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Crisi: dal 2007 il Pil pro capite medio degli italiani è sceso del 10,8%, in calo anche il numero degli occupati. Le differenze regione per regione.

Crisi: dal 2007 il Pil pro capite medio degli italiani è sceso del 10,8%, in calo anche il numero degli occupati. Le differenze regione per regione.

Dal 2007 al 2015 (anno di cui sono disponibili i dati più recenti), il Pil pro capite degli italiani è sceso del 10,8%, passando da 28.699 a 25.586 euro (-3.113 euro). Questo calo non si è comunque distribuito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Altrettanto disomogeneo appare il calo degli occupati nel nostro Paese, che restano ancora inferiori ai dati registrati nel 2007, alla vigilia della lunga crisi economica ancora in atto. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Istat.


Nessuna Regione italiana è riuscita ancora a tornare ai livelli precedenti la crisi economica, ma in alcuni casi il calo del Pil pro capite medio dei suoi cittadini è stato più sensibile. In fondo alla graduatoria, ordinata per variazione percentuale negativa, troviamo Molise (-19,3%), Umbria (-18,3%), Lazio (-17,7%) e Campania (-16%). Restano al di sotto del dato nazionale anche regioni del Nord come Friuli Venezia Giulia (-11,4%), Liguria (-11,6%), Piemonte (-12,3%) e Valle d’Aosta (-12,6%). Meno colpite, anche se sempre in territorio negativo, sono state invece Trentino Altro Adige (-3,2%), Basilicata (-4,5%), Abruzzo (-6,2%) e Lombardia (-7,9%) che fanno registrare performance sensibilmente migliori della media nazionale.

Nel 2016 nel nostro Paese risultano poi occupate 22.757.840 persone, un dato ancora inferiore di 136.107 unità a quello del 2007, quando gli occupati erano 22.893.947. Anche in questo caso i dati regionali si muovono in modo molto disomogeneo. Rispetto al 2007 già oggi risultano occupate più persone nel Lazio (+201.070, +9,42%), in Trentino Alto Adige (+31.645, +7.04%), in Toscana (+35.856, +2,34%), in Emilia Romagna (+42.685, +2,22%) e in Lombardia (+90.958, +2,15%). E se il Veneto è sostanzialmente quasi ritornato agli stessi livelli del periodo pre-crisi (-18.698, -0,89%), ancora lontane dai livelli occupazionali fatti registrare nove anni fa restano regioni del Nord come la Liguria (-23.607, -3,73%), il Friuli Venezia Giulia (-20.384, -3,93%) e la Valle d’Aosta (-2.391, -4,21%). In questo stesso periodo di tempo si registra una contrazione più marcata degli occupati in tutte le regioni del Sud: Campania (-74.139, -4,33%), Molise (-5.539, -4,97%), Puglia (-80.425, -6,31%), Sardegna (-43.816, -7,23%), Sicilia (-129.443, -8,74%) e Calabria (-69.093, -11,67%).

Non mancano comunque timidi segnali di ripresa dell’occupazione. Un confronto tra i dati 2015 e 2016 evidenzia come nell’ultimo anno il nostro Paese abbia complessivamente recuperato 293.088 posti di lavoro. Le tre Regioni che hanno registrato le migliori performace in valori assoluti sono Lombardia (+71.878), Campania (+59.787) ed Emilia Romagna (48.823). In termini percentuali rispetto alla base occupazionale crescono invece più di tutti Campania (+3,79), Molise (+3,75%), Emilia Romagna (+2,55%), Puglia (+1,98%) e Basilicata (+1,95%). Il dato più negativo viene invece fatto registrare dall’Umbria, che nell’ultimo anno ha perso 5.414 posti di lavoro (-1,51%).

«Mentre tutti gli altri nostri principali competitor europei sono da tempo ritornati ai livelli di crescita pre crisi, l’Italia continua a registrare valori di reddito pro capite e occupazione inferiori a quelli del 2007» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Purtroppo non si è voluto approfittare di questa crisi decennale per cambiare drasticamente le regole del mercato del lavoro e per allegerire le nostre imprese dal peso esorbitante (e disincentivante) di una tassazione eccessiva nonché di leggine e regolamenti che imbrigliano la loro azione quotidiana. I vari bonus sono pannicelli caldi che non aiutano a rilanciare l’economia e che disperdono risorse. Occorre cambiare passo: rilanciare gli investimenti pubblici e mettere finalmente gli imprenditori nelle condizioni di creare nuovi posti di lavoro e quindi nuova ricchezza».

Ancora sull’economia sommersa

Ancora sull’economia sommersa

In questa rubrica siamo spesso tornati sul tema dell’economia sommersa nella convinzione che in Italia incide particolarmente sul Pil a ragione dei troppi vincoli amministrativi e dell’eccessiva oppressione tributaria. A fronte di uno Stato tentacolare ‘ci si sommerge’ per non essere visti e tartassati. Abbiamo però avuto perplessità sulle stime periodiche dell’OCSE che -riprese nei saggi di Friedrich Schneider e Andreas Buehn (il più recente risale a 2013 ed è Shadow Economies in highly developed OECD countries: What are the driving forces?) – stimano il sommerso italiano come il più alto del mondo avanzato (dal 27,8% del Pil nel 1999 al 26,7% nel 2010), quasi il doppio della media dei 39 Paesi censiti e con appena una leggera flessione nei dieci anni.

