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Il lavoro la priorità

Il lavoro la priorità

Fabrizio Forquet – Il Sole 24 Ore

Dopo giorni passati a strologare sui contenuti del dialogo Renzi-Draghi a Città della Pieve, ci ha pensato il presidente della Bce a dare qualche indizio in più: «La Bce – ha detto nel suo intervento a Jackson Hole – non può sostituirsi ai governi che devono fare le riforme». E la «riforma decisamente prioritaria è quella del mercato del lavoro». Non è dato sapere come il tema sia stato affrontato nel dettaglio nell’incontro con Renzi, ma questo è il Draghi-pensiero. Ed è difficile non condividerlo se si guarda alle differenti performance sull’occupazione nei vari Paesi europei interessati dalla crisi. Con gli Stati che hanno introdotto per tempo una maggiore flessibilità nel proprio mercato del lavoro che fanno registrare la risposta migliore in termini di tassi di disoccupazione.

Eppure è proprio sul lavoro che si registrano i ritardi maggiori del riformismo di Renzi. Impostata a gennaio, in piene vacanze natalizie e con al Governo ancora Enrico Letta, la delega sul Jobs act è ancora lontana dal via libera parlamentare. Doveva essere approvata a luglio dal Senato, poi la maggioranza ha deciso di farla slittare. Si riprenderà a settembre, ma le divisioni nella maggioranza sull’articolo 18 (e non solo) rendono più che concreto il rischio di un ulteriore rinvio. Si tratta, tra l’altro, di un disegno di legge delega, che rinvia di fatto gran parte della riforma ai successivi decreti delegati. E qui la lista d’attesa è lunga, come dimostra l’aggiornamento della periodica inchiesta di Rating 24 sui provvedimenti attuativi. Nuovi ritardi possono dunque assommarsi ai vecchi, lasciando il surreale dibattito agostano sull’articolo 18 come l’ennesima espressione dello sterile riformismo parolaio di cui si alimenta la parte peggiore della politica italiana.

Il Jobs act è stato ed è l’atto originario del rifomismo renziano. E il pressing delle imprese ha portato all’importante primo risultato della revisione per decreto della legge Fornero sui contratti a termine. Ma poi le priorità della maggioranza sono inopinatamente diventate altre. Alla ripresa dei lavori parlamentari è bene che i fari tornino ad accendersi sulla riforma delle riforme. Non perché lo dice Draghi. Ma perché lo dicono i numeri dei Paesi che hanno riformato il loro mercato del lavoro.

I numeri, certamente, della Germania del pacchetto Hartz che – attraverso i mini-lavori, le politiche attive, la flessibilità degli orari e la moderazione salariale – ha conosciuto il più basso tasso di disoccupazione dalla riunificazione con il 5,5% nel 2012. Ma anche gli esempi, ancor più significativi, di alcuni dei Paesi che più hanno risentito della crisi, come l’Irlanda e la Spagna.

Dublino, dopo aver molto sofferto sul piano occupazionale la prima fase della crisi, quella legata ai crack finanziari, ha risposto molto meglio nella seconda (debiti sovrani) grazie all’approvazione di un pacchetto di riforme del lavoro sotto il programma Ue-Fmi a partire dal novembre 2010. Madrid, invece, con il suo rigido dualismo del mercato del lavoro, ha duramente sofferto fino alla riforma del 2012, che ha segnato un’inversione di tendenza e una riduzione dei disoccupati da 5 a 4,4 milioni.

I numeri certamente non dicono tutto. E si può discutere della qualità dei posti di lavoro creati. Ma intanto quei numeri dicono con certezza che chi ha riformato il proprio mercato del lavoro, rendendolo più flessibile e adattabile ai cambiamenti di questi ultimi anni, ha riportato i risultati migliori sul fronte occupazionale. Sarebbe un paradosso che Renzi e la sua maggioranza non ne tenessero conto con una decisa spinta riformista in questo senso.

Del lavoro fa parte anche la questione scuola. L’occupazione in Europa tornerà a crescere solo se, come ha detto Draghi a Jackson Hole, aumenterà «the skill intensity of the workforce». Più formazione, dunque, più education. Renzi ha indicato proprio la riforma della scuola come una sua grande priorità per il Consiglio dei ministri del 29 agosto: «Presenteremo – ha detto – una riforma complessiva che intende andare in direzione dei ragazzi, delle famiglie e del personale docente». Speriamo che vada soprattutto nella direzione degli studenti e della loro capacità/possibilità di trovare/crearsi un lavoro. La verifica sarà facile: se si darà finalmente all’insegnamento della lingua inglese lo spazio che merita, sarà una buona riforma. Altrimenti no. Tenere sui banchi di scuola i nostri ragazzi per 13 anni e non garantirgli uno strumento oggi indispensabile per costruirsi un percorso lavorativo è un delitto. Soprattutto per una sinistra che vuole fare dell’eguaglianza delle opportunità la sua bandiera.

