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Il superbanchiere e la deflazione

Il superbanchiere e la deflazione

Federico Fubini – La Repubblica

Nelle otto conferenze stampa che ha tenuto dall’inizio dell’anno, Mario Draghi ha sempre parlato della ripresa in arrivo. Cambiavano giusto gli aggettivi scelti dal presidente della Bce per descriverla. Da gennaio a marzo era “lenta”. Ad aprile questa sfumatura di cautela è caduta, quasi che le nubi si stessero sollevando. A giugno però la ripresa è diventata di colpo “un po’ più debole del previsto” e a inizio agosto “moderata e diseguale”. Poi a metà agosto l’Europa ha capito che la ripresa semplicemente non esisteva: crescita zero. Sarebbe facile ora rimarcare che nell’ultimo anno e mezzo lo staff della Banca centrale europea ha regolarmente sbagliato i suoi calcoli. Ha sempre previsto una crescita superiore a ciò che poi è successo e non ha mai messo in conto che l’intera zona euro si sarebbe trovata sull’orlo della deflazione.
Se queste previsioni erano la base delle scelte,non sorprende che la Bce stia fallendo nel suo compito principale: garantire la stabilità dei prezzi, cioè un’inflazione “vicina ma sotto al 2%” nel medio periodo. Quest’estate i prezzi sono in caduta in Spagna, Portogallo, Grecia e di fatto anche in Italia, mentre nella media dell’area l’inflazione (in frenata) è ad appena lo 0,4%. Angel Ubide dal Peterson Institute nota che i mercati non credono affatto che i prezzi ripartiranno: i valori impliciti nei tassi forward – stime di mercato sul futuro – danno un ritorno alla normalità non prima di un decennio. Le conseguenze sono note. Famiglie e imprese rinviano consumi e investimenti in attesa di prezzi ancora più bassi domani. L’economia ristagna più a lungo. E poiché con un’inflazione a zero il peso reale dei debiti aumenta, l’intera contabilità di famiglie, imprese e governi in Europa sta già cambiando in peggio. Oggi circolano obbligazioni emesse in euro da europei per 13.300 miliardi (quasi un terzo del Pil del mondo), di cui 7.300 miliardi a carico degli Stati dell’area. Tutti coloro che si sono sobbarcati dei debiti in questi anni, lo hanno fatto nell’idea che la Bce avrebbe rispettato il proprio impegno a difendere un’inflazione attorno al 2%. Non a quota zero. Ora quell’impegno viene meno e rende la gestione di tutti i debiti molto più pesante: gli interessi restano uguali, i ricavi per pagarli scendono. Lo stesso Fiscal Compact diventa più difficile da rispettare e meno credibile, quasi nato morto.

Sarebbe facile notare adesso questi errori della Bce, non fosse che nessuno si illude che una banca centrale possa sempre evitarli. Non succede mai. Dall’inizio di questa crisi la storia dell’Eurotower è piena di errori commessi e poi corretti. Soprattutto è piena di errori della Bundesbank e delle persone espresse dalla banca centrale tedesca nell’Eurotower, sempre convinte che creare moneta e allargare il bilancio della Bce avrebbe creato troppa inflazione. Non è mai andata così: al suo massimo il bilancio dell’Eurotower è quadruplicato, eppure l’inflazione è scesa. Nel 2007 Jürgen Stark, tedesco nell’esecutivo Bce, si lamentò quando la banca lanciò le prime iniezioni di liquidità con la crisi dei subprime; la storia ha dimostrato che si sbagliava. Nel 2010 e nel 2011 lo stesso Stark e Axel Weber, allora presidente della Bundesbank, votarono contro gli acquisti di titoli di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna, furono messi in minoranza e anche questa volta la storia ha dato loro torto. Lo stesso vale per Jens Weidmann, successore di Weber alla Buba, quando nel 2012 si oppose alla svolta con cui Draghi promise sostegno illimitato ai Paesi che avessero accettato un programma di riforme. Quella promessa non costò un euro, salvò l’Italia e la moneta unica e dimostrò che la Buba si sbagliava e andava messa in minoranza.
Se questa storia ha ancora un senso, è perché continua: la banca centrale tedesca si oppone a ciò che serve per scongiurare la deflazione. Come hanno già fatto la Federal Reserve americana, la Banca del Giappone e quella d’Inghilterra, per fare il suo dovere oggi la Bce ha bisogno di creare almeno mille miliardi di euro e comprare a tappeto titoli pubblici e privati dei Paesi dell’area euro. È il cosiddetto “quantitative easing”, inaugurato dalla Fed nel 2009. Avrebbe già dovuto farlo, risparmiando un po’ dei problemi di debito, crollo degli investimenti e stallo dell’export che oggi affliggono l’Italia e altri Paesi. Non è successo perché Draghi non ha voluto muovere un passo del genere contro la Bundesbank.

