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Troppa confusione sui servizi alla natalità

Troppa confusione sui servizi alla natalità

Il Sole 24 Ore

In attesa del testo definitivo della legge di Stabilità valgono alcune prime considerazioni sul nuovo fondo per la maternità da 500 milioni di euro del Governo Renzi. La prima: lo soglia di 26mila euro Isee (e senza limiti dal quinto figlio) individuata è molto elevata per un paese nel quale ci sono 1,4 milioni di minori in povertà assoluta e per i quali ancora non esiste una misura universale di assistenza. Basti ricordare che l’attuale social card da 40 euro al mese va a beneficiari con un Isee non oltre i 6mila euro. Così si rischia, come avvenuto in passato, di dare soldi a mamme che non ne hanno alcun bisogno. Seconda considerazione: nel resto d’Europa le politiche per il sostegno della natalità si fanno con i servizi sul territorio, non con trasferimenti monetari. Terzo: attualmente esistono già cinque istituti che destinano risorse per 15 miliardi con criteri del tutto scoordinati e che potrebbero essere razionalizzati. Insomma la confusione è ancora tanta, speriamo che nelle prossime ore e durante l’iter parlamentare ci siano i margini per rimediare.

Tasse retroattive, il vizio dei governi

Tasse retroattive, il vizio dei governi

Massimo Fracaro e Nicola Saldutti – Corriere della Sera

Il tempo, per il Fisco, assomiglia a una sorta di variabile indipendente. E il calendario, a pensarci bene, può persino girare al contrario. Dicembre, novembre, ottobre, settembre. Accade spesso, anzi troppo spesso che, per esigenze di bilancio, si decida di spostare all’indietro le lancette dell’orologio. E introdurre così aumenti delle tasse con effetto retroattivo. Un vizio comune a tutti i governi degli ultimi anni e che ha contagiato lo stesso Parlamento. Un giochetto (di prestigio) che consente, in pratica, di concedere sgravi a qualche contribuente, penalizzandone, però, altri. O di tappare, per questa via, improvvise falle nei conti pubblici.

L’ultimo esempio è quello dell’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive. Nella legge di Stabilità è appena stato deciso di alleggerirla per chi farà nuove assunzioni, soprattutto con contratti a tempo indeterminato, con una riduzione dell’aliquota dal 3,9 al 3,5%. Peccato che ci sia l’altro lato della medaglia: per tutti gli altri imprenditori, che non assumeranno, non perché sono cattivi ma perché non possono, l’imposta torna al livello precedente, al 3,9%. Da quando? Non dall’entrata in vigore della legge di Stabilità fissata per gennaio 2015 – dopo, probabilmente un estenuante dibattito parlamentare e la stesura di un maxi emendamento -, ma da gennaio scorso. Sì, da gennaio 2014, con dodici mesi d’anticipo.

Si dirà che anche i vantaggi sono retroattivi, ma in questo caso, come accade con il Codice penale, la norma dovrebbe essere favorevole al reo (in questo caso il cittadino-imprenditore). Retroattivi, ad esempio, sono stati i tagli ad alcune detrazioni fiscali (polizze vita). Come gli aumenti delle addizionali locali del 2011. Retroattivo rischia di essere anche l’incremento dall’11,5% al 20% del prelievo annuo sui rendimenti dei fondi pensione. E, quando non si aumentano le tasse, si cambiano le regole del gioco. A vantaggio dell’Erario, ovviamente. Si calcola che, solo nel biennio 2011 e 2013 siano state approvate imposte retroattive per un valore di circa 5,5 miliardi.

Viene quindi da chiedersi quale validità abbia ancora lo Statuto del contribuente, varato nel 2000 e presentato come il provvedimento che avrebbe reso più equilibrato e corretto il rapporto tra il Fisco (lo Stato) e i cittadini. Lo Statuto, articolo 3, stabilisce che «le disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo. Relativamente ai tributi periodici le modifiche introdotte si applicano solo a partire dal periodo d’imposta successivo». Ma questa norma viene spesso bypassata spiegando che si tratta di un’eccezione.

