le statistiche si riferiscono al periodo 2008–2018, non si può nemmeno dire che la minor occupazione nazionale dipenda dal reddito di cittadinanza. Una misura, quest’ultima, che potrebbe favorire una minor propensione ad accettare lavori a bassa retribuzione ma i cui effetti eventualmente troveremo nei report del prossimo anno.

Non è un tabù passare al privato, basta farlo un gradino alla volta

Non è un tabù passare al privato, basta farlo un gradino alla volta

di Massimo Blasoni

Non solo la spesa pensionistica tricolore è tra le più alte d’Europa, ma il sistema pubblico è pure inefficiente Il sistema a capitalizzazione andrebbe integrato rispetto allo schema attuale per lasciare più libertà a tutti • Il sistema pensionistico italiano non soltanto è molto costoso (la nostra spesa pensionistica su Pil è una delle più rilevanti d’Europa): è soprattutto poco efficiente. L’attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all’Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia 0 invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse.

Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10.000 euro annui per trent’anni investendoli in un fondo pensione con un rendimento di circa il 2,5%. Accumulerebbe un montante di circa 410.000 euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l’Inps. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d’età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto.

È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l’Istat a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati.

Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l’anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l’apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L’Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt’altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell’aspettativa di vita media.

Secondo il bilancio consuntivo dell’Inps, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all’anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell’Inps a 7 miliardi medi l’anno.

L’insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell’Inps, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale : in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensioni- stico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l’allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni) . Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati.

Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l’Inps a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità.

I navigator rischiano di perdere la rotta

I navigator rischiano di perdere la rotta

di Massimo Blasoni*

Il nostro Paese non brilla certo per efficienza quanto a formazione e politiche attive per il lavoro. Un esempio è quanto avviene in Friuli Venezia Giulia, una Regione a statuto speciale e per giunta del Nord. Le norme impongono a case di riposo ed ospedali di avere tutto il personale con qualifica di Operatore dei Servizi Sociali. La disposizione è degli ultimi anni e ha imposto a moltissimi lavoratori di acquisire rapidamente il titolo per mantenere il proprio posto di lavoro. Peraltro il settore è in crescita e dunque richiede costantemente un maggior numero di operatori specializzati. Malgrado questo, non vengono indetti dalla Regione – l’unica titolata a farlo – che pochissimi corsi di qualificazione. Solo alcune decine di ambitissimi posti l’anno a fronte di migliaia di domande. Sia chiaro, non è consentito a privati o associazioni di categoria di promuovere autonomamente i corsi. L’effetto paradossale è che da un lato ci sono donne che perdono il loro lavoro per carenza di titoli mentre dall’altro le aziende sono costrette a cercare in altre regioni o all’estero operatori muniti di qualifica.

Questo è solo uno dei tantissimi casi di cervellotica burocrazia italiana. Tra l’altro viene spontaneo supporre che chi rimane senza un’occupazione finirà poi per chiedere il… reddito di cittadinanza. Per trovare lavoro non bastano i Centri per l’impiego, innanzitutto per la carenza di organico: se raffrontati a quelli di Paesi come la Francia e la Germania sono decisamente sottodimensionati. Un dato per tutti: i Centri per l’impiego italiani contano all’incirca 8mila operatori contro i 55mila addetti dell’agenzia pubblica francese Polè Emploi, a fronte di un contesto demografico comparabile. Pensare però che saranno risolutivi i nuovi 10mila navigator, che le disposizioni sul reddito di cittadinanza annunciano, sarebbe un errore. Il matching, l’incontro tra imprese e lavoratori, ha innanzitutto bisogno di una coerenza tra offerta formativa e domanda, che troppo spesso latita. Non basta rafforzare i Centri per l’impiego. Formare un numero adatto di professionisti dell’Information Technology, analisti dei big data, ma anche di progettisti meccanici, tornitori e fresatori specializzati è fondamentale e serve alle aziende e ai lavoratori molto più che ogni forma di sussidio.

*Imprenditore e presidente del Centrostudi ImpresaLavoro

L’Italia è spendacciona ma i servizi sono scarsi

L’Italia è spendacciona ma i servizi sono scarsi

di Massimo Blasoni*

Se ne parla poco, l’argomento sembra passato di moda, ma restano un fatto le vistose differenze nella dimensione e nell’andamento della spesa pubblica pro capite consolidata sostenuta nelle varie regioni italiane. I valori fotografati nel Rapporto annuale 2018 della Ragioneria generale dello Stato certificano infatti un abisso tra gli 8.203 euro spesi in Veneto (diminuiti peraltro di 83 euro rispetto all’anno precedente) e i 15.448 spesi in Valle d’Aosta o i 13.431 del Trentino Alto Adige (aumentati rispettivamente di 1.683 e 539 euro rispetto all’anno precedente).

