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Sovranità senza sovrano

Sovranità senza sovrano

Davide Giacalone – Libero

Mario Draghi continua a ripetere che è impossibile sperare che la ripresa europea si basi solo sulle iniziative della Banca centrale. Che è necessario cedere sovranità per creare qualche cosa che somigli a un governo europeo. E ha ragione, tanto più che i fatti pongono davanti all’alternativa: cedere sovraninà per riforme e istituzioni condivise, o cederla perché travolti dalla propria inettitudine. Le alzate d’ingegno e le presunte fughe non ne restituirebbero neanche un grammo, semmai farebbero salire il conto da pagare.

La Bce può fare la sua parte, e la sta facendo, ma non può e non deve sostituirsi ai governi e alle istituzioni dell’Ue. Draghi ripete, giustamente, che la moneta unica chiede più integrazione, cosa che incontra una resistenza soprattutto francese. Taluni credono di sapere che l’euro nacque a freddo e dal nulla, invece ha alle spalle gli anni del Sistema monetario europeo e dei cambi (quello Sme cui si oppose il Pci, con le parole del non europeista Giorgio Napolitano, perché non voleva l’Europa indipendente e sovrana). Draghi, però, continua a non ricevere risposte convincenti. La Bce c’è stata e c’è. Quando lo sostengo c’è chi obietta: e che cosa ha fatto, per l’Italia? Molto: ha messo le banche in condizione d’acquistare titoli del debito pubblico e li ha a sua volta comprati, riducendo efficacemente il divario dei tassi d’interesse e l’affanno delle aste. Ora prova a pompare denaro destinato al credito, verso imprese e famiglie. Ha fatto molto, ma ha agito isolata. Ha invocato il coerente concorso di Ue, governi e parlamenti, ma questi fanno finta di non sentire.

Il governo italiano ha inviato alla Commissione una legge di stabilità fondata su dati irreali. Lo sa chi l’ha spedita e lo sa chi l’ha ricevuta. Allora perché la approvano, come raccontano tutti i giornali, anziché restituircela con sdegno? Intanto perché ne chiesero e ottennero delle correzioni, poi perché non l’hanno approvata, limitandosi a dire che i conti li faremo a marzo, quando non torneranno. Più in generale, però, non ce la tirano dietro perché i nostri numeri sono sì sballati, ma anche quelli degli altri. A cominciare da quelli della Commissione.

Il celebre piano Juncker ha finalmente preso corpo numerico, confermando i peggiori sospetti. 16 miliardi diventano 21 con i 5 della Banca europea degli investimenti; cosi creato, il Fondo europeo per gli investimenti strategici consentirà alla stessa Bei di fornire prestiti per il triplo del capitale, arrivando a una disponibilità di 63 miliardi (e già qui siamo fra gli atti di fede); dai 63 si passa a 315 grazie all’entusiasmo che vedrà moltiplicare tutto del quintuplo, con i capitali privati che vorranno partecipare alla festa (e qui si entra fra i misteri della fede, o negli empirei del raggiro). Se poi andate a leggere in cosa quei soldi dovrebbero essere investiti, trovate roba che o è profittevole in sé, quindi dovrebbe essere lasciata al mercato, o è spesa pubblica classica, che ammesso possa essere generatrice di profitto lo sarà solo dopo anni. La testa di questi politici funziona ancora immaginando spesa pubblica che sostiene i consumi, dimenticando che in questi anni di crisi il debito pubblico europeo è cresciuto in modo impressionante (il nostro, già enorme, meno di quello altrui). Quanto tempo ancora pensano che una zona ricca possa continuare a vivere al di sopra dei propri gia grandi mezzi?

L’azione di accompagnamento che la Bce reclama ha caratteristiche diverse. Servono riforme che sciolgano il blocco muscolare e celebrale di società che hanno preteso di abolire il rischio, così condannandosi alla paura del futuro. E servono tagli alla spesa pubblica corrente, compresi tagli al costo del debito (e gli unici visti vanno a merito della Bce), che consentano di far scendere la pressione fiscale. La Bce lavora per un cambio più favorevole, tassi bassissimi e inflazione più tonica. I governi dovrebbero lavorare per meno fisco e più produttività, non attendere i frutti dell’azione di Francoforte per ciucciarne i risultati e sprecarli come impareggiabilmente sanno fare.

