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Né stop né retromarce

Né stop né retromarce

Fabrizio Forquet – Il Sole 24 Ore

Come una coperta corta il Jobs Act scopre le contraddizioni della maggioranza sul tema del lavoro. Mettere d’accordo Maurizio Sacconi, da una parte, e Cesare Damiano, dall’altra, su un tema ostico come l’articolo 18 è impresa difficile anche per un tessitore abile come Matteo Renzi. Non c’è da sorprendersi, quindi, se al momento di tirare le somme emergano quelle divergenze. Il tema della riforma del lavoro, come ribadito tra gli altri in queste ore dal presidente della Bce Mario Draghi, è però troppo importante per restare ostaggio delle divisioni. È sulla capacità di portare a termine entro la fine dell’anno le nuove regole dell’impiego, infatti, che si gioca la credibilità della capacità riformista non tanto di questo governo, ma dell’Italia nel suo complesso. Tanto più che dal 1° gennaio entrerà in vigore la decontribuzione per chi assume a tempo indeterminato e saranno disponibili nuove risorse per chi perde il posto di lavoro, così come è previsto nella Legge di stabilità.

Non è il momento perciò di stop o di inciampi. Nello stesso tempo va ribadito che non è una riforma purchessia quella che serve. Già ai tempi del governo Monti si è sacrificata l’efficacia della riforma del lavoro sull’altare della mediazione politica. La conseguenza sono stati tre anni di regole che hanno penalizzato e non favorito la creazione di posti di lavoro. Rifare lo stesso errore sarebbe un delitto. È presto per dire se l’accordo interno al Pd configuri appunto un passo indietro. Il testo sull’articolo 18 uscito dalla direzione del Partito democratico, che riapriva al reintegro nel caso dei licenziamenti disciplinari, lo era certamente rispetto all’impostazione originaria di Renzi. Ma la materia si presta a molte sfumature e a molte interpretazioni. Perciò bisognerà aspettare la formulazione degli emendamenti del governo per capire quanto l’esigenza di mediare con la sinistra del Pd possa comportare un effettivo indebolimento della riforma.

Le rassicurazioni che ieri sono arrivate dal premier, e dal suo delegato alla trattativa Filippo Taddei, fanno ben sperare sulle reali intenzioni del governo. Nessuno dalle parti di Palazzo Chigi sembra intenzionato a riallargare in modo ampio e pericoloso le tipologie per le quali ritorna il reintegro in caso di licenziamento. Tanto che anche la posizione del Nuovo centrodestra, dopo il primo allarme, si è fatta in serata più prudente e più ottimista sull’esito finale della trattativa. Il Jobs act ha un suo equilibrio che non va snaturato. Poi toccherà ai decreti attuativi, che saranno il vero cuore della riforma. E su questi il governo potrà avere le mani più libere. Purché, appunto, il Parlamento non introduca in extremis vincoli in una direzione conservatrice.

Recessione, Europa svegliati dal torpore

Recessione, Europa svegliati dal torpore

Adriana Cerretelli – Il Sole 24 Ore

L’eurozona rischia la terza recessione nel breve spazio di cinque anni, accompagnata questa volta dalla deflazione. Nella migliore delle ipotesi l’economia nel prossimo biennio registrerà una crescita compresa tra lo 0,5% e l’1%, mentre gli Stati Uniti correranno a un ritmo superiore al 3%. L’avvertimento arriva dagli analisti di Standard & Poor’s. Ma è solo la prima delle docce fredde regalate dalla giornata di ieri. La Bce non vede altrettanto nero ma condivide l’analisi secondo cui la bilancia dei rischi pende verso il basso, che si parli di inflazione o di crescita, corretta all’1,2% (dall’1,5%) per l’anno prossimo. Grosso modo in linea (1,1%) con le ultime previsioni di Bruxelles che hanno dato una netta sforbiciata alle cifre di sei mesi fa, senza escludere nuove correzioni all’ingiù e riconoscendo candidamente che l’area euro è la zona del mondo che cresce meno di tutte.

In vista del G-20 che si riunisce domani a Brisbane, in Australia, si è fatto sentire anche l’Fmi parlando di crescita graduale ma squilibrata, con la Spagna in ripresa ma Italia, Germania e Francia, le tre maggiori economie dell’euro, in arretramento. Sullo sfondo, uno scenario dai rischi elevati: il calo dei prezzi fa lievitare i tassi reali minacciando uno sviluppo già debole e insieme la sostenibilità del debito.