Secondo lo Statuto, le leggi che trattano un argomento diverso da quello tributario non possono intervenire in materia fiscale, se non per la parte di stretta pertinenza. E invece le tasse si moltiplicano proprio là dove non dovrebbero esserci e dove nessuno se le aspetta. Un esempio? Il taglio alla deducibilità dei costi delle auto aziendali introdotto per finanziare la legge Fornero sulla riforma del mercato del lavoro. All’articolo 4 si stabilisce che non si può disporre con decreto-legge l’istituzione di nuovi tributi né prevedere l’applicazione di tributi esistenti ad altre categorie di soggetti. Mentre molte imposte sono state introdotte proprio con decreto legge. Perché? Siamo in emergenza.

E così, di eccezione in eccezione, lo Statuto del contribuente è stato violato innumerevoli volte dal legislatore. Almeno qualche centinaio di volte. E non solo sulla retroattività. Uno statuto con i buchi, insomma. Un provvedimento che fa ancora la sua bella figura nella vetrina del Fisco made in Italy. Ma dagli effetti pratici quasi nulli. La trasformazione da sudditi a cittadini, che doveva avvenire proprio grazie allo Statuto, non è stata ancora completata. E sono già passati 14 anni.

Non solo fondi pensione: colpite dal DDL stabilità anche le polizze vita

Non solo fondi pensione: colpite dal DDL stabilità anche le polizze vita

Federica Pezzatti – Il Sole 24 Ore

Crolla un altro caposaldo delle polizze Vita. Il governo Renzi dal prossimo 1° gennaio, se le misure annunciate saranno confermate, tasserà al 26% anche le plusvalenze delle polizze Vita incassate dagli eredi dell’assicurato che finora erano esentati. Al contrario di quanto è scritto sui contratti, dunque, i beneficiari pagheranno le tasse sui guadagni maturati dalla sottoscrizione del contratto fino al momento della morte dell’assicurato. È bene precisare, per evitare fraintendimenti, che le polizze resteranno comunque esenti da tasse di successione.

Si tratta di una novità, che riguarda ramo I e ramo III, che coglie di sorpresa l’industria assicurativa che giudica il provvedimento come un segnale poco favorevole, tenuto conto che ci sono forme tecniche a “vita intera” finalizza te proprio alla tutela degli eredi. Una nuova tegola che si abbatte sul settore dopo il provvedimento di rialzo della tassazione delle plusvalenze passata dal 20% al 26% dallo scorso luglio (salvo per i guadagni originati dagli investimenti in titoli di Stato e equiparati che saranno tassate al 12,5%) e che ammontano a circa il 60% delle riserve Vita.

La legge di stabilità colpisce dunque duramente un investimento sempre più utilizzato: nei primi otto mesi del 2014 la nuova produzione Vita è aumentata del 43% rispetto allo stesso periodo del 2013, con 72,2 miliardi di euro di raccolta. Non sono stati risparmiati ovviamente i Pip, piani di previdenza assicurativi. In quanto prodotti di previdenza complementare, le plusvalenze da essi originate di anno in anno saranno tassate, stando alle bozze, al 20% (contro l’11,5% valido da luglio) salvo, la componente investita in governativi ed equiparati (aliquota al 12,5%). Come consolazione ai possessori di prodotti Vita, ma solo di ramo I, resta l’esenzione da bollo: le rivalutabili sono le uniche (insieme ai fondi pensione e fondi sanitari) a non pagare il balzello sugli investimenti dello 0,2% annuo e questo vantaggio appare conservato.

Legge di stabilirà

Legge di stabilirà

Davide Giacalone – Libero

Più che una legge di stabilità si avvia a essere una legge di stabilirà. Nel senso che si modella e adatta con il passare delle ore. Il tempo passato dall’annunciazione alla presentazione è servito anche per far tesoro dello sgomento suscitato nel sentir dire alcune cose. Per esempio: la decontribuzione annunciata, sulle assunzioni a tempo determinato, era di 6200 euro, ma trattavasi di un errore, perché già ci sono aziende che avrebbero diritto a una decontribuzione superiore, sicché nel testo che sarà presentato in Parlamento (dove ancora neanche c’è) quel limite sarà alzato a 8060. Vedremo cosa combineranno con il Tfr, i cui errori sono stati qui illustrati per tempo.

Originale la teoria illustrata da Yoram Gutgeld, consigliere economico di Matteo Renzi: se le norme esistenti si dimostrassero più convenienti di quelle che stiamo preparando, il contribuente potrà attenersi a quelle che preferisce. Lui si riferisce alle agevolazioni per le partite Iva, ma, certo, ha tutta l’aria d’essere un bislacco principio generale: noi ideiamo agevolazioni, che annunciamo a raffica, ma se, eventualmente, la legge preesistente fosse migliore di quella da noi magnificata, niente paura, potrete continuare a usarla. In espansione, se non altro, c’è la fantasia.