Il passo corto dell’Europa, più speranze che soldi

Il passo corto dell’Europa, più speranze che soldi

Guido Gentili – Il Sole 24 Ore

L’Europa non tradirà «i figli e i nipoti firmando assegni che finiranno per pagare loro». Il Presidente della Commissione Jean Claude Juncker, presentando il suo piano per la crescita da 315 miliardi di investimenti, si preoccupa del futuro dei più giovani. E dedica un pensiero politicamente corretto anche al «bambino greco di Salonicco che deve poter entrare in una scuola moderna con il computer». Dunque, niente denari freschi. Ma tante speranze sì. Quella per cui 21 miliardi di capitale iniziale si moltiplicano al pari della fiducia degli investitori privati e ne mobilitano 315, in particolare a favore dei Paesi più sofferenti. O quella per la quale «piacerebbe» a Juncker che siano i Paesi con «più ampi margini di manovra di bilancio» (leggasi Germania) a contribuire di più al costruendo fondo per gli investimenti capace di strappare l’Europa alla stagnazione.

La Banca Europea per gli Investimenti (Bei) deve mantenere il suo rating da “tripla A” e non può assumersi rischi, ha precisato il vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen. D’altra parte, la Cancelliera tedesca Angela Merkel approva «in linea di principio» il piano ma si riserva già una verifica appuntita dei progetti. E non è ancora certo che l’eventuale contributo dei singoli stati nazionali sia escluso dal calcolo del deficit e del debito ai fine del rispetto del Patto di stabilità. Insomma la vecchia «nonna Europa», per stare alla tagliente definizione di Papa Francesco, fa il passo che può. Quello corto, e ancora tutto da scrivere prima nei regolamenti e poi nell’economia reale, ma che consente di dire è «il primo» della svolta dopo l’austerity. Alle sue spalle, in tema di azioni pro-crescita, il fallimento dei piani del 2008 e del 2012. Ci si augura che non finisca così. Cosa può fare l’Italia? Primo: battersi a Bruxelles per riempire quanto più possibile i buchi del progetto le cui incognite sono pari alle sue ambizioni. Secondo: far scattare i piani relativi ai 40 miliardi subito “bancabili” co-finanziabili con la Bei di cui ha parlato il ministro Pier Carlo Padoan. Sarebbe già questo un gran risultato.

Come cambiare il limbo del lavoro

Come cambiare il limbo del lavoro

Tito Boeri – La Repubblica

Il Governo ha ottenuto un’ampia delega dalla Camera per riformare le regole del mercato del lavoro, dalle norme sui licenziamenti individuali agli ammortizzatori sociali, dall’introduzione di un salario minimo alla semplificazione delle tipologie contrattuali. Ora si appresta a chiedere la stessa delega al Senato. Ci si aspetterebbe da parte dell’opposizione, sia in Parlamento che nelle piazze, una richiesta pressante di chiarimenti da parte del governo su come intende esercitare questa delega, su cosa precisamente intende fare su materie molto importanti e delicate. Invece, gli oppositori si pronunciano solo su come meglio bloccare l’iter della riforma. Fino a ieri si parlava di un ricorso alla Corte Costituzionale per eccesso di delega. Ieri, Susanna Camusso ha addirittura minacciato il ricorso alla Corte Europea. Bene ricordare che l’incertezza sul quadro normativo è la peggiore nemica della creazione di lavoro.

Tenere ancora più a lungo il nostro Paese in un limbo, in cui non si sa quali saranno le regole del mercato del lavoro, significa fare aumentare ulteriormente la disoccupazione perché i datori di lavoro, in queste condizioni, rimandano le assunzioni in attesa di maggiori certezze sul quadro normativo. Inoltre, una Corte può al massimo ripristinare lo status quo e questo è tutt’altro che invidiabile. Il nostro mercato del lavoro è il peggiore d’Europa, da qualsiasi parte lo si guardi: durata della disoccupazione, copertura dei sussidi di disoccupazione, produttività, formazione sul posto di lavoro, povertà tra chi lavora e l’elenco potrebbe continuare. Lo status quo è, in altre parole, aberrante, semplicemente indifendibile. Certo non aiutano i continui attacchi del nostro Presidente del Consiglio al sindacato. Sembrano dettati dal tentativo di accreditarsi in Europa e in fasce di elettorato tradizionalmente ostili al sindacato. Non se ne sentiva proprio il bisogno dato che si stanno riformando le norme sui licenziamenti individuali, non quelle sui licenziamenti collettivi in cui il sindacato gioca un ruolo cruciale. Fatto sta che, invece di rendere partecipi gli italiani di un confronto anche acceso su come e cosa riformare concretamente per migliorare le cose, si cerca di arruolarli nelle piazze e nelle urne per uno scontro di potere all’interno del partito di maggioranza relativa.

