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L’arte sbagliata del fiscal compact

L’arte sbagliata del fiscal compact

Leonardo Becchetti – Il Fatto Quotidiano

Per qualche sfortunata congiunzione astrale ci è toccato di nascere nel regno del Fiscal Compact, nel cono d’ombra ideologico del rigorismo e del sadomonetarismo. In altre aree del pianeta la risposta alla crisi finanziaria globale è stata molto più appropriata. Se non ci mobiliteremo firmando il referendum per l’abolizione del pareggio di bilancio (referendumstopausterita.it) non usciremo mai dall’incantesimo di una regola dissennata che si propone di ridurre di un ventesimo il rapporto debito/Pil che eccede il 60 per cento e sulla quale ci siamo autoimposti l’ulteriore cilicio del pareggio di bilancio in costituzione. Violando un principio fondamentale per il quale la costituzione deve occuparsi dei fini e mai dei mezzi per raggiungerli. Come se, invece di mettere nella propria “carta costituzionale” l’aspirazione alla vittoria, una squadra di calcio scrivesse che bisogna sempre giocare con il modulo del 4-4-2.

In altre parti del mondo è diverso e tutti capiscono la regola elementare per la quale la sostenibilità del rapporto debito/Pil si realizza stimolando la ripresa del denominatore con poli- tiche fiscali e monetarie espansive e non cercando di comprimere il numeratore con misure che deprimono più che proporzionalmente quello che sta sotto (il Pil) peggiorando il rapporto. Negli Stati Uniti la risposta è stata una banca centrale che ha messo al centro la riduzione della disoccupazione e in 76 mesi l’ha riportata ai livelli pre-crisi mentre nella Unione europea è ancora oggi del 4 per cento superiore. Fiscal compact? Pareggio di bilancio? Tutto il contrario. Politiche fiscali rooseveltiane che hanno rilanciato gli investimenti pubblici e privati e la domanda interna assieme all’espansione monetaria. Per non parlare della risposta giapponese e del Regno Unito, altri due paesi che hanno fatto scelte simili e se ne infischiano della regola del 3 per cento, figuriamoci del pareggio di bilancio. Il regno del Fiscal Compact e un po’ come gli Stati Uniti dopo la crisi del ’29 se Roosevelt e le sue politiche keynesiane non fossero mai arrivate.

Posto che la prima preoccupazione dei rigoristi dominati dalla lobby dei creditori è quella della sostenibilità del debito, il rigore di bilancio è almeno riuscito a migliorare la situazione dei debiti pubblici? Niente affatto, perché le ricette rigoriste hanno prostrato i Paesi che le hanno praticate. La Grecia in primis in deflazione e con un rapporto debito/Pil oltre il 177 per cento anche con un tasso d`interesse sul debito calmierato al 3 per cento non ce la farà mai a ridurre di un ventesimo il proprio debito oltre il 60 per cento (dovrebbe crescere oltre il 5-6 per cento all’anno). E ha pagato il rigore con il crollo di un quarto del Pil e due ristrutturazioni del debito. Il Portogallo si trova in analoghe condizioni di difficoltà. Ha un avanzo primario dello 0,4 per cento, un tasso d’inflazione leggermente negativo, una crescita prevista dell’1,2 per cento e un rapporto debito/Pil al 129 per cento. In queste condizioni il rapporto debito/Pil non si riduce ma cresce, per ridursi come previsto dal Fiscal Compact la crescita dovrebbe viaggiare al 5 per cento. E l’Italia? A bocce ferme (crescita e inflazione zero o debolmente negative, costo del debito sopra il 3 per cento e avanzo primario attorno al 2) il nostro rapporto debito/Pil cresce del 2-3 per cento all’anno. Uno scenario ben di- verso da quello delle nostre previsioni alla “Lucio Dalla” nelle quali l’anno che verrà è sempre quello dell’inversione di tendenza.

La battaglia referendaria è importante perché può aiutare i passeggeri della nave Italia a concentrarsi sul problema dell’iceberg e non sulla musica dell’orchestrina. Possiamo parlare di mercato del lavoro, riforma degli ammortizzatori sociali, riduzione delle tasse su cittadini e imprese, investimenti sulla banda larga, riforma della scuola ma le risorse per tutto questo non ci sono se restiamo sotto l’incantesimo del pareggio di bilancio. Nell’eurozona dove la Germania da anni sfora i limiti del surplus senza alcun intervento correttivo, la Francia si “prende” la flessibilità sul deficit, la Bce viene meno al suo impegno statutario di combattere la deflazione che peggiora i debiti pubblici portando la crescita dei prezzi vicina al livello del 2 per cento, è arrivato il momento di non essere gli unici a rispettare regole che nessuno rispetta per sedersi al tavolo e ridiscutere tutto. O l’eurozona diventa un sistema di obblighi simmetrici, di politiche fiscali e monetarie europee coraggiose in grado di sfruttare la leva e il peso specifico sovranazionale, o la rotta di collisione sulla quale ci troviamo, che ha prodotto il “miracolo” di rinfocolare rancori e nazionalismi, ci porterà presto alla rottura con conseguenze difficilmente calcolabili.

Il referendum è pertanto il primo passo necessario per superare la rimozione e discutere del vero problema che abbiamo di fronte, democraticamente e alla luce del sole. Perché la storia recente e le “cronache del Regno del Fiscal Compact” ci hanno ampiamente dimostrato che non è il caso di fidarsi e di affidarsi in toto all’intellighentia dei suoi funzionari e delle sue élite.