Evidentemente né la politica monetaria sempre più accomodante della Bce di Mario Draghi, né la previsione di un prezzo del petrolio stabile intorno ai 90 dollari al barile, né la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, che sostiene l’export, sono stimoli sufficienti a scuotere l’eurozona dal torpore in cui è caduta e dal quale non riesce a uscire. Ancora più delle cifre deprimenti che non cessano di susseguirsi giorno dopo giorno, allarma la beata indifferenza, meglio, la placida inedia con cui l’Europa vive le proprie disgrazie economiche come se non fossero le sue ma quelle di qualcun altro. Certo, si insiste di continuo e a ragione sulle riforme strutturali, che sono l’arma vincente per aumentare il potenziale di crescita. Peccato che richiedano tempo non solo per essere attuate ma anche e soprattutto per dare frutti.

Certo, si parla e straparla anche dell’ormai famosissimo piano Juncker da 300 miliardi in tre anni per dare una decisa spinta agli investimenti, soprattutto privati. La proposta arriverà prima di Natale. Poi però andrà discussa e negoziata dai ministri finanziari, approvata e chissà quando sarà pronta all’uso. Scetticismo eccessivo? Speriamo. Purtroppo di piani Ue per la crescita pieni di parole ma vuoti di risorse e alla fine incapaci di volare fuori dalla retorica se ne sono visti troppi. Certo, anche il rigore diventa un po’ più flessibile ma sempre senza esagerare per non indurre i governi riluttanti a staccare la spina dimenticando gli impegni europei assunti. I fatti e le cifre però hanno ampiamente dimostrato che si questo passo l’eurozona non va da nessuna parte: vivacchia, sopravvive ma non ritrova dinamismo, non si mette al passo con i suoi grandi concorrenti globali. Semplicemente li subisce. Anche la Germania, la superpotenza economica dell’eurozona, è in affanno con il fiato sempre più corto. Fuori nel mondo globale la Cina stringe accordi con Russia, Giappone e SudCorea, sbriciola inimicizie secolari per farsi baricentro del nuovo potere economico e geo-strategico dell’Asia che contende la supremazia all’Occidente. Ma la stessa Cina non esita poi a stringere patti tecnologici con l’America di Barack Obama, da sempre attratta dalla frontiera del Pacifico, dalle sue complementarietà potenziali.

L’Europa invece appare del tutto assente dal grande gioco globale, addirittura incerta sulle promesse del Ttip, il grande accordo economico transatlantico che pure, attraverso una maggiore integrazione e complementarietà con l’economia Usa, potrebbe dare una sferzata salutare alle sue anemiche potenzialità di crescita. Per il momento preferisce trastullarsi appagata dal suo vecchio mondo: non importa se è ormai un cantiere in fase di smobilitazione e di desertificazione industriale. Non importa se può permettersi soltanto uno stato sociale a pezzi e assediato da 26 milioni di disoccupati, una tragedia umana e insieme uno scandaloso sperpero di risorse. Non importa se le care regole di Maastricht sono nate e avevano un senso in un’altra Europa, quella che 30 anni fa correva al ritmo medio del 3-4% annuo… Quella di oggi è fatta da un club di Paesi sfiduciati e stanchi di stare insieme. Che pensano di potersi concedere impunemente il lusso di flirtare con la recessione o di vivere a lungo con una crescita media sotto l’1% nel prossimo decennio. Senza accorgersi che, così, lentamente organizzano il proprio suicidio politico, economico e finanziario. Svegliati Europa, è ora di trovare il coraggio di cambiare strada. Altrimenti di questo passo, senza crescita, si rischia di morire risanati. A che pro?