Direi che dalla scuola alla giustizia la nouvelle vague governativa s’è l’asciata un po’ prendere la mano dall’ebrezza della consultazione popolare: noi annunciamo una cosa, stilando un menù che non comporta scelte, e voi siete liberi ciascuno di dire la propria. Tanto nessuno sta a sentire. In campo fiscale sembra ci sia un salto di qualità: mettiamo in parallelo un paio di sistemi e voi scegliete quello in cui vivere. La legge di stabilirà. Intanto, per non rendere noiosa la vita, continua la serrata campagna degli annunci. Immagino che al Quirinale si siano domandati: ma se ci hanno appena consegnato il testo della legge di stabilità, perché l’idea degli 80 euro alle mamme non c’è e sono andati a illustrarla in un salotto televisivo? Non so cosa si siano risposti. Di certo, un tempo erano più arcigni e meno comprensivi.

Una cosa buona, comunque. O no? No, non lo è. È una roba demagogica e controproducente. Lasciando da parte la fissazione per il numero 80, che non si capisce per quale logica quantifica i regali governativi, è bene rendersi conto che questa perversione laurina comporta una concezione della società come fossimo tutti minorenni, pronti a gioire per le mance temporanee. In una società maggiorenne le famiglie hanno bisogno dei servizi che le affianchino nella gestione dei bambini, a cominciare dagli asili nido. In una società maggiorenne la fiducia nel futuro discende dalla crescita economica, quindi dalla ragionevole certezza che lavorando si possa giovarsene. Mentre è tipico di una società minorenne il supporre che si possa dare e prendere senza che questo sia legato al produrre. Certo che 80 euro, al mese, tornano utili quando si affrontano le spese per un bambino, e certo che prendere gli applausi è cosa piuttosto semplice, annunciandoli, ma il bambino sopravvive ai tre anni e se non ci sono asili a sufficienza si perde partecipazione al lavoro degli adulti. Poi supera i sei anni, e se nelle scuole trova gli stabilizzati anziani avrà un’istruzione carente. E se lo mandiamo in scuole analogiche, con testi stampati e senza digitalizzazione non solo gli rubiamo capacità, ma rubiamo soldi alle loro famiglie, come capita anche quest’anno. Poi supera i diciotto, e se si trova in università chiuse alla concorrenza e autoreferenziali nell’assegnazione delle cattedre diventerà un analfabeta laureato. Ci sono toghe che non compitano nell’italico idioma. A quel punto che gli diamo, il contributo per disadattamento al lavoro e al mondo?

Quando i soldi sono troppi può capitare di contrarre i vizi dell’agio e dell’improduttività. Ma ora i soldi sono pochi e spenderli fuori dal rilancio di istruzione e produzione è un delitto. Salvo prendere applausi, per la legge che solo poi stabilirà

Il Fus resiste (o no?)

Il Fus resiste (o no?)

Marco Valerio Lo Prete – Il Foglio

Ammesso pure che per le regioni non ci sia la possibilità di “scontare” risorse dai fondi aggiuntivi per la sanità concordati con l’esecutivo, alcuni governatori adesso si mostrano pronti in linea di principio ad accogliere la sfida di Renzi. Il presidente della Toscana, Enrico Rossi, ieri ha annunciato per esempio l’intenzione di “riorganizzare il servizio in tre aziende sanitarie ospedaliere universitarie al posto delle attuali 16. Tuttavia – e questa per certo sarà la seconda linea di difesa rispetto all’esecutivo – anche le riorganizzazioni più drastiche richiedono tempo per generare risparmi. Linea cui si potrebbero opporre alcuni dati pubblicati dalla Corte dei Conti, non esattamente un bastione di turbocapitalisti prevenuti con la Pubblica amministrazione: dal 2003 al 2008, cioè alla vigilia dell’inizio della crisi, la spesa regionale è cresciuta dell’53 per cento all’anno, con una frenata soltanto a partire dal 2009. Poi ci sono vicende patologiche che arrivano ai giorni nostri, e che contraddicono la retorica di chi agita lo spauracchio degli ospedali da chiudere: la stessa Corte dei Conti infatti, nella sua Relazione sulla gestione finanziaria delle regioni, osserva che “spesso i bilanci regionali si giovano delle risorse destinate alla sanità per far fronte ad esigenze di liquidità in altri settori”.

