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Rai Way, comunicazioni arretrate

Rai Way, comunicazioni arretrate

Davide Giacalone – Libero

Rispondere all’offerta di acquisto dicendo che il governo aveva stabilito di tenersi il 51% non ha alcun senso, né legittimità. Ciò non vuol certo dire che la sola risposta legittima e sensata sia positiva, ma anche in caso di rifiuto si deve affrontare il tema che presiede all’offerta pubblica di acquisto e scambio, con cui Ei Towers chiede di acquisire il controllo di Rai Way. Cosa fare degli impianti e come valorizzarli. Il governo ci pensi bene, prima di rispondere. Il resto, a base di nazareni morti o risorti e pro o anti­berlusconismi, è reazione tipica degli orecchianti: non sapendo di che si parla, la buttano in caciara.

La prima cosa da capire è che il pluralismo televisivo e la libertà d’informazione non c’entrano niente. Non si confonda il postino con il contenuto del pacco. Le regole di funzionamento dei fornitori di rete, di quei soggetti che non fanno televisione, ma trasportano il segnale televisivo, sono fissate per legge. Il fatto che Rai e Mediaset abbiano entrambe due società delle reti (cosa che si riproduce anche per alcuni più piccoli) ha a che vedere con la storia, con il modo in cui il mercato s’è formato, non con le regole del suo funzionamento.

La seconda cosa è il 51%, che taluni credono sia stato deciso resti in mano pubblica. Non è così. Nel novembre 2014 la Rai portò in Borsa il 35% di Rai Way. Lo fece per compensare la riduzione del trasferimento del canone (nel senso che il governo ne trattenne una parte per altre spese). Prima di quel passo la Rai doveva essere autorizzata dall’azionista, che è il ministero dell’economia, vale a dire il governo. Il governo autorizzò una vendita non superiore al 49%. Tutto qui, mica è una legge. Ora c’è un operatore privato che offre di comprare almeno il 66,67% delle azioni. Non ha senso rispondere: avevamo detto di no, perché nessuno aveva offerto nulla e quell’indicazione si riferiva alla quotazione per far cassa e avere soldi per spesa corrente. Chi cita quel decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm), quindi, ha le idee confuse.

Andando in Borsa, però, Rai Way non si limita a foraggiare il vorace ruminante di quattrini, ovvero la Rai, ma entra ufficialmente nel mercato. Il che comporta qualche conseguenza. Una di queste è che taluno offra di comprare. E ci siamo. Ma se non ha a che vedere con le televisioni e si lavora in un mercato regolamentato, perché chiede di acquistare quel che già ha? Ei Towers e Rai Way, infatti, fanno lo stesso mestiere. Risposta: a. nel caso minimo, perché gestendo più impianti, per più clienti, si creano sinergie che possono far diminuire i costi e crescere i profitti; b. nel caso massimo, il più interessante, perché le sinergie si allargano al settore delle telecomunicazioni.

Questo è il tema che il governo non può eludere: l’Italia delle comunicazioni è arretrata; eravamo all’avanguardia e abbiamo smesso, per lustri, di investire nelle reti di telecomunicazione; invece si è investito in quelle televisive; se pensiamo di recuperare gli squilibri digitali interni (digital divide) mediante gli investimenti degli operatori telefonici (con Telecom distrutta da politicanti e corsari), magari in fibra ottica, ci rivediamo fra dieci anni; se, invece, utilizzassimo le radiofrequenze digitali potremmo tagliare costi e tempi, offrendo in fretta soluzioni accettabili a imprese, scuole, sanità, cittadini. In ciò consiste la più ghiotta sinergia.