Ci rallegriamo ,quindi, che secondo i più recenti dati Istat l’economia sommersa sommata alle attività illegali sia pari (dati 2013) al 12,9% del Pil, una percentuale in crescita rispetto al 12,7% stimato nel 2012 e al 12,4% del 2011. In termini assoluti, vale 206,4 miliardi di euro. Comunque i numeri dell’economia illegale e sommersa giustificano la decisione dell’Istat di «esplorare la fattibilità di un conto satellite dell’economia illegale» con l’obiettivo di avere «una migliore conoscenza del fenomeno» e mettere a punto adeguate «politiche di contrasto». Il 2012 e il 2013 sono stati anni di una forte crisi che può avere pesato sulla crescita del sommerso. Il conto satellite sarebbe una novità assoluta perché oggi non esiste in letteratura né in altri Paesi, se non a livello molto sperimentale. Il suo obiettivo sarebbe quello di capire meglio come funziona l’economia illegale, la sua produzione, come si trasferisce sul consumo, la relazione tra le imprese e se in essa vi siano investimenti.

A questa scommessa risponde il lavoro di Cecilia Morvillo del Dipartimento del Tesoro nel paper Evoluzione delle determinanti dell’economia sommersa: analisi panel di regioni italiane (NT n.1/2016). Il lavoro è volto ad analizzare empiricamente la relazione esistente tra l’economia sommersa e alcune variabili esplicative. A tal fine si dispone di dati panel riguardanti le 20 regioni italiane con 12 osservazioni annuali comprese tra il 2001 ed il 2012, per un totale di 240 osservazioni. Nella presente nota l’economia sommersa viene identificata con il tasso di irregolarità del lavoro, pubblicato dall’Istat e calcolato come la quota percentuale delle unità di lavoro irregolari sul totale delle unità di lavoro. Le variabili esplicative sono invece in parte dedotte da una rassegna di studi econometrici relativi all’economia sommersa, tra le quali la densità di popolazione e il tasso di industrializzazione, proprie della dimensione e della struttura economica regionale; il PIL pro capite e la partecipazione femminile al mercato del lavoro, quali variabili di controllo dell’economia sommersa; una proxy dell’intensità della regolamentazione in grado di fornire una fotografia del contesto istituzionale italiano. Dopo una breve descrizione dei dati, supportata da una rappresentazione cartografica a livello regionale delle variabili più rappresentative delle diverse condizioni economiche delle regioni italiane, l’analisi empirica si declina in una stima di quattro distinti modelli panel dai quali emergono risultati sui quali riflettere.

Ancora su imposte e robot

Ancora su imposte e robot

Ha suscitato un certo dibattito la nota sui paper relativi all’imposta sui robot uscita lo scorso 28 marzo su questo sito. Giuliano Cazzola mi ha fatto notare come il tema sia stato trattato nei Bollettini dell’associazione Adapt (fondata dal mai troppo compianto Marco Biagi) e come la soluzione indicata sia una maggiore e migliore formazione dei lavoratori per stare al passo con l’innovazione tecnologica. Dall’Università mi è stato indicato come il tema, fortemente dibattuto ai tempi della prima industrializzazione, si ripropose con la diffusione dell’automazione negli Trenta quanto venne impostato in modo corretto su come giungere a ‘neutralità’ di imposizione su capitale e lavoro; fondamentale a questo proposito un saggio di Paul Studenski, Towards a Theory of Business Taxation, apparso nel 1940 sul “Journal of Political Economy”. In Italia ci siamo dati un sistema di tassazione moderno solo negli anni Settanta. Sul tema resta essenziale il lavoro uscito nel 1986 a firma Antonio Di Majo, Struttura economica e struttura tributaria: il prelievo sulle imprese, a cui Governo e Parlamento si ispirarono (non senza travisamenti) nel creare l’Irap.

A questo riguardo in questi ultimi giorni sono apparsi sulla Rete due lavori molto interessanti: Automation and Jobs: When Technology Boosts Employment di James Bessen (Boston University, School of Law, Law and Economics Research Paper No. 17-09) e Robots and Jobs: Evidence from the US Labor Market di Daron Acemoglu (MIT e Pascual Restrepo della Boston University).

Il primo sottolinea che sovente il miglioramento tecnologico e l’innovazione aumentano l’occupazione complessiva e ricorda come per oltre un secolo nell’industria manifatturiera siano aumentate di pari passo la produttività e l’occupazione, diminuendo invece quando i mercati sono diventati saturi. Utilizzando due secoli di dati, un semplice modello di domanda spiega accuratamente l’ascesa e il declino del tessile, della siderurgia e della industria automobilistica (e del suo indotto). Estrapolando, il modello indica che informatica e robotica genereranno in aggregato posti di lavoro ma non nell’industria manifatturiera. In breve, ci sarà un aumento complessivo, grazie principalmente alla crescita di occupazione di qualità nei servizi.