La conoscenza o meno delle lingue è il primo fattore di diseguaglianza, perché si acquisisce proprio nella prima fase della competizione sociale. Se si darà a tutti, non solo ai figli dei ricchi, la possibilità di comunicare in inglese alla fine del percorso scolastico si sarà fatta la più utile riforma della scuola che si possa fare. E forse anche un piccolo pezzo di riforma del lavoro. A volte il riformismo è più semplice di quello che si possa pensare. Sindacati permettendo, ovviamente.

I rischi dell’economia illegale nel Pil

I rischi dell’economia illegale nel Pil

Letizia Moratti – Corriere della Sera

La decisione di aggregare al calcolo del Pil (Prodotto interno lordo) una parte dell’economia illegale mette ancor più in evidenza l’inadeguatezza di questo strumento nella definizione del benessere dei cittadini di uno Stato. E’ ormai assodato che né il valore assoluto del Pil né la sua crescita permettano una valutazione efficace di tale benessere e proprio per questo, dagli anni ’90, l’Onu, le Istituzioni Europee, l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e diversi Paesi singolarmente hanno promosso strumenti e indicatori alternativi che superassero l’egemonia del Pil e tenessero in considerazione anche aspetti sociali e ambientali della vita in un sistema economico nazionale. La ricchezza di un Paese è infatti data anche dai progetti educativi e di istruzione, dall’attenzione verso il patrimonio artistico e culturale, dalla capacità di promuovere modelli di welfare sostenibili. Una consapevolezza che Robert Kennedy aveva espresso già nel 1968 evidenziando come il Pil misurasse “tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Esistono quindi strumenti che permettono oggi di definire la salute economica di uno Stato attraverso parametri positivi che tengano conto della qualità della vita reale dei cittadini in una forma meno aggregata e vincolante del Pil. Introdurre i proventi dell’economia illegale è una scelta che non solo va nella direzione opposta a questi modelli innovativi di valutazione, ma pone anche di fronte ad una serie di riflessioni e problematiche. In primo luogo, certamente, un tema etico ascrivibile alla necessaria moralità nell’economia che già il Papa emerito Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate aveva ribadito. E’ importante riaffermare l’importanza dei comportamenti virtuosi che le istituzioni sono chiamate ad avere nelle scelte economiche che impattano la vita reale delle persone.

Gli effetti di scelte sbagliate possono essere estremamente negativi, basti pensare all’abrogazione del Glass-Steagall Act americano e la costituzione di gruppi bancari in grado di esercitare sia l’attività tradizionale sia l’attività di investment banking. Una scelta, in verità poi rivista dalle istituzioni Usa, che ha favorito la diffusione di una finanza speculativa i cui effetti si sono visti con la crisi del 2008. Esistono però anche altri rischi legati alla scelta di includere l’economia illegale nel Pil. Tra questi, il più evidente e relativo ai perimetri di inclusione – oggi droga, prostituzione e contrabbando, ma domani magari tratta delle donne, contrabbando di organi, sfruttamento del lavoro minorile. Non è chiaro dove sia il limite e se questa scelta possa rappresentare una forma paradossale di incentivo all’economia criminale. Infatti per esempio la Francia (l’lnsee, Istituto nazionale di statistica e studi economici) rifiuta di incorporare nel calcolo del Pil le attività “esercitate sotto costrizione”.

Il Movimento per l’economia positiva fondato da Jacques Attali, di cui faccio parte, è nato dal desiderio di trasformare la crisi attuale in opportunità, modificando la nostra economia e mettendo in discussione i nostri modelli di governo, di produzione e di consumo. Nel Forum internazionale tenutosi in Italia lo scorso giugno, il Movimento ha promosso dieci azioni per una nuova economia positiva nel nostro Paese e tra queste quella per misurare il contributo del Terzo settore al Pil e inserire nella effettiva misura e in modo esaustivo il valore aggiunto del volontariato nel calcolo del Pil che fonti autorevoli stimano in un incremento di 20 miliardi di euro, appena superiore ad un punto percentuale di Pil. Una voce sicuramente più opportuna e virtuosa di quella dell’economia illegale, ma anche un segnale da parte delle Istituzioni, in particolare nei confronti dei giovani che potrebbero dirigersi verso una forma di economia più positiva e socialmente utile di quella proveniente da droga, contrabbando e prostituzione.