Anche in questo caso non ha senso che il governo risponda: ho deciso di tenermi il 51%. Vor­rebbe dire che non hanno capito la domanda. Possono rispondere: 1. no, lo facciamo da soli (poi, però, spiegano dove trovano i soldi e perché buttano via un premio del 52,7% rispetto al prezzo di quotazione, di soli tre mesi fa); 2. no, lo facciamo fare a un altro (poi raccontano scelto come e da chi finanziato); 3. no, perché c’è chi offre di più (nel qual caso il 51% si conferma la risposta sbagliata). La terza ipotesi è la sola ragionevole, ma ce n’è una migliore: 4. sì, ma se ti prendi tutto devi anche sottoscrivere impegni relativi a quantità e tempi degli investimenti, perché non ci serve trasferire una rendita, ma è bene che sia un privato a far rinascere l’Italia digitale.

Nel frattempo, giusto per non lasciare infezioni in giro, meglio chiudere l’assegnazione delle frequenze per televisioni e radio, in grave ritardo. Questo è il tema. Il governo ci pensi, mentre gli altri, in cortile, giocano con il pallone sbagliato.

La lezione di Ferrero per Renzi

La lezione di Ferrero per Renzi

Simone Bressan – Formiche

L’episodio è gustoso come un vasetto di Nutella. Lo riferirono i presenti ma da allora – passato di bocca in bocca – è possibile che sia stato confezionato con qualche variante, pur mantenendo intatti i suoi ingredienti principali. Alba, novembre 1994. Il neo presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si reca in elicottero per valutare i danni della tremenda alluvione che ha sconvolto tutto il Piemonte. Appena atterrato scorge tra gli spalatori di fango il cavalier Michele Ferrero, da molti anni uno dei principali inserzionisti delle sue televisioni commerciali. Gli si avvicina sorridente per stringergli la mano, ma questi lo guarda dritto negli occhi e replica secco: «Un presidente del Consiglio prima si reca in visita al Sindaco. Poi, se vuole, va a salutare gli amici». Una piccola storia che però molto rivela tanto del carattere di Berlusconi quanto di quello del grande industriale che da poco ci ha lasciati.
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L’Europa convalescente

L’Europa convalescente

Giuseppe Pennisi – Startmag.it

Il settimanale Americano “The National Review”, di orientamento conservatore, definisce l’Europa “Convalescente”. Cosa preoccupa oltreoceano dello stato di salute dell’UE? Su ‘The National Review’ , settimanale americano di orientamento conservatore , Michael Bird chiama l’Europa ‘convalescente’. I suoi strali sono orientati principalmente alla Gran Bretagna ma con riferimenti all’intera eurozona. E’ un segno di miglioramento in quanto in passato l’Unione Europea veniva chiamata ‘ il vecchio ammalato della comunità internazionale’.

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Quanto è liberale il programma di Tsipras?

Quanto è liberale il programma di Tsipras?

Giuseppe Pennisi – Formiche

Alla fine delle lunghe notti di Bruxelles non sorge sempre il sole. Specialmente a febbraio, quando l’alba è di solito nebbiosa e piovosa. Lo era anche alle 16 del 24 febbraio quando l’Eurogruppo ha approvato il programma presentato dalla Grecia. Se non sorge sempre il sole, cosa si fa dopo giornate (e nottate) di negoziati? Prima di andare a riposare, gli eurocrati usano andare a “La Morte Subite” (un nome che è tutto un programma), una birreria aperta nel 1910 ubicata nel centro storico che è diventata ora ristorante di lusso. Lì si tracannano birra ed alcol più pesanti (oltre che vini di pregio) sino alle ore piccolissime.

L’ultima parola (tedesca)

La sera del 24 febbraio il commento più frequente era, in toni un po’ sprezzanti, “il nouveau bail à court terme avec la Grèce”, letteralmente “il nuovo contratto di locazione a breve termine con la Grecia”. Si sotto-intendeva che era stato firmato per stanchezza, che comunque alcuni Parlamenti nazionali (specialmente quello tedesco) hanno l’ultima parola, che Tsipras non riuscirà a tenere gli impegni con il resto dell’eurozona e, al tempo stesso, mantenere tranquillo il fronte interno.