Vediamo allora quali sono i punti chiave su cui si gioca la possibilità di riformare davvero il nostro mercato del lavoro, un’opportunità che non possiamo assolutamente permetterci di perdere nuovamente. I decreti che seguiranno la legge delega dovranno ridurre l’enorme incertezza che oggi circonda i costi dei licenziamenti individuali in Italia. Significa semplificare le norme e ridurre la discrezionalità dei giudici. La minoranza del Pd ha ottenuto di creare un’asimmetria su come vengono trattati i licenziamenti economici e quelli disciplinari senza giusta causa. Per i primi non varrà mai il reintegro, per i secondi, in alcuni casi, sì. Come già discusso su queste colonne, questa asimmetria, per quanto confinata a casi molto specifici, rischia di aumentare il contenzioso, dunque l’incertezza. Il datore di lavoro vorrà sempre far valere ragioni economiche per il licenziamento mentre il lavoratore cercherà di dimostrare che le vere ragioni sono disciplinari. Nessuno ha interesse ad aumentare questa incertezza, tranne chi esercita la professione forense. Perché l’opposizione interna al Pd e lo stesso sindacato chiedono di trattare meglio chi presumibilmente può documentare di non essere gradito all’azienda perché si è poco impegnato sul posto di lavoro rispetto a chi invece “ha dato il massimo”, ma ha avuto la sfortuna di lavorare in un’impresa che, per colpe non sue, è entrata in crisi? Non sarebbe una battaglia molto più di sinistra chiedere al governo di introdurre nella legge delega il principio per cui il datore di lavoro paga un’indennità anche quando il licenziamento economico è legittimo? Oggi in Italia, a differenza che in molti altri paesi, non è così. Sarebbe un modo di tutelare di più chi è sfortunato e di tutelarlo maggiormente di chi ha presumibilmente qualche responsabilità nel deludente andamento dell’azienda presso cui lavora.

Un’altra battaglia che la sinistra non sembra voler fare riguarda il salario minimo. Ce ne sarebbe bisogno per ridurre il numero dei cosiddetti working poor balzati negli ultimi anni al 16 per cento della forza lavoro. La legge delega è molto reticente a riguardo, prevedendo sì «un compenso orario minimo», ma solo per i settori dove non c’è contrattazione collettiva. Ora, sulla carta tutto è coperto dalla contrattazione collettiva a meno che si sia nel settore informale. Quindi il salario minimo dovrebbe entrare in vigore solo dove nessuna legge viene applicata. Eppure, c’è un 13 per cento di lavoratori regolari che percepisce salari inferiori ai minimi contrattuali, con punte del 30 per cento in agricoltura e nelle costruzioni. Questi lavoratori senza alcun potere contrattuale continueranno a vedere il proprio salario orario avvicinarsi di molto allo zero. Perché la minoranza del Pd non chiede al governo di introdurre un salario minimo per tutti i lavoratori?

C’è poi la questione della semplificazione delle tipologie contrattuali. Renzi continua a sostenere che abolirà i contratti a progetto e i co.co.co. Ma come intende procedere? Cosa succederà a questi lavoratori? Come si pensa di ridurre il rischio che finiscano per alimentare le fila dei disoccupati? C’è un modo per scoraggiare l’abuso di queste figure contrattuali senza magari eliminarle del tutto? E ancora, cosa si vuol fare in concreto per ampliare la copertura degli ammortizzatori sociali ai lavoratori che hanno carriere discontinue? Se si vuole davvero estendere il diritto a essere assistito in caso di perdita di lavoro anche a chi ha versato contributi per soli tre mesi e a chi lavora nel parasubordinato, non bisogna forse mettere sul piatto più risorse di quelle oggi previste dalla Legge di Stabilità?

Perché nessuno pone queste domande al governo? Perché non chiede parimenti come intende assicurarsi che il diritto al congedo di maternità venga davvero esteso a tutte le lavoratrici, autoctone e immigrate, che lavorano nel nostro paese? Sono, immaginiamo, questi i quesiti che interessano milioni di italiani. Ma non è certo di questo che si parla. L’altra faccia della medaglia delle felpe rosse della Fiom sotto la giacca è un assegno in bianco. Quello che sta concedendo al governo chi dichiara il proprio dissenso sul Jobs Act, evitando di incalzare l’esecutivo su queste scelte fondamentali per il futuro del lavoro in Italia.

Il fisco stanga i terremotati: multe per tasse non dovute

Il fisco stanga i terremotati: multe per tasse non dovute

Alessia Pedrielli – Libero

Piovono cartelle pazze sui terremotati dell’Emilia Romagna, già umiliati dalle promesse di una no-tax area mai applicata, dalla Tari che arriva anche a chi vive in roulotte. Sembra una punizione “divina” al voto espresso due giorni fa, che nelle aree del sisma ha premiato la Lega Nord e stangato il Pd: nelle ultime ore nelle case e nelle aziende di centinaia di cittadini, che nel sisma del 2012 hanno perso tutto, e che dei rimborsi promessi e stanziati ancora non hanno visto un euro, stanno arrivando cartelle esattoriali impazzite, inviate dall’Agenzia delle Entrate, che chiedono ai contribuenti di versare cifre che in realtà sono a loro credito.

