About

Posts by :

Cinque corpi per cinque ministeri, lo spreco dei fondi per la sicurezza

Cinque corpi per cinque ministeri, lo spreco dei fondi per la sicurezza

Alessandro Barbera – La Stampa

A parte qualche raro caso – sono quelli che fanno storia – i politici tentano sempre di rinviare le soluzioni dolorose. Prendiamo il caso della pubblica sicurezza. In Italia è garantita da poco più di trecentomila agenti divisi in cinque corpi: Carabinieri, Polizia, Guardia di finanza, Polizia penitenziaria e Corpo forestale. Il caso vuole che ciascuno di essi dipenda funzionalmente da un ministero diverso: Difesa, Interni, Tesoro, Giustizia e Agricoltura. Il blocco delle assunzioni in vigore da anni sta assottigliando gli organici: Polizia e Carabinieri ne hanno persi quindicimila a testa. I tagli lineari hanno funzionato: se nel 1990 la voce ordine pubblico valeva l’8,9 per cento dei consumi pubblici, vent’anni dopo, nel 2009, quel valore era sceso di un punto percentuale. D’altra parte, secondo i dati di Eurostat del 2012, l’Italia è uno dei Paesi europei e mediterranei con il più alto numero di unità di polizia ogni centomila abitanti: 466 contro i 312 della Francia e i 298 della Germania. Fra i grandi Paesi ci superano solo Turchia (552 unità) e Spagna (533).

Finché hanno potuto far finta di nulla, la politica e le alte burocrazie hanno ignorato il problema. Ma come testimoniano i numeri, lo hanno solo aggravato. Poco prima di lasciare Palazzo Chigi, a marzo dell’anno scorso, Piero Giarda ha lasciato in eredità trecento pagine di «analisi di alcuni settori di spesa pubblica». Più della metà sono dedicate alla dinamica dei costi di Polizia, Carabinieri, Questure, Prefetture. Giarda spiega che «le spese per abitante delle forze di polizia (alle quali sono associati vigili del fuoco e capitanerie di porto) sono significativamente più elevate, a parità di condizioni, nelle province o nelle regioni con meno abitanti». Ad esempio: le spese pro capite più alte per i servizi di prefettura sono in Molise e Basilicata. Ancora: la spesa pro capite per il funzionamento della Polizia ad Aosta e in Liguria supera i 140 euro l’anno; in Veneto e Lombardia, le più basse, il costo per contribuente è inferiore ai 60 euro. Numeri non troppo diversi da quelli dei Carabinieri: in Molise e Sardegna costano mediamente più di 160 euro a testa, in Piemonte, Lombardia e Veneto meno della metà.

Il costo complessivo del comparto sicurezza – lo ha calcolato di recente il commissario alla spesa Carlo Cottarelli – è attorno ai 20 miliardi di euro l’anno. Non è moltissimo: un quarantesimo del bilancio dello Stato, un quarto di quel che spendiamo in interessi sul debito. Eppure ci permettiamo di sprecare 1,7 miliardi l’anno (questa la stima di Giarda) per tenere in vita cinque corpi male organizzati. Una cifra che potrebbe essere ben utilizzata, ad esempio, per gli aumenti contrattuali. A giugno, in una delle bozze della riforma della pubblica amministrazione, era apparsa una norma che disponeva il passaggio di forestali e agenti di polizia penitenziaria sotto il controllo dei corpi più grandi. L’ipotesi è tramontata nel giro di poche ore. Pare che i ministri vigilanti non gradissero. Ieri, nel piano di risparmi per il 2015 presentato dal ministro della Giustizia non c’era traccia della proposta. A Ferragosto il ministro dell’Interno Alfano aveva già spiegato il perché: «Non ci sono forze generaliste, ognuna ha compiti specifici. Razionalizzare le spese è logico è giusto, ma se si deve tagliare con la mannaia non aderisco». La Polizia ha di recente varato un piano per il taglio di 300 fra uffici e commissariati: garantiranno risparmi per 60 milioni. Di accorpamenti se ne riparlerà. Un giorno, chissà.

Conti pubblici, entrate in affanno

Conti pubblici, entrate in affanno

Luca Cifoni – Il Messaggero

Il segno è negativo: di poco, ma comunque negativo. Più esattamente, nei primi sette mesi di quest’anno le entrate tributarie si sono ridotte di 1,3 miliardi owero dello 0,6 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013. Il modesto incremento del solo mese di luglio (247 milioni in più, pari ad un +0,7 per cento) non è bastato ad invertire una tendenza non brillante che deriva da un lato dalla mancata crescita (e dallo stesso basso livello di inflazione) dall’altra dalla scelta del precedente governo di maggiorare gli acconti dovuti alla fine dell`anno scorso, penalizzando inevitabilmente gli incassi del 2014.