Il secondo studio impiega un modello econometrico in cui i robot competono con i lavoratori in varie produzioni e distingue due fasi: prima e dopo il 1990. L’impatto dei robot è molto differente da quello della globalizzazione e della concorrenza di Cina e Messico. In futuro, ove si arrivasse a un rapporto di un robot per mille lavoratori, la riduzione dell’occupazione in un Paese come gli Stati Uniti sarebbe al massimo dello 0,18-0,34% e quella dei salari dello 0,25-0,50 per cento. Quindi trascurabile.

Ricordo infine che su questi temi, il CNEL (in collaborazione con Ocse e Centro studi ImpresaLavoro) terrà un seminario il 6 aprile dalle 10 alle 13 alla presenza del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Verrà discussa la bozza di un documento CNEL di osservazioni e proposte che verrà rivisto alla luce del dibattito e quindi presentato a Governo e Parlamento in vista del DEF e del PNR. È un’iniziativa ‘aperta’. Chi vuole partecipare, per ovvi problemi organizzativi, mandi un mail a apicciocchi@cnel.it

Chi paga più multe? Milano doppia Roma

Chi paga più multe? Milano doppia Roma

di Fabio Sottocornola – L’Economia del Corriere della Sera

Ammonta a un miliardo e 415 milioni di euro l’incasso totale realizzato lo scorso anno dagli ottomila sindaci dei Comuni italiani, grazie a multe e contravvenzioni elevate dai loro vigili urbani. L’incremento rispetto al 2015 sfiora il 4%. Dal punto di vista delle grandi città, Milano guida la classifica del gettito assoluto con oltre 157 milioni davanti a Roma che ne ha incamerati 144. Enorme il distacco rispetto a Torino (47,8 milioni) o Firenze,(35,7 milioni). La metropoli lombarda del sindaco Giuseppe Sala è in testa anche nella graduatoria (grafico nella pagina) su quanto pagano in media per multe i cittadini residenti over 18, quindi potenziali autisti di veicoli: 138 euro davanti a Firenze (109) e Parma (107). Staccate di molto le città del Sud con Bari e Napoli che hanno multe pro capite rispettivamente di 32 e 31 emo. In fondo al ranking, Potenza e Latina con meno di nove euro a testa. Invece, la Capitale guidata dalla sindaca Virginia Raggi si piazza in decima posizione con 6o euro, meno della metà del capoluogo meneghino.

Comunque sia, questi dati emergono da un’elaborazione fatta su Siope, il sistema informativo che fotografa in tempo reale gli incassi (e i pagamenti) degli enti pubblici. Fino a poche settimane fa, per via di problemi contabili, i numeri di Roma nel Siope erano provvisori. Adesso il quadro è più completo. È stato così possibile realizzare la classifica delle multe pro capite nei 40 principali capoluoghi (o città metropolitane), elaborata in collaborazione con L’Economia dal Centro studi ImpresaLavoro.

Ovviamente sacrosante per la violazione del Codice della Strada, le multe agli automobilisti stanno però diventando una tassa occulta che molti Comuni usano come stampella per quadrare il bilancio, in mancanza di trasferimenti statali. Tanto più che la norma lascia mano libera ai sindaci su come spendere metà dell’incasso. Il resto è vincolato, ad esempio, per manutenzione della segnaletica, sistemazione delle strade, educazione a scuola. Insomma, gli automobilisti sono avvertiti. Senza considerare che diverse città stanno sperimentando la Nuvola, un dispositivo tecnologico che segnala ai vigili assicurazioni scadute, soste irregolari, mancate revisioni al veicolo.

La graduatoria di questa pagina, realizzata dal Centro studi ImpresaLavoro in collaborazione con L’Economia, è stata ottenuta dividendo l’incasso totale 2016 di sanzioni e ammende in ciascuna città, pubblicato nella banca dati Siope, per il numero dei residenti che hanno la maggiore età (fonte Istat).

Guarda la graduatoria sul sito del Corriere della Sera

Legge Delrio, l’ennesima riforma incompiuta che lascia gli Enti a secco e senza un’identità

Legge Delrio, l’ennesima riforma incompiuta che lascia gli Enti a secco e senza un’identità

di Gian Maria De Francesco – Il Giornale

L’ennesimo rinvio del decreto Enti locali che ieri avrebbe dovuto essere approvato dal Consiglio dei ministri è solo l’ennesima puntata di una telenovela che si trascina ormai dal 4 dicembre. Le province speravano, infatti, che da quell’articolato spuntassero, almeno in parte, i 650 milioni necessari a chiudere i bilanci di previsione. Ma il vero problema è di natura giuridica.