Azzardo, la “logica” dei monopoli

Azzardo, la “logica” dei monopoli

Leonardo Becchetti – Avvenire

Qualcuno ha considerato per un bel po’ noi italiani la “tribù con l’anello al naso”, l’unica tra tutti i Paesi del mondo destinata a beccarsi senza reagire, cioè senza alzare argini, slot machine in (quasi) tutti i bar del proprio territorio nazionale. Sappiamo poi come è andata. Diverse realtà sociali (tra cui il movimento SlotMob sostenuto dalla campagna d’informazione di “Avvenire”) hanno reagito contro l’imbarbarimento e il crescere del distruttivo fenomeno della ludopatia, ovvero del gioco d’azzardo compulsivo. E hanno spinto la classe politica del Paese a cercare un equilibrio diverso che superi errori e contraddizioni evidenti. Come quella di un vizio – il fumo – per il quale facciamo fuoco e fiamme mettendo messaggi di morte sui pacchetti di sigarette per spaventare gli acquirenti, mentre un altro vizio – il gioco d’azzardo – invece lo pubblicizziamo ingannevolmente a ogni piè sospinto, e persino come panacea per ogni problema economico-esistenziale, attraverso tutti gli schermi (tv pubblica in primis) e con pubblicità su magliette di squadre di calcio e pompe di benzina. La proposta di legge che è stata finalmente articolata si fonda su tre punti essenziali: divieto di pubblicità, distanza minima da luoghi sensibili (scuole, oratori…) degli apparecchi e introduzione di sistemi per rendere obbligatoria l’identificazione dei giocatori (tessera sanitaria) anche per evitare il rischio riciclaggio.

Un’iniziativa di buon senso, che dopo lo stralcio di misure analoghe da provvedimenti precedenti anche il governo – l’allora sottosegretario Legnini lo ha dichiarato proprio a questo giornale – si è impegnato a realizzare entro la fine del 2014. Limiti giusti, ma davanti ai quali gli stregoni della “tribù con l’anello al naso” agitano oggi lo spauracchio del «danno erariale» e del «danno irreparabile al Pil» e alle entrate fiscali paventando 9-13 miliardi di perdita per le casse dello Stato. «Da far tremare i polsi», fa eco qualche solerte cronista che ha ripreso altrettanto preoccupato la nota dei Monopoli di Stato che formulava l’inquietante previsione. Quando i tacchini fanno l’analisi costi-benefici del “Giorno del ringraziamento”, o gli agnelli del pranzo pasquale, è legittimo il sospetto che le preoccupazioni siano lievemente esagerate. E la nota in questione non fa eccezione. Come è possibile preventivare un «danno» così elevato quando l’azzardo tramite slot machine (AVT e WLP) ha portato nel 2013 – come ci ricorda la stessa Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – a entrate fiscali per circa 4,3 miliardi?

Approfondendo la nota, il mistero si fa più fitto quando leggiamo le prime cifre. L’agenzia è molto preoccupata per la «riduzione» di entrate da azzardo che quantifica per l’anno in corso nella (molto minore) cifra di 200 milioni che addebita a tre principali fattori: la recessione, l’aumento del prelievo sui giochi (mirabile esempio di “curva di Laffer”, cioè di minore gettito per una presunta spinta a evadere) e l’entrata in vigore delle prime disposizioni regionali sulla distanza minima delle slot dai luoghi sensibili (Trentino Alto Adige, Veneto, Liguria, Lombardia, Puglia). Dovendo dividere l’effetto in tre parti (non sappiamo in mancanza di analisi ad hoc se eguali o no), fate voi il conto dei terribili effetti sulle casse pubbliche di quanto deciso sinora in materia di contrasto alla famigerata ludopatia. Spulciando la nota arriviamo finalmente al dunque e scopriamo cosa partorisce la terribile previsione e come può il topolino (la perdita di 200 milioni diviso tre) partorire la montagna (la perdita attesa di 9-13 miliardi). La fosca previsione dell’Agenzia è che gli operatori del settore impiegheranno tre anni a sostituire le macchine attuali con quelle dove è necessario dare i dettagli della propria tessera sanitaria per giocare. E che in questi tre anni tutto si fermi. 4 per 3 fa 12 e il gioco è fatto.

Che nell’economia del terzo millennio esista un settore produttivo (!) che impiega tre anni per introdurre una piccola modifica negli apparecchi è veramente poco credibile (senza contare l’effetto keynesiano della rottamazione delle vecchie macchine e della sostituzione con le nuove). Per disinnescare la fosca profezia basterebbe introdurre una norma transitoria che consente nell’intervallo che precede l’introduzione delle nuove macchine (6 mesi? un anno?) di continuare a utilizzare le vecchie e il gioco (d’azzardo) è fatto. E pure i danni che produce (esistenziali, sociali ed economici) sono purtroppo garantiti. Anche se questi ultimi l’Agenzia ministeriale si guarda bene dal sottolinearli e, anzi, tende – più ancora che a sminuirli – a ignorarli completamente.

Si perfeziona, così, il giochino di sottometterci a un Pil che ha uno sguardo strabico sulla felicità dei cittadini ed è sempre più taroccato da “beni” che a essa non contribuiscono. Un giochino molto pericoloso… Se il metro fosse davvero questo, dovremmo fare molta attenzione. Battersi per ridurre la dipendenza da gioco d’azzardo e droghe e per impedire contrabbando e la tratta delle donne destinate alla prostituzione non sarebbe da considerare un impegno teso a migliorare la qualità delle relazioni interpersonali (e anche tra gli Stati) nonché a produrre una riduzione delle spese di difesa e sicurezza, ma una minaccia. Se tutte queste “cattive notizie” – meno azzardo, meno droghe, meno traffici di merci illegali e di persone – accadessero insieme, secondo la “logica” dei Monopoli, saremmo veramente rovinati. Chi risarcirebbe il danno erariale?