Di questo andamento non potrà non prendere atto la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), attesa per l’inizio di ottobre. Nel Def dello scorso aprile, in un contesto di previsioni economiche ben più ottimistiche, il Tesoro aveva stimato per quest’anno un incremento nominale delle entrate tributarie (a livello di conto delle amministrazioni pubbliche) intorno al 3 per cento. Un ritmo che ora appare irrealistico, anche se naturalmente è possibile che ci siano dei miglioramenti nei mesi successivi.

In realtà ci sono grandi preoccupazioni per quanto riguarda il 2014: si ritiene che le minori entrate saranno compensate da altre voci positive come la minore spesa per interessi indotta dal forte calo dei rendimenti di mercato. Ma la flessione del gettito si farà sentire anche negli anni successivi, a partire dal prossimo, nel quale andranno trovate le risorse per finanziare una serie di sgravi fiscali a partire da quello sull’Irpef. Più dettaglio, da gennaio a luglio si è ridotto il gettito delle imposte dirette, che si è fermato a 128,2 miliardi (quasi 4,9 in meno con una flessione del 3,7 per cento). La variazione negativa è dello 0,6 per cento per l’Irpef, anche se c’è stato un miglioramento dei versamenti in auto-liquidazione; molto più marcato il calo dell’Ires pagata dalle società, che riflette essenzialmente i minori saldi versati in particolare da banche e assicurazioni che si erano viste portare al 130 per cento la percentuale dell’acconto. Ha invece fruttato 1,7 miliardi l’imposta sostitutiva sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia, una voce una tantum collegata alla decisione di rivedere gli assetti proprietari della banca centrale.

È invece positiva la tendenza delle imposte indirette, che arrivano a 104,4 miliardi con un incremento del 3,5 per cento (3,6 miliardi in più). Va abbastanza bene l’Iva (+3,1 per cento) ed in particolare quella sugli scambi interni che cresce del 4,1, mentre resta negativa quella sulle importazioni da Paesi extra-Ue che pure ha avuto un segno positivo nel solo mese di luglio.

Sul buon risultato dell’imposta sul valore aggiunto incide naturalmente anche l’aumento di un punto, dal 21 al 22 per cento, dell’aliquota ordinaria. Il ministero dell’Economia segnala infine un incremento del gettito derivante dalle attività di accertamento e controllo che hanno portato 528 milioni in più.

La soluzione impossibile: unire le forze dell’ordine

La soluzione impossibile: unire le forze dell’ordine

Stefano Zurlo – Il Giornale

Sono cinque come le dita di una mano ma ciascuna va per suo conto. In Italia tutte le forze di polizia fanno di tutto e si sovrappongono in un caos inestricabile. Si potrebbe risparmiare tanto, molto e portare a casa risultati importanti, ma per ora parole magiche come razionalizzazione e coordinamento restano lettera morta. Prendiamo il mitico numero unico per le emergenze: dal 1981, più di trenta anni fa, c’è la possibilità di creare le centrali operative unificate, ma finora si è fatto poco o nulla. Più nulla che poco. C’è qualche centrale unica virtuale, all’italiana insomma, con tanto di monitor per uno scambio di saluti interforze, e poi ognuno fa il suo. In compenso l’italia paga per l’inadempienza inammissibile sul punto una sanzione alla Ue di 178mila euro al giorno. E ogni città ha le sue cinque, sei, sette centrali perché in realtà alle cinque forze statali – polizia, carabinieri, guardia di finanza, forestale e penitenziaria – occorre somare la municipale e la provinciale. Con relativo problema del riassorbimento: ora che spariranno le province dove finiranno i relativi agenti? A quanto pare ingrosseranno la Forestale.

Insomma, storia e geografia hanno creato un vero ginepraio. Un labirinto con una duplicazione spaventosa di costi. «Sette forze di polizia – spiega Gianni Tonelli, segretario generale del Sap, uno dei sindacati più rappresentativi della polizia – vuol dire sette caserme, sette uffici per la gestione degli automezzi, sette segreterie, sette caserme e via elencando. Dovremmo procedere con una parziale unificazione che non vuol dire ridurre tutto ad un corpo solo. Questo per la democrazia potrebbe essere un passo indietro, Ma la verità è che si potrebbero abbattere le spese in modo clamoroso e invece ci teniamo una divisione artificiosa che risale all’Ottocento quando nacquero i carabinieri, come polizia militare, e la polizia per l’ordine pubblico». Tonelli dà un paio di dati, sconvolgenti: «Non è vero che i nostri agenti siano pochi; no, sono tanti se non troppi, ne abbiamo uno ogni 190 abitanti, ben più degli altri Paesi europei. In Francia e Germania ce n’è uno ogni 280 abitanti, in Inghilterra addirittura uno ogni 390 abitanti. Eppure omini e risorse si sprecano e si nascondono negli uffici. La riorganizzazione dei servizi non è gradita ai vertici, agli alti papaveri, ai capi che occupano le poltrone più ambite e non vogliono cedere potere e prestigio». Le cifre sono impietose: i carabinieri sono 104mila (ma dovrebbero essere 118mila), i poliziotti 97mila, i finanzieri 68mila, le guardie penitenziarie 45mila. Fanalino di coda le guardie forestali, 7.600.