Non è più tempo di alibi

Non è più tempo di alibi

Massimo Gaggi – Corriere della Sera

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, non parla di «bazooka», di armi monetarie straordinarie per evitare la deflazione e battere le tendenze recessive che riemergono anche nelle economie europee più solide. Non lo fa perché non è una parola del suo vocabolario, ma, soprattutto, perché un’arma simile non esiste. Ci fosse, sarebbe il momento di usarla perché la situazione è veramente difficile. E la Banca centrale europea promette che, per quello che potrà fare, non si tirerà indietro: stretta tra crescente disoccupazione strutturale, economie che non crescono e vincoli di bilancio, l’Europa ha bisogno di interventi simultanei e massicci sia dal lato del sostegno alla domanda da attivare con le politiche monetarie e fiscali, sia da quello delle riforme strutturali.
È il momento di fare: in fretta e rischiando anche molto. È questo il cuore del messaggio che il capo della Bce trasmette ai colleghi banchieri centrali che lo ascoltano al simposio annuale di Jackson Hole, sulle Montagne Rocciose, ma anche ai policymakers europei e ai mercati: «Il rischio di fare troppo è ormai nettamente inferiore a quello di fare troppo poco». Fare di più esponendo maggiormente la Bce, ma anche attuando politiche fiscali più coraggiose, coi governi chiamati a investire il loro capitale politico in strategie di riduzione delle tasse (soprattutto il cuneo fiscale) e della spesa pubblica, ma anche in riforme radicali del mercato del lavoro nei Paesi che oggi soffrono di maggiore rigidità: Draghi non cita mai l’Italia ma il riferimento è implicito, visto che l’esempio sul quale si sofferma è un confronto tra Spagna e Irlanda, con quest’ultima che si è ripresa più rapidamente dalla crisi anche grazie all’elevata flessibilità della manodopera che ha consentito alle imprese, nei momenti più difficili, di risparmiare sul costo del lavoro. La Spagna, rimasta troppo a lungo rigida, ha pagato l’incomprimibilità delle retribuzioni con un forte taglio degli occupati. Fino al 2012, quando Madrid ha cambiato rotta: oggi sta cogliendo i primi frutti della maggiore flessibilità.
L’Italia no. Draghi non lo dice e non solo per evitare nuove polemiche a Roma: a Jackson Hole è andato per parlare delle difficoltà di un’area, l’Europa, che rappresenta il più grande mercato mondiale e che fatica a difendere un modello sociale tanto prezioso quanto fragile. Il capo della Bce era atteso al varco anche da analisti non del tutto benevoli che imputano alla Bce alcuni errori di previsione e l’adozione di misure monetarie meno efficaci di quelle messe in campo dalla Federal Reserve.
Secondo questi critici proprio il confronto ravvicinato con Janet Yellen, l’economista succeduta pochi mesi fa a Ben Bernanke alla guida della Fed (ha parlato a Jackson Hole qualche ora prima di Draghi), avrebbe dovuto far emergere il contrasto stridente tra le due situazioni: l’America in ripresa e con l’occupazione in crescita ormai da cinque anni consecutivi che sta per azzerare i sostegni straordinari offerti all’economia sotto forma di acquisto di titoli pubblici e obbligazioni private sul mercato. E che si prepara ad aumentare, nel 2015, il costo del denaro, pressoché azzerato ormai da sei anni.
In realtà la Yellen, pur confermando le scelte di fondo della Banca centrale Usa e riconoscendo che i numeri ufficiali del mercato del lavoro cominciano a muoversi verso uno scenario di piena occupazione, ha dato un’interpretazione della realtà economica americana molto più problematica e allarmata: i 19 indicatori sui quali la Fed basa le sue valutazioni dicono che il calo della disoccupazione è sovrastimato e che il mercato del lavoro è ancora molto problematico. Chi si aspettava che la Fed potesse accelerare il percorso verso l’aumento del costo del denaro è rimasto deluso. La Yellen non intende anticipare gli interventi in questo campo: se ne parlerà, pare di capire, a metà dell’anno prossimo, non prima.
Da un punto di vista strettamente monetario la cosa non è molto positiva per la Ue visto che potrebbe attenuare la corsa al rafforzamento del dollaro che indebolisce l’euro e rende le nostre merci più competitive. Ma con la sua analisi la Yellen ha anche dimostrato che, pur essendosi mossa meglio, l’America si dibatte tuttora negli stessi problemi che affliggono l’Europa. Niente mal comune mezzo gaudio, ma in questo contesto è più facile per Draghi spiegare perché in Europa tutto è stato molto più difficile: dalle impostazioni divergenti dei vari governi al fatto che il primo choc, quello del sistema creditizio nel 2008, è stato seguito da un secondo trauma, quello dei debiti sovrani dei Paesi più deboli, che ha «gelato» di nuovo l’occupazione europea quando ormai quella Usa era in pieno recupero. Ma, soprattutto, è stato più facile per Draghi concentrarsi sul pesante carnet delle cose da fare.
Il capo della Bce ha parlato molto più di politiche fiscali e del lavoro che di interventi monetari: un’occasione ghiotta per chi vuole alimentare polemiche fini a se stesse. In realtà Draghi ha ribadito quello che per anni Bernanke ha ripetuto davanti al Congresso di Washington: la politica monetaria può fare molto, ma non può sostituire gli interventi dei governi e le riforme strutturali indispensabili per affrontare le sfide di un mondo completamente cambiato sia per quanto riguarda la dislocazione geografica del reddito e delle capacità produttive, sia per il cambiamento di prodotti e tecnologie. La Bce farà la sua parte, ha promesso Draghi senza entrare in dettagli (acquistare obbligazioni sul mercato, ad esempio, è più difficile per l’Eurotower che per la Fed alla quale nessuno ha mai chiesto di non sottoscrivere troppi titoli della California o del Kansas). E l’indebolimento dell’euro indica che i primi risultati di questa politica già ci sono. Ma se si vuole davvero aggredire una disoccupazione strutturale che può diventare irreversibile dobbiamo tutti rischiare molto di più: governi, parlamenti, sindacalisti. E, inevitabilmente, anche noi cittadini.