La riforma Delrio del 2015, che ha trasformato le province in enti di secondo livello (cioè eletti da rappresentanti dei cittadini, in questo caso i sindaci), si è rivelata un’incompiuta. Non solo per il taglio delle risorse che ne è seguito, ma perché sono rimaste sostanzialmente un ibrido pur mantenendo funzioni importanti come la gestione di 130mila chilometri di strade e di 5.100 scuole superiori. Il referendum renziano, che le avrebbe cancellate dalla Costituzione, non avrebbe chiuso la partita perché sarebbe stata necessaria una legge successiva per redistribuire quelle competenze tra Regioni e Città metropolitane. Legge che è comunque un «obbligo» considerato che non si può più procedere per via emergenziale. In un Parlamento guidato da un Pd tutto concentrato sulla corsa alla segreteria parlare di riforma delle legge Delrio è impensabile. Forza Italia, più sensibile alle carenze finanziarie delle province, oltre a reclamare i 650 milioni con un provvedimento ad hoc ha pensato a un’ipotesi di riforma che cancelli enti inutili, Province e città metropolitane sostituendole con trentuno Regioni.

Una analisi abbastanza recente del Centro studi ImpresaLavoro ha messo in evidenza come i tagli subiti dalle province che, dagli 8,4 miliardi di stanziamenti per la spesa nel 2011 sono scese a 4,7 miliardi l’anno scorso, sono stati monodirezionali. Contestualmente, infatti, le dieci nuove Città metropolitane hanno ottenuto più di 2 miliardi l’anno. I risparmi, perciò, sono stati abbastanza limitati e possono quasi interpretarsi come un trasferimento di fondi dalle realtà più piccole (che boccheggiano) verso le metropoli come Milano, Roma, Napoli, Torino e Bari. Tra i dieci enti che nel 2016 hanno registrato la maggiore spesa pro capite, prosegue ImpresaLavoro, figurano cinque Città metropolitane tra cui Firenze e Genova, una realtà a statuto speciale (la provincia di Trieste) e una che sicuramente avrebbe preferito non rientrare in questa graduatoria: l’Aquila.

Unione Europea: dal 2009 al 2015 Italia contributore netto per 38,6 miliardi di euro

Unione Europea: dal 2009 al 2015 Italia contributore netto per 38,6 miliardi di euro

Mentre a Roma si celebrano i sessant’anni dei Trattati Europei e il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem critica i paesi del Sud per aver sprecato i loro soldi elogiando al contempo la solidarietà e il rigore dimostrato durante la crisi dalle nazioni nordeuropee, è utile analizzare a fondo la dinamica dei rapporti finanziari tra Italia e Unione Europea e di provare a fare un bilancio tra quanto versiamo ogni anno a Bruxelles per il funzionamento dell’Unione e quanto riceviamo dall’Europa sotto forma di trasferimenti e contributi. Il saldo, nonostante le parole poco generose di Dijsselbloem, è fortemente negativo per il nostro Paese. Negli ultimi sette anni, infatti, abbiamo versato nelle casse di Bruxelles 111miliardi di euro, ricevendone indietro circa 73. Siamo quindi contributori netti dell’Unione per ben 38,6 miliardi di euro in sette anni. Circa 5,5 miliardi di euro all’anno: questo è quanto paghiamo per rimanere nell’Unione se ci fermiamo ai soli saldi finanziari tra quanto diamo e quanto riceviamo.

L’Italia non è l’unico contributore netto dell’Unione ma rimane comunque il quarto paese per contribuzione netta in valore assoluto. Siamo in compagnia di grandi economie continentali come Germania, Regno Unito e Francia. Sono, invece, percettori netti, cioè ricevono da Bruxelles più di quanto versano, tutti i paesi entrati nell’Unione in seguito all’allargamento ad est e alcuni membri storici come la Spagna (14 miliardi in sette anni), il Portogallo (20 miliardi), la Grecia (30 miliardi). Sui conti pesa anche l’incognita della Brexit: il Regno Unito, infatti, è stato contribuente netto dell’Unione per ben 54 miliardi di euro negli ultimi sette anni. Una cifra che rischia ora di essere ripartita tra gli altri contributori netti, Italia compresa, allargando ancora di più il divario tra quanto versiamo a Bruxelles e quanto riceviamo dall’Europa.

Secondo Massimo Blasoni, imprenditore e Presidente del Centro Studi ImpresaLavoro “È chiaro che i flussi finanziari non sono tutto e che la mera aritmetica tra quanto versiamo e quanto riceviamo da Bruxelles non garantisce un quadro completo della nostra partecipazione al programma di integrazione europeo. Però quei numeri dicono comunque molto sul ruolo che abbiamo e su quello che dovremmo avere. Sediamo nei consessi europei con la timidezza dello scolaro che non ha fatto i compiti per casa quando invece dell’Unione siamo un pilastro irrinunciabile, oltre che un paese fondatore. L’andamento della nostra economia negli anni dell’euro è stato sempre peggiore della media dei nostri partner continentali, eppure il nostro paese non si è sottratto ai suoi compiti. Ha versato nelle casse dell’Unione più di quanto ha ricevuto in cambio, ha partecipato a strumenti di stabilità finanziaria di cui non ha mai usufruito, ha pagato con l’instabilità politica interna e un’endemica debolezza economica la sua partecipazione a mercato e moneta unica. La posizione di contributori netti dovrebbe garantirci maggiore autorevolezza nella trattativa con gli altri paesi: un vantaggio sprecato in questi anni dalla debolezza dei nostri governi”.

I robot devono pagare le imposte?

I robot devono pagare le imposte?