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La Corte dei Conti cancella il bonus 80 euro di Renzi

La Corte dei Conti cancella il bonus 80 euro di Renzi

Davide Giacalone – Libero

La sola spending review fatta è consistita nel tagliare il commissario incaricato di metterla a punto. Le sole spinte alla ripresa vengono da fattori esterni e le dobbiamo alle scelte della Banca centrale europea (altro che eurorigore). Gli 80 euro hanno funzionato egregiamente come messaggio elettorale, ma non hanno spinto i consumi, appesantendo invece la spesa pubblica, proprio perché non sono permanenti sgravi erariali e sono stati finanziati con aggravi fiscali. Così messe le cose c’è il serio rischio di vedere scattare le clausole di salvaguardia, messe a presidio dei conti pubblici e grazie alle quali il governo ha ottenuto il consenso delle autorità europee. Clausole che significano una sola cosa: ulteriore pressione fiscale. Tutte cose che i nostri lettori hanno già letto molte volte, ma che ora sono scritte anche nel «Rapporto sulle prospettive della finanza pubblica dopo la legge di stabilità», inviato dalla Corte dei conti al Parlamento.

Cose che noi abbiamo illustrato e temuto per tempo. Senza alcun compiacimento, semmai con rammarico. Sono le cose che portano a prevedere (dati della Commissione europea) una crescita dell’Italia inferiore alla metà della crescita dell’eurozona (0,65 contro 1,3%). Noi qui suoniamo e cantiamo l’inno alla fine della crisi e all’inizio della ripresa, ma si tratta di un risultato che dobbiamo al pezzo d’Italia che non ha  ai smesso di restare agganciato ai mercati globali, non ha mai smesso di vedere crescere le esportazioni (nel 2014, rispetto al 2013, in crescita del 2% verso il mondo intero e del 3,7 verso l’Ue), ma commettiamo il gravissimo errore, o cediamo al perfido trucco propagandistco, di misurarci solo con noi stessi, mentre ci si deve misurare con gli altri paesi, con i concorrenti. E mentre le nostre imprese concorrono bene con i loro simili, l’Italia concorre male, sprofondando più degli altri e poi crescendo meno degli altri. Perché? La spiegazione sta tutta nelle cose non fatte, nella spesa non rivista, nella burocrazia pazzotica, nell’incertezza del diritto, nelle tasse troppo alte. Abbiamo messo troppa zavorra sulle spalle dell’Italia che corre. Che non è stramazzata e ancora procede perché ha una forza straordinaria, ma non può reggere il ritmo di chi non viene salassato negli spogliatoi. Questo è quel che ci siamo sforzati di spiegare. Questo quel che la Corte dei conti certifica. Non se ne sentiva il bisogno, ma ora c’è anche il bollo dei contabili in toga.

Grazie alle politiche della Bce pagheremo, quest’anno, fra i 5 e i 7 miliardi in meno di interessi sul debito pubblico. Basta dare un occhio agli spread, che tre­quattro anni fa erano l’indicatore (falsato, lo spiegammo, ma reale) del nostro collasso, per rendersi conto che quelle politiche hanno avuto successo. Ma, da sole, non bastano. I tagli alla spesa pubblica, ricorda la Corte, sono previsti, dal governo, in 16 miliardi per il 2016 e 23 nel 2017. Con la legge di stabilità, per far tornare i saldi, se ne sono aggiunti altri 3 nel 2016. Come pensiamo di arrivarci se manca una politica coerentemente a ciò indirizzata? Anzi, andiamo in direzione opposta, come testimonia la gioia con cui s’è comunicata l’imminente assunzione di un’altra vagonata d’insegnanti, rigorosamente presi da quelle graduatorie che altro non sono se non testimonianza fossile dell’inefficienza pubblica, sicché avremo più spesa per meno (o, nel migliore dei casi, medesima) qualità.