Non a caso alcune regioni tentano timidamente di differenziare la propria posizione rispetto a quella del “Fronte unico spendaccíone”: “Il fronte unico si forma per contrastare la palese irragionevolezza della proposta – dice al Foglio Massimo Garavaglia, assessore all’Economia della Lombardia, già deputato e senatore della Lega nord – Dopodiché al governo, che nella legge di stabilità propone di suddividere i 4 miliardi di tagli in base a popolazione e pil delle diverse regioni, chiediamo piuttosto di applicare i “costi standard”. Garavaglia fa un esempio, diverso da quello più noto della siringa che ha un costo diverso da Asl a Asl: “In Lombardia la spesa pro capite per il personale e di 19,8 euro. Quella della Basilicata è di 97,1 euro. Ridurre la spesa in modo ragionevole vorrebbe dire per esempio portare tutti e due a 18 euro, così da accrescere i risparmi. E non invece concedere con la stessa legge di stabilità 40 milioni di euro, o 1.200 euro pro capite alla sanità del Molise solo perché alla vigilia di un voto locale”. L’esecutivo della regione Lombardia, inoltre, è certo di avere “la giurisprudenza” dalla propria parte: già nel 2013, conclude infatti Garavaglia, la Corte costituzionale si è espressa contro i tagli lineari alle regioni. Procedere con la legge di stabilità di oggi vorrebbe dire dunque andare incontro a un’altra bocciatura, facendo automaticamente mancare le coperture per le misure dell”esecutivo Renzi.

Lo strano caso del pensionato che non ha mai lavorato

Lo strano caso del pensionato che non ha mai lavorato

Nicola Pinna – La Stampa

La claustrofobia, almeno per un minatore, dovrebbe la essere causa principale di «non idoneità al servizio». E Carlo Cani, in fondo, lo sapeva bene, ancor prima di essere assunto alla Carbosulcis. Ma lui il terrore di vivere rinchiuso in una galleria semibuia, a centinaia di metri sotto terra, l’ha sfruttato per anni. A suo favore. Ha accumulato giorni e giorni di malattia e così non si è mai presentato al lavoro. Con la complicità del certificato medico, e sfruttando lunghi periodi di cassa integrazione, ha raggiunto un obiettivo doppio: trascorrere pochissimi giorni in miniera e maturare ugualmente il diritto alla pensione. Raggiunto il traguardo, si dedica a tempo pieno al jazz e racconta la verità: «Mi inventavo di tutto: amnesie, dolori, emorroidi, camminavo sbandando come fossi ubriaco. Mi capitava di urtare la parete con un pollice e lavorare con un dito gonfio ovviamente era impossibile. Altre volte mi finiva la polvere in un occhio. E poi il collo, mesi passati con il collare per tenere a bada una maledettissima cervicale. Ma la verità è che non ce la facevo, la miniera non era roba per me».

In tempi di disoccupazione record la confessione del sessantenne di Santadi ha scatenato subito polemiche violente. Terrorizzato, ora non risponde più al telefono. Ma sui social è bersagliato di insulti, soprattutto dai giovani che un lavoro lo sognano da anni e che la pensione rischiano di non riscuoterla mai. Per chiedere di non fermare l’attività estrattiva, i minatori di Nuaxi Figus hanno organizzato cortei, occupazioni e proteste di ogni genere. In gruppo, nel 2012, si sono persino asserragliati a quattrocento metri di profondità, mentre il loro ex collega di Santadi (piccolo paese della provincia Carbonia-Iglesias) ha giocato d’anticipo. Ha sfruttato lo “scivolo” del prepensionamento e ha dimenticato per sempre la polvere di carbone sugli occhi. Tra malattie di ogni genere, riabilitazioni, riposi accumulati e ammortizzatori sociali Carlo Cani ha maturato 35 anni di servizio, 26 dei quali proprio negli organici della Carbosulcis. Tutto regolare, certificato dell’Inps, che dal 2006 gli versa regolarmente l’assegno mensile. «Ho maturato l’anzianità necessaria ma praticamente non ho lavorato mai – racconta – Là sotto stavo troppo male. Sin dall’inizio, io e il carbone non abbiamo legato».