In termini pratici la vicenda è questa: a seguito del terremoto, per i contribuenti residenti nei Comuni colpiti, fu decretata per alcuni mesi la sospensione di tutti gli adempimenti tributari tra cui anche le dichiarazioni dei redditi del 2012, relative all’anno precedente. La scadenza ultima per le dichiarazioni del 2012 venne fissata al 30 aprile del 2013 e poi prorogata ancora. Al termine della sospensiva i terremotati, nonostante molti fossero ancora fuori casa e senza lavoro, pagarono le loro tasse come si conviene ad ogni bravo contribuente, e poiché nel frattempo i debiti si erano accumulati, qualche settimana dopo si trovarono a presentare anche i modelli di pagamento del 2013, relativi all’anno precedente. In questi, come prevede la legge, i terremotati inserirono oltre ai debiti dovuti allo Stato anche i crediti che il versamento precedente aveva loro tributato. Crediti che ora, guarda caso, l’efficacissimo cervellone dell’Agenzia delle Entrate non vede.

Cosa è successo? L’inghippo starebbe nei termini temporali delle analisi delle cartelle. Di fatto, le dichiarazioni dei contribuenti dei Comuni colpiti da eventi calamitosi vengono messe a parte rispetto a quelle correnti ed hanno un codice speciale. A tutela dei poveri cittadini? Nient’affatto. Anzi, cieca quasi quanto la fortuna, e noncurante delle leggi che lei stessa ha emesso, la burocrazia romana ha pensato bene di valutare prima le dichiarazioni del 2013 relative al 2012, e poi quelle dell’anno precedente. Così facendo l’Agenzia vede per i contribuenti un buco di un anno, non tanto o non solo nel versamento ma anche nel credito di cui il soggetto deve entrare in possesso. Insomma è come se compilando le dichiarazioni post sisma tutti i terremotati avessero deciso di imbrogliare
il fisco attribuendosi crediti non spettanti.

Possibile che centinaia di persone abbiano messo in atto la stessa furbata? All’agenzia delle Entrate il dubbio non è venuto e gli accertamenti «bonari» sono partiti a frotte verso l’area del cratere, con la minaccia di triplicare la cifra dovuta se le cartelle non verranno saldate entro trenta giorni. «L’Agenzia delle Entrate ha commesso un clamoroso errore che impatta su cittadini e imprese già duramente provate dal sisma», sottolinea Erio Luigi Munari, presidente Lapam Confartigianato, l’associazione di categoria delle piccole medie imprese del territorio a cui i cittadini si sono rivolti disperati. «È chiaro che tratta di una inefficienza del sistema che non tiene conto delle dichiarazioni presentate oltre le normali scadenze, non per capriccio del contribuente, ma per una legge che ha legittimato questa presentazione», precisa ancora Munari che ha contattato già ieri l’Agenzia delle Entrate sollecitando i funzionari ad annullare d’ufficio di tutti gli accertamenti, che altrimenti qualcuno finirà per pagare.

La politica? Le elezioni sono passate e i partiti hanno altro da fare. Quindi silenzio. Unica voce che si è alzata sul tema tasse e stata quella del neoeletto consigliere regionale della Lega Nord Alan Fabbri, ex sindaco di Bondeno, che invita i terremotati ad una sorta di sciopero fiscale, non solo sulle cartelle pazze ma proprio su tutto. Per Fabbri bisogna «rispedire a palazzo Chigi le cartelle esattoriali» e «resistere agli attacchi di un fisco che sta facendo morire le nostre terre». Non pagare «è oggi un atto eroico”, continua il consigliere che ha ribadito il concetto anche due sere fa a Ballarò, direttamente in faccia al direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. Per Fabbri «Gli imprenditori che per sopravvivere evadono, sono eroi».

Lavoriamo per le tasse 158 giorni all’anno

Lavoriamo per le tasse 158 giorni all’anno

Filippo Caleri – Il Tempo

Benvenuti nella nuova schiavitù. Quella del lavoro, che invece di tramutarsi in contanti e ricchezze per le famiglie di coloro che la mattina alzano la serranda o si siedono alla scrivania, fa sì che i frutti del sudore vadano in buona parte al socio occulto di ogni cittadino della Repubblica. E cioè allo Stato italiano. Che si mette nel cassetto tutti i guadagni maturati nei primi 158 giorni dell’anno. Moneta sonante che, arrivata nelle casse statali, non si trasforma però in servizi di livello adeguato per un Paese civilizzato. Oltre al danno anche la beffa, dunque.