Questo è l’andazzo, che difficilmente conduce verso i risultati annunciati. Sicché si passa alle misure d’emergenza già previste: tasse. Le quali, a loro volta, comprimono la crescita, contribuendo a spingerci sotto la metà di quella altrui. L’ossigeno viene da fuori, ma noi ne sprechiamo una parte per alimentare il fuoco che ci arrostisce le terga. La Corte fa due ulteriori osservazioni. Prirna: la si smetta d’indicare la lotta all’evasione come fonte di copertura delle nuove spese. Giusto, ne sento parlare da quando sono nato e se fosse anche solo lontanamente vero gli evasori fiscali dovrebbero essere protetti come il Wwf protegge i Panda, invece si moltiplicano come conigli. Seconda: l’elasticità concessa dalle autorità europee agevola il govemo. Vero solo apparentemente, perché fa perdere tempo. Anche questo lo abbiamo ripetuto cento volte: crea effetti illusori, lasciando correre l’infezione della spesa improduttiva. Il Rapporto morirà nei cassetti parlamentari. I problemi irrisolti s’incancreniscono, infischiandosene delle sceneggiate assembleari.

Caccia aperta al contribuente

Caccia aperta al contribuente

Carlo Lottieri – L’Intraprendente

Non può sorprendere più di tanto il dover constatare che, entro una classifica realizzata individuando una decina di Paesi rappresentativi delle varie aeree d’Europa, l’Italia finisca all’ultimo posto per lo scarso rispetto che riserva ai propri contribuenti. Grazie al contributo di ricercatori universitari di dieci diverse realtà (Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Lituania, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Svezia e Svizzera), il centro studi “ImpresaLavoro” ha esaminato il sistema fiscale in Europa e la conclusione a cui è giunto è che in un continente oppresso dalle imposte l’Italia si trova proprio in fondo alla classifica. La ricerca condotta dall’istituto friulano ha infatti individuato quattro fattori, diversamente pesati, e sulla base di questi (la pressione complessiva, l’ITR in relazione al reddito tassabile da lavoro, capitale e consumi; la semplicità delle procedure per l’adempimento degli obblighi tributari; la localizzazione e la responsabilizzazione del prelievo) ha stilato una graduatoria che pone la Svizzera al primo posto e l’Italia all’ultimo, un po’ peggio della stessa Francia.

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Una buona scuola anche se è privata

Una buona scuola anche se è privata

Giorgio Vittadini – Corriere sella Sera

Questa settimana sono attesi i decreti attuativi del pacchetto sulla «Buona scuola» con cui il governo intende «riscrivere le regole» del sistema formativo, come ha ribadito di recente il premier Matteo Renzi. Il progetto cerca di chiudere definitivamente l’annosa questione dei circa 123mila precari (obbligo imposto dall’Unione Europea), impiegando a questo scopo quasi tutti i fondi disponibili e lasciando ben poco ad altri obiettivi previsti nel piano, come la formazione degli insegnanfi o l’innovazione tecnologica. La proposta tocca anche altri punti importanti, come la carriera dei docenti legata al merito ma, nei complesso, avrebbe potuto essere più coraggiosa. Non bisogna dimenticare intatti che dalla scuola dipende chi saranno gli adulti di domani e come porteranno avanti la vita del Paese.

Studi internazionali certificano che una proposta formativa di qualità dipenda da: un progetto chiaro, condiviso, partecipato in modo attivo; un potere centrale che dialoga con le scuole flssando poche regole essenziali e controllando il raggiungimento degli obiettivi. Si tratta – alla radice – dei temi dell’autonomia, rimasti per lo più sulla carta a diciotto anni dalla legge 59 che sancì la trasformazione delle scuole in «istituzioni scolastiche dotate di autonomia gestionale e personalità giuiidica». Nemmeno il secondo principio essenziale all’evoluzione del sistema formativo, quello della parità scolastica, ha fatto passi avanti dalla legge 62 voluta ormai quindici anni fa dall’allora ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer, legge che, benché rimasta senza copertura finanziaria, ha equiparato scuole Statali e paritarie in un unico sistema pubblico.