Il presidente italiano della Bce ha due ottimi argomenti dalla sua. Il primo è che già la sua promessa del 2012 di difendere l’euro a tutti i costi, ricreando fiducia, ha di fatto prodotto un effetto “quantitative easing”: da settembre 2012 a marzo 2014 le banche private estere hanno riportato in Italia 163 miliardi di dollari (dati Bri), eppure il paziente non si riprende. La differenza è che nuovi interventi della Bce svaluterebbero l’euro e darebbero finalmente ossigeno all’export, mentre gli afflussi di denaro privato invece rafforzano il cambio.
Il secondo argomento di Draghi è anche più serio: poiché la Germania è di gran lunga il primo azionista Bce, è difficile imporle il rischio di sobbarcarsi debito italiano per centinaia di miliardi contro la sua volontà. In questo l’Italia può aiutare, cercando di ricostruire una credibilità che in Europa ha perso da un pezzo. Ma per la Bce combattare la deflazione è un dovere. È stata creata apposta: se condizionasse le sue scelte in proposito a quelle dei governi, di fatto rinuncerebbe all’indipendenza.

Ormai Draghi è davanti a un bivio, forse il più difficile della lunga carriera di successi. Può fargli comodo un consiglio contenuto nelle memorie di un suo vecchio amico, l’ex segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner: meglio prendersi la colpa dei propri errori, che di quelli degli altri. Inclusa, al solito, la Bundesbank.

Lasciate in pace il ceto medio

Lasciate in pace il ceto medio

Dario Di Vico – Corriere della Sera

La parola chiave della politica sociale di metà agosto è «asticella». L’ha usata ieri il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, intervistato sul Corriere da Enrico Marro. Si discuteva di un (non tanto) ipotetico contributo di solidarietà (slittamento lessicale che sostituisce la parola «tassa») a carico delle pensioni alte ed è rispuntato un progetto e un vecchio dilemma dei governi succedutisi in questi tribolati anni. Se il contributo di solidarietà lo si carica sugli assegni mensili veramente d’oro e d’argento le risorse che si rastrellano per questa via alla fine sono poche, assomigliano dal punto di vista del bilancio dello Stato a briciole. Se invece l’asticella ministeriale del prelievo viene collocata più in basso ecco che la platea dei colpiti diventa molto più larga e si raccoglie decisamente di più. Il guaio è che in questo modo non ci si limita a sforbiciare i redditi dei superburocrati che godono di una pensione aurea ma si tassa di nuovo una parte significativa del ceto medio.

Il governo Renzi ha scelto questa strada? La tesi di un prelievo con asticella bassa nel dibattito di politica economica viene in genere attribuita al deputato Yoram Gutgeld, renziano della seconda ora che in passato aveva immaginato un contributo del 10% sulle pensioni superiori a 3.500 euro per un incasso totale di 3,3 miliardi. Dopo essere stato per un lungo lasso di tempo in ombra, Gutgeld dovrebbe essere il perno della squadra di economisti che Matteo Renzi vuole vicino a sé da settembre a Palazzo Chigi e non è un caso, dunque, che i ministri ricomincino a ventilare l’ipotesi del contributo di solidarietà. Gutgeld è un ex manager di punta della società di consulenza McKinsey ed è naturale quindi che nella sua formazione economico-culturale prevalga un’impostazione di tipo illuministico, sorprende caso mai che Renzi, attentissimo al consenso popolare, la faccia propria. Una nuova tassa che colpisca il ceto medio, seppur la sua porzione relativamente più agiata, riporterebbe indietro le lancette dell’orologio del Pd. I democratici sarebbero risospinti nel solco della tradizione della sinistra italiana poco attenta ai mutamenti di opinione del ceto medio tartassato.

Attenzione, però. Già nei giorni scorsi le cronache hanno registrato un repentino cambio di umore a Nord Est con un sondaggio secondo il quale anche gli artigiani veneti – che pure avevano votato e si erano spellati le mani per Renzi – cominciano a nutrire dubbi sull’efficacia della sua azione. Il segnale, per quanto agostano, non va sottovalutato: vuol dire che i disillusi non albergano solo tra le élite. Ma al di là delle considerazioni che attengono al campo dei sondaggi e degli indici di popolarità, aprire uno scontro con il ceto medio proprio ora, alla ripresa delle attività dopo la breve pausa estiva, sarebbe un errore grossolano. Il Paese ha bisogno di un semestre di mobilitazione per la crescita, di sforzi sinergici tra azione di governo e sentimento della società civile. Gli 80 euro in busta paga devono servire a far riprendere i consumi e rianimare la boccheggiante domanda interna. Se invece alla fine a dominare la comunicazione dovesse essere ancora una volta la parola «tasse» saremmo punto e a capo. Saremmo pronti per organizzare il Festival della Depressione.