I robot devono pagare le imposte? Non è stata solo una boutade quella di Bill Gates il fondatore di Microsoft, l’uomo più ricco del mondo. «Oggi se un essere umano guadagna 50 mila dollari all’anno, lavorando in una fabbrica, deve pagare le imposte. Se un robot svolge gli stessi compiti, dovrebbe essere tassato allo stesso livello». Messa così può sembrare quasi una provocazione ma, intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera, Gates si è proiettato nel futuro ormai prossimo: «Non ritengo che le aziende che producono robot si arrabbierebbero se fosse imposta una tassa. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale può generare profitti con risparmi sul costo del lavoro». Il miliardario americano sembra prospettare una doppia imposizione. Dovrebbero pagare un prelievo extra sia le aziende che costruiscono i robot sia le imprese che li installano per sostituire la manodopera di uomini e donne.

Solo negli Stati Uniti circa otto milioni di posti potrebbero essere bruciati dall’automazione. In Gran Bretagna, secondo alcune stime, sarebbero addirittura 15 milioni. Le previsioni, però, oscillano. Uno studio di McKinsey giunge alla conclusione che, se si considera «l’attuale tecnologia», solo il 5 per cento delle occupazioni attuali verrebbe cancellato dai robot. Ma il ragionamento, naturalmente, deve tenere conto dei progressi tumultuosi e allora la soglia di sostituzione tra uomo e macchina può salire fino al 45 per cento. Il dibattito è in pieno sviluppo su piani diversi. Da quello filosofico con la tesi del trionfo finale della tecnica (sostenuta da Emanuele Severino) alle implicazioni etiche fino a quelle tributarie.

Sul tema esiste già una letteratura sterminata. Ecco un elenco dei testi scaricati più frequentemente:

  • Jennifer Bird-Pollan (Kentucky), Utilitarianism and Wealth Transfer Taxation, 69 Ark. L. Rev. 695 (2016)

  • Marco Bonomo (Insper Institute of Education and Research), Joao De Mello (Pontifical Catholic University of Rio de Janeiro), and Lira Mota (Columbia Business School), Short-Selling Restrictions and Returns: A Natural Experiment

  • Leopoldo Fergusson (Universidad de los Andes), Carlos Molina (Universidad de los Andes), and Juan Feipe Riaño (University of British Columbia), I Evade Taxes, and So What? A New Database and Evidence from Colombia

  • Jeremiah Harris (Kent State) and William O’Brien (University of Illinois at Chicago), The Effect of the U.S. Worldwide Taxation Policy on Domestic Mergers and Acquisitions

  • Jost Heckemeyer (Leibniz Universität Hannover) and Pia Olligs (University of Cologne), ‘Home Sweet Home’ versus International Tax Planning: Where Do Multinational Firms Hold Their U.S. Trademarks?

  • Daniel Hemel (Chicago), Pooling and Unpooling in the Uber Economy, 2017 U. Chi. Legal Forum (forthcoming)

  • David Kamin (NYU) and Brad Setser (Council on Foreign Relations), House Plan’s Bad Math: Over-Estimates of Revenue from a Border Adjustment, Tax Notes (forthcoming 2017)

  • Jacqueline Lainez (University of the District of Columbia), Holding U.S. Corporations Accountable: The Convergence of U.S. International Tax Policy and International Human Rights

  • Wayne L. Nesbitt, Edmund Outslay, and Anh Persson (Michigan State), The Relation Between Tax Risk and Firm Value: Evidence from the Luxembourg Tax Leaks

  • Adam J. Olson (Cincinnati), Consequences of Executive Focus on Support Activities: Evidence from Executive Influence on Firm Tax Strategy

  • Dhruv Sanghavi (Maastricht University), BEPS Hybrid Entities Proposal: A Slippery Slope, Especially for Developing Countries, 85 Tax Notes Int’l 357 (Jan. 23, 2017)

  • Richard Schmalbeck (Duke), Jay A. Soled (Rutgers), and Kathleen DeLaney Thomas (North Carolina), Advocating A Carryover Tax Basis Regime, Notre Dame L. Rev. (forthcoming)

  • Samer E. Semann (Purdue), Tax Avoidance, Income Diversion, and Shareholder Value: Evidence from a Quasi-Natural Experiment

  • Anindya Sen (University of Waterloo), Smokes, Smugglers and Lost Tax Revenues: How Governments Should Respond, C.D. Howe Inst., Commentary No. 471 (Feb. 2017)

  • Antony Ting (University of Sydney), Base Erosion by Intra-Group Debt and BEPS Project Action 4’s Best Practice Approach – A Case Study of Chevron, 2017 British Tax Rev. no. 1, at 80