Anche in tema di parità, studi comparati sui sistemi scolastici, insieme all’evidenza dei cambiamenti sociali in atto, mostrano come continuare a far coincidere «scuola pubblica» con «scuola gestita dallo Stato» sia ormai anacronistico e deleterio per il bene del servizio pubblico. Sistemi di scuole autonome e paritarie, di diritto pubblico e privato, sono concepiti ormai in tutti i Paesi avanzati per favorire una competizione virtuosa tra scuole in funzione della qualità e per costruire un sistema che valorizzi forza ideale, creatività ed energie presenti nel tessuto sociale, secondo il principio di sussidiarietà. È utile ricordare che in Italia le scuole paritarie sono promosse da ordini religiosi ma anche da laici di diverse estrazioni culturali e che il finanziamento pubblico della scuola privata è previsto è previsto in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea garantendo l’accesso e l’iscrizione libera e gratuita per tutti i gli studenti.

È davvero arrivato il momento di dare una svolta. Non con grandi rivoluzioni, ma ad esempio a partire da una sperimentazione controllata, che preveda una autonomia piena, didattica, organizzativa e finanziaria delle scuole statali. E, per chi frequenta le paritarie, estendendo metodi di finanziamento già condivisi tra le diverse forze politiche, quali i voucher, i buoni scuola o altri contributi alle famiglie (attivi in diverse regioni tra cui Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia) e prevedendo la detraibilità fiscale delle rette pagate dalle famiglie. Questo permetterebbe senza traumi di continuare sul piano economico la strada intrapresa da Berlinguer su quello giuridico. E sarebbe un riconoscimento per i 2 miliardi e 680 milioni di euro che lo Stato risparmia grazie all’esistenza delle scuole paritarie con il loro milione di studenti. Nell’orizzonte delle riforme verso cui deve avviarsi il nostro Paese questo nuovo approccio alla scuola, prima o poi, dovrà essere intrapreso.

Mala scuola

Mala scuola

Davide Giacalone – Libero

L’ultimo proclama recita: d’ora in poi si assumerà solo per concorso, nella scuola italiana. Per la verità quel “ora” data dal 1948, perché tale modalità è scolpita nell’articolo 97 della Costituzione, «salvo i casi previsti dalla legge». E quei casi hanno prodotto assunzioni di massa. È finita? Neanche per idea, perché si dice che da ora in poi ci vorrà il concorso, ma prima di “ora” c’è l’adesso e la prossima infornata di insegnanti sarà ancora ope legis, con apposito decreto legge il prossimo Consiglio dei ministri. Quanti insegnanti assumeranno, senza concorso? Neanche questo si sa, perché il numero varia da 120 a 148mila, ma Renzi ha detto che si attingerà a tutte le graduatorie esistenti, in cui si trovano al momento circa 500 mila insegnanti. Quando si sarà deglutito questo enorme rospo, ammesso che i ricorsi non provochino il rigurgito, non ci saranno altri posti, altre cattedre da assegnare. Per anni. A meno che non si voglia far crescere la spesa pubblica fino alle stelle, con conseguente, siderale, pressione fiscale. “Ora”, quindi, nel vocabolario della politica, significa: poi, un giorno, forse.

Con questo provvedimento si metterà fine alla precarietà e alle supplenze, dicono dal governo. No, procedendo in questo modo si rende sempre più precaria la formazione scolastica, cui suppliranno (con viaggi di studio e integrazioni private) solo le famiglie che possono permetterselo. La politica scolastica concepita come politica per chi nella scuola lavora, anziché per chi nella scuola studia, produce discriminazione a favore dei tutelati e a sfavore dei meritevoli. È una politica che segna il trionfo della coalizione fra somari, impiegati senza voglia né vocazione all’insegnamento e famiglie che alla scuola chiedono promozioni e pezzi di carta. La grande alleanza antimeritocratica. Con scorno di insegnanti e studenti interessati al sapere.

Come si potrebbe rimettere la scuola sui sani binari dell’apprendimento e della selezione? Tre cose, giusto per cominciare, e lasciando da parte la vera rivoluzione: l’abolizione del valore legale del titolo di studio.