È una vecchia, vecchissima storia italiana. In Francia la polizia sta nelle città, la Gendarmeria nei villaggi. Da noi regna Arlecchino: tutti stanno dappertutto e spesso si fanno concorrenza. E poi ci sono le Fiamme gialle che fanno di tutto un po’: polizia di frontiera, polizia tributaria, polizia giudiziaria, ordine pubblico e tanto altro. Per esempio la notte della tragedia della Concordia il primo video venne girato dai militari delle Fiamme gialle. Dai tempi di Mani pulite, e dal dilagare degli arresti per corruzione delle divise infedeli, si parla di ridisegnare il corpo. Che andrebbe snellito e trasformato in un’agenzia d’élite, formata da laureati ben pagati e superspecializzati. La realtà, a tratti borbonica, è che anche su questo fronte si è perso tempo. Così il governo Renzi, che all’inizio aveva fatto sperare in qualche riforma incisiva, oggi pare ripiegare sul classico, intramontabile blocco degli stipendi. E il cambio di passo resta lontano. «Potremmo tenere due forze nazionali e una locale – conclude Tonelli – e riflettere poi sul futuro della Guardia di finanza, ma mi pare che siamo al palo». E allo sciopero dei servitori dello Stato.

Stipendi assicurati e maxi tutele, i bonus nascosti del posto statale

Stipendi assicurati e maxi tutele, i bonus nascosti del posto statale

Stefano Filippi – Il Giornale

Il governo non aumenterà gli stipendi degli statali perché non ci sono soldi. Gli statali protestano, e sarebbe stato strano il contrario. È uno scandalo nazionale, uno stato datore di lavoro che non premia i suoi dipendenti in attesa da anni di uno straccio di aumento. Le categorie del pubblico impiego, come si dice nel gergo dei sindacati, si mobilitano.Addirittura le forze dell’ordine minacciano scioperi, e questo è molto meno scontato e anche un tantino esagerato.

Tutto vero, tutto giusto. Ma i dipendenti pubblici italiani dovrebbero anche guardare che cosa succede fuori dai loro uffici. Nel mercato del lavoro non protetto dallo stato-mamma succedono cose a loro sconosciute: cassa integrazione, licenziamenti, mobilità, contratti di solidarietà, accordi integrativi ridiscussi o cancellati. Fabbriche che chiudono, professionisti che non incassano, imprenditori che attendono di essere pagati proprio da quello stesso stato tiranno. Il quale ogni mese versa lo stipendio ai dipendenti ma non ne vuol sapere di saldare i debiti con i fornitori.

Se poi gli statali vorranno guardare fuori dai confini dello Stivale, scopriranno che per i loro colleghi le cose vanno perfino peggio. Negli altri Paesi del Sud Europa il blocco delle buste paga è prassi: succede nella Francia della grandeur dimenticata, in Spagna, in Portogallo. La cancelliera Angela Merkel sta seriamente meditando di fare lo stesso con gli statali tedeschi. In Grecia sono stati costretti a fare ben di peggio. Hanno licenziato, sotto il diktat della Troika. E adesso da quelle parti si sente aria di ripresa, quella che da noi non arriva.

In Gran Bretagna ci sono andati giù pesante. Il governo di Londra negli ultimi quattro anni ha lasciato a casa 500mila dipendenti pubblici e ridotto le tasse che servivano a pagare i loro stipendi: ora viaggia a ritmi di crescita che l’Italia si sogna mentre la disoccupazione è al 6,4 per cento, cioè ai minimi dagli ultimi sei anni, e la Banca d’Inghilterra prevede che il tasso di disoccupazione scenda sotto il 6 per cento entro dicembre. Significa che la gran parte degli statali licenziati ha già trovato un altro impiego.

Da noi non funziona così. Impiegati, insegnanti, ministeriali, militari, medici e personale sanitario e via elencando hanno un posto di lavoro che, per fortuna, è ancora garantito. Hanno uno stipendio sicuro che, per esempio, permette loro di ottenere un mutuo senza essere torturati dalle banche. Hanno la tranquillità psicologica di poter pianificare qualche investimento. E la maggioranza degli statali ha beneficiato del bonus mensile di 80 euro che alla fine dell’anno fanno quasi 1.000 euro negati ad artigiani, piccoli imprenditori, professionisti, partite Iva: tutta gente alle prese con la stessa crisi che colpisce gli statali, ma evidentemente sono meno tutelati. E per quanti lo incassano, il bonus è enormemente meglio di un rinnovo contrattuale che, (fonte Sole24Ore ), varrebbe poco più di 200 euro netti all’anno.