Pressione fiscale da Guinness, e con la crisi sale ancora

Pressione fiscale da Guinness, e con la crisi sale ancora

Sergio Patti – La Notizia

La crisi vale per tutto, ma non per il fisco. Tutto cala – spese, consumi, risparmi – ma la pressione tributaria no. Anzi, l’Italia ha uno dei sistemi fiscali più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema fiscale è amministrativamente oneroso. Un quadro che durante la crisi è ulteriormente peggiorato per via dell’aumento della pressione fiscale reso necessario dall’impossibilità politica di tagliare la spesa pubblica. Lo evidenzia una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro che analizza la struttura delle entrate fiscali nel nostro Paese, la loro evoluzione nel tempo e le loro caratteristiche rispetto ai maggiori paesi europei: Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna.

Considerando la pressione fiscale al 1990 al 2012, si osserva come negli ultimi anni l’Italia – assieme alla Francia – abbia visto un forte aumento delle entrate fiscali, di quattro punti di Pil, nonostante la gravissima crisi economica. Buona parte dell’aumento risale agli anni immediatamente precedenti la crisi, per controllare il debito pubblico la cui virtuosa riduzione si era arrestata negli anni precedenti, ma le entrate fiscali hanno continuato ad aumentare. La classe dirigente italiana ha cioè preferito preservare l’ingente spesa pubblica anche a costo di danneggiare ulteriormente l’economia reale, contribuendo ad aggravarne la crisi. È da considerare che l’Italia è caratterizzata da un maggior peso dell’economia sommersa rispetto agli altri paesi europei considerati, e quindi a parità di pressione fiscale sul Pil complessivo (che include anche una stima del sommerso), la pressione fiscale effettiva è ancora maggiore che negli altri paesi.

La ricerca, elaborata dal fellow dell’Istituto Bruno Leoni Pietro Monsurrò, si sofferma inoltre sui costi indiretti del sistema fiscale, ad esempio i tempi e le procedure necessari ai contribuenti per pagare le tasse. «Il carico e la struttura del sistema fiscale contribuiscono alla stagnazione del Paese riducendone la competitività e riducendo gli incentivi a produrre, lavorare e risparmiare» ha commentato Massimo Blasoni, presidente del Centri Studi ImpresaLavoro.

Paradosso di un totem: così Pd e sindacati aggirano l’articolo 18

Paradosso di un totem: così Pd e sindacati aggirano l’articolo 18

Paolo Bracalini – Il Giornale

Col taglio dei rimborsi elettorali si taglia anche il personale in eccesso nei partiti politici. I quali hanno un vantaggio mica da poco rispetto alle aziende: possono licenziare da un giorno all’altro senza rischiare cause di reintegro davanti ad un giudice, perché il reintegro non c’è. Per i partiti l’articolo 18 non vale, ti mandano a casa e tanti saluti. E succede anche nel Pd, proprio quello della vecchia ditta che fa la guerra a Renzi per aver attentato al dogma dell’articolo 18. Così, se scaduti i due anni di cassa integrazione in cui sono stati messi nove dipendenti del Pd in Sicilia (guidato dal già bersaniano e «giovane turco» Fausto Raciti) non ci saranno più i soldi per riassumerli, scatterà il licenziamento e amen. Alcuni di loro hanno già chiesto, in via informale, tramite lettere, di essere ripresi dal Pd regionale, ma finché gli eletti – consiglieri regionali e parlamentari Pd siculi – non si decideranno a versare tutti la loro quota, e il buco nelle casse non sarà coperto, resteranno a casa. Ma qui nessun giudice può ordinare nessun reintegro, perché c’è una legge che lo dice, la 108 del 1990: l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori «non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto».

Ne sa qualcosa il signor Carmine De Guido, funzionario assunto a tempo indeterminato prima dal Pds, poi dai Ds, quindi in forze al Pd a Taranto, e licenziato telefonicamente, nel 2012, con una comunicazione del tesoriere Ugo Sposetti, senatore non renziano del Pd. De Guido è un dipendente dei Ds, non del Pd, anche se lavora per il Pd, e i Ds non possono pagare lo stipendio a un dipendente del Pd, formalmente un partito diverso. E quindi arrivederci. Da quel giorno De Guido cerca rassicurazioni dai vertici Pd, chiama Fassina, scrive lettere a D’Alema, a Bersani. Gli arrivano conferme che tutto sarà risolto, di continuare a lavorare per il Pd, mentre i suoi stipendi non arrivano, per sei mesi. Finché il dipendente fantasma – nel senso che c’è ma non viene pagato ed è formalmente licenziato – fa causa al giudice del lavoro, per il reintegro. Non però facendo leva sull’articolo 18, che per il Pd non vale, ma sulla modalità del licenziamento, solo verbale. Il Tribunale gli dà ragione ma il partito no, e il reintegro non avviene. Anzi, impugna la sentenza. Per fortuna del Pd che lo Statuto non si applica come nelle aziende, sennò dovevano riprenderselo o indennizzarlo. Il tutto esploso durante la segreteria di Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil, che invece si era indignato per gli operai non reintegrati dalla Fiat a Melfi («Marchionne non può fare così. Non si gioca con la vita delle persone»).