Il piano segreto dell’Europa: saccheggiare i nostri risparmi

Il piano segreto dell’Europa: saccheggiare i nostri risparmi

Gian Maria De Francesco – Il Giornale

Un’«euro-rapina» sui conti correnti? Potrebbe accadere e i poveri risparmiatori subirebbero una mazzata con pochi precedenti (tra i quali il prelievo forzoso notturno del 1992 effettuato dal governo Amato). E, soprattutto, è quello che teme il focoso europarlamentare leghista, Gianluca Buonanno, che ha presentato un’interrogazione scritta alla Commissione Ue e alla Bce per chiedere di confermare «l’esistenza di un piano di misure adottato nel luglio 2014» secondo il quale, come già sperimentato a Cipro, «sarebbe prevista l’imposizione di misure d’urgenza che consentirebbero il congelamento dei conti correnti bancari dei cittadini e delle imprese europee e il prelievo forzato delle somme ritenute necessarie a fronteggiare l’esposizione debitoria».

Ma la domanda che pone Buonanno è anche un’altra: «la Bce ritiene che il rischio di default sia concreto a tal punto da permettere l’adozione di un tale piano?». La risposta non è semplice: anche se le crisi si presentano sempre in forme diverse, l’opera di prevenzione (anche se l’Ue ha raggiunto soglie maniaco-depressive) può rappresentare un aiuto. Tuttavia quando si ascoltano le parole del capo economista di Standard & Poor’s, Jean-Michel Six, l9o shock è fortissimo. «La ripresa economica ha perso molto slancio e, avvicinandoci al 2015, nell’Eurozona sono aumentati i rischi di una terza recessione dopo il 2009 e il 2011», ha detto.

I quesiti aumentano. Perché il presidente della Bce, Mario Draghi, e soprattutto le istituzioni italiane – pubbliche e private – in questi mesi hanno messo l’accento sulla creazione di una bad bank , cioè di un ente che si faccia carico dei crediti deteriorati degli istituti (in Italia hanno superato i 180 miliardi) per ripulire i bilanci e consentire una migliore sopravvivenza del sistema? Perché la principale banca italiana, Intesa Sanpaolo, ha scaricato dal portafoglio 17 miliardi di Btp? Qui rispondere è più facile: hanno ripreso valore e ha guadagnato, la Bce li penalizza e, se la recessione proseguisse, meglio stare leggeri. Perché allora Buonanno lancia questo allarme? «Mi è stato detto da fonti interne alla Commissione che esiste un documento nel quale si specifica che il prelievo sui conti correnti potrebbe arrivare al 10% delle giacenze», racconta sostenendo che «in ogni caso la Bce e la Commissione devono smentire se si tratta di una notizia falsa oppure confermarla».

Vale la pena di raccontare la storia per intero. Sin dall’anno scorso in sede comunitaria è stato approvato un piano d’azione per la «risoluzione ordinata delle crisi bancarie», contestuale alla nascita dell’Unione bancaria. I pilastri sono due. Il primo è il Single supervisory mechanism (Ssm), ossia la vigilanza unificata della Bce sulle più importanti banche europee. È stato istituito un organismo, sono state scritte delle regole sui requisiti minimi di solidità patrimoniale e sono stati condotti gli stess test che in Italia hanno bocciato Monte dei Paschi e Banca Carige. Il secondo pilastro è il Single resolution mechanism (Srm), ossia il dispositivo per i salvataggi in caso di crisi. La trattativa è stata complicatissima e si è conclusa solo nell’Ecofin di Lussemburgo dello scorso giugno. Come al solito ha vinto la Germania. È, infatti, passato il principio-guida del bail-in , cioè il salvataggio delle banche con mezzi propri. Se le cose vanno male, come accaduto a Cipro, pagano prima gli azionisti (con aumenti di capitale mostruosi) e poi gli obbligazionisti (con una rinegoziazione del debito). Se la situazione non migliorasse, sarebbero i correntisti con depositi oltre i 100mila euro a rimetterci. È prevista, inoltre, l’istituzione di un fondo unico finanziato dagli Stati membri (che raggiungerà la dotazione di 55 miliardi nel 2024) per tamponare le eventuali carenze di liquidità. È chiaro che i prestiti del fondo andranno comunque restituiti dalle banche con le modalità sopra descritte. I piccoli risparmiatori che volessero chiudere i conti prima che la propria banca fallisca potrebbero dover aspettare almeno 15 giorni fino al 2018. E, comunque, i derivati non si toccano!