A mio avviso, il testo più utile, più conciso e più direttamente mirato al tema resta il paper di Ryan Abbot e di Bret N. Bogenschneider (ambedue della University of Surrey) messo sulla rete il 24 marzo. Per averlo, basta scrivere a  drryanabbot@gmail.com In sintesi, il papero sottolinea che le tecnologie oggi esistenti possono automatizzare gran parte delle funzioni del lavoro. Il loro costo decresce mentre quello del lavoro umano aumenta. Questa determinante – unitamente con il progresso tecnico in materia di informatica, intelligenza artificiale e robotica – induce a prevedere che ci saranno perdite significative di posti di lavoro e un aumento dell’ineguaglianza dei redditi. Coloro che hanno  responsabilità politiche stanno dibattendo come trattare questi temi. Gran parte delle proposte riguardano gli investimenti in formazione o nella spesa sociale per attutire le conseguenze dell’automazione. L’importanza della politica tributaria è stata sottovalutata, affermano Abbot e Bogenschneider. A loro parere i sistemi tributari incentivano l’automazione anche quando non è socialmente efficiente. Infatti, gran parte del gettito proviene dall’imposta sul reddito, un’imposta che i robot non pagano a ragione di sistemi tributari che tassano il lavoro piuttosto che il capitale. I robot sono, quindi, pessimi contribuenti. Secondo Abbot e Bogenschneider occorre cambiare rotta. Il sistema tributario deve essere almeno neutrale tra lavoro e capitale, ossia tra lavoro dei robot e degli esseri umani. Ciò può essere realizzato abolendo le deduzioni o detrazioni tributarie per l’automazione oppure creando un’imposta sull’automazione oppure ancora aumentando le imposte sulle persone giuridiche o meglio ancora una combinazione  di queste proposte.

Per affascinanti che siano queste proposte hanno il profumo di  luddismo, un movimento di protesta operaia sviluppatosi all’inizio del diciannovesimo secolo in Gran Bretagna e caratterizzato dal sabotaggio della produzione industriale. Macchinari come il telaio meccanico, introdotti durante la rivoluzione industriale, erano infatti considerati una minaccia dai lavoratori salariati perché causa dei bassi stipendi e della disoccupazione. Il nome del movimento deriva da Ned Ludd, un giovane forse mai esistito realmente che nel  1779  avrebbe distrutto un telaio in segno di protesta. Ludd divenne simbolo della distruzione delle macchine industriali e si trasformò nell’immaginario collettivo in una figura mitica: il Generale Ludd, il protettore e vendicatore di tutti i lavoratori salariati oppressi dai padroni e sconvolti dalla rivoluzione industriale.

Festeggiamo l’Europa, però starci ci costa 5,5 miliardi ogni anno

Festeggiamo l’Europa, però starci ci costa 5,5 miliardi ogni anno

di Riccardo Torrescura – La Verità

Giusto per non annegare nel mare di retorica che da ogni parte ci viene riversato addosso in occasione dei 60 anni dei Trattati di Roma, forse è il caso di dare un piccolo sguardo ai numeri. A sentire quel che ci viene ripetuto in queste ore, sembrerebbe quasi che senza l’Ue il nostro Paese sarebbe sull’orlo del disastro, vivrebbe in un’era post apocalittica popolata di mostri e fustigata da miseria e povertà. Ci viene detto che i nostri attuali guai non dipendono affatto da Bruxelles e dagli euroburocrati, ma sono solo colpa nostra, frutto degli errori di noi italiani spendaccioni. Lo ha detto chiaramente il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem. Questo signore, reduce da una terrificante sconfitta elettorale in patria, si è inchiodato al suo scranno europeo, e dalla batosta alle urne non ha cavato nemmeno un briciolo di umiltà. In una recente intervista ha dichiarato: «Durante la crisi dell’euro, i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi interessati dalla crisi. Come socialdemocratico, do grande importanza alla solidarietà. Ma ci sono anche dei doveri. Non puoi spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto».

Capito? Secondo lui gli Stati del sud Europa (tra cui ovviamente l’Italia) sono in crisi perché hanno speso soldi in vino e prostitute. Rispondere con una pernacchia sarebbe senz’altro liberatorio e probabilmente anche giusto, ma forse è più utile prendersi la briga di spiegare perché Dijsselbloem ha etto una menzogna. A questo proposito, è utilissimo il paper realizzato dal Centro studi ImpresaLavoro presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni. I cui ricercatori sono andati a vedere quanto ci costa rimanere nell’Ue. I risultati sono molto interessanti, perché emerge che non siamo affatto un Paese di profittatori che campano sulle spalle degli Stati del Nord.

«Negli ultimi sette anni, infatti, abbiamo versato nelle casse di Bruxelles 111 miliardi di euro, ricevendone indietro circa 73, spiega la ricerca di ImpresaLavoro. «Siamo quindi contributori netti dell’Unione per ben 38,6 miliardi di euro in sette anni. Circa 5,5 miliardi di euro all’anno: questo è quanto paghiamo per rimanere nell’Unione se ci fermiamo ai soli saldi finanziari tra quanto diamo e quanto riceviamo». In sostanza, versiamo più soldi a Bruxelles di quanti ne riceviamo indietro. Più di noi pagano soltanto Germania e Francia (che dall’Ue hanno ottenuto ben altri vantaggi). I Paesi Bassi dell’amico Dijsselbloem, invece, vengono dopo di noi nella classifica dei pagatori. «L’Italia non è l’unico contributore netto dell’Unione, ma rimane comunque il quarto Paese per contríbuzione netta in valore assoluto», spiegano i ricercatori di ImpresaLavoro. «Siamo in compagnia di grandi economie continentali come Germania, Regno Unito e Francia. Sono, invece, percettori netti, cioè ricevono da Bruxelles più di quanto versano, tutti i Paesi entrati nell’Unione in seguito all’allargamento ad est e alcuni membri storici come la Spagna (14 miliardi in sette anni), il Portogallo (20 miliardi), la Grecia (30 miliardi)».