La battaglia del pubblico impiego per una busta paga che regga il costo della vita non è priva di ragioni. Alcuni dei privilegi storici di cui gli statali godono sono avviati al tramonto e se il governo decide qualche spremuta fiscale i lavoratori dipendenti non hanno modo di sottrarsi. Poliziotti e carabinieri (ma anche le forze di sicurezza che non possono permettersi di alzare la cresta) sono costretti a operare in condizioni spesso proibitive. Ma è lecito anche interrogarsi se una categoria di lavoratori finora soltanto sfiorata dalla crisi che ha travolto milioni di altri salariati non debba ora farsi carico di qualche sacrificio.

La rabbia del salotto buono snobbato dalla politica

La rabbia del salotto buono snobbato dalla politica

Carlo Lottieri – Il Giornale

La decisione di Matteo Renzi di non portare il proprio omaggio alla riunione di Cernobbio ha sollevato reazioni molto negative. In particolare, Alberto Bombassei – vicepresidente di Confindustria – ha sostenuto che con tale assenza il premier avrebbe dato l’impressione di ignorare le ragioni delle imprese e a chi lavora.

C’è molto di barocco e formalistico in questa polemica di fine estate. Ma davvero si può credere che qualche ora in una riunione di finanzieri e industriali possa aiutare a rimettere in piedi la società italiana? Nemmeno in presenza di una concentrazione di premi Nobel per l’economia si potrebbe pensare a tante virtù miracolistiche. Anche chi è assai critico nei riguardi della maggioranza di governo e del suo leader stavolta fatica a mettersi tra gli accusatori. Cosa mai ci sarà di tanto significativo da sentire nell’ennesimo incontro destinato a dare un po’ di visibilità a questo o a quello? Cosa potranno mai dire di diverso quei signori rispetto a quanto dichiarano ogni giorno a televisioni e giornali? E poi lo sappiamo bene che i problemi economici si risolverebbero – in estrema sintesi – con meno spesa, meno tasse, meno regole. Che si vada a Cernobbio o no. Ricordando che è bene evitare l’ipocrisia, va aggiunto che gli esponenti delle grandi imprese a cui Renzi avrebbe potuto stringere la mano sul lago di Como non sono marziani venuti da chissà dove. Per lo più, si tratta di persone ben note all’ex sindaco di Firenze: protagonisti di un mondo che in vario modo ha contribuito e contribuisce a mantenere il nostro primo ministro alla guida dell’Italia. Poteva incontrarli una volta di più, certo, ma se preferisce andare in una rubinetteria del Bresciano non si capisce perché ci si debba scandalizzare.

Da maestro di comunicazione, il Renzi che non va a Cernobbio gioca la carta del «lavoro vero» contro l’economia dei salotti buoni. Gioca anche la carta di quanti producono contro la corporazione confindustriale che invece fa politica con altri mezzi. Sul piano mediatico incassa qualche punto. È però egualmente vero che senza salotti buoni, da noi come altrove, non è certo facile «vincere e mantenere lo stato» (per usare le parole di un grande concittadino di Renzi, Niccolò Machiavelli). Renzi ne è consapevole e quindi se polemizza in pubblico, è egualmente certo che in privato continua a tenere solidi legami. Perché una cosa sono le polemiche sui giornali, e altra cosa le logiche di potere. E questo Renzi lo sa bene.

Chi guadagna e chi perde con la mossa della Bce

Chi guadagna e chi perde con la mossa della Bce

Gian Maria De Francesco – Il Giornale

Mario Draghi ha salvato ancora l’Europa? L’abbassamento dei tassi allo 0,05% e l’annuncio dell’acquisto di covered bond e Abs (titoli cartolarizzati) sono mosse che aumenteranno la liquidità sul mercato e allontaneranno il rischio di deflazione. Ma a quale prezzo? E, soprattutto, la tanto auspicata ripresa economica arriverà veramente? Per rispondere a queste domande bisogna valutare alcune circostanze.

Risorse limitate
Draghi non ha usato il bazooka, ha dovuto accontentarsi di un più modesto mitragliatore. Le pressioni tedesche hanno evitato un intervento monstre che forse sarebbe stato necessario. Secondo i dati Bce di fine giugno, Abs e covered bond dell’Eurosistema ammontano a poco più di 2.100 miliardi di euro. Il centro di ricerca Bruegel stima i titoli effettivamente acquistabili ammonterebbero a circa mille miliardi. Considerando anche i prestiti Tltro alle banche (400 miliardi), l’intervento di Francoforte sarebbe inferiore alla metà di quanto messo in campo dalla Fed americana tra il 2010 e oggi (3.300 miliardi di dollari). Non può non preoccupare, infine, il fatto che Draghi non abbia fornito cifre dettagliate.