In effetti non è solo il Pd a poter beneficiare di una zona franca per il licenziamento. Anche la Cgil della Camusso ha lo stesso privilegio. Renzi lo ha ricordato: «Il sindacato è l’unica impresa sopra i 15 dipendenti e non lo applica» (in realtà anche i partiti). E infatti licenzia, tanto che è nato un sito, «licenziatidallacgil.blogspot.it», fondato dal gruppo «Comitato dei Lavoratori Licenziati dalla Cgil». Molti si presentano con nome e cognome e licenziamento: Alma Bianco, licenziata dalla Cgil di Messina, Ivana Gazzino, licenziata dalla Cgil di Udine, Luca Paoli licenziato dalla Cgil di Firenze, Franca Imbrogno, licenziata dalla Cgil di Milano, Roberto Lisi, licenziato dalla Cgil Lazio, e tanti altri. Basta farsi un giro su quel sito per trovare decine di storie, documentate, che raccontano la faccia meno nota del sindacato, quello che impiega la gente in nero, che viene condannato per mobbing o licenzia. Tanto l’articolo 18 lì non vale. Scrive il Comitato: «Com’è possibile che dentro un sindacato accadano queste cose? Semplice: ai sindacati non si applica lo Statuto dei lavoratori. Il famoso articolo 18 considera nullo il licenziamento quando avviene senza giusta causa o giustificato motivo. La mancata attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, che prescrive una legge che disciplini l’attività sindacale, ha permesso alle organizzazioni dei lavoratori di operare in deroga». Tradotto: di licenziare senza paura del reintegro.

La vera rivoluzione delle riforme

La vera rivoluzione delle riforme

Mario Deaglio – La Stampa

«Siete bravi e simpatici ma dovete fare le riforme». «Mi raccomando, fate le riforme». «Va tutto bene, ma avanti con le riforme». Banchieri centrali, esponenti economici europei, responsabili di centri di ricerca internazionali da tre anni ripe- tono come un «mantra» tibetano lo stesso ritornello. A questo coro sempre più nutrito si è aggiunto ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con due specificazioni importanti: le riforme devono essere «strutturali» e devono riguardare non solo l’Italia ma l’intera Europa. Che cosa sono, allora, queste «riforme» che l’Italia e il resto d’Europa dovrebbero fare?

L’espressione «fare le riforme» è una foglia di fico per nascondere qualcosa di apparentemente scandaloso e politicamente scomodissimo: un ridisegno della società attraverso una diversa distribuzione dei redditi e un ridisegno dell’economia attraverso una rapida variazione dell’importanza dei diversi settori produttivi e dell’occupazione a essi collegata. Si tratta, in sostanza, di incidere profondamente sia sulla domanda sia sull’offerta dei beni che si producono e si vendono.

Negli ultimi vent’anni, la distribuzione dei redditi si è ovunque spostata a sfavore del lavoro e a vantaggio di chi riceve redditi non di lavoro. In Germania, gli anziani che vivono di rendite e di altre entrate fisse non sono mai stati così ricchi e così in buona salute, come titolava domenica il tedesco «Welt am Sonntag». Negli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale gli utili delle società non sono mai stati cosi alti. Quasi mai così in alto, negli ultimi decenni è stato l’indice di Gini, una sorta di «termometro della diseguaglianza dei redditi» che ha visto l’Italia diventare uno dei più Paesi avanzati con maggior diseguaglianza dei redditi, di poco inferiore a quella degli Stati Uniti. Mentre però negli Stati Uniti la società è diseguale ma anche relativamente mobile e chi è povero può ragionevolmente pensare di migliorare sensibilmente la propria posizione economica, in Italia diventano sempre più rigide le barriere che rendono difficile questo miglioramento, come mostrano le norme per l’ingresso alle varie «libere» professioni. «Fare le riforme» significa quindi ridistribuire questi redditi. Le vie sono molteplici e tocca ai politici – e agli italiani che li eleggono – dire chiaramente quale e quanta ridistribuzione intendono accettare.

«Fare le riforme» implica, però non tanto – o non solo – la riduzione del carico fiscale, come spesso chiedono gli imprenditori ma anche la riduzione dei «costi esterni»: occorre ripensare radicalmente la burocrazia, organizzandola sulla base dei modelli, più semplici e più efficaci, di Paesi come la Germania o la Gran Bretagna, e ridurre cosi i tempi delle decisioni pubbliche, essenziali nel modo di produzione postindustriale. Per far questo non basta, o non serve, «tagliare» lasciando invariata la struttura, come hanno fatto, in vario modo, i governi degli ultimi dieci anni. È necessario ridurre i livelli decisionali e, per conseguenza, imboccare una strada scomodissima che implica una riduzione sensibile nel numero dei pubblici dipendenti. A tale riduzione fa da contrappunto la riduzione delle occasioni di lavoro di numerose categorie professionali che, volenti o nolenti, vivono sulla complicazione delle procedure pubbliche. Un esempio fra i tanti: l’invio a domicilio, già dal 2015, della dichiarazione precompilata dei redditi toglierà lavoro ai Caaf e ai commercialisti. L'(eventuale) semplificazione della giustizia e l’accorciamento dei tempi potrebbe significare meno lavoro per le professioni legali. E l’elenco, naturalmente, potrebbe continuare.

Dietro il generico «fare le riforme» si nasconde quindi una trasformazione rapida e non indolore della società. Alcuni Paesi – Portogallo, Grecia, Irlanda – non se la sono sentita di fare tutto da soli, pur avendo i loro governi maggioranze più solide dell’attuale governo italiano e hanno conferito alla cosiddetta «troika», composta di rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale, della Bce, della Commissione di Bruxelles, una sorta di giudizio di ultima istanza sulla adeguatezza e la sufficienza quantitativa delle manovre di risanamento. Hanno passato un paio d’anni d’inferno e sembrano oggi in via di guarigione. L’Italia non è nella loro condizione, ma, se vorrà conservare un ruolo rilevante nell’economia, nella politica, nella società globale, non potrà semplicemente evitare il problema. Che è già, tra l’altro, in maniera inconfessata, al centro del dibattito politico italiano.