I conti della schiavitù fittizia introdotta subdolamente nel nostro Paese li ha fatti la Cgia di Mestre e confermano che «nel 2013 i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 7 giugno, vale a dire 9 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area dell’euro e ben 13 se, invece, il confronto viene realizzato con la media dei 28 Paesi che compongono l’Ue». L’Italia si conferma così una Repubblica basata sul lavoro. E sulle tasse.In sintesi lo scorso anno per pagare le tasse e le imposte allo Stato gli italiani hanno dedicato 158 giorni di lavoro. Un record storico già uguagliato però nel 2012.

Nell’area euro solo i francesi, con 174 giorni, i belgi, con 172 e i finlandesi, con 161, hanno sopportato uno sforzo fiscale superiore al nostro. Ma forse a giudicare dalle classifiche di vivibilità i soldi lì garantiscono livelli di servizi molti più elevati dei nostri. Il destino di pagatori di tasse per metà annio è comunque comune a tutti gli europei. Magra consolazione. «La media dell’area dell’euro si è stabilizzata infatti a 149 giorni, mentre quella relativa ai 28 Paesi dell’Ue è stata di 145 giorni» spiega l’associazione degli artigiani di Mestre. Tra i nostri più diretti concorrenti solo la Francia presenta un dato peggiore del nostro (174 giorni), mentre in Germania il cosiddetto «tax freedom day» scatta dopo 144 giorni, in Olanda dopo 136 giorni e in Spagna dopo 123 giorni.

Come si sono ottenuti questi risultati? L’Ufficio studi della Cgia ha preso in esame il Pil nazionale dei singoli Paesi registrato nel 2013 con la nuova metodologia di calcolo adottata dall’Eurostat (Sec 2010) e lo ha suddiviso per i 365 giorni dell’anno, ottenendo così un dato medio giornaliero. Successivamente, ha considerato il gettito di contributi, imposte e tasse che i contribuenti europei hanno versato al proprio Paese e lo ha diviso per il Pil giornaliero. Il risultato di questa operazione ha consentito di calcolare il giorno di liberazione fiscale di ciascuna nazione presente in Europa. «A esclusione del Belgio – osserva il segretario Bortolussi – tutti i paesi federali presentano una pressione fiscale molto inferiore alla nostra, con una macchina statale più snella ed efficiente e un livello dei servizi offerti di alta qualità. Pertanto, è necessario riprendere in mano il federalismo fiscale, definire ed applicare i costi standard per abbassare gli sprechi e gli sperperi e, nel contempo, ridurre le tasse di pari importo».

L’ufficio studi della Cgia che è guidata da Giuseppe Bortolussi ha ricostruito, grazie alla nuova metodologia Sec 2010, la serie storica del giorno di liberazione fiscale in Italia dal 1995 al 2013. Ebbene, se dalla metà degli anni ’90 (147 giorni) fino al 2005 (143 giorni) i giorni di lavoro necessari per onorare il fisco hanno sub’to una progressiva riduzione, successivamente sono aumentati sino a toccare il record storico nel 2012 (158 giorni), poi bissato anche nel 2013.

Bene il Jobs Act, ma i soldi?

Bene il Jobs Act, ma i soldi?

Massimo Blasoni – Metro

Riformare il mercato del lavoro non significa soltanto affrontare il tabù dell’articolo 18 ma costruire un mercato del lavoro nuovo. Se guardiamo alla legge delega sul Jobs Act – che prevede anche l’armonizzazione dei sussidi di disoccupazione, la riorganizzazione delle politiche attive e la creazione di un salario minimo legale – scopriamo però che le buone intenzioni rischiano di essere sconfitte dalla cruda realtà dei fatti. Insomma, mancano i soldi o -peggio ancora – vengono spesi male perseguendo logiche superate e inefficienti. La stessa legge di Stabilità prevede solo 2 miliardi per l’attuazione della legge delega e d’altronde nel testo di quest’ultima approvato prima al Senato e poi alla Camera possiamo leggere che «dall’attuazione delle deleghe recate dalla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». È realistico promettere un sistema di flexicurity senza avere un chiaro piano per le finanze pubbliche? La risposta è ovviamente no.
Continua a leggere su Metro.
L’espansione del potere statale e la minaccia dell’Unione