Questo tipo di dato viene ottenuto considerando ogni importo sostenuto in ciascuna regione da qualsivoglia organismo pubblico e tiene dunque conto delle spese dello Stato, della Regione, degli altri enti locali e di ogni Fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie, enti previdenziali compresi. Tutto, insomma. Nella classifica dei più spendaccioni – dopo i già citati Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige – seguono Lazio, Friuli Venezia Giulia e Molise. Tra le più parche (a far compagnia al Veneto e alla Lombardia) ci sono invece Puglia, Emilia Romagna, Marche e Sicilia.

L’evoluzione della spesa fa riflettere. Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra Regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, dal momento che si spende tanto al Nord quanto al Sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerarne anche la qualità. Prendiamo per esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese, anche se l’Istat ci dice che il costo pro capite è di poco superiore: 120 euro a cittadino, un’inezia. Si tratta pertanto di spendere meno ma anche e soprattutto di spendere meglio.

Dal trasporto pubblico ai servizi postali, troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Resta infine l’annosa querelle sui residui fiscali. Ci sono Regioni che ricevono dalla mano pubblica più di quello che versano in tasse e imposte e viceversa: un tema spinoso. Su un punto però siamo tutti d’accordo: la spesa corrente in valore assoluto non accenna a diminuire e restiamo tra i più spendaccioni d’Europa.

*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Niente ripartenza se le aziende restano a secco

Niente ripartenza se le aziende restano a secco

*di Massimo Blasoni

Si profila purtroppo un 2019 complicato per le imprese italiane e le previsioni di bassa crescita, se non di recessione, del nostro Pil rischiano di avverarsi. Tra i tanti, resta rilevante il problema del credito bancario, lo avvalorano gli ultimi dati disponibili di Banca d’Italia relativi al 2018. Se comparati con quelli del 2011 rivelano che lo stock complessivo dei prestiti alle imprese è sceso da 909 miliardi di euro a 695. Una riduzione di oltre 200 miliardi che solo in parte trova spiegazione nel ridotto merito creditizio o nella minore disponibilità a nuovi investimenti delle nostre aziende. In realtà le banche sono meno inclini a rischiare, con l’effetto che la minore disponibilità di linee di credito concorre a frenare lo sviluppo e l’occupazione. La conclusione del Quantitative Easing,con cui la Banca centrale europea acquistava per decine di miliardi i bond emessi dai singoli Paesi europei, rischia di aggravare il problema. Dobbiamo ricordare che i titoli di Stato italiani erano i terzi per volume di acquisti da parte della Bce: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2% del complessivo. La fine di questo flusso prevedibilmente aumenterà i tassi di interesse e renderà ancora più debole il sistema economico italiano. Le responsabilità degli istituti di credito rappresentano solo uno degli ostacoli per la competitività delle nostre imprese; ovviamente ci sono anche l’eccesso di burocrazia, gli scarsi investimenti pubblici in infrastrutture, la mancata digitalizzazione e molto altro. Bisogna peraltro riconoscere che sono in ripresa i prestiti alle famiglie e che le banche debbono far fronte all’enorme perdita di valore delle loro azioni in borsa. Dall’inizio della crisi ad oggi le banche quotate hanno bruciato 215 miliardi. Tuttavia è chiaro che la restrizione del credito rende più complesso il lavoro delle imprese italiane, basti dire che in Germania e Francia dal 2011 ad oggi i prestiti alle aziende sono aumentati: per i cugini d’oltralpe di oltre 90 miliardi. Senza lo sviluppo delle nostre imprese non ci sono né crescita né nuova occupazione. Un fatto evidentemente non del tutto compreso anche dal governo a guardare l’ultima manovra che riduce gli stanziamenti per il sistema produttivo.