Svantaggi per i risparmiatori
Ovviamente, i titolari di un mutuo a tasso variabile stanno ancora festeggiando per la discesa degli interessi. Ma bisogna considerare il rovescio della medaglia: se qualcuno guadagna, c’è anche qualcuno che perde. In questo caso, sono i risparmiatori che non solo si vedranno offerti tassi minori sui depositi, ma troveranno meno convenienti le offerte del mercato obbligazionario quando i bond che hanno ora in portafoglio andranno a scadenza perché i rendimenti saranno meno vantaggiosi. I maggiori guadagni andranno agli Stati centrali che offriranno le nuove emissioni (come Bot e Btp in rampa di lancio) a tassi meno costosi. Idem per le aziende che approfitteranno della strenna per emettere obbligazioni. È proprio questo il succo delle critiche arrivate ancora ieri da Berlino a «SuperMario» sia dal rigoroso Handelsblatt («Draghi fuori controllo») che dalla Frakfürter Allgemeine («La lampada di Aladino»). La paura tedesca non è solo quella di dover pagare per i Paesi meno virtuosi, ma di dover pure subire i contraccolpi dell’abbassamento dei tassi.

Rischio-stagnazione
I principali studi economici realizzati sulle recenti manovre espansive di politica monetaria (Usa, Giappone, Gran Bretagna) hanno evidenziato come la crescita economica non abbia particolarmente beneficiato dello stimolo. Negli Usa è stato «salvato» il mercato immobiliare dalla bolla dei subprime , il Giappone è uscito, momentaneamente, dalla spirale deflazionistica e solo la Gran Bretagna ha visto aumentare considerevolmente il Pil rispetto al trend potenziale (solo il 10% del prodotto interno lordo viene dall’industria). Insomma, non c’è nessuna garanzia che l’aiutino della Bce si trasferisca direttamente al tessuto industriale.

La tagliola del fiscal compact
L’avvio del piano di Draghi, inoltre, non comporta certo la sospensione del fiscal compact . Passata l’euforia, gli aggiustamenti dei bilanci pubblici da realizzare torneranno a far paura. Anzi, la situazione potrebbe in un certo senso peggiorare se il calo dei rendimenti (e la minore spesa per interessi) costituisse per il governo italiano un alibi per non intervenire sulla spesa pubblica improduttiva. Gli spazi di manovra per Renzi & C. continueranno a essere limitati.

Senza più produttività non si cresce

Senza più produttività non si cresce

Mauro Magatti – Corriere della Sera

Se vogliamo essere realisti, il problema dell’Italia è fermare il proprio declino storico. Senza una lettura storica adeguata alla profondità della crisi non c’è provvedimento in grado di risollevare le sorti dei Paese. Proprio l’assenza di una visione chiara è il peccato di omissione (grave) che si può rimproverare al governo Renzi. Al di là dei risultati, è la direzione di marcia che si fatica a vedere: da un governo nato sotto auspici cosi favorevoli è lecito aspettarsi molto di più.

In questi giorni, pensando ai temi del lavoro, Renzi ha detto di volersi ispirare al modello tedesco. Esistono, da tempo, due principali modelli di crescita in Occidente. Quello anglosassone si basa su capacità di influenza internazionale; politica monetaria/finanziaria espansiva; liberismo interno; investimenti in ricerca e sviluppo e nuove tecnologie; contenimento salariale; elevata concentrazione della ricchezza. Il modello tedesco (o renano) si fonda invece su: forte compattezza istituzionale e sociale; politica monetaria restrittiva; centralità dello Stato nel fissare le priorità sistemiche; orientamento all’export; alta tecnologia; relazioni industriali che permettono una (relativamente) più equa distribuzione del reddito. Per entrambi, l’aumento della produttività è un presupposto per la crescita: ma mentre il primo modello si fonda sulle virtù liberali, il secondo richiede compattezza e disciplina.

In Italia la produttività ha smesso di crescere dalla seconda metà degli anni 80. Da allora, il Paese ha traccheggiato utilizzando svalutazione e debito pubblico per tirare avanti. Come ha mostrato di recente la Banca d’Italia, l’enorme massa di risparmio accumulata negli armi del boom economico venne impiegata per finanziare non nuovi investimenti, ma debito pubblico. Lì abbiamo perso il treno della crescita. Il berlusconismo ha malamente cercato di ispirarsi al liberismo americano. Ma ha trascurato la parte impegnativa (la produttività) e preso quella più superficiale (i consumi). Il risultato è un ircocervo con uno Stato onnipresente (che garantisce una pluralità di piccoli interessi corporativi) e un mercato del lavoro segmentato tra regolazione rigida e liberismo senza regole. L’entrata nell’euro prima e la crisi dei mercati finanziari poi hanno fatto saltare l’equilibrio di sopravvivenza di un tale modello, mandando l’Italia sott’acqua. Possiamo rileggere il governo Monti come il tentativo di assoggettare il Paese alla logica tedesca della disciplina. Ma il risultato non è stato positivo. Fondamentalmente perché l’Italia non è la Germania: per correggere la linea evolutiva del nostro Paese ci voleva molto tempo e una grande forza politica. Adesso la forza politica c’è, ma manca la direzione.