L’espansione del potere statale e la minaccia dell’Unione

Carlo Lottieri

Lo Stato moderno è quell’istituzione che, al termine di un lungo cammino che ha avuto inizio in epoca medievale, si è imposta sulla società moderna quale soggetto in grado di monopolizzare l’uso della violenza, assorbire il diritto, farsi carico di tanti ambiti e attività tradizionalmente affidati a comunità, associazioni, imprese e individui. Dopo avere dominato gli ultimi cinque secoli della storia occidentale, però, lo Stato potrebbe essere avviato verso il proprio declino. È però vero che anche se le cose stessero in questi termini, ci si troverebbe in una fase “terminale” segnata da una serie di paradossi.
Da un lato, mai come ora lo Stato è stato forte e mai oggi il ceto politico è stato in grado di togliere risorse ai produttori, costruendo un enorme apparato parassitario. Oggi questo Moloch sta però distruggendo le economie, e non solo quelle del Sud dell’Europa: dato che tanti Stati sono sempre più indebitati e vanno trascinando nel gorgo l’intera economia. Eccezion fatta per qualche caso particolare (dalla Svizzera al Liechtenstein, a taluni paesi ex-comunisti), nel Vecchio Continente chi lavora è privato del 50% delle risorse, ricevendo in cambio una sanità di modesta qualità, un’istruzione sempre meno adeguata, una promessa di protezione previdenziale che non potrà essere mantenuta, e via dicendo. Ma di fronte a tale fallimento la risposta che viene individuata consiste nel trasferire il potere a un livello superiore: puntando utopicamente a costruire uno Stato globale e, quale tappa intermedia, un’Unione europea sempre più costosa e centralizzata. Questo significa che gli Stati stanno trionfando, ma al tempo stesso stanno progressivamente per essere spodestati da un iper-statalismo sovranazionale e da un processo che svuota antiche e consolidate autonomie nazionali. Ne consegue che Roma e Parigi, Londra e Berlino, ma anche i capoluoghi di regione e le grandi città, rischiano di essere sempre più i semplici punti d’appoggio di un potere parassitario e onnipresente, le cui pratiche predatorie tengono ormai a sganciarsi dagli Stati e adottano qualsivoglia strategia pur d’imporsi.
La formula, pur teoricamente infelice, della cosiddetta “cessione di sovranità” interpreta con efficacia lo svuotamento di istituzioni che un tempo si sono proclamate totali e definitive, gli Stati, e che hanno pure sviluppato una loro teologia secolare, costruendo quelle mitologie variamente nazionaliste o classiste che hanno innescato i grandi conflitti degli ultimi due secoli. Sotto vari punti di vista, il globalismo giuridico di quanti mirano a realizzare un qualche Stato mondiale e che puntano a edificare una statualità continentale – gli Stati Uniti d’Europa – è figlio diretto della linea teorica che ha costruito la modernità statuale (Bodin-Hobbes-Rousseau), essendo in sintonia con le ideologie che hanno dominato la filosofia politica negli ultimi secoli. La sovranità prima si è fatta assoluta, ma poi si è realizzata integralmente nel momento in cui ha incontrato la massa (nazionalismo, socialismo, democrazia illiberale) e ha quindi investito se stessa in un globalismo giuridico volto a far venir meno ogni vincolo, facendo coincidere la mistica della volontà generale e l’ideologia dei diritti umani.
Per certi aspetti, ci si trova su un piano inclinato. Le élite politiche e intellettuali europee, che nel ventesimo secolo hanno dato credito a ogni visione totalitaria, oggi considerano la prospettiva dell’unificazione come l’unica possibile e legittima. Nonostante i problemi correlati al processo di costruzione dell’Unione, ogni difficoltà viene addebitata all’ancora imperfetta federazione realizzata negli anni scorsi. È un’idea largamente condivisa che una democrazia europea compiuta con capitale a Bruxelles sarebbe in condizione di assicurare pace, civiltà e prosperità a tutti.
Non tutto sta però favorendo gli artefici di questo Potere tendenzialmente illimitato. Il quadro economico e sociale, in particolare, va deteriorandosi. Le logiche deresponsabilizzanti che sono state al cuore dello Stato moderno (“la grande finzione grazie alla quale tutti si illudono di vivere alle spalle di tutti”, secondo l’aurea definizione di Frédéric Bastiat) sono esaltate dalle procedure di protezione, aiuto e garanzia che contraddistinguono l’interventismo dell’Unione e della Bce. La disfatta della civiltà europea non è casuale.
Il risultato è che il meccanismo redistributivo che vorrebbe costringere alcuni Stati a sostenerne altri rischia di erodere le chance di tenuta dei primi senza davvero aiutare i secondi. I bilanci dei Paesi più virtuosi sarebbero messi a rischio e con essi la solidità della moneta comune, mentre nel caso dei Pigs il “salvataggio” di taglio assistenziale rinvierebbe decisioni che invece vanno assunte senza indugio. Ritardare l’agonia non significa evitare la catastrofe. Dilatati nella loro capacità d’intervento dallo sviluppo del welfare, gli Stati moderni hanno progressivamente innalzato la pressione fiscale, hanno poi aumentato la massa monetaria (generando inflazione) e, infine, hanno fatto ricorso al debito.
Il progetto ideologico è lanciatissimo e non ha rivali, ma la realtà offre resistenza. Sul piano del dibattito delle idee, purtroppo gli unici (o quasi) che s’oppongono al globalismo giuridico-politico e all’europeismo unificatore sono gli sciovinisti difensori delle patrie ottocentesche. I fautori della coercizione sembrano insomma non dover competere con progetti alternativi e non incontrare ostacoli. Anche se il treno va velocissimo, all’orizzonte è però già visibile il precipizio. L’interventismo statale è stato distruttivo e l’iper-interventismo dello Stato massimo lo è ancor di più. Come cantava Jim Morrison, “this is the end”, perché alla fine gli errori si pagano. Per questo è urgente dare fiducia a quanti credono nella proprietà privata, nel mercato, nella facoltà di autodeterminarsi, nell’autonomia negoziale, nella possibilità di generare nuove istituzioni (veramente liberali) e nell’obiezione di coscienza.
Grazie alla libertà devono insomma poter crescere mille fiori: così da disorientare i fanatici del Potere e da far dissolvere i loro progetti illiberali.
Se il fisco manda il scena il teatro dell’assurdo