Ma dalla ricerca emerge anche un altro dato interessante. Anzi, allarmante. In futuro, la permanenza nell’Ue potrebbe venirci a costare anche più di adesso. «Sui conti pesa anche l’incognita della Brexit: il Regno Unito, infatti, è stato contribuente netto dell’Unione per ben 54 miliardi di euro negli ultimi sette anni. Una cifra che rischia ora di essere ripartita tra gli altri contributori netti, Italia compresa, allargando ancora di più il divario tra quanto versiamo a Bruxelles e quanto riceviamo dall’Europa», dicono i ricercatori. «L’andamento della nostra economia negli anni dell’euro», nota Massimo Blasoni, «è stato sempre peggiore della media dei nostri partner continentali, eppure il nostro Paese non si è sottratto ai suoi compiti. Ha versato nelle casse dell’Unione più di quanto ha ricevuto in cambio, ha partecipato a strumenti di stabilità finanziaria di cui non ha mai usufruito, ha pagato con l’instabilità politica interna e un’endemica debolezza economica la sua partecipazione a mercato e moneta unica». È verissimo. In pratica, continuiamo a pagare per essere vessati. Buon anniversario, Europa.

Perché con il ddl Concorrenza le bollette di energia elettrica saranno ancora più care

Perché con il ddl Concorrenza le bollette di energia elettrica saranno ancora più care

di Vittorio Pezzuto – Affaritaliani.it

Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1 luglio 2007 ma, per un paradosso tutto italiano, le bollette non sono calate. Negli ultimi cinque anni le famiglie italiane hanno infatti visto crescere del 24,22% i costi (tasse incluse) per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici: si è passati da 0,1943 euro per kWh del 2010 a 0,2413 euro per kWh del 2016.

Stimando per il 2016 un consumo medio annuo per famiglia di 2.579 kWh (fonte: osservatorio facile.it) si ottiene un costo a carico di ogni famiglia per la sola bolletta elettrica di 622 euro su base annua. A livello europeo solo in Danimarca, Belgio e Germania l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se la stessa famiglia, infatti, si trovasse a vivere in Francia risparmierebbe 187,75 euro su base annua; 119,15 euro se vivesse nel Regno Unito e 58,80 euro se vivesse in Spagna. In Germania, invece, il conto sarebbe più elevato: +143,39 euro.

Al momento nel nostro sistema vige un doppio regime: quello di maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e quello del mercato libero (per chi nel frattempo si è rivolto ad altri fornitori). Sarebbe logico attendersi che quest’ultimo assicuri prezzi più vantaggiosi ai clienti. Accade invece il contrario e per rendersene conto è sufficiente leggere il Rapporto 42/2015 dell’Autorità per l’Energia, il Gas e il Sistema idrico, laddove (a pag. 5) afferma che «vi sono evidenze che in media i clienti domestici che si approviggionano sul libero mercato pagano un prezzo di fornitura maggiore di quello che pagherebbero nell’ambito del servizio di maggior tutela. Nel 2013 i prezzi medi rilevati nel mercato libero – con riferimento alla sola quota relativa ai costi di approvvigionamento, vendita e margine di commercializzazione – risultano superiori a quelli del servizio di maggior tutela di un intervallo compreso tra il 15% e il 20%.»

Una situazione anomala che si vorrebbe adesso superare con l’approvazione del ddl Concorrenza, più volte rinviata e la cui discussione verrà calendarizzata al Senato nelle prossime settimane. Nella parte dedicata alla liberalizzazione del mercato elettrico, è stato infatti inserito il termine del 1 luglio 2018 per la fine del regime della maggior tutela e il passaggio obbligatorio al mercato libero. Tutto bene? No. Purtroppo in commissione Industria al Senato il 10 febbraio 2016 è stato approvato, di notte e per iniziativa della maggioranza, un emendamento all’art. 29 che mette in serio pericolo la centralità del consumatore. Prevede infatti che l’Autorità per l’energia elettrica adotti disposizioni per assicurare il servizio di salvaguardia ai clienti finali domestici e alle imprese connesse in bassa tensione (con meno di cinquanta dipendenti e un fatturato annuo non superiore a 10 milioni di euro) senza fornitore di energia elettrica o che non abbiano scelto il proprio fornitore, «attraverso procedure concorsuali per aree territoriali e a condizioni che incentivino il passaggio al mercato libero».