Tagli alla spesa pubblica: in Europa si fa sul serio

Tagli alla spesa pubblica: in Europa si fa sul serio

Chiara Bussi – Il Sole 24 Ore

Se esistesse una Coppa europea della spending review a trionfare sarebbe l’Irlanda. A Dublino, infatti, la sforbiciata della spesa pubblica si è rivelata più efficace: dal 2011 al 2013 – secondo i dati di Eurostat – il suo peso sul Pil è diminuito di oltre quattro punti percentuali, passando dal 47,1 al 42,9 per cento. Sul podio salirebbero anche Spagna e Gran Bretagna, dove i tagli procedono secondo la tabella di marcia. L’Olanda, ex “allieva modello” che si è scoperta fragile, dovrebbe invece accontentarsi del quarto posto. Tra i grandi, invece, gli unici in controtendenza sono Italia e Francia. Nel nostro Paese la spesa pubblica sul Pil è cresciuta dello 0,9%, in quello transalpino – al top in Europa per i costi di funzionamento della macchina burocratica – dell’1,2 per cento. Così mentre il governo italiano ribadisce che la spending review è al centro della sua strategia e per Parigi la strada è ancora in salita, il resto dell’Europa fa sul serio. E con ogni probabilità la cura dimagrante della pubblica amministrazione sarà ancora uno degli ingredienti dei budget 2015 che i governi dovranno presentare entro metà ottobre a Bruxelles. Una via obbligata per dare un po’ di ossigeno ai conti pubblici e dare una mano alla ripresa.
Dublino ha scommesso su un piano di risparmi da 7,8 miliardi varato nell’aprile 2010, che prevede un ferreo controllo della spesa, con una stretta sul welfare e una riduzione del numero di dipendenti pubblici entro il 2015. Gli interventi sono valsi al Paese la conclusione del programma di salvataggio di Ue e Fmi a dicembre, ma il governo non si adagia sugli allori e anche quest’anno si è impegnato a rispettare il tetto alla spesa per abbassare ancora il deficit.
Madrid, con un disavanzo fuori rotta, punta a una riduzione di 37,6 miliardi dal 2012 al 2015. La cabina di regia è affidata al Cora, la Commissione per la riforma della Pa, che ha messo a dieta ministeri ed enti locali. Tra le misure previste figurano lo stop alla tredicesima per parlamentari, funzionari e impiegati statali, una riduzione dei giorni di ferie per i dipendenti pubblici, un taglio del 30% del numero di consiglieri comunali e del 20% dei sussidi a partiti e sindacati. Ma anche pesanti interventi su sanità e scuola. Gli sforzi sono stati ribaditi anche nel Programma nazionale di riforma inviato alla Commissione Ue ad aprile, con un impegno a rendere più incisiva la modernizzazione della Pa e a un’ulteriore razionalizzazione dell’organizzazione e delle strutture. Grazie a questi sforzi Madrid ha già ridotto la spesa pubblica dello 0,9% sul Pil. E secondo le ultime stime del governo è già stato messo a segno un terzo dei risparmi previsti, pari a 10,4 miliardi. L’impegno continua e anche per il 2015 il premier Mariano Rajoy ha fissato un tetto di spesa a 129 miliardi, il 3,2% in meno rispetto a quest’anno.

A Londra la spending review imposta dal governo Cameron ha scatenato a luglio uno dei più grandi scioperi del Paese, che ha coinvolto oltre un milione di persone. Dopo i tagli avviati nel 2010, lo scorso anno Downing Street ha annunciato un nuovo round per il 2015 e 2016, con una dieta da 14,3 miliardi (11,5 miliardi di sterline). Dalla scure si salvano solo sanità e istruzione, mentre a soffrire di più sono le risorse destinate a giustizia ed enti locali. Viene introdotto anche un tetto alle spese di welfare, con una stretta sui sussidi di disoccupazione. La spending review non risparmia nemmeno la Bcc: la tv pubblica si appresta a licenziare altre 600 persone, dopo i tagli del 2012. Secondo i dati di Eurostat, Londra si sta muovendo nella giusta direzione: dal 2011 al 2013 è riuscita a contenere la spesa dello 0,8 per cento.
Nel budget 2014 l’Olanda ha invece annunciato tagli per 6 miliardi, con un focus sulla riduzione della spesa sanitaria e una razionalizzazione dei sussidi al welfare. In cantiere c’è anche un piano di modernizzazione della Pa e il congelamento degli stipendi pubblici.
In Francia, infine, il rimpasto di governo a fine marzo con l’arrivo del premier Manuel Valls non ha distolto il governo dalle intenzioni di ridurre la spesa. I piani, che puntano a 50 miliardi di risparmi entro il 2017, sono stati però definiti «ambiziosi» in un recente rapporto della Corte dei conti transalpina. Oltre il 40% degli interventi riguarderanno welfare e sanità, mentre a livello locale si punta sul dimezzamento del numero di regioni e sulla semplificazione dell’organizzazione territoriale. L’obiettivo dichiarato è racimolare un gruzzolo per abbassare le imposte. La Corte punta però il dito su 30 miliardi di risparmi previsti, ma «ancora poco documentati e dall’esito incerto», come l’intervento sui regimi complementari di assicurazione sulla vecchiaia e quelli sulle collettività territoriali.
Comunque vada, insomma, da nord a sud quest’anno il filo rosso d’autunno nella Ue sarà ancora la spending review.