Quando l’hanno assunto in miniera Carlo Cani non ha fatto salti di gioia. Il primo della lista dell’ufficio di collocamento ha rinunciato, mentre lui ha accettato subito. E dai primi giorni ha iniziato a studiare la strategia per faticare il meno possibile. «Era il 1980 e al mio paese, Santadi, spettava un’assunzione in Carbosulcis. Quando mi hanno contattato non ero entusiasta, ma l’orgoglio di famiglia mi ha spinto ad accettare. Mio padre Luigi, che ha 95 anni, era minatore alla vecchia Carbosarda. Minatore vero, come quelli dei suoi tempi». Fatto il corso di avviamento, Carlo Cani ha iniziato a fare i conti con il nemico numero uno: la galleria. «All’inizio sembrava un gioco: il casco, l’attrezzatura, tutto era divertente. Il brutto è venuto dopo. In mezzo, anche qualche momento drammatico: un collega di 28 anni schiacciato da un masso lo prese tra la testa e il collo. Lo tirammo fuori che era già morto. Io ci ho sempre riso su perché sono un minatore per caso, ma quel momento mi è rimasto stampato nella mente. La mia è stata una storia strana ma laggiù, sotto terra, c’è gente che si è spaccata la schiena per anni e anni, gente che il salario se l’è guadagnato col sudore. Io li rispetto ma sono diverso sono un minatore-jazz».

Speso 1 miliardo per tenere le miniere aperte

Speso 1 miliardo per tenere le miniere aperte

Libero

Servirebbe uno storico, più che un contabile, per mettere in colonna i costi per mantenere in vita le miniere sarde. Dal 1971 ad oggi (anzi fino al 2027, data in cui è prevista la messa in sicurezza e la bonifica delle 7 miniere sarde), si stima (per difetto) che gli italiani abbiano sborsato oltre 1 miliardo di euro. Chi ci prova a fare di conto – considerando anche un cambio di valuta, dalle lire all’euro – stima che siano stati spesi 930 miliardi di lire dal 1971 al 1996 (l’anno in cui la Regione Sardegna si è accollata gestione e debiti delle 7 miniere sarde del Sulcis). Poi però – ma è sempre una stima per difetto – per le miniere finite sotto il controllo pubblico, sono stati spesi almeno altri 600 milioni di euro.

“Spannometricamente” si può tranquillamente ipotizzare che le miniere sarde – che dovranno definitivamente chiudere entro il dicembre 2018 – siano costate ad oggi circa 1,1 miliardi di euro. E senza tener conto che negli ultimi anni sono stati assunti altri addetti (soprattutto ingegneri). Nei prossimi 4 anni andranno in pensione (probabilmente con lo scivolo per i “lavori usuranti”), circa 470 dipendenti. Resterebbero da ricollocare un centinaio di addetti che probabilmente verranno accompagnati alla pensione con sussidi e interventi reiterati anno dopo anno. Costa denaro pubblico mantenerle aperte ma ancora di più chiuderle. Altri quattrini arrivano anche per riconvertirle ad attrazione turistica. Lo scorso agosto, sempre la Regione Sardegna ha stanziato un discreto malloppo (Assessorato all’Industria), per il recupero «di aree interessate da attività estrattive». Il bando è scaduto il 4 agosto: stanziamento massimo 250mila euro a Comune. Scusate se è poco…

Italia.it, un’occasione persa costata venti milioni di euro

Italia.it, un’occasione persa costata venti milioni di euro

Gian Antonio Stella – Corriere della Sera

La ricetta del «cunigghiu a’ stimpirata» proposta solo in italiano e senza sottotitoli anche ai turisti tedeschi, meno male, è sparita. E così tanti altri svarioni che fecero ridere il pianeta. Ma il tormentone di Italia.it, il sito che doveva «vendere» il nostro Paese sul mercato mondiale non è finito. Ieri ha sbattuto la porta il direttore, Arturo Di Corinto. Ritiene «poco dignitoso», a ragione, che lui e i pochi dipendenti rimasti lavorino da mesi senza essere pagati. Per un sito costato una cifra mostruosa: venti milioni di euro.