Naturalmente il Paese potrebbe anche decidere di non far nulla. È già successo in un passato lontano: nel Cinquecento, il reddito per abitante degli italiani – stimato circa 1000 dollari dall’economista britannico Angus Maddison – era il più alto d’Europa. Tre secoli più tardi, era pressoché invariato ma largamente superato da Gran Bretagna, Francia e Germania: l’Italia era diventata una sorta di museo a cielo aperto che attirava turisti mentre i giovani bravi – architetti, artisti, scienziati – andavano a cercar lavoro all’estero. C’è qualcosa che suona famigliare in questo riferimento al passato? È perfettamente legittimo aspirare a ridiventare un museo. Sarebbe invece improprio, mentre si ridiventa un museo, credersi ancora un Paese all’avanguardia e rivendicare primati che non esistono più.

Le tutele non sono questione ideologica

Le tutele non sono questione ideologica

Vittorio Daniele – Il Garantista

I dibattiti sulle riforme raramente sfuggono alla retorica. Albert Hirschman, grande economista, scriveva che le retoriche dei conservatori si riconducono a tre tesi fondamentali. La prima tesi, della «futilità», argomenta che le riforme sono, semplicemente, inutili. La seconda, della «perversità», sostiene che i cambiamenti tendono a produrre effetti opposti a quelli desiderati. La terza tesi, della «messa a repentaglio», argomenta che le riforme comportano costi elevati e riducono le conquiste ottenute in passato. La retorica semplicistica, perentoria e intransigente non è, però, campo esclusivo dei «reazionari». Sotto questo profilo – scriveva Hirschman – le controparti «progressiste» non sono da meno. Nella versione progressista, le tre tesi reazionarie si ribaltano in tre opposte retoriche: del «progresso», della «sinergia» e del «pericolo incombente».

Nella retorica progressista, la ragione delle riforme è insita nel corso degli eventi: «abbiamo la storia dalla nostra parte!», sostiene il progressista. Le nuove riforme, aggiunge, migliorano quelle precedenti. In ogni caso, le riforme sono indispensabili e vanno realizzate in fretta; se non le si attua, si avranno gravi conseguenze: «il pericolo incombe». Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro non sfugge alle retoriche dell’intransigenza. Non è agevole, però, separare il campo dei conservatori da quello dei progressisti. Una ricorrente retorica sostiene che il dibattito sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è meramente ideologico. Secondo questa tesi, che echeggia quella del «progresso»›, l’art. 18 è un inutile orpello, retaggio di un mondo ormai passato.

L’economia italiana, si dice, è fatta di piccole o piccolissime imprese, per cui le garanzie dell’art. 18 interessano una quota assolutamente marginale di lavoratori. Esso ha, dunque, scarsa rilevanza pratica, ma la sua cancellazione un alto valore simbolico. Stanno davvero così le cose? Davvero le tutele dell’art. 18 riguardano un esiguo gruppo di ipergarantiti? I dati dell’ultimo censimento mostrano una realtà diversa. Effettivamente, la stragrande maggioranza (il 93 per cento) delle imprese italiane con dipendenti ha meno di 15 addetti. Ma le proporzioni si modificano, e di molto, quando si guarda all’occupazione. In Italia, il numero di dipendenti delle imprese e di 11.304.000. L’11 per cento circa ha un contratto a tempo determinato mentre il restante 89 per cento a tempo indeterminato. Le imprese con oltre 15 addetti occupano il 57,6 dei dipendenti, cioè circa 6.500.000 persone. Nonostante la definizione statistica di impresa sia ampia (include, per esempio, anche le aziende speciali di comuni, province o regioni), il numero degli occupati in imprese con oltre 15 dipendenti è tutt’altro che esiguo.

Un’altra argomentazione, che richiama la tesi del «pericolo incombente»›, sostiene che un mercato del lavoro più flessibile è necessario per uscire dalla recessione, per sostenere la crescita e attrarre investimenti. Affermazioni scarsamente suffragate dai fatti. Decine di ricerche mostrano come, per i Paesi sviluppati, il grado di rigidità del mercato del lavoro non sia correlato con la crescita di lungo periodo, né tantomeno con la capacità di attrarre investimenti dall’estero. È largamente riconosciuto, invece, che le riforme dal lato dell’offerta – quelle «strutturali», come con pappagallesco ritornello si ripete – non hanno effetti espansivi di breve periodo sulla produzione. Si argomenta che l’aumento della disoccupazione, il calo della produttività o la perdita di competitività dell’Italia, richiedano riforme urgenti. Ma occupazione, produttività e costo del lavoro per unità di prodotto dipendono anche dalla produzione che, a sua volta, dipende dalla domanda. Nel 2007, prima della Grande recessione, il tasso di disoccupazione in Italia era del 6%. Dopo il crollo della produzione, è passato all’attuale 12%. Per tutta risposta, si invocano riforme strutturali.

Quando, nel 2003 si riformò il mercato del lavoro si disse che le nuove norme avrebbero introdotto quella flessibilità che mancava. Si sostenne che il job-sharing. i co.co.pro o il lavoro a chiamata, e le altre formule della parcellizzazione del lavoro, avrebbero rivitalizzato la sclerotizzata economia italiana. Agli oppositori di allora si rispose con argomenti non dissimili dalle attuali retoriche progressiste. Molti di quelli che, in passato, predicarono l’urgenza delle riforme, constatano oggi che quelle stesse norme comportano enormi costi sociali, non favoriscono l’occupazione né, tantomeno, la crescita. Come tutte le riforme, anche quella del mercato del lavoro può, naturalmente, essere utile, magari per ridurre l’incertezza ansiogena della precarietà occupazionale. Un’opposizione di principio non ha molto senso. Ma intransigenti retoriche, conservatrici o progressiste che siano, creano solo divisioni e, di certo, non aiutano a capire.