Se il fisco manda il scena il teatro dell’assurdo

Il Sole 24 Ore

A volte sembra che il fisco italiano sia al centro di una grande rappresentazione teatrale, seppure con un numero piuttosto ristretto di protagonisti. Facciamo l’esempio di un primo atto, con tre scene ambientate nei primi mesi del 2014.

Gli amministratori di un ente non commerciale (una fondazione, un trust) incontrano il loro commercialista: l’ente possiede una partecipazione in una società italiana che intende distribuire dividendi. Il commercialista non ha dubbi: l’ente tasserà il 5% del dividendo incassato, e dato che l’Ires è al 27,5, il livello di tassazione finale sarà pari all’1,375 per cento. Forti di questa risposta, gli amministratori decidono di dare parere favorevole alla partecipata, che distribuisce i suoi dividendi.

Nella seconda scena, a maggio 2014, una società estera si rivolge a un commercialista italiano per pianificare investimenti produttivi nel nostro paese. Tra le varie domande rivolte al consulente, una riguarda l’Irap. Puntuale la risposta: grazie a un decreto appena entrato in vigore (il Dl 66/14), l’aliquota Irap è ridotta al 3,5 per cento. L’impresa straniera decide di costituire una società in Italia, e inizia a lavorare.

Nella terza scena, è autunno inoltrato. una compagnia di assicurazione contatta gli eredi di un proprio assicurato, appena defunto, beneficiari di una polizza sulla vita. Questi chiedono se dovranno pagare imposte sulle somme che riceveranno e il funzionario della compagnia li rassicura: tutte le somme saranno esenti da imposta.

A questo punto si passa al secondo atto: le cose si capovolgono e tra i protagonisti va in scena un dialogo cosi surreale da far impallidire Samuel Beckett e il suo teatro dell’assurdo.

Prima scena. Siamo agli inizi del 2015. Gli eredi del titolare della polizza hanno appena ricevuto la liquidazione delle somme dalla compagnia di assicurazione, e hanno subìto una ritenuta che non si aspettavano. La compagnia spiega che ha dovuto liquidare l’Irpef su una parte dei capitali. Aveva spiegato loro che erano tutti esenti, e a quel tempo era così; poi, pero,è arrivatala legge di stabilità per il 2015 e ha cambiato le regole. Anche per i contratti stipulati prima del 2015.

Seconda scena. Alla scadenza delle dichiarazioni dei redditi, gli amministratori della fondazione si presentano dal commercialista, pronti a pagare l’1,375% dei dividendi. Il consulente, però, presenta ben altro conteggio: l’Ires è diventata il 21.3785% dei dividendi, perché la tassazione ora agisce sul 77,74% di quanto percepito. Agli amministratori sbigottiti spiega che non è un errore, e che anche la vecchia risposta non era sbagliata: è la legge di stabilità per il 2015 che ha cambiato la tassazione. Dal 2014.

Terza scena. L’amministratore estero della società costituita in Italia verifica con il consulente il calcolo delle imposte per il 2014 e gli fa notare un piccolo errore: ha applicato l’Irap al 3,9% anziché al 3,5%, dimenticandosi della risposta che lui stesso aveva dato un anno prima. Il consulente ha l’ingrato compito di spiegare a un cittadino di un altro paese che entrambe le risposte sono giuste. Lo farà in modo tecnicamente ineccepibile, argomentando che le aliquote sono state modificate dalla legge di stabilità per il 2015. Dal 2014.