In realtà, come ha confermato il governo rispondendo a un’interrogazione grillina, i milioni stanziati per il progetto dal ministro berlusconiano Lucio Stanca nel lontano 2004 erano addirittura 45. Incrementati più avanti da altri 10. Si trattava, però, di «fantastilioni di triliardi», per dirla in moneta di Paperon de’ Paperoni: mai visti, tutti quei soldi. Erano solo sulla carta. In realtà, tra un rifacimento e l’altro (resta indimenticabile il primo logo, dove la «t» verde di Italia pareva un cetriolo) la costruzione del portale è durata quanto quella, assai più complicata, del tunnel sotto la Manica. Colpa del solito interminabile contenzioso su uno degli appalti, delle indecisioni della politica, di un assurdo sballottamento di competenze tra queste e quella società, di risse da comari interne finite con scambi di querele, di alcuni misteri che dovranno essere chiariti dalla magistratura che già sta indagando (la lettera di Di Corinto accenna addirittura a «fatti delinquenziali») ma più ancora di una lista di errori così lunga da riempire settanta pagine di un rapporto al ministero. Dagli strafalcioni nelle traduzioni fatte con translate.google.it per risparmiare sugli interpreti alle foto sbagliate, dalle citazioni errate ai link che portavano da tutta un’altra parte. Risultato, un disastro. Tale da far precipitare Italia.it al 184.594° posto fra i siti web più visitati del Pianeta. Per non dire delle pagine rivolte ai cinesi: nelle quattro grandi foto che riassumevano l’Italia c’erano una Ferrari, una Ducati, un pezzo di parmigiano e un prosciutto di Parma. In mezzo: Bologna. Come fosse la capitale d’Italia: per risparmiare, dopo aver buttato via pacchi di quattrini, avevano fatto un copia-incolla dal sito cinese della Regione Emilia-Romagna! Ci sono voluti due anni, dal giugno 2012 in qua, per restituire un po’ di decoro alla nostra «vetrina» sul web.

Vetrina che oggi, nonostante la redazione della società «Unicity», composta da giornalisti, social media manager, traduttori, storici dell’arte, fotografi e videomaker si sia via via ridotta dalle venti del progetto iniziale a quattro persone e nonostante sia stato necessario chiudere il portale in cinese per poter tornare in Rete con qualcosa di più serio, spiega nella sua lettera a Matteo Renzi e a Dario Franceschini Arturo Di Corinto (subito convocato al ministero, pare, nel tentativo di mettere una toppa allo scandalo), si compone di 259 mila pagine web.

Per non dire di Facebook (da zero a 229 mila fans) e di Twitter (da zero a 67 mila follower), che hanno obbligato i ragazzi della redazione a una rimonta febbrile per recuperare anni di ritardi. E costretti a supplire con l’impegno e la fantasia al pressoché totale disinteresse della politica. Pochi dati dicono tutto: per la «campagna turistica d’autunno » l’Irlanda del Nord ha stanziato un mese fa 9 milioni e mezzo di sterline. La Croazia, sulla campagna di quest’anno «Visit Croatia, Share Croatia», ha messo 7 milioni e mezzo. La Gran Bretagna, soltanto sui social network considerati fondamentali per la politica turistica in questi anni ha investito 25 milioni di sterline. E noi? Zero carbonella. Anzi, sui diversi strumenti offerti dal Web per agganciare i turisti, non è stato sganciato un solo euro dal 2010. Peggio: dal marzo di quest’anno non arrivano più, accusano i dipendenti del portale, neppure i 30 mila euro al mese dovuti per pagare gli stipendi. Eppure mai si era visto nella storia un boom quanto quello del turismo negli ultimi anni.

Basti dire che nel 2004, quando il governo di Silvio Berlusconi avviò (sia pure con grave ritardo e coi capitomboli che abbiamo detto) il progetto del portale Italia.it, gli abitanti del Pianeta che viaggiavano per vacanze erano 765 milioni. Dieci anni dopo, cioè nel 2013, sono stati un miliardo e 87 milioni. Con un aumento complessivo del 42%. Per contro l’Italia, nonostante sia in cima ai desideri dei turisti di tutto il mondo (che però devono fare i conti, purtroppo, con una serie di handicap pesanti a partire dal costo degli hotel, che secondo Eurostat sono da noi nettamente più cari che in Spagna, in Grecia, in Croazia, in Portogallo, in Germania, in Turchia, in Austria e in Gran Bretagna), ha visto i suoi visitatori passare in dieci anni da 37 a 47 milioni, con un aumento molto più basso di quello mondiale.