Una “spirale velenosa” s’aggira per l’Eurozona

Una “spirale velenosa” s’aggira per l’Eurozona

Alessandro Merli – Il Sole 24 Ore

Sepolta sotto una montagna di debito che, invece di diminuire, aumenta, l’economia mondiale rischia una nuova crisi dopo quella gravissima della fine del decennio passato. C’è una «spirale velenosa» fra l’alto livello del debito pubblico e privato e la bassa crescita nominale, avverte l’ultimo Rapporto di Ginevra, pubblicato ieri dal Centro internazionale di studi bancari e monetari. Fra gli autori, Lucrezia Reichlin, della London Business School e già capo della ricerca della Banca centrale europea, e Luigi Buttiglione, ex Banca d’Italia ed economista di uno dei più grandi hedge fund macro, Brevan Howard. Il circolo vizioso fra alto debito e bassa crescita, spiega Buttiglione, è evidente nell’eurozona più che altrove e, all’interno dell’eurozona, nel caso dell’Italia.

Il Rapporto smentisce anzi tutto la convinzione che il mondo stia attraversando una fase di deleveraging dopo la crisi del 2008-2009: anzi, il debito pubblico e privato (con l’esclusione di quello del settore finanziario), che era attorno al 60% del prodotto interno lordo all’inizio del decennio passato, è balzato al 200% nel 2009, dopo lo scoppio della crisi, e ha toccato il 212% nel 2013. Con una differenza fondamentale, che prima della crisi l’accumulazione di debito è avvenuta soprattutto nei Paesi avanzati, dove si è ora stabilizzato più o meno ai livelli del 2009. Dopo la crisi, invece, si assiste a un balzo del debito soprattutto nei Paesi emergenti, in particolare in Cina, il punto più fragile assieme all’eurozona, dove le autorità dovranno scegliere fra un rallentamento della crescita per frenare l’aumento del debito totale (che si è impennato dal 140% del pil del 2001 al 240% attuale) o un pericoloso aumento continuo del debito per continuare ad alimentare la crescita su ritmi vicini a quelli degli anni scorsi. Il rischio di una prossima crisi è reale, secondo il Rapporto, ed è particolarmente vivo in quei Paesi che non hanno fatto i conti del tutto con quella precedente, come quelli della periferia dell’eurozona, fra cui l’Italia.

La risposta della politica economica è decisiva. Il Rapporto di Ginevra mette a confronto quella delle autorità di Stati Uniti e Gran Bretagna con quella europea. Nel primo caso, si è scelta la strada di una forte espansione del bilancio della banca centrale (soprattutto da parte della Federal Reserve) attraverso il quantitative easing. Al deleveraging del settore privato e in particolare del sistema finanziario, ha corrisposto un aumento dell’indebitamento pubblico. L’uscita è in corso adesso, con la cessazione del Qe, e dovrà avvenire in modo graduale per non produrre nuovi sconquassi, ma ha evitato, dopo la crisi, una ricaduta nella recessione e una paralisi del credito. Cosa che è avvenuta invece in Europa, dove un possibile Qe è ancora oggetto di discussione e di forte opposizione e i vincoli anche politici dell’unione monetaria, dove ogni intervento diventa anche un trasferimento da un Paese all’altro, hanno frenato la risposta nei tempi e nei modi, anche se è stato evitato il collasso, grazie all’azione della Banca centrale europea.

L’Europa ha puntato sulla riduzione prima del debito pubblico, attraverso l’austerità fiscale e non ha ricapitalizzato il settore bancario. A differenza che negli Stati Uniti, il debito totale dell’eurozona resta oggi una percentuale più alta del pil rispetto a prima della crisi, mentre la perdita di reddito è del 5% circa negli Stati Uniti e quasi il doppio per l’eurozona. La revisione ormai ultimata dei bilanci delle banche europee, bassi tassi d’interesse e il possibile varo del Qe (che il Rapporto suggerisce) possono essere d’aiuto, ma il «veleno» del mix di alto debito e bassa crescita nominale appare più pericoloso nell’eurozona che altrove.

Per i conti italiani la scommessa del Pil

Per i conti italiani la scommessa del Pil

Dino Pesole – Il Sole 24 Ore

Con una prospettiva di crescita per il 2015 che al momento non va oltre un modesto 0,5%, l’unica strada è provare a “forzare” sul “denominatore” e scommettere su un risultato che possa quanto meno avvicinarsi all’1 per cento. È lo schema implicito sul quale pare basarsi la legge di stabilità che il governo si appresta a definire, dopo aver approvato il nuovo quadro macroeconomico con la Nota di aggiornamento al «Def». Ed è al tempo stesso lo scarto che potrà separare il quadro “tendenziale” (a bocce ferme) da quello “programmatico” (con le azioni di politica economica incorporate). E quindi, da un lato la flessibilità che andrà concessa – vi ha fatto cenno ieri alla Camera il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan – per effetto della prolungata fase di contrazione dell’economia. Più tempo a disposizione, in poche parole, per rientrare nella «regola del debito». Dall’altro, quella che potremmo definire la «scommessa del Pil».