Uscire dall’angolo è difficile. Ma ce la si può fare seguendo la rotta giusta senza indugi. In primo luogo, aiutati delle difficoltà della stessa Germania, è il momento di realizzare un’incisiva azione di stimolo all’economia sul piano europeo. Berlino si trova oggi nelle condizioni di svolgere un’azione simile a quella che, nel dopoguerra, fu esercitata dagli Usa con il piano Marshall: ciò che serve all’Ue – sul piano economico e politico – è un grande piano di investimenti. Un vasto programma di credit easing è nell’interesse dell’Italia, della Germania, dell’Europa.

Sul versante interno, occorre spiegare al Paese che la crescita senza aumento della produttività non si dà più. L’Italia deve tornare a investire sul futuro: lo Stato deve creare le condizioni perché chi dà un contributo tangibile alla produzione di valore e ricchezza possa lavorare ed essere premiato, tornando, dove possibile, a investire in infrastrutture e alcuni comparti strategici. Occorre, nel contempo, compensare dal lato della giustizia sociale: prima di tutto dichiarando guerra a tutte le oligarchie che chiudono la società italiana. Il Paese va liberato dalle mille cupole burocratiche, localistiche, corporative, accademiche, sindacali che soffocano le sue forze generative. Bisogna poi dimostrare che uscire dalla spirale «stagnazione della produttività-diminuzione della competitività-aumento della disuguaglianza» si può (e si deve) attraverso la costruzione di una relazione virtuosa tra aumento della produttività ed equità sociale. Il totem dell’articolo 18 non va abbattuto perché possano derivare chissà quali vantaggi economici; o perché così si dà una lezione ai sindacati. La posta politica in gioco è invece la possibilità di scrivere un nuovo (e migliore) patto per il rilancio dell’Italia tra tutti coloro che – lavoratori o imprenditori, appartenenti al settore pubblico o privato, autonomi o dipendenti – contribuiscono alla produzione di valore. Premiando l’investimento, la ricerca, l’innovazione, la flessibilità, la professionalità; ma anche innovando gli strumenti della protezione sociale e puntando a una più equa distribuzione della ricchezza. In un regime rigido come quello sorto con l’euro è la qualità delle relazioni sociali e istituzionali – dalla fiscalità al welfare – la chiave per crescere.

Renzi si sente alla testa di un manipolo di rivoluzionari che ha conquistato il potere. Non si illuda. La rivoluzione deve essere ancora fatta: nella società, nell’economia, nelle istituzioni. Facendosi forte del consenso di cui dispone, il premier trovi il coraggio per portare l’Italia a superare l’idea di una società dei consumi avvinghiata attorno alle dispense pubbliche puntando a un nuovo modello sociale capace di investire su qualità ed eccellenza. Senza dimenticare la solidarietà. Per far questo, si faccia garante credibile della nascita di un’alleanza, giusta e dinamica, tra tutti coloro che vogliono dare il loro contributo a tale impresa. Il declino storico lo si può vincere solo insieme, grazie alla politica. Dopo aver scartato tutti, Renzi è solo davanti al portiere: non butti la palla in tribuna!

Mille e non più di mille, i giorni per dare un giudizio

Mille e non più di mille, i giorni per dare un giudizio

Tiziano Resca – Avvenire

Ma secondo voi mille giorni sono tanti o pochi per riaggiustare un Paese, o almeno avviarne il cambiamento? Tenendo conto che quel Paese è il nostro, da decenni sprofondato in una gestione della cosa pubblica da moviola, in una politica e in rapporti sociali che fanno di risse e colpi bassi e denigrazione del “nemico” il principale – a volte l’unico – motivo di esistere.

A parole, il premier Renzi pare molto sicuro del futuro di tutti noi: ha detto e twittato – ormai sembra più convincente twittare che dire – che entro domenica 28 maggio 2017 (mille giorni, appunto) «l’Italia la cambiamo». Facendo ancora una volta balenare un po’ di tutto. Pur senza approfondire molto. «Alla fine saremo giudicati», ha aggiunto. A dire il vero il momento dei giudizi è già cominciato, visto che tempo non ce n’è tanto, soprattutto per chi – sempre di più – si trova oppresso dalla mancanza di lavoro o dall’impossibilità di offrirlo, quel lavoro. Non che si potesse chiedere a questo governo di raddrizzare un malandato Paese nel giro di sei-sette mesi. Quell’impossibile pretesa lasciamola a qualche partito o movimento che cerca spazio cavalcando non idee ma malessere sociale e qualunquismo. A creare un po’ troppe attese era stato però lo stesso premier, fissando all’inizio del suo mandato un tour de force di riforme a scadenza mensile degno di un imbattibile record mondiale. Adesso, approdato a più ragionevoli e miti ambizioni, ha dilatato i tempi, rendendoli maggiormente credibili.