I conti non tornano, o si vende o si tassa

I conti non tornano, o si vende o si tassa

Marco Bertoncini – Italia Oggi

C’è stata prima un’offensiva di anticipazioni su prelievi pensionistici, manovra correttiva, patrimoniale. Il clima è subito divenuto pessimo per il governo, specie per il dispensatore di ottimismo Matteo Renzi. Arriva allora la controffensiva, con le volutamente tranquillizzanti frasi del sottosegretario Graziano Delrio (che con l’intervista a la Repubblica riacquista quel ruolo di «Gianni Letta di R.» che pareva aver perduto) e con le solite battute dello stesso presidente del Consiglio.

Tutto bene? No. Senz’altro, specie in agosto, i retroscena dei giornali sono sovente pure bufale. Molte ipotesi sono frutto di riflessioni di personaggi senza ruolo istituzionale.

Peccato però che, partendo dal superministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, vi fossero fonti ufficiali a far testo delle minacce o, se si vuole, delle preoccupazioni. Quando il sottosegretario Pier Paolo Baretta se ne esce dichiarando «Chi guadagna fino a 2 mila euro netti di pensione al mese può stare assolutamente tranquillo», il risultato è semplice: allarmare centinaia di migliaia di pensionati (sia con più di 2 mila euro netti, sia titolari di più pensioni), oltre quelli che percepiscono, poniamo, 1.500 euro e che ben sanno come si parta dall’oro per colpire l’argento e arrivare al bronzo o dai «ricchi» (da far piangere) per spingersi presto ai ceti medio-alti prima, ai medi poi.

Il guaio è in radice. Poiché non si procede con le grandi riforme strutturali (alienazioni del patrimonio pubblico, liberalizzazioni, privatizzazioni, revisione del sistema sanitario nazionale, riscrittura del comparto di regioni, enti locali ed enti pubblici), si finisce col tirar fuori del cappello aumenti tributari o, ancora, soluzioni tampone e insufficienti.

Saranno droga, prostituzione e mafia a salvare i conti del 2014

Saranno droga, prostituzione e mafia a salvare i conti del 2014

Sergio Soave – Italia Oggi

Matteo Renzi ironizza sulla discussione agostana sulle intenzioni «segrete» dell’esecutivo e in particolare sulle ipotesi che circolano di riduzione delle pensioni o di aumento delle tasse, come se si trattasse soltanto di elucubrazioni giornalistiche prive di fondamento o magari animate da ostilità politica. In questo caso, però, il sarcasmo del premier non è giustificato. Renzi ha ammesso che la crescita prevista per quest’anno non ci sarà, ha insistito a garantire che l’Italia manterrà gli impegni sul deficit, e questi due elementi dicono che mancano almeno cinque miliardi. Se si aggiunge che già la legge di Stabilità in vigore prevede che nel caso in cui non si raggiungano gli obiettivi si ricorrerà a un abbattimento lineare delle detrazioni (cioè a un aumento della tassazione) si vede che l’attesa di nuove tasse, che può essere surrogata solo da riduzioni di spesa che incidono sui grandi aggregati, l’unico dei quali che si può aggredire in tempo per ottenere un effetto sul bilancio dell’anno in corso è la previdenza, è tutt’altro che campata per aria.

D’altra parte, se le cose stanno davvero come dice il premier, il suo obiettivo polemico dovrebbero essere i membri del governo che si sono spesi per spiegare che una riduzione delle pensioni chiamate d’oro (ma che sarebbero quelle superiori a 2 mila euro) sarebbe tutto sommato equa. Renzi spiega che invece i risparmi ci saranno e saranno riduzioni di spesa pubblica, ma è lecito dubitare che queste, se non riguardano la previdenza, possano produrre effetti contabilizzabili nell’ultimo trimestre dell’anno. Probabilmente quello su cui il governo conta è l’effetto del mutamento della base statistica su cui si calcola il prodotto interno e quindi ovviamente la percentuale di deficit. Se in questo modo si aumenta il pil formalizzato si può aumentare il deficit mantenendolo all’interno dei vincoli europei, ma questo artificio si può applicare una volta sola e il problema si riproporrà, aggravato, nell’anno prossimo, nel quale peraltro, dovrebbe cominciare a operare la tagliola infernale del fiscal compact. Sarebbe ingeneroso attribuire al governo la responsabilità della situazione deflattiva che si è creata e che coinvolge quasi tutta l’Europa. Ma è altrettanto ingiusto accusare di strumentalità chi, facendo quattro conti, chiede al governo di spiegare come intende fronteggiare le conseguenze negative di un ciclo che non corrisponde alle previsioni troppo ottimistiche. E se si fa uso di troppa fantasia è anche perchè da parte del governo non si eccede certamente in chiarezza.