Cala il sipario sullo sconcertante finale. Vladimiro ed Estragone (i personaggi di Beckett) sono ancora in scena a domandarsi cosa sia successo e ad aspettare come sempre Godot, che non arriverà mai. E Godot è un fisco leale che non si permetta di cambiare le regole del gioco retroattivamente, cioè quando i giochi sono già iniziati.

Abuso del diritto, prima prova al fisco

Abuso del diritto, prima prova al fisco

Marco Mobili e Giovanni Parente – Il Sole 24 Ore

Abuso fìscale o elusione solo a tre condizioni: assenza di una vera e propria sostanza economica delle operazioni effettuate dalle imprese; realizzazione di un vantaggio fiscale indebito; il vantaggio è l’effetto essenziale dell’operazione. Ma non è tutto. L’onere della prova di una condotta abusiva o elusiva sarà a carico dell’amministrazione finanziaria. In pratica, il fisco dovrà indicare all’impresa le norme che sono state aggirate e i vantaggi fiscali non consentiti che sono stati realizzati. Mentre spetterà al contribuente dimostrare poi al fisco l’esistenza delle «ragioni extrafiscali» che giustificano le operazioni effettuate. È quanto prevede la bozza del decreto attuativo della delega fiscale sulla «certezza del diritto» che il governo vorrebbe approvare la prossima settimana in Consiglio dei ministri.

Salvo ulteriori ripensamenti e una volta concluso il confronto interno all’amministrazione finanziaria sull’esatta definizione di frode fiscale e del nuovo regime sanzionatorio penale, il decreto sulla certezza del diritto si comporrà di tre parti. La prima sulla definizione di abuso del diritto ed elusione fiscale che, come recita l’articolo 1, diventa parte integrante dello Statuto del contribuente. La seconda rivede il sistema sanzionatorio penale: dalle norme sull’emissione e sull’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti alle dichiarazioni fraudolente e a quelle infedeli o ancora all’omesso versamento. C’e poi il raddoppio dei termini dell’accertamento secondo cui questo scatta a condizione «che la denuncia sia presentata o trasmessa entro la scadenza ordinaria dei termini». La terza parte codifica le regole per misurare, gestire e controllare il rischio fiscale per i grandi contribuenti.

Dopo anni di attese, sentenze e contrasti tra imprese e amministrazione finanziaria vengono definiti i confini dell’abuso del diritto in linea con la raccomandazione della Commissione Ue sulla pianificazione fiscale aggressiva (2012/772/Ue del 6 dicembre 2012). Abuso ed elusione fiscale vengono uniformati in un unico istituto in relazione a tutti i tributi. Anche nei confronti di quelli non ancora armonizzati a livello comunitario. In sostanza dopo l’entrata in vigore del decreto attuativo si potrà parlare indistintamente di abuso o di elusione fiscale.

Secondo la bozza del decreto attuativo, oltre ai tre presupposti che configurano un abuso, vengono definiti come vantaggi tributari indebiti quelli che il contribuente realizza per effetto dell’operazione priva di sostanza economica. È necessario che il perseguimento di tale vantaggio deve essere stato lo scopo essenziale della condotta del contribuente. Allo stesso tempo il Dlgs dovrebbe definire non abusive le operazioni giustificate da «non marginali, valide ragioni extrafiscali, anche di ordine organizzativo o gestionale che rispondono a finalità di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa ovvero dell’attività professionale del contribuente». Impresa o professionista potranno, comunque, ottenere legittimamente un risparmio di imposta esercitando la propria libertà di iniziativa economica e scegliendo tra gli atti, i fatti e i contratti quelli comunque ritenuti meno onerosi sotto il profilo impositivo. Il solo limite indicato dal decreto attuativo a questa libertà “di movimento” è dettato dal divieto di perseguire un vantaggio fiscale indebito.

Altro passaggio chiave della bozza di Dlgs è l’atto di accertamento esclusivamente dedicato all’abuso, che gli uffici del fisco dovranno motivare «a pena di nullità» proprio in relazione alla condotta abusiva o elusiva del contribuente. In sostanza eventuali altri addebiti contestati al contribuente dovranno viaggiare separatamente con altro atto. In questo modo l’abuso del diritto non potrà più in alcun modo essere contestato d’ufficio dal giudice tributario. Puntando così a un riequilibrio in direzione del pieno diritto alla difesa del contribuente. Inoltre l’abuso non potrà mai essere invocato in caso di frodi fiscali o comportamenti penalmente rilevanti.