Mille giorni, dunque. Tanti o pochi? Cerchiamo un termine di paragone, torniamo indietro nel tempo, mille giorni fa… fine novembre inizio dicembre del 2011. Uno dei periodi più arroventati della recente politica italiana. Tre settimane prima – era la sera del 12 novembre – Silvio Berlusconi, travolto da tutto, aveva chiuso la sua carriera da premier rassegnando le dimissioni. Nell’arco degli ultimi 17 anni, a partire dal 1994, aveva governato a periodi alterni per 3.340 giorni. Il famigerato spread in quei momenti era a livelli pazzeschi (550 e oltre), il tasso di disoccupazione giovanile già drammatico ma più basso di oggi, al 30,1%, quello complessivo pure, all’8,6. Ma l’immancabile Europa ci considerava dei rovina-famiglia e il Paese pareva sgretolarsi sotto le botte della crisi, anche se l’allora premier tentava di convincere il mondo che «l’Italia è benestante, i ristoranti sono pieni, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto». Quell’ottimismo non bastò per restare a Palazzo Chigi. Arrivò Mario Monti. Supertecnico – allora era doverosamente visto come tale, poi in realtà fondò un partito – legatissimo all’idea di Europa, riscuoteva grande stima e suscitava enormi speranze. Ma non resse a lungo, un anno 5 mesi e 12 giorni. E poi, dopo il suicidio elettorale di Pierluigi Bersani, toccò a Enrico Letta. Neanche dieci mesi, travolto dal dilagare dell’incalzante Renzi. Il quale, oggi, fissa la data del giudizio: mille giorni. I precedenti mille non hanno portato molto bene. Ora sta a lui dimostrare che, se usati coi fatti e non con soli annunci e promesse, i prossimi mille possono anche funzionare. E non essere troppi.  

Ma più di così sarà difficile

Ma più di così sarà difficile

Danilo Taino – Corriere della Sera

Ieri sera, un importante banchiere svizzero diceva che Matteo Renzi è un ragazzo fortunato. Le misure di politica monetaria annunciate da Mario Draghi, in effetti, sono il massimo che ci si potesse aspettare: anzi, vanno al di là delle aspettative della gran parte degli economisti. Attraverso misure convenzionali e non convenzionali – cioè ordinarie e straordinarie – e anche dividendosi al proprio interno, la Banca centrale europea ha ridotto al minimo possibile i tassi d’interesse; si prepara a comprare debiti degli operatori economici (raccolti in pacchetti) per liberarne i bilanci e spingerli a chiedere credito; fornirà denaro alle banche a costi che più bassi non potranno mai essere in modo che li prestino a imprese e famiglie. È lo stimolo monetario più poderoso che i Paesi dell’Eurozona abbiano mai avuto: quel Quantitative Easing (allentamento monetario) teso a spingere la crescita, a creare inflazione e a indebolire il cambio dell’euro.

Renzi è un ragazzo fortunato nel senso che nessun presidente del Consiglio ha mai avuto un aiuto del genere dalla Bce. Questo però significa che non potrà chiedere più nulla a Draghi: il governatore è arrivato al limite estremo (salvo un difficile, eventuale programma di acquisto di titoli di Stato) a cui poteva arrivare. D’ora in poi, tutto è nelle mani dei governi. E, anche da questo punto di vista, Draghi è stato esplicito nel chiarire il suo pensiero su cosa occorre fare, pensiero in una certa misura distorto dalle letture che del suo discorso al seminario dei banchieri di Jackson Hole (Wyoming), a fine agosto, avevano dato alcuni media (ad esempio il Financial Times ) e alcuni leader europei (ad esempio il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble).

Il governatore ieri ha chiarito ancora una volta che dei tre strumenti per rafforzare la crescita – politica monetaria, politica di bilancio, riforme strutturali finalizzate a liberare l’offerta – «il primo e prioritario» è quello delle riforme strutturali. Senza un’economia efficiente, ogni stimolo finisce nella sabbia. In più, ha precisato di non avere mai messo in discussione il Patto di stabilità europeo, che anzi ritiene «l’àncora per la fiducia» economica. Le flessibilità di cui ha parlato – ha detto – sono interne al Patto, non ne devono «danneggiare l’essenza» e, affermazione non secondaria, ha spiegato che nella politica di bilancio il taglio delle tasse stimola (sempre mantenendo i conti in ordine) l’economia più di quanto non faccia l’aumento della spesa pubblica. «Il punto chiave – ha ribadito – sono le riforme strutturali», che devono essere «ambiziose, importanti e forti». Inoltre, ha voluto fare un’aggiunta che va inevitabilmente letta come indirizzata all’Italia: dal momento che le basse aspettative sul futuro e sulle prospettive dell’economia limitano le possibilità di ripresa, sarebbe bene recuperare la fiducia con «prima una discussione molto seria sulle riforme strutturali e dopo sulla flessibilità».