Il sommerso nel Pil non ci riporta a galla

Il sommerso nel Pil non ci riporta a galla

Francesco Forte – Il Giornale

La rivalutazione del Pil dell’Italia, che l’Istat farà fra circa un mese, costituisce, per Renzi che si dibatte fra cattive statistiche, un piccolo ma non trascurabile aiuto. Il nuovo calcolo farà scendere la pressione fiscale ufficiale anche se i contribuenti pagheranno le cifre esorbitanti di prima. Anche la spesa pubblica risulterà più bassa sul Pil, anche l’importo rimane eguale. E il rapporto del debito pubblico col Pil scenderà. Un buon aiutino arriverà a Renzi per il deficit in percentuale sul Pil. Se – in ipotesi – per il 2015, prima delle manovre correttive, il deficit è stimato in 48 miliardi, su un Pil di 1.600 miliardi, esso risulta il 3%. L’aumento del 2% del Pil porterà quest’ultimo a 1.632 miliardi, farà scenderà il deficit al 2,94%: 0,6 punti in meno, risparmiando 9,6 miliardi alla manovra correttiva. Questa rivalutazione del Pil dell’Italia avverrà, provvidenzialmente per Renzi, a ridosso della legge di bilancio per il triennio 2015-2017. Essa però non è una escogitazione né del premier fiorentino né dell’Istat. Deriva da una decisione dell’Unione europea per tutti i Paesi membri, che nasce dalla necessità di adeguare il calcolo europeo del Pil ai criteri degli Stati Uniti e altri Paesi. La rivalutazione comporta di includere nel Pil i proventi di attività, che in Italia (e in qualche Stato europeo) sono vietate o semi legalizzate come i traffici di droghe e di prostituzione, che altrove sono invece ampiamente legalizzati. Ma l’impatto sarà limitato anche perché le prostitute e prostituti a volte si chiamano «escort»; i traffici di droghe sono in parte già inclusi nell’economia sommersa, che in Italia viene valutata con indicatori presuntivi (per difetto) al 18%. Soprattutto, verranno incluse nel Pil le spese di ricerca, che in Italia sono considerate costi senza utile e quelle per gli investimenti per la difesa, che per l’Unione europea, per una scelta ideologica adesso non sono veri investimenti. Il calcolo del Pil in più è scivoloso. Per la «prostituzione», concetto labile, e per la droga, di cui si hanno vaghe stime, l’Istat intende fare una correzione del Pil molto limitata. La ricerca scientifica (difficile da definire) può dar luogo a una rivalutazione più consistente. Fra gli investimenti nella difesa verranno inclusi solo quelli fatti con beni comprati all’estero.

I beni nazionali sono già compresi nel prodotto delle imprese italiane. Si pensa che, con questa rivalutazione, il nostro Pil si accresca di circa 1/2 punti che vanno considerati anche per gli anni passati. Dunque se il Pil è, in ipotesi, 1.600 miliardi, col 2% in più, diventerà 1.632. La pressione fiscale di 704 miliardi su 1.600 di Pil è il 44%. Su 1.632 sarebbe 43,03. Se le spese pubbliche sono 784 miliardi scenderanno dal 49% al 47,98% del Pil. Il debito pubblico di 2.160 miliardi scenderà dal 135 al 132,35% del Pil. La rivalutazione del Pil non riduce di un euro il sacrificio fiscale che, per ogni famiglia e impresa, rimane quello di prima. E Renzi è pregato di non prendere il giro il contribuente. Prostituzione e droga, non pagano le imposte ora e non le pagheranno con la rivalutazione. Per la ricerca, il regime fiscale non muta.

Gli acquisti dall’estero di beni d’investimento per la difesa produrranno, come ora, reddito fiscale all’estero. Sembrerà che noi abbiano meno debiti. Ma gli interessi e i rimborsi futuri sono gli stessi. E il deficit produrrà tanto nuovo debito come prima. Per finire, la rivalutazione del Pil non farà aumentare il misero trend della crescita italiana. Infatti le rivalutazioni accresceranno il Pil passato e futuro d’analoghe percentuali. Perciò i rapporti fra tali Pil non mutano. I disoccupati rimarranno una cifra enorme. Questo ritocco non è un alibi per rimandare le riforme.