1 . Standardizzare le valutazioni e monitorare in continuazione non solo i singoli istituti e studenti, ma anche i risultati che ottengono dopo essere usciti da scuola. Continuiamo a considerare paragonabili numeri, come il voto di diploma o quello di laurea, che paragonabili non sono. Da una parte si va larghi, dall’altra si gioca a far i severi, nell’insieme si ottengono numeri privi di senso comune. Il che vale anche per la valutazione dei docenti che, affidata ai dirigenti scolastici, risentirà di dinamiche solo marginalmente culturali o professionali. La standardizzazione delle valutazioni è pratica corrente in ogni processo produttivo che superi il livello degli scarpari. La si adotti anche a scuola, nel tempo sarà una preziosissima banca dati.

2. Soldi e carriere vadano dove le cose funzionano meglio. Un docente che ottiene risultati ragguardevoli (misurando i suoi alunni nel tempo) merita riconoscimenti economici e di carriera. Lo stesso per una scuola intera. Dove i risultati sono troppo sotto la media è segno che si deve mandare a casa insegnanti e dirigenti. Siccome il prossimo passo consisterà nell’assumerli in blocco, senza minimamente valutarli, si sta andando in direzione opposta.

3. Adottare massicciamente il digitale, anche per ridurre lo spreco di denaro, a carico delle famiglie, che comporta l’acquisto di testi scolastici talora sconfinanti nel ridicolo. Gli studenti sono ovunque digitalizzati, è la scuola ad essere rimasta analogica. Basta alibi pauperistici, grazie ai quali le Regioni stanno buttando valangate di quattrini nell’acquisto di ferraglia inutile, con gran goduria (riconoscente) dei venditori privati.

Non è tutto, non basta, ci vuole di piu. Lo so. Ma sarebbero provvedimenti che dimostrerebbero non solo la reale volontà di cambiare, ma anche di sapere come si può farlo. Richiederanno tempo, per produrre frutti, ma si sarà ben seminato. Qui, invece, si dice “ora” per significare “un di”, nel frattempo lasciando che la scuola sia redistributrice di spesa pubblica. Una fucina di mantenuti che è sempre meno possibile mantenere.

Un anno di governo Renzi: il fact checking definitivo passo dopo passo

Un anno di governo Renzi: il fact checking definitivo passo dopo passo

Angelo Romano, Antonio Scalari, Vincenzo Marino – La Gazzetta di Reggio

«I tempi delle riforme non possono più essere considerati una variabile indipendente», così aveva esordito Matteo Renzi, un anno fa, nel discorso di fiducia al Senato. Da qui, l’annuncio di un cronoprogramma che prevedeva una riforma al mese, che Valigia Blu ha seguito con il countdown . Poi il successo alle elezioni europee e il cambio di passo. Dalla frenesia di promesse con brevi scadenze al piano dei mille giorni , da verificare passodopopasso . A marzo 2014 il governo si presentò agli italiani con le slides della “Svolta Buona”. Molte le riforme e gli interventi previsti. Se alcuni provvedimenti, come il “bonus 80 euro”e il rafforzamento del fondo di garanzia per le PMI, sono stati rispettati, altri lo sono stati solo in parte. Per altri ancora, gli obiettivi che il governo si era proposto rimangono lontani, come per il piano per l’edilizia scolastica o lo sblocco dei debiti della Pa.

[…]

Marzo 2014: «Sblocco immediato e totale pagamento debiti PA, 68 miliardi entro luglio». Matteo Renzi, a Porta a Porta , promette di pagare tutti i debiti della Pubblica Amministrazione entro il 21 settembre. A Febbraio 2015, il Ministero dell’Economia annuncia che i pagamenti effettuati ai creditori ammontano a 36,5 miliardi. Secondo ImpresaLavoro si tratterebbe di meno della metà di quanto dovuto dalla Pubblica Amministrazione ai creditori.

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