Draghi e la Bce hanno dunque preso tutte le decisioni di politica monetaria possibili. Ora, le scelte cadono sui governi nazionali. In Italia, significa che Renzi e il governo devono realizzare riforme economiche vere e serie; almeno una, ad esempio quella del mercato del lavoro, in fretta, prima del vertice europeo sulla crescita del 7 ottobre. Non può essere come nella canzone di Jovanotti, dove al «ragazzo fortunato» di dieci cose fatte (o dette) ne è «riuscita mezza».

Norme edilizie, invincibile Babele

Norme edilizie, invincibile Babele

Sergio Rizzo – Corriere della Sera

Un problema «formale» l’ha definito il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Quale sia la «formalità» così decisiva da far saltare la semplificazione più importante contenuta nel decreto «sblocca Italia», non è dato sapere. L’unica cosa certa è che la norma con la quale si stabiliva che gli 8 mila Comuni italiani avrebbero avuto un regolamento edilizio uguale per tutti è misteriosamente scomparsa nella notte fra lunedì e martedì. Evaporata, volatilizzata, dissolta. Lupi dice che se ne parlerà in sede di conversione del decreto nel Parlamento. Oppure in un altro provvedimento.

Che cosa è successo? Lupi fa capire che ci potrebbe essere stato il solito problema della Ragioneria: per una norma che non ha costi e che farebbe perfino risparmiare. C’è invece chi dice che gli uffici (quali uffici?) avrebbero sollevato un problema di conflitto con le amministrazioni locali, visto che la materia è di competenza regionale. E non manca chi suggerisce che non avendo una norma del genere carattere di urgenza, non si può adottare per decreto: come se non fosse urgente dare a tutti gli italiani la possibilità di avere un permesso edilizio al massimo in 110 giorni, la media europea, anziché il 239, la media italiana.

Perché questo sarebbe successo se quella norma, sulla quale tutti (ma forse solo apparentemente) si erano dichiarati d’accordo, fosse sopravvissuta. Per quel malinteso senso dell’autonomia che sconfina nel grottesco, è successo che ogni Comune si è fatto un regolamento proprio, diverso da quello del paese o della città vicina. Si comincia dall’elemento più banale: il vocabolario. La stessa cosa si può chiamare con termini differenti. La superficie di un’abitazione che a Milano si chiama «pavimentabile», altrove è «calpestabile», oppure «netta». Qualcuno arriva perfino a definire maniacalmente certe disposizioni igieniche, come il bagno che per legge (per legge!) dev’esser piastrellato fino a una certa altezza, o «rivestito di materiale lavabile». Il guazzabuglio di norme comunali è talmente complicato che nello stesso ufficio tecnico municipale c’è chi arriva a interpretare una regola in modo diverso dal suo collega di stanza. Quando addirittura, come nel caso di Roma, ci sono regole diverse da una circoscrizione all’altra.

Prevedibilissime e devastanti le conseguenze. Una burocrazia asfissiante e talvolta senza alcuna certezza, tanto è soggettiva l’interpretazione delle regole. Con tempi indefiniti e costi allucinanti a carico dei cittadini. Che per ogni più piccolo intervento sono costretti a rivolgersi a specialisti e azzeccagarbugli: gli unici capaci a districarsi nella giungla delle norme. Per non parlare del problema di alcuni diritti fondamentali dei cittadini, diseguali da città a città. Si potrebbe aggiungere che questo sistema rappresenta un incentivo formidabile per la corruzione, il che già basterebbe per cambiarlo radicalmente.

Inevitabile il sospetto che siano proprio questi i motivi che hanno finora impedito di metterci mano. Gli apparati burocratici locali sarebbero così felici di perdere tutto questo potere di tracciare norme e regolamenti che viaggiano dagli uffici comunali a quelli regionali in un vortice infinito, senza considerare la quantità di personale che si ritroverebbe improvvisamente senza occupazione? E i consulenti che prosperano grazie alla complicazione dei regolamenti comunali, pensate che accetterebbero volentieri di vedersi privare di una fonte di reddito così generosa?

Per ora si deve prendere atto come il governo di Matteo Renzi, che al suo debutto aveva dichiarato guerra alla burocrazia promettendo semplificazioni a tappeto, ha spedito un’altra palla in tribuna. Del regolamento edilizio comunale unico ne parleranno forse nella legge di Stabilità, se qualche temerario non oserà riproporla in Parlamento. Insomma, campa cavallo. Mentre nel decreto «sblocca Italia» la norma a dir poco controversa che consentirà la proroga delle concessioni autostradali non ha subito al contrario alcun incidente di percorso nelle segrete delle burocrazie ministeriali. Guarda un po’…