Prodotto interno lurido? Allora legalizziamo prostituzione e spinelli

Prodotto interno lurido? Allora legalizziamo prostituzione e spinelli

Gianluigi Paragone – Libero

Scusate, ma se parte dei proventi delle attività illecite vanno bene per gonfiare un po’ di pil europeo e quindi ritarare il debito (soliti trucchetti da pezzenti…), domando: perché non vogliamo aprire gli occhi su droga e prostituzione? Perché alcol, sigarette e gioco d’azzardo possono rientrare nell’elenco dei buoni, mentre droga e mignotte no? O meglio, no con qualche se e qualche ma perché resta sempre vero che il denaro non puzza. Il ricalcolo del pil italiano non può essere liquidato come tema ragionieristico, varrebbe la pena (e qui lo faccio) di finirla con questo finto perbenismo tutto italiano e di legalizzare prostituzione e droghe leggere. Sulla prostituzione soprattutto sarebbe ora di 1) abrogare la legge Merlin; 2) legalizzare l’esercizio sessuale in casa; 3) creare quartieri a luci rosse; 4) tassare l’attività delle lucciole. Ci sarebbe un quinto che però appartiene al costume: la libertà sessuale.
Quando ne parlo mi sento ripetere che uno stato magnaccia sarebbe inopportuno. A parte che ormai se lo stato fosse solo magnaccia sarebbe il minore dei mali, ma spiegatemi perché il gioco d’azzardo sì, l’alcol sì, il tabacco sì e le droghe leggere (cannabis) e la prostituzione no. La prostituzione è nella pelle delle nostre città ma nel controllo quasi totale di organizzazioni criminali. Inoltre chiudiamo gli occhi sull’esercizio della prostituzione in casa, pubblicizzata su giornali e siti internet: ci vuole nulla per farsi una trombata in santa pace.

C’è un mercato enorme su scambi e offerte di prestazioni che non capisco il motivo per cui debba stare sommerso e oscuro. Per non dire dei vari giocattoli e attrezzi sessuali che fanno la felicità di venditori e produttori. Insomma,il sesso ci circonda e siccome quello a pagamento si consuma sotto i nostri occhi (farisaicamente chiusi) forse è il caso di fare i conti con l’oste.

L’errore più grossolano che si commette ogni volta che si affronta l’argomento è condizionarlo a un registro morale. Sapete che vi dico? Chissenefrega della morale! Piantiamola. Insisto, se c’è un’attività che non conosce crisi è quella legata al sesso, quindi – siccome fa meno male dell’alcol e del gioco d’azzardo – sbrighiamoci a uscire dalla Merlin. Il sesso straborda in ogni luogo, reale e virtuale: insomma non c’è una sola ragione per non legalizzare la prostituzione e non far godere così anche il gettito fiscale. A meno che non si voglia darla vinta ai bacchettoni in mutandone.

Infine non mi sta affatto bene che per sistemare la contabilità si debbano inserire proventi in mano alla criminalità; se quel denaro non puzza allora cerchiamo di sottrarlo ai criminali. Vale per la prostituzione così come per alcune droghe. Quelle leggere. La cannabis, almeno. Perché non si può vendere in appositi coffee shop? In America si è aperto un dibattito politico, prima ancora che giuridico, sull’uso della marjuana. Ci sono Paesi dove la vendita e il consumo sono leciti senza tanti alambicchi normativi. Aggiungo che nemmeno sullo spaccio hanno senso alcune osservazioni critiche visto che ogni volta che si debbono fare i conti con colpi di spugna gli spacciatori sono i primi a fare festa.

Un’ultima considerazione. Spendo alcune righe sul fatto che la cannabis è una droga ormai superata, poco attrattiva tra i giovani i quali “debuttano” spesso con le droghe sintetiche assolutamente più dannose del vecchio spinello. Lo dico per abituarci all’idea che anche le sfide che ci pongono le nuove generazioni sulle tossicodipendenze sono già più avanti del dibattito politico.

Per chiudere. Se puttane e droga valgono bene un’aggiustatina dei conti economici, allora, cari politici, giù la maschera. Legalizziamo.

Riforme? Cominciamo dalla Bce

Riforme? Cominciamo dalla Bce

Gaetano Pedullà – La Notizia

Come si fa a chiedere agli altri di fare qualcosa che poi non si sa fare con se stessi? La domanda certamente non sfiora Mario Draghi, lodato presidente della Banca centrale europea, ma proprio per il suo caso riguarda tutti noi. Draghi, ieri a summit economico di Jacksone Hole, è tornato ad annunciare misure anche non convenzionali per sostenere la ripresa in Europa, e a chiedere contemporaneamente ai singoli Stati di non rinviare più le necessarie riforme strutturali. Ora chi segue appena un po’ l’economia ricorderà che la Bce promette misure non convenzionali da anni. Cosa sono queste misure? In sintesi l’immissione di un po’ di liquidità per contrastare una crisi che è economica ma anche monetaria. Con un euro che vale il 30% più del dollaro è chiaro che l’export delle imprese europee è mostruosamente sfavorito e di conseguenza naturale che ci siano meno opportunità di lavoro. Tutto qui? No, perché altro grandissimo problema è la spaventosa stretta creditizia sotto gli occhi di tutti. A chi tocca governare questi problemi: agli Stati o alla Banca centrale? Ovviamente alla Bce, che però da anni promette e ripromette ma poi non fa nulla solo perché i tedeschi non vogliono. Fatto salvo che riformare regole vecchie come quelle che abbiamo non solo in campo economico è sacrosanto, non è che insieme all’azione riformatrice dei singoli Stati sia arrivata l’ora di riformare la stessa Banca centrale? Anche perché la Fed americana promette, promette ma poi i tassi del dollaro non li alza. Ma a Francoforte evidentemente voglia di cambiare non ce n’è.