In soldoni significa che con il nuovo regime i cittadini non potranno confermare il contratto col proprio fornitore (a quest’ultimo sarà probabilmente vietato l’invio di una comunicazione del tipo: «Caro cliente, se vuoi puoi restare con noi e a queste condizioni»). Niente da fare, dovranno obbligatoriamente rivolgersi al mercato libero, scegliendo tra le varie offerte telefoniche o consultabili sulla Rete per poi sottoscrivere il nuovo contratto. Se non lo faranno entro il 1 luglio 2018, la loro utenza verrà assegnata a un altro fornitore attraverso un meccanismo, quello dell’asta sul prezzo, le cui modalità al momento non sono state ancora definite. In teoria dovrebbe essere bandita dal Ministero dello Sviluppo sulla base di regole definite dall’Autorità per l’Energia oppure da Acquirente Unico spa, il soggetto istituzionale controllato dal Ministero dell’Economia che ha il compito di approvvigionarsi di energia elettrica per i clienti che sono in regime di maggior tutela. È però ipotizzabile che ad aggiudicarsi i singoli lotti (di dimensioni medie, al massimo qualche milione di utenze, al fine di permettere la partecipazione sul territorio di operatori diversi dall’Enel) sarà il fornitore che di volta in volta offrirà il prezzo più basso. Il problema è che poi quest’ultimo dovrà probabilmente ribaltare al consumatore un prezzo finale superiore a quello attualmente praticato in regime di maggior tutela, e questo proprio per ottemperare alla regola dell’incentivazione al passaggio al mercato libero. Un meccanismo astruso. In realtà quanti clienti (soprattutto anziani) – magari perché distratti o poco informati o non collegati a Internet – a quel punto si daranno da fare per sganciarsi subito dal nuovo fornitore e reperire un’offerta migliore, a prezzi più vantaggiosi? Una piccola minoranza.

Occorre rimediare finché c’è tempo. La misura inserita nel ddl Concorrenza che sarà discusso in Parlamento non esiste in nessun altro Paese europeo, è assai poco liberale e per nulla in linea con i principi della libera concorrenza. La strada da intraprendere è semplice e va nella direzione opposta: abolire il meccanismo dell’asta, informare il consumatore della possibilità di scelta del fornitore e, nel caso rimanga silente, prevedere la formula del silenzio assenso, cioè la conferma del fornitore in essere (lasciando ovviamente la possibilità di modificare in ogni momento la propria scelta). Solo in questo modo si potranno finalmente creare le condizioni di mercato per una sana e libera concorrenza tra operatori e quindi un conseguente abbattimento del costo delle bollette.

Il caso Grecia

Il caso Grecia

Un ritorno frequente, sulla stampa italiana, è che ove fossimo costretti a chiedere all’Unione Europea e al Fondo Monetario Internazionale di venire in nostro soccorso, le condizioni sarebbero così drastiche che «finiremmo come la Grecia». Della Repubblica ellenica non si parla da tempo sui media italiani. Abbiamo però ancora in mente le immagini e i resoconti strappalacrime di due anni or sono di un Paese drammaticamente impoverito.

Pablo Triana giovane docente all’ESADE, la Business School di Barcellona (una delle migliori del continente), si è preso la briga di fare i conti con attenzione e di scrivere due paper ancora non pubblicati. Il primo è intitolato Eurozone Bailouts: Greece’s Least Austere Period in Modern Times (Salvataggi Europei: il meno austero periodo della Grecia in tempi moderni), il secondo The AAA-zation of Greece Debt (Come il debito greco diventa tripla A).

Nel primo lavoro, utilizzando statistiche ufficiali greche dal 1980 al 2015, Triana mostra che la spesa e il disavanzo pubblico non sono diminuiti nel periodo del “salvataggio” rispetto ad altri periodi della Grecia moderna, successivamente al governo della giunta militare. In effetti sono aumentati in misura significativi in rapporto al Pil con l’unica eccezione del 2009, anno in cui raggiunsero un picco tale da innescare il processo che portò al primo salvataggio. L’austerità immediatamente dopo il 2009, in effetti, salvò il Paese dal tracollò finanziario e provocò, per un breve periodo, una drastica contrazione della spesa con implicazioni molto forti sul settore bancario che era alimentato, indirettamente e direttamente, dall’intervento pubblico.

I “salvataggi” , in effetti, prevennero e non causarono una politica di austerità “brutale”. Le casse dello Stato erano vuote, il mal gestito sistema bancario era al collasso e nessuno era disposto a fare credito alla Grecia. Milioni di greci continuarono a ricevere i loro stipendi e le loro pensioni, ebbero i loro risparmi protetti grazie a garanzie pubbliche (anche internazionali) e il Paese continuò a vivere al di sopra dei suoi mezzi anche in modo esagerato. I 260 miliardi di euro prestati sino a ora (a condizioni molto favorevoli) sono serviti a pagare disavanzi di finanza pubblica per circa 106 miliardi di euro. I dati mostrano che il periodo 2010 al 2015 è stato caratterizzato da una spesa pubblica molto elevata. Mai la Grecia ha avuto sei anni così poco “austeri”.

Coloro che accusano UE e FMI di infliggere pene insopportabili sbagliano di grosso. Lo dimostrano indirettamente i dati sulla finanza internazionale della Repubblica ellenica: nel 2015 in Grecia il rapporto tra pagamenti per interessi e debito pubblico lordo era dell’1,94%, il più basso della media di un gruppo di undici Paesi il cui debito sovrano è soggetto a rating. Ad esempio, la Germania, spesso accusata di essere particolarmente severa con la Grecia, aveva un rapporto del 2,19%.