Peggio ancora negli ultimissimi anni: dando ragione a Jeremy Rifkin(«L’espressione più potente e visibile della nuova economia dell’esperienza è il turismo globale: una forma di produzione culturale emersa, ai margini della vita economica appena mezzo secolo fa, per diventare rapidamente una delle più importanti industrie del mondo») il boom planetario ha visto dal 2009 a oggi crescere i turisti mondiali di oltre duecento milioni. Un diluvio. Del quale ci è arrivata solo una pioggerella. Anzi, nel 2013 l’Italia, nonostante sia saldamente la quinta al mondo per numero di visitatori (e pensare che fino a trent’anni fa eravamo i primi…) ha subito addirittura, nelle presenze, un calo del 4,5%. Il guaio è che mancano solo pochi mesi all’Expo. E come dimostrano centinaia di grafici e tabelle e report sull’e-commerce, il turismo nel terzo millennio si muove sempre di più seguendo i percorsi della Rete. O ci diamo una mossa o rischiamo davvero una figuraccia.

Ristrutturazioni, l’Iva scende al 4% ma c’è il dubbio Ue

Ristrutturazioni, l’Iva scende al 4% ma c’è il dubbio Ue

Antonella Baccaro – Corriere della Sera

Ristrutturazioni edilizie con tassazione Iva ridotta dal 10% al 4%. E il rischio di una procedura d’infrazione europea per la norma che modifica le concessioni autostradali in essere. Sono le novità emerse rispetto al decreto sblocca Italia, approvato dalla commissione Ambiente della Camera e ieri approdato in Aula. Il taglio dell’Iva dal 10% al 4% costituisce un altro vantaggio per chi ristruttura il proprio immobile o ne migliora le prestazioni energetiche, che si aggiunge alla possibilità di avvalersi della detrazione Irpef del 50% sulle ristrutturazioni edilizie, sui mobili e sui grandi elettrodomestici e di quella Irpef e Ires del 65% sui lavori per il risparmio energetico, prorogata al 2015 dalla legge di Stabilità.

La riduzione sarà coperta con l’aumento dell’Iva per le nuove costruzioni prima casa vendute direttamente dalle imprese, che passa dal 4 al 10%. Al riguardo il Servizio Studi della Camera segnala che quella del 4% è un’aliquota «ultraridotta», «adottata con una deroga specifica al momento della emanazione della prima direttiva Iva per una tabella predefinita di beni e servizi, e pertanto non modificabile: la normativa europea consente agli Stati membri di adottare due aliquote ridotte rispetto all’aliquota ordinaria, comunque non inferiori al 5%. Lo Stato italiano ha adottato una sola aliquota ridotta, al 10%. Occorrerebbe pertanto valutare la compatibilità comunitaria dell’aliquota introdotta dalla norma».

L’altra novità del decreto sblocca Italia è quella per cui, in base a un emendamento M5S, la deduzione Irpef del 20% della spesa per l’acquisto delle case (nuove o ristrutturate) non è più condizionata alla destinazione all’affitto dell’immobile. Un secondo emendamento, questa volta del Pd, ha circoscritto la norma alle sole case già costruite e rimaste invendute alla data della conversione del decreto. Le due norme si compenserebbero dal punto di vista finanziario ma il ministero delle Infrastrutture non condivide la modifica «grillina» perché eliminerebbe la ratio per la quale è stato pensato il provvedimento: è probabile che l’articolo venga riemendato in Aula.

Intanto sulla norma che modifica le concessioni autostradali sulla base di nuovi piani economico-finanziari, finita nei giorni scorsi nel mirino dell’Autorità dei trasporti e dell’Antitrust, l’Unione europea ha aperto una preprocedura di infrazione Eu-Pilot, chiedendo alle autorità italiane di fornire alcuni approfondimenti. In una comunicazione inviata il 17 ottobre alle autorità italiane dalla Dg Mercato interno e servizi, si osserva che la misura sembra consentire la realizzazione di «significative modifiche» ai contratti di concessione esistenti riguardanti, in particolare, lavori nell’ambito del rapporto concessorio e livello delle tariffe». Inoltre la Commissione paventa che le modifiche «potrebbero consistere in proroghe significative della durata di concessioni esistenti», in violazione delle direttive Ue sugli appalti pubblici che consentono lavori complementari non previsti nella concessione in essere «solo quando divenuti necessari, a seguito di una circostanza imprevista, per l’esecuzione dell’opera prevista», con specifiche condizioni.