Date una pensione a Renzi e Poletti

Date una pensione a Renzi e Poletti

Giorgo Mulè – Panorama

Nei piani del governo, quello sulle pensioni doveva essere un blitz: improvviso e, aggiungo io, improvvido. Me lo confidò, lunedì 4 agosto, una mia fonte assai addentro ai segreti ministeriali. Con dovizia di particolari elencò le misure del blitzkrieg fissato per ottobre che prevedeva tra l’altro il varo dell’ennesimo e ipocrita «contributo di solidarietà», la rimodulazione degli assegni calcolati con il metodo retributivo e la revisione delle pensioni di reversibilità. Scrivemmo tutto, ovviamente, e giovedì 7 agosto mandammo in edicola la copertina di Panorama (numero 33) con Matteo Renzi nelle vesti di un vampiro e il titolo: Il prelievo. Nessun giornalone, nei giorni seguenti, approfondì la notizia. Normale, nel provincialismo editoriale italiano. Fin quando domenica 17 agosto il ministro del Lavoro, Guliano Poletti, ha confermato tutto con un’intervista al Corriere della sera. Il resto lo state leggendo in questi giorni (ben svegliati, colleghi) e continuerete a leggerlo nelle prossime settimane.

Sono circa 300 i miliardi che l’Italia paga ai pensionati ogni anno. Per ogni governo si tratta di una categoria bancomat: non c’è manovra, manovrina o manovrona che li abbia risparmiati. Le storture non mancano, per carità, ed è giusto intervenire anche in profondità. Il problema è che bisogna farlo con raziocinio e non a colpi di rapine indiscriminate. Evitando, soprattutto, azioni demagogiche modello Robin Hood come quella in corso: è profondamente sbagliato dipingere il titolare di una pensione da 3.000 euro come un ricco sfondato e quindi meritevole di essere spennato per cedere parte dei suoi soldi a chi ne ha di meno. Perché il pensionato che perderà soldi si sentirà povero e impaurito e spenderà ancora di meno rispetto a oggi mentre l’altro pensionato (già terrorizzato dalla congiuntura attuale e fresco di fregatura dal mancato arrivo degli 80 euro) che ne prenderà poco di più non si accorgerà neppure dell’incremento.

E mentre lor signori discettano di quanto e a chi rapinare, che cosa c’è da aspettarsi se non l’ennesima gelata sui consumi da parte di coloro che con quei 300 miliardi equivalgono al 20 per cento del prodotto interno lordo? Nella platea dei «ricchi» pensionati chi spenderà un euro in più oltre lo stretto necessario? Non ci vuole un economista di Harvard per enunciare questo banale parallelo, lo sanno perfettamente al ministero dell’Economia e pure a quello del Lavoro e lo ha sottolineato un insospettabile come Stefano «chi?» Fassina.

Alla radice di tutto c’è un problema di cultura di governo. Il ministro Poletti è una degnissima persona, un “tecnico” chiamato da Renzi: ma si è nutrito di pane e comunismo (pochissimo il pane) fin da quando aveva le brache corte. Nel defunto Partito comunista ha ricoperto incarichi importanti, è stato custode di quell’ortodossia maledetta nella rossissima Imola negli Anni 80. Che cosa c’è da aspettarsi da un ministro così se non un prelievo dalle pensioni che lui si ostina a chiamare «d’oro»? Inutilmente s’è atteso il colpo d’ala dal sempre assai loquace Renzi, una frasettina tipo: «Suvvia Giuliano, nun di’ bischerate». Macché, muto è stato. Poi, tanto per tenersi sulle generali, ha scritto un tweet che però non smentisce nulla: dice vagamente che i giornalisti a Ferragosto si inventano cose che il governo non ha neppure pensato. Ma a quali cose si riferisce? Tweet da Sibilla cumana.

Comincio a pensare che Renzi, oltreché muto, sia pure sordo. Al premier, che pure dall’orecchio destro, quello delle riforme, sembra recepire qualche segnale, bisogna sturare al più presto l’orecchio sinistro, quello dell’economia: deve avere un tappo che puntualmente gli impedisce di sentire. E, ahinoi, di cogliere la realtà.

Risparmi e rendite più forti della crisi, imprese in ginocchio, a picco gli attivi

Risparmi e rendite più forti della crisi, imprese in ginocchio, a picco gli attivi

Federico Fubini – La Repubblica

È un’italia a tre velocità quella che riemerge dai sette anni più turbolenti per l’economia. Dal giorno in cui Lehman Brothers portò i libri in tribunale, alla fine dell’estate del 2008, il Paese ha iniziato la sua traversata del deserto marciando in tre direzioni diverse: si è molto rafforzato il patrimonio lordo delle banche; ha resistito egregiamente quello, già cospicuo, delle famiglie; è crollata invece la ricchezza delle imprese, già in partenza anormalmente ridotta. Giunto al settimo anno di crisi, questo è insomma un Paese che sembra vivere più di rendite finanziarie o familiari che di produzione pura e semplice, quella che in teoria dovrebbe creare fatturato, nuove opportunità, posti di lavoro.