*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

In Italia l’età media per poter andare in pensione è sotto quella dei paesi UE

In Italia l’età media per poter andare in pensione è sotto quella dei paesi UE

di Massimo Blasoni

Il Governo pare acconciarsi a un ridimensionamento dei costi dell’applicazione di “Quota 100” alle pensioni. La misura sarà solo triennale e soprattutto le modalità di applicazione ridurrebbero il primo anno di un terzo le risorse inizialmente stanziate. Soprattutto per i lavori cosiddetti usuranti, l’età di pensionamento rappresenta un tema rilevante, ma è anche vero che decenni di Governi fin troppo disponibili e di pensioni baby hanno portato la nostra spesa pensionistica in rapporto al Pil ad essere una delle più rilevanti d’Europa. C’è un fatto che potrebbe non piacerci, lo rileva uno studio di ImpresaLavoro su dati OCSE. Nel nostro Paese si va in pensione di fatto mediamente ben prima dei 67 anni disposti dal 2019 dalla Riforma Fornero. L’età effettiva di pensionamento in Italia è più bassa della media UE: 62,1 anni contro i 63,2 degli altri Paesi europei. Meno, tanto per citarne due, di quelle del Regno Unito e tedesca che rispettivamente traguardano l’agognata quiescenza a 64,6 e 63,3 anni. Da cosa deriva la differenza tra l’età effettiva di pensionamento e quella teorica? Questo avviene per svariati motivi, primo tra i quali il fatto che soprattutto in passato molti hanno iniziato a lavorare in giovane età e dunque l’uscita dal mercato del lavoro, dopo i canonici 42 anni di versamenti contributivi, avviene relativamente presto. Ci sono poi da considerare gli “sconti” per lauree, servizio militare ed altro. Niente da dire, ma è giusto ripeterlo: la maggior parte degli europei va in pensione ad un’età più avanzata della nostra e dunque, per quanto impopolare, è ragionevole porre qualche dubbio sulla misura prevista dal Governo che abbassa ulteriormente l’età di pensionamento. Non sarà così per i giovani italiani, su cui piuttosto occorrerebbe investire. Avendo iniziato a lavorare tardi ed avendo accumulato spesso “vuoti contributivi” per la flessibilità del lavoro, dovranno aspettare molto più dei loro genitori per andare in pensione. Secondo il report OCSE Pensions at a Glance 2017, un giovane che ha iniziato la lavorare nel 2016 a vent’anni dovrà attendere i 71,2 anni per ottenere la pensione.

Servono gli investimenti, non i sussidi

Servono gli investimenti, non i sussidi

Massimo Blasoni, imprenditore nel settore della costruzione e gestione di residenze sanitarie per anziani con Sereni Orizzonti, uno dei gruppi nazionali leader di settore che occupa circa 3mila persone, cosa pensa della manovra?

«Premesso che non sempre bisogna essere remissivi in Europa – condivido infatti la posizione sui migranti di Salvini – relativamente alla manovra non solo occorre ridurre il deficit ipotizzato ma soprattutto sarebbe necessario spendere diversamente le risorse. Comprendo i motivi per i quali l’Ue giudichi negativamente misure come il reddito di cittadinanza che paiono alludere al fatto che i problemi non si risolvono con il lavoro. È sbagliato credere che una manovra in deficit migliori il rapporto debito/Pil perché il debito aumenta con certezza e lo stesso non si può dire del Pil vista la crescente propensione al risparmio degli italiani in questi mesi di incertezza».

Però esiste un problema povertà in Italia.

«Servono interventi, ma non a debito. Bisogna mettere l’accento sullo sviluppo delle imprese e sulla creazione di occupazione. Il maggior gettito sarebbe utile anche per le misure di contrasto alla povertà».

Cosa dovrebbe fare il governo secondo lei?

«Infrastrutture, sia fisiche che digitali. Nel 2009 lo Stato investiva 50 miliardi in opere pubbliche, oggi sono scesi a 30, mentre il Paese avrebbe bisogno di rendere più rapidi ed efficienti i trasporti e gli scambi. Resta poi il tema della burocrazia, vero macigno sullo sviluppo delle imprese. Secondo il report Doing Business, una concessione edilizia in Italia richiede in media 227 giorni, mentre in Germania ne bastano la metà. Avviata la progettazione nello stesso giorno, mentre mi starò ancora dibattendo tra bolli e permessi, il mio competitor tedesco starà già costruendo da mesi. Competere così non è facile, visti la diversa disponibilità e costo del denaro e il devastante peso delle tasse, tra le più alte d’Europa».

Il governo afferma di aver pensato alle imprese.

«Misure blande in confronto a reddito di cittadinanza e quota 100. Servirebbe, invece, un grande sforzo per innovare. Andiamo verso un mondo nel quale la metà delle professioni attuali potrebbe essere automatizzata e nel quale i nostri figli che oggi frequentano le elementari potrebbero svolgere un mestiere che ora neppure esiste. L’Italia investe poco in digitale e istruzione. Secondo l’indice Desi della Commissione Ue siamo tra gli ultimi in Europa».

Cosa non si dovrebbe fare?