Il vizio di torturare gli italiani sulla casa

Il vizio di torturare gli italiani sulla casa

Francesco Forte – Il Giornale

Il Catasto patrimoniale degli immobili, che il governo vara mediante un’apposita Commissione, non è, come si vuole far credere, un puro strumento tecnico di aggiornamento dei valori catastali, ma un nuovo strumento di tortura del contribuente. C’è, in questa idea del Catasto, un messaggio ideologico politico pericoloso: la tassazione dei patrimoni, anche indipendentemente dal reddito che se ne trae in denaro o con l’uso. Non c’è, sino ad ora, la tassazione dei patrimoni azionari o di quadri e gioielli, o di titoli a reddito fisso e depositi bancari, ma il principio generale è decollato partendo dagli immobili.

Si dà per ovvio che il Catasto edilizio debba essere sul valore patrimoniale di mercato. Ma non lo è. Infatti, il Catasto agricolo rimane basato sul reddito medio ordinario dei terreni. L’imposta principale sui fabbricati è attualmente l’Imu, a cui verrà unificata la Tasi. Poiché l’Imu è commisurata al valore patrimoniale degli immobili si dice che è ovvio che il Catasto accerti il loro valore di mercato. Ma ciò è errato. Infatti, in Italia c’è il principio che la tassazione deve basarsi sulla capacità contributiva, la Repubblica tutela il risparmio in tutte le sue forme e l’iniziativa privata è libera, salvo per i vincoli dell’utilità sociale. Da ciò viene che le imposte, che riguardano i patrimoni, li devono tassare in base al loro reddito: se non si tiene conto del diverso rendimento, ciò può dare luogo a tassazioni che intaccano il risparmio e il capitale. Dunque, il Catasto patrimoniale è contrario alla giustizia tributaria e alle regole fiscali dell’economia di mercato.

E c’è di peggio. Infatti, il nuovo Catasto non si baserà più sui vani, ma sulla superficie. Ciò darà luogo a distorsioni dannose per il nostro patrimonio immobiliare storico-artistico. E questo in quanto ci sono molte abitazioni, uffici e botteghe con spazi per corridoi e ingressi che nelle ultime costruzioni non si usano più. Non è facile modificare le case di una volta, sia per i costi che ciò comporta sia perché ciò contrasta con la loro tutela. Si afferma che l’aggiornamento del Catasto si farà con invarianza di pressione fiscale: qualche unità immobiliare pagherebbe di più, altre di meno, perché ciò è scritto nella Legge delega. Ma la norma sulla invarianza di gettito si può togliere, con un semplice decreto, dopo fatta la revisione. Anche con Matteo Renzi, il governo a guida Pd ha, come vessillo, la tassazione patrimoniale diffusa.

C’è un terzo pericolo: la Commissione che dirigerà le nuove valutazioni lo farà secondo una formula che non viene resa nota.Ciò non è accettabile.La collettività e il contribuente hanno diritto di conoscere la formula con cui viene accertata la capacità contributiva, onde sapere se è rispettata. Il sistema fiscale in democrazia deve essere certo trasparente, non imprevedibile e incomprensibile.

Pubblica amministrazione, i debiti non si sono ridotti

Pubblica amministrazione, i debiti non si sono ridotti

Sergio Patti – La Notizia

La pubblica amministrazione non sta affatto riducendo i suoi debiti con le imprese creditrici. I debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che i beni e servizi vengono forniti in un processo di produzione continuo e ripetitivo. Dunque, limitarsi a liquidare i debiti pregressi di per sé non riduce lo stock complessivo dei debiti: questo può avvenire soltanto nel caso in cui i nuovi debiti creatisi nel frattempo risultano inferiori a quelli oggetto di liquidazione. Una condizione che non potrà crearsi fino a quando il livello di spesa della pubblica amministrazione e i suoi tempi medi di pagamento (che al momento sono di 170 giorni) non subiranno una drastica diminuzione.

«Nel caso concreto – osserva Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi “ImpresaLavoro” – stimiamo che dall’inizio del 2014 a oggi siano già stati consegnati alla Pubblica amministrazione italiana beni e servizi per un valore di circa 113,5 miliardi di euro e che di questi, in forza dei tempi medi di pagamento della nostra PA, ne sarebbero stati pagati soltanto 40 miliardi. Con la logica conseguenza che, nonostante le promesse del governo Renzi, lo stock complessivo del debito della PA rimane invariato nel suo livello e cioè pari a 74 miliardi di euro circa».