Certo, occorre superare le diffidenze che permangono, soprattutto a Berlino e nelle capitali dei paesi più rigoristi, sull’effettiva capacità del nostro paese di portare a termine le riforme già approvate e quelle in itinere, ma in presenza di una legge di stabilità con un profilo più ambizioso rispetto a quello che – per condizioni oggettive – va emergendo, sarebbe più arduo da parte della Commissione europea continuare a opporre il rigido ed esclusivo rispetto delle regole. Anche il tabù del 3%, per quel che riguarda il rapporto deficit/Pil, potrebbe essere in teoria momentaneamente scalfito, se servisse a finanziare una robusta operazione di riduzione fiscale in buona parte concentrata sul fronte del costo del lavoro. Matteo Renzi ha parlato ieri di «danno reputazionale», che sarebbe per noi più grave del beneficio, in caso di sforamento del tetto del 3 per cento. Ragionamento certamente fondato.

In realtà la vera incognita, che si può immaginare freni soprattutto Padoan, riguarda non tanto le conseguenze immediate della procedura d’infrazione che ne seguirebbe, quanto la reazione dei mercati. Se lo sforamento del 3% venisse percepito come l’ennesimo tentativo del nostro paese di risolvere «via deficit» quel che non riesce a ottenere «via riforme», il conto in termini di aumento del costo del debito potrebbe essere salato. Preoccupazione fondata, ma c’è da chiedersi se abbia un senso logico continuare a rispettare il target del 3%, quando poi non si riesce comunque a ridurre il deficit strutturale dello 0,5% l’anno, come previsto dalle regole europee, tanto che si è costretti a far slittare in avanti il pareggio di bilancio (2018?). Deviazioni e scostamenti dal percorso programmato che, se prevalesse un’improvvida e ortodossa interpretazione dei Trattati, dovrebbero comportare anch’essi l’apertura di una procedura di infrazione per debito eccessivo. Senza considerare che formalmente continua a pendere sull’Italia la spada di Damocle degli «squilibri macroeconomici eccessivi», certificati lo scorso marzo da Bruxelles (alto debito, bassa produttività). Ma in qualche modo occorre provare a uscire dalla gabbia della disciplina di bilancio europea, così come costruita – lo ha ricordato Padoan – quando il quadro macroeconomico era diverso. Ora la miscela esplosiva di stagnazione e di quella che il ministro dell’Economia con un neologismo definisce «bassa inflazione» richiede risposte non “ragionieristiche” ma “ragionevoli”.

Al lavoro non serve una riforma annacquata

Al lavoro non serve una riforma annacquata

Fabrizio Forquet – Il Sole 24 Ore

La Carta sociale europea, non proprio un testo sacro della scuola austriaca, indica «il diritto dei lavoratori di non essere licenziati senza un valido motivo legato alle loro attitudini o alla loro condotta o basato sulle necessità di funzionamento dell’impresa, dello stabilimento o del servizio». E poco più avanti fissa «il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione». Non si parla dunque di reintegro, non si parla delle regole previste dall’articolo 18. La Carta sociale europea è quindi in violazione dei diritti fondamentali del lavoratori? Oppure, come è più probabile, sull’obbligo di reintegro si è incancrenita da anni in Italia un’astratta discussione ideologica che ha fatto perdere di vista quello che è diritto e quello che è tutela giuridica, quello che è un valore assoluto e quello che è norma storica legata a determinati assetti della produzione e del rapporto tra Stato, impresa e lavoro?

Verrebbe da dire che l’aspro confronto nella direzione del Pd di ieri è stato ancora una volta ostaggio di quella ideologia del passato. Ma in realtà si è trattato per gran parte di un dibattito pretestuoso che, utilizzando una questione seria come la riforma del mercato del lavoro, ha avuto per oggetto la sfida sulla leadership di Matteo Renzi nel suo partito. In questo senso il premier può forse essere soddisfatto del voto ottenuto, con i 130 favorevoli e i soli 20 contrari. Ma quello che conta qui è altro. È dare all’Italia una buona e vera riforma del mercato del lavoro, per dare una spinta agli investimenti e alla creazione di posti di lavoro.

Non serve una riforma tanto per farla. Serve, finalmente, una incisiva rivoluzione delle regole del lavoro, per dare certezza alle imprese ed equità ai lavoratori. La “vittoria” politica di Renzi, se c’è stata, rischia allora di avere un costo, che è quello di un annacquamento della riforma, a cominciare proprio dall’articolo 18. Fino a domenica scorsa la posizione di Renzi sembrava molto chiara: il reintegro deve restare solo per i casi di provata discriminazione. In tutte le altre situazioni meglio l’indennizzo monetario crescente con gli anni di durata del rapporto di lavoro. Ieri, invece, il reintegro è rispuntato per i casi di licenziamento disciplinare, riallargando il perimetro del 18, ma soprattutto ripristinando quell’incertezza nell’intervento del giudice che disincentiva l’impresa dall’usare il contratto a tempo indeterminato. È vero che nel dispositivo finale votato dalla direzione si parla di fissare le fattispecie relative ai licenziamenti disciplinari, ma qui si rischia di entrare in una vicenda già vissuta all’epoca della legge Fornero, quando l’intervento sull’articolo 18 fu progressivamente svuotato e reso di fatto inefficace.