La foto di gruppo la scatta Eurostat, che ha appena aggiornato i conti finanziari degli italiani a tutto il 2013. Poiché i dati sull’Italia figurano accanto a quelli del resto d’Europa, il confronto mette in luce le anomalie del Paese e le aree nelle quali invece le sue dinamiche appaiono perfettamente normali. E se c’è un punto sul quale l’Italia non si discosta dalle medie europee e del suo stesso passato, è proprio nel risparmio delle famiglie. La recessione più lunga della storia l’ha eroso e intaccato, non l’ha distrutto o messo in pericolo. Gli attivi puramente finanziari degli italiani – immobili esclusi – valevano nel complesso 3.771 miliardi di euro nel 2008 e alla fine del 2013 erano scesi di circa 60 miliardi a 3.717 miliardi. E un calo da circa mille euro per abitante in sei anni, ma il risparmio delle vale ancora più di due volte il Prodotto interno lordo e resta elevato: in media sono 61 mila euro per ogni residente in Italia, appena sopra la media dell’area euro, più che in Germania ( 57.021 per abitante), in linea con la Francia ( 61.155) e molto sopra alla Spagna ( 37.450). Gli anni della tripla ricaduta in recessione coincidono dunque con cambiamenti minimi per la grande risorsa nazionale, il risparmio delle famiglie: gli italiani riducono appena la loro esposizione azionaria, da 1.200 a mille miliardi di euro, si spostano un po’ i verso i conti di deposito e verso le polizze o i fondi pensione, ma nel complesso continuano a difendere le loro posizioni anche se intorno a loro l’economia arretra di quasi un decimo della sua taglia di prima. Aiuta anche il fatto che, nel frattempo, i vari governi vara-no i loro unici sgravi fiscali proprio a favore delle famiglie: quello di Enrico Letta abolisce mu per circa 5 miliardi, quello di Matteo Renzi taglia l’imposta sui redditi medio-bassi per altri dieci.

Anche più visibile il tocco delle politiche pubbliche dietro i conti conti finanziari delle assicurazioni e delle banche. Lì le dimensioni dei bilanci esplodono, in linea con le enormi iniezioni di liquidità varate dalla Banca centrale europea a favore gli istituti di credito per rispondere all’emergenza. Gli attivi dell’industria finanziaria italiana valevano 4.760 miliardi di euro nel 2008, ma l’anno scorso erano già saliti a seimila: una crescita in euro pari all’intero fatturato italiano di un anno, per un totale di beni delle banche e assicurazioni oggi pari a quattro volte il Pil. Anche in questo l’Italia non si comporta in modo diverso dagli altri Paesi europei: ovunque gli istituti di credito aspirano sempre liquidità dalla Bce, allargano la taglia del loro bilancio, quindi reinvestono in prestiti o soprattutto in titoli di Stato. Dove l’Italia diverge radicalmente dal resto d’Europa è nella ricchezza delle imprese. A confronto con gli altri Paesi era già ridotta in modo anomalo prima del trauma di Lehman, ma da allora subisce un tracrollo. I numeri sono impietosi: il patrimonio finanziario delle imprese in Italia nel 2008 era di 1.700 miliardi e si è eroso 1.541 al 2013. Si tratta di un calo pari circa al 10% del Pil italiano, non casualmente uguale alla contrazione dell’economia del Paese in questo settennato: sono i fallimenti, gli investimenti finiti in nulla, l’erosione dei patrimoni dopo anni di perdite.

Non colpisce solo il fatto chela ricchezza delle imprese in Italia valga meno della metà del risparmio delle famiglie: segno certo che molti imprenditori medi, piccoli e grandi hanno preferito depauperare l’azienda e trasferire le risorse sui propri conti personali, nelle auto di lusso, le ville proprie e dei figli, le tranquille rendite dei discendenti. Ma colpisce ancora di più la crescente divergenza dal resto d’Europa: l’economia spagnola è poco più della metà di quella italiana per fatturato, ma il patrimonio delle imprese iberiche ( 2.100 miliardi ) supera sia il patrimonio delle imprese italiane che il risparmio delle famiglie spagnole. Nessuna grande economia ha una sproporzione così vasta come l’Italia nella ricchezza di famiglie e imprese. E in Francia e Germania queste ultime controllano patrimoni che sono rispettivamente il triplo e il doppio di quelli del settore produttivo in Italia.

Dal punto di vista finanziario, questo Paese si presenta come un corpo con due polmoni non efficienti ma molto gonfi (banche e famiglie) e gambe rachitiche che dovrebbero farlo camminare. Che la ripresa tardi dunque non è strano. Sorprende di più la speranza del governo che possa propiziarla il bonus Irpef alle famiglie, invece che incentivi fiscali che rafforzino le imprese. I dati Eurostat dicono che agli italiani non manca il denaro per i consumi, ma la capacità di creare nuovo reddito producendo qualcosa. Con l’ultima ricaduta in recessione, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha incoraggiato gli italiani a spendere il bonus da 80 euro «con fiducia», mentre lui cerca ancora le coperture di bilancio per renderlo permanente. Quasi che bastasse una (costosa) cura dei sintomi, non delle cause del crollo dell’economia.