Vanno ricordati in particolare due aspetti: i debiti di cui parla Renzi sono quelli maturati entro il 31 dicembre 2013. Solo per questi, infatti, è possibile per le imprese chiedere la certificazione e la relativa liquidazione di quanto dovuto. Già su questa cifra occorre dire che “ImpresaLavoro”, incrociando il dato della spesa per beni e servizi e quello dei tempi di pagamento, aveva stimato uno stock di debiti di 74 miliardi di euro. «Siccome ne sono stati rimborsati “solo” 32,3 (su uno stanziamento complessivo di 40), possiamo senza dubbio affermare che la promessa di Renzi non è stata mantenuta» è la conclusione di Blasoni. «Non solo: mentre questo processo era in corso, come detto, la PA continuava ad accumulare debito. Nessun indicatore oggi a disposizione ci permette di dire che vi è una diminuzione dei tempi di pagamento. Ciò significa che lo stock complessivo del debito è ad oggi invariato a 74 miliardi circa e che l’intervento del governo, pur meritorio, è servito soltanto ad impedire che lo stock aumentasse ulteriormente».

In 3 anni 40 miliardi di tasse per pagare sussidi ai disoccupati

In 3 anni 40 miliardi di tasse per pagare sussidi ai disoccupati

Claudio Antonelli – Libero

Il sistema di sussidi a chi è rimasto senza lavoro dal punto di vista finanziario non sta più in piedi. Già nel 2010 a lanciare l’allarme è stato il ministero delle Finanze. Nel frattempo anche le novità avviate sotto la competenza di Elsa Fornero non hanno invertito il trend. Nel periodo 2007-2013 la spesa complessiva per il sistema degli ammortizzatori sociali in Italia è cresciuta in modo rilevante, passando dai 7,9 miliardi complessivi per cassa integrazione guadagni, mobilità e disoccupazione del 2007 ai 23,6 miliardi del 2013, importo che comprende anche le nuove misure introdotte dalla riforma Fornero come le ASPI e mini-ASPI.

Ad analizzare nel dettaglio i numeri dell’intero comparto dei sostegni è stato il Centro Studi ImpresaLavoro, ideato dall’imprenditore del Nord-est Massimo Blasoni. Ne risulta che «la spesa per ammortizzatori sociali è arrivata nel 2013 alla cifra record di 23,6 miliardi di euro (nel 2007 erano 7,9 miliardi)», si legge nello studio. «Il sistema nel suo complesso è finanziato per una quota di circa 9 miliardi di euro annui a carico delle imprese, le quali sono soggette a contribuzione a diverso titolo». Ovviamente fino al 2007 nessuno si è posto il dubbio. Tanto meno si è messo al lavoro per riformare il sistema. D’altronde le uscite eccedenti vanno a carico della fiscalità generale e nel 2007 erano una cifra pari a zero: l’esborso a carico dello Stato è incrementato nel tempo fino ai 14,6 miliardi del 2013. E nel triennio precedente la cifra complessiva è arrivata a 38,1 miliardi. La cifra pesa sull’intera comunità, mentre i beneficiari delle prestazioni corrispondono a un insieme circoscritto di soggetti (alcune categorie di imprese e alcune categorie di lavoratori).

E per di più – si evince dallo studio – non vi è diretta corrispondenza tra flussi di entrata e in uscita nemmeno a livello di misure singole: le contribuzioni a carico delle imprese per la cassa integrazione guadagni ordinaria, ad esempio, coprono regolarmente anche le uscite (a favore dei lavoratori) per l’indennità di mobilità. Senza dimenticare che la rigidità dei contributi ha un effetto deleterio sul mondo del lavoro. Basta pensare che l’Aspi non vincola il disoccupato ad accettare altri posti su scala nazionale.