Non serve una riforma che nasce per cambiare tutto ma che poi cambia poco. Tanto più che anche sul lato delle regole in entrata, finora, non c’è stata chiarezza. Se si arriverà, alla fine, a un impercettibile miglioramento sui contratti a tempo indeterminato al costo di un irrigidimento significativo delle altre forme contrattuali più flessibili, allora il risultato per la creazione di posti di lavoro sarà negativo. È esattamente l’errore che fu fatto con la legge Fornero. Ripeterlo sarebbe un assurdo. Tanto più che il governo Renzi, al suo esordio, ha dimostrato piena consapevolezza del problema, eliminando gli irrigidimenti introdotti dalla Fornero sui contratti a tempo determinato. La precarietà non si riduce introducendo nuovi vincoli per tutti – così si alimenta solo il lavoro nero – ma rendendo davvero più conveniente il contratto a tempo indeterminato e, magari, prevedendo i giusti controlli contro gli abusi – che ci sono – sulle forme contrattuali più flessibili.

Sono cose che il presidente del Consiglio conosce bene. Le ha affermate lui stesso in queste settimane, con tutta l’oratoria e la capacità di convincimento di cui è capace. Finora ha dimostrato un grande coraggio nell’affermare e nel portare avanti un cambiamento netto nel modo con cui a sinistra si guarda al rapporto tra capitale e lavoro. Ancora ieri non ha avuto timore nello sbattere in faccia ai suoi oppositori la realtà che gli imprenditori sono lavoratori e non “padroni”. Perciò la sua riforma non può adesso smarrirsi nelle mediazioni e nelle contraddizioni. D’Alema, il suo avversario di ieri, a suo tempo lo fece, e dopo 15 anni siamo ancora qui a parlare di articolo 18. Renzi ci faccia il regalo di non doverne discutere tra altri 15.

Premier più cauto ma la sinistra naufraga

Premier più cauto ma la sinistra naufraga

Stefano Folli – Il Sole 24 Ore

Divisa e confusa al suo interno, la minoranza del Pd ha dimostrato i suoi limiti politici. Spaccandosi fra astenuti e voti contrari nella direzione, ha permesso al presidente del Consiglio di cogliere una facile vittoria sulla riforma del lavoro. Del resto, da politico astuto, Renzi aveva riservato i toni brucianti ai giorni della vigilia. Invece nella relazione davanti ai suoi è stato non diciamo cauto, ma certo piuttosto attento a non umiliare ancora la minoranza interna. Ha salvato l’essenza della riforma, ma ha gettato un po’ d’acqua sull’articolo 18. Ora c’è il reintegro del lavoratore licenziato per ragioni disciplinari e su basi discriminatorie: formula abbastanza ampia da abbracciare molte delle obiezioni avanzate dai “conservatori”.

Conservatori ai quali il premier si rivolge in modo quasi pedagogico per non lacerare il partito più del necessario. Avrebbe potuto scegliere di procedere come un carro armato, come annunciato nei giorni scorsi. Oppure avrebbe potuto dedicarsi alla mediazione, al compromesso a cui lo spingevano i suoi oppositori interni: con la prudenza a cui lo ha invitato D’Alema. In definitiva il presidente del Consiglio ha scelto una via di mezzo. Ha spiegato perché non si può rinunciare alla riforma e vi ha legato di nuovo la prospettiva di rinnovamento della sinistra italiana. È uno scenario alla Tony Blair, ma non alla Margaret Thatcher. Come dire che Renzi si rende conto più che mai che il suo destino politico, nonché la prospettiva di quel 41 per cento da lui raccolto alle europee, si consumerà dentro il recinto della socialdemocrazia europea, qualunque cosa questo termine oggi significhi. Verso tale traguardo il giovane premier, come è noto, vuole traghettare la sinistra italiana. Ma un conto è Blair e un conto la signora Thatcher.

Non perché evocare la “dama di ferro” sia un insulto. Ma per la buona ragione che la sinistra italiana può guardare al leader laburista, come peraltro tentò di fare a suo tempo anche D’Alema, mentre non potrebbe ispirarsi a una leadership conservatrice così dura ed esplicita. Renzi di solito finge di non preoccuparsi quando lo accusano di essersi spostato troppo a destra. Ma poiché l’uomo è accorto, ecco che si sforza di ricollocare l’annosa vicenda della riforma del lavoro, compreso l’art. 18, nel solco di una storia che si colloca a sinistra. E quindi garanzie invece di diritti statici e acquisiti una volta per tutte; confronto con i sindacati su nuovi temi; attenzione ai disoccupati invece che alle categorie iper-protette. Solo parole? Può darsi, ma ieri le parole avevano un significato preciso: avrebbero potuto essere assai più sferzanti e brutali.

Viceversa è emerso soprattutto un dato politico. Il presidente del Consiglio sembra comprendere che il 41 per cento di maggio rappresenta un passo verso le simpatie di un’opinione pubblica più centrista, magari in passato attratta da Berlusconi. Ma la conquista di quei ceti ha un senso se non avviene al prezzo di una frantumazione del centrosinistra. Ora, è vero che ieri sera il Pd si è diviso in tre parti: favorevoli alla riforma, contrari e astenuti. Ma questo dato, a parte segnalare un forte malessere politico, non rende il premier più saldo nel suo percorso verso la nuova Italia, anzi.

Per sedurre l’elettorato di centrodestra Renzi ha bisogno di due cose. Primo, che le elezioni siano vicine in una condizione economica del paese migliorata, cioè positiva. Non sembra che sia questo il caso. Secondo, che il presidente del Consiglio sia percepito come forte e solido da amici e avversari. Vedremo allora come andrà in Parlamento la riforma del lavoro. Ma il dato di ieri sera è che Renzi ha vinto, sì, una battaglia, ma è soprattutto la sinistra interna ad aver perso la partita per eccesso di involuzione. E recuperare terreno non sarà facile. Ragion per cui è presto per dire che è nato il Blair italiano, ma di sicuro nella battaglia intorno all’art. 18 non ha preso forma alcun partito “thatcheriano”.