«Non funziona l’irrigidimento del mercato del lavoro determinato dal decreto Dignità. Non si devono fermare le grandi opere come la Tav. Si dovrebbe evitare lo statalismo insito nelle ipotesi di salvataggio pubblico di Alitalia e di trasformazione di Cdp in una nuova Iri. Non funziona, infine, il reddito di cittadinanza. Mi spiace dirlo, ma tutto quello che M5s vorrebbe fare proprio non va».

Sul lavoro Italia ancora in ritardo

Sul lavoro Italia ancora in ritardo

di Massimo Blasoni

Il mercato del lavoro è in grande mutamento. L’innovazione tecnologica rende già oggi molte professioni automatizzabili e la rivoluzione digitale cambia molti dei modelli a cui eravamo abituati. Purtroppo da noi le regole sull’occupazione continuano invece a restare rigide. A sottolineare questo e altri aspetti sono i dati appena pubblicati nel report annuale del World Economic Forum.

Relativamente all’efficienza del mercato del lavoro, su 140 Paesi censiti risultiamo 79esimi al mondo e quart’ultimi in Europa. Per quanto riguarda la collaborazione tra impresa e lavoratore e il legame tra salari e produttività, il report ci attribuisce un ranking pessimo a livello europeo, inferiore a quello di Portogallo e Polonia. Ci collochiamo oltre il centesimo posto anche quanto alla facilità nelle pratiche di assunzione. I nostri contratti restano poi più parametrati alla quantità di tempo impiegata dal lavoratore che non al numero e all’efficienza delle prestazioni rese in quel medesimo tempo.

La scarsa flessibilità nella determinazione dei salari si accompagna inoltre a un’elevata tassazione del lavoro: il cuneo fiscale ci schiaccia al 100esimo posto su 140. Non dobbiamo quindi sorprenderci se non riusciamo a trattenere i nostri talenti né tantomeno a attrarne di nuovi.

Si potrebbe sospettare che l’autorevole studio del WEF sia troppo severo ma la bassa crescita dell’occupazione in Italia rispetto al 2007 (ultimo anno pre-crisi) conferma purtroppo le sue analisi. È vero che rispetto ad allora abbiamo 130mila occupati in più ma questo dato impallidisce di fronte all’aumento, nello stesso periodo di tempo, dei lavoratori in Germania (+2 milioni e 300 mila) e in Gran Bretagna (+1 milione e 600 mila).

Possiamo consolarci osservando come rispetto all’anno scorso il nostro mercato del lavoro abbia scalato, in termini di efficienza ed efficacia, 37 posizioni nella graduatoria internazionale e 3 in quella europea. È senz’altro una nota positiva, ma molto resta ancora da fare.

Per avere una pensione più alta basta uscire dalla gestione pubblica

Per avere una pensione più alta basta uscire dalla gestione pubblica

di Massimo Blasoni

Pensioni: converrebbe passare dall’attuale sistema a ripartizione a un modello a capitalizzazione individuale? Con l’attuale sistema versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all’Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: Cassa Integrazione, indennità di malattia o invalidità.

Concentriamoci sulla quota di contributi che serve a pagare le nostre pensioni lasciando a parte la componente che serve a far fronte alle prestazioni assistenziali. Facciamo un esempio: ipotizziamo che questa parte sia pari a 10.000 euro annui versati per trentanni e con un rendimento del 3% superiore alle esigue rivalutazioni che oggi l’Inps ci riconosce. Accumuleremmo un montante di 490.000 euro, cioè il 40% in più di quello che oggi accantoniamo. Tradotto, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie ma con un assegno più ricco del 40%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto. Ovviamente il passaggio da un sistema all’altro sarebbe estremamente complesso ma non impossibile, soprattutto se avvenisse per gradi e con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e la previdenza integrativa.

D’altro canto il tema va affrontato con coraggio. Secondo l’Istat, nel 1974 la spesa pensionistica italiana era pari aff’8,15% del Pil e nel nostro Paese si erogavano 21,59 pensioni ogni 100 abitanti. Oggi spendiamo invece in assegni pensionistici il 16,3% del Pil e il numero di pensioni in rapporto ai cittadini è quasi raddoppiato, circa 38 ogni 100 abitanti.

Attualmente nessun altro Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza contro una media del 18,1%. Lo sbilancio annuale dell’Inps inoltre è diventato un’abitudine, così come il ciclico azzeramento del suo patrimonio e la conseguente ricapitalizzazione con i nostri denari. Il nostro sistema pensionistico è sostanzialmente collettivistico, così togliendo ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Un argomento che potrebbe essere confutato sul piano ideologico, se non fosse per un piccolo particolare: la realtà è lì a dimostrare che il modello italiano sta crollando sotto il peso della sua insostenibilità.