Costi, finanziamento e struttura degli ammortizzatori sociali in Italia

Costi, finanziamento e struttura degli ammortizzatori sociali in Italia

ABSTRACT

La spesa per ammortizzatori sociali in Italia è arrivata nel 2013 alla cifra record di 23,6 miliardi di euro (nel 2007 erano 7,9 miliardi). Il sistema nel suo complesso è finanziato per una quota di circa 9 miliardi di euro annui a carico delle imprese, le quali sono soggette a contribuzione a diverso titolo e in base a norme specifiche a seconda della diversa tipologia di intervento a cui è riservata la copertura. Di questi 9 miliardi annui, una quota appena inferiore ai 4 costituisce formalmente la contribuzione a copertura della cassa integrazione guadagni, sia essa ordinaria o straordinaria; 600 milioni circa sono le entrate (a carico delle imprese) a copertura dell’indennità di mobilità, mentre la restante parte è destinata all’indennità di disoccupazione e alle neonate ASPI e mini-ASPI. Le uscite eccedenti (nulle nel 2007) vanno a carico della fiscalità generale: l’esborso a carico dello Stato è incrementato nel tempo fino ai 14,6 miliardi del 2013 (38,1 miliardi la spesa del triennio 2011-2013).
Già nel 2010, il MEF rilevava che il sistema degli ammortizzatori sociali in Italia risulta eccessivamente oneroso (per le imprese e per lo Stato), poco universale, iniquo nei sistemi di finanziamento e inadeguato a fronteggiare il mutato contesto economico e produttivo. Mentre i beneficiari delle prestazioni corrispondono ad un insieme circoscritto di soggetti (alcune categorie di imprese e alcune categorie di lavoratori), il sistema è finanziato in misura sempre più ampia dalla collettività nel suo complesso; inoltre non vi è diretta corrispondenza tra flussi di entrata e in uscita nemmeno a livello di misure singole: le contribuzioni a carico delle imprese per la cassa integrazione guadagni ordinaria, ad esempio, coprono regolarmente anche le uscite (a favore dei lavoratori) per l’indennità di mobilità. Il paper analizza nel dettaglio i costi complessivi del sistema, le modalità con cui essi vengono finanziati, separando il contributo a carico delle imprese da quello a carico della fiscalità generale, ed inoltre analizza la struttura degli strumenti attivati ed alcuni principi e ipotesi di una loro riforma.
Scarica il Paper di ImpresaLavoro: Costi, finanziamento e struttura degli ammortizzatori sociali in Italia
Rassegna stampa
Libero
Il Fatto Quotidiano
Consigli utili per uscire dalla crisi europea

Consigli utili per uscire dalla crisi europea

Giuseppe Pennisi – Formiche.net

Si cominciano a delineare proposte nuove per uscire dalla crisi che l’Italia potrebbe presentare ai tavoli europei prima del termine di un “semestre”, i cui esiti, sino ad ora, sono stati tutt’altro che esaltanti. Mentre ieri la Bce nel suo bollettino ha tagliato le stime di crescita dell’Eurozona: nel 2014 più 0,8%, invece di più 1%. In questo quadro, assume grande rilievo il percorso tracciato il pomeriggio del 12 novembre ad un seminario di presentazione dello studio In Search of a New Equilibrium: Economic Imbalances in the Eurozone, commissionato dall’Istituto Affari Internazionali, con il supporto della Compagnia di San Paolo, alla Luiss School of European Political Economy. Il documento, ancora in bozza – il seminario aveva lo scopo di raccogliere commenti prima della stesura definitiva – sarà disponibile entro la fine del mese e potrebbe essere un elemento importante della strategia da presentare prima del Consiglio Europeo del 18-19 dicembre oppure al Consiglio medesimo.

La bozza dell’Executive Summary del documento è stata illustrata dal Direttore della Luiss School of European Political Economy, Marcello Messori. Discussant Veronica De Romanis, Paolo Guerrieri, Beniamino Quintieri e Fabrizio Saccomanni, oltre ad alcuni interventi dalla sala. A questo stadio sarebbe poco utile, oltre che poco corretto, discutere in dettaglio di un documento ancora non finalizzato, pur se giunto ad uno stadio molto avanzato di redazione. Appare più significativo, recepire i punti essenziali del documento (quale presentato) ed i commenti formulati il 12 novembre e vedere quale potrebbe essere la strategia. Occorre premettere che l’analisi del documento integra, con stime econometriche, quella che fu l’intuizione centrale dell’ultimo lavoro di Luigi Spaventa: ossia che gli squilibri delle partite correnti all’interno di un’unione monetaria “contano” e, soprattutto, “rilevano” più di quanto non sembri ad un esame superficiale. Il documento, quindi, apporta un contributo scientifico di indubbio valore. Ciò non vuole dire che si è necessariamente d’accordo con tutte le implicazioni di strategia economica che il documento, nell’attuale stesura, trae dall’analisi. In molti aspetti le osservazioni al seminario hanno utilmente integrato il documento.

Veniamo le tre principali componenti di quella che potrebbe essere la strategia. In primo luogo, far comprendere a tutti i partner europei che gli squilibri non si risolvono con politiche che implicano “svalutazioni interne” (ossia riduzioni dei salari, dei poteri d’acquisto ed ora anche dei prezzi) dei soci del club in disavanzo strutturale delle loro partite correnti. Ciò può richiedere espansioniste da parte dei soci in surplus strutturale; a riguardo, però, occorre ricordare che solo un terzo del surplus commerciale della Repubblica Federale Tedesca è con il resto dell’eurozona. Berlino ha già iniziato una politica più espansionista ma è difficile (per ragioni storico-culturali) convincere il Governo e l’opinione pubblica tedesca che il pareggio di bilancio non è la virtù principale di ciascuna generazione nei confronti di figli e nipoti.

In secondo luogo, rilanciare il Growth Pact o l’Industrial Compact. Ciò comporta un forte aumento dell’investimento pubblico in infrastrutture che agisca sulla più piena utilizzazione dei fattori produttivi nel breve periodo e sull’aumento della produttività nel medio. In attesa che si materializzi il programma Juncker di investimenti addizionali di 300 miliardi di euro (peraltro, un programma sempre più evanescente), il documento propone un meccanismo macchinoso di interventi dell’European Stability Mechanism per facilitare emissioni di project bonds per investimenti a beneficio di Paesi che concludano contractual arrangements per il loro riassetto strutturale. Probabilmente si può trovare un sistema più semplice facendo perno sulla Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Tuttavia, occorre sollevare il nodo di fondo: ci sono progetti “pronti” nel senso di immediatamente canteriabili? Dopo anni di recessione, le imprese hanno combattuto per sopravvivere più che per ampliarsi e modernizzarsi. In materia di infrastrutture, vale la pena ricordare che il “fondo per la progettazione” è stato utilizzato molto poco.

In terzo luogo, le misure dal lato della domanda avranno poco effetto se non accompagnate da stimoli alla produttività dal lato dell’offerta: ciò implica liberalizzazioni e privatizzazioni (soprattutto a livello locale). Riuscirà un Governo in cui gli ex-amministratori locali hanno una forte rappresentanza ed un peso considerevole a proporre misure specifiche in questo campo?

ImpresaLavoro: «Spesa sociale a 23,6 miliardi nel 2013. Triplicata in sette anni»

ImpresaLavoro: «Spesa sociale a 23,6 miliardi nel 2013. Triplicata in sette anni»

Il Fatto Quotidiano

La spesa per gli ammortizzatori sociali in Italia è arrivata nel 2013 alla cifra record di 23,6 miliardi di euro, triplicando quella del 2007 che ammontava a 7,9 miliardi. Lo rivela un paper del centro studi ImpresaLavoro. Nel solo triennio 2011-2013 la spesa dello Stato è arrivata a 38,1 miliardi di euro. Ma è tutto il sistema che non funziona. Come già rilevato nel 2010 dal ministero delle Finanze, il sistema della spesa sociale, oltre essere pesante per le casse dello Stato, è poco universale, iniquo per quanto riguarda l’organizzazione dei finanziamenti e inadeguato a fronteggiare il mutato contesto economico e produttivo. Da quanto si legge nel rapporto che disegna un quadro impietoso del Paese, il sistema viene finanziato in misura sempre più ampia dalla collettività nel suo complesso, mentre le categorie di imprese e lavoratori che ne beneficiano rappresentano solo un insieme circoscritto di soggetti.

Inoltre non vi è una diretta corrispondenza tra i flussi di entrata e quelli in uscita, nemmeno a livello di misure singole. Ad esempio, le contribuzioni a carico delle imprese per la cassa Integrazione Guadagni Ordinaria, che tutela i lavoratori cui è stato temporaneamente sospeso o ridotto lo stipendio, coprono regolarmente anche le uscite (a favore dei lavoratori) per l’indennità di mobilità, a sostegno dei dipendenti che hanno perso il posto a causa di crisi o riorganizzazioni aziendali. In sostanza, la prima voce di contributo a carico delle imprese copre anche le spese per la seconda.

Tutto ciò fa sì che, sempre secondo lo studio, il sistema degli ammortizzatori sociali risulti eccessivamente oneroso per le imprese, che si fanno carico di circa 9 miliardi della spesa complessiva annuale, contribuendo diversamente a seconda del tipo di intervento cui è riservata la copertura. Di questi 9 miliardi, poco meno di 4 sono destinati alla copertura della Cassa Integrazione Guadagni, 600 milioni vanno invece alla copertura per l’indennità di mobilità, mentre la restante parte viene impiegata per l’ASPI, la nuova indennità di disoccupazione.

È fuga dei giovani dalla campagna: under 35 solo il 5% degli agricoltori

È fuga dei giovani dalla campagna: under 35 solo il 5% degli agricoltori

Jenner Meletti – La Repubblica

Sembrava che tutto stesse cambiando, nei nostri campi. Giovani laureati, armati di zappa e computer, impegnati in aziende capaci di rilanciare il Made in Italy. Vendita diretta dal coltivatore al consumatore, mercati dove il contadino porta frutta e verdura e mette la sua faccia. Una ricerca di Nomisma – curata da Denis Pantini e Massimo Spigola – racconta invece che la nostra agricoltura non è un mestiere per giovani (tranne rare eccezioni) e che dalle campagne è in corso una vera e propria fuga. Con un rischio pesante: che la terra diventi ancor più un bene rifugio per chi già possiede ricchezza e non risorsa per chi, nelle campagne, potrebbe trovare un futuro per sé e per il Paese.

Dal 2008 al 2013 – questi i primi dati della ricerca che sarà presentata oggi alla fiera di Bologna a cura dell’Informatore Agrario – gli occupati in agricoltura sono calati del 6% mentre i giovani con meno di 24 anni sono diminuiti del 15%. Alzando l’asta ai 35 anni, si scopre che i giovani agricoltori sono 82.000, il 5,1% del totale.Quelli che invece superano i 65 anni – età in cui negli altri settori si va in pensione – sono 603.390, pari al 37,2%. Diversa la situazione in altri Paesi europei, nostri diretti concorrenti. In Spagna gli under 35 sono il 5,3, in Germania il 7,1, in Francia l’8,7. Ancor più netta la differenza se si guarda al peso degli anziani. Gli over 65 sono appena il 12% in Francia e il 5,3% in Germania. Nelle campagne italiane la «rigenerazione» diventa difficile. Sono al lavoro infatti 14 giovani ogni 100 anziani. In Francia gli under 35 sono 73 ogni 100 anziani, in Germania arrivano addirittura al 134%.

Non è soltanto una questione di età. «Oggi – spiega Denis Pantini di Nomisma – è difficile avviare un’attività davvero produttiva con meno di 20 ettari di buona terra. E invece la Sau – superficie agricola utilizzata – dei giovani agricoltori italiani è in media di 13,6 ettari, mentre in Germania è di 49 ettari e in Francia di 68,5. Anche la nostra dimensione economica è fra le più contenute, con un valore inferiore ai 55.000 euro di produzione standard, mentre in Francia è di 118 mila euro e in Germania di 130.000».

Qualcosa si muove, comunque. Nelle aziende italiane le attività remunerative oltre a quella agricola (ad esempio fattorie didattiche, produzione di energia rinnovabile…) sono pari al 4,7%, nelle aziende di chi ha meno di 40 anni arrivano al 46,4%. Con una disoccupazione giovanile al 42%, il lavoro nei campi potrebbe essere una soluzione. E invece l’attrazione è davvero bassa. Settore pubblico e libera professione sono ai primi posti. La «stabilità occupazionale» è il primo desiderio, con il 40,7%. «Possibilità di lavorare all’aria aperta» registra solo l’1,7%. E chi fra i giovani non coltivatori ha amici o parenti in agricoltura, associa a questo lavoro le parole «fatica e povertà». «Un’agricoltura in mano agli anziani – raccontano i curatori della ricerca – non si impegna negli investimenti e nell’innovazione e così perdiamo potenzialità proprio mentre il Made in Italy è richiesto in tutto il mondo».