RICETTE DI SPENDING REVIEW A CONFRONTO

ITALIA 53,5 miliardi

È l’obiettivo complessivo della spending review annunciata dal governo nel Def di aprile presentato alla Commissione Ue. Nel dettaglio si tratta di 4,5 miliardi per il 2014, 17 per il 2015 e 32 per il 2017.
Gli interventi
Sotto la scure sono finiti i trasferimenti alle imprese, le retribuzioni dei dirigenti pubblici (con il tetto massimo di 238mila euro) e i costi della politica. Nell’ambito del Patto per la salute sarà interessata anche la sanità e la sforbiciata riguarderà le spese che eccedono i «costi standard». Si dovranno concentrare anche gli acquisti in capo alla centrale della Consip e ad altre centrali a livello di regioni e città metropolitane. Dal piano di razionalizzazione delle partecipate locali annunciato dal Commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, è previsto un risparmio di 2-3 miliardi all’anno.

GRAN BRETAGNA 14,3 miliardi

Valore della riduzione della spesa prevista per il 2015 e 2016 dopo le misure già varate nel 2010.
Gli interventi
Tetto dell’1% all’aumento degli stipendi pubblici; tetto alla spesa del welfare dall’aprile 2015, compresi i sussidi per le abitazioni; riduzione del budget per le pensioni del 9,5%; regole più rigide per ottenere i sussidi di disoccupazione. Tagli selettivi alle spese dei ministeri: quello responsabile degli enti locali e la giustizia subiranno un taglio del 10%, mentre trasporti ed energia registreranno una riduzione della spesa del 9% e la cultura del 7 per cento. Restano escluse solo sanità e istruzione. Tagli anche per il budget delle forze di polizia (circa il 6%).

OLANDA 6 miliardi

Riduzione della spesa prevista dal budget 2014. La misura segue un piano di spending review del 2010, che aveva tracciato la rotta da seguire individuando 20 capitoli di spesa.
Gli interventi
La spesa della Pubblica amministrazione diminuirà di 1,4 miliardi, quella sanitaria di 1,5 miliardi. Riduzione delle pensioni minime nel 2014 con tagli progressivi ogni anno fino al 2016. Salvo solo il budget per l’istruzione. Nel Programma nazionale di riforma presentato
a Bruxelles sono stati annunciati un piano per la modernizzazione della Pubblica amministrazione, una razionalizzazione della spesa sanitaria con l’obiettivo di risparmiare oltre 6,5 miliardi nel corso della legislatura e una riforma delle pensioni.

FRANCIA 50 miliardi

È l’obiettivo di riduzione complessiva della spesa annunciato dal Governo dal 2014 al 2017: 15 miliardi per quest’anno, 18 per il 2015 e 14 per il 2017. Di questi 21 miliardi di risparmi deriveranno dal welfare e dalla sanità, altri 18 miliardi da una razionalizzazione della spesa dei ministeri e 11 a livello locale.
Gli interventi
Congelati fino all’ottobre 2015 i contributi di welfare e le pensioni, previsti un freno all’aumento dei salari dei dipendenti pubblici e un blocco delle assunzioni. Miglioramento dell’efficienza della spesa sanitaria, con un maggiore ricorso ai farmaci generici e alle cure ambulatoriali. A livello locale dimezzamento del numero di regioni dal 2017, semplificazione e rafforzamento dell’efficacia del servizio pubblico locale. Salvi i settori prioritari come lavoro, politiche giovanili e giustizia.

SPAGNA 37,6 miliardi

Riduzione della spesa pubblica prevista dal 2012 al 2015. A oggi, secondo il governo, è stato realizzato un terzo dei risparmi, pari a 10,4 miliardi. L’esecutivo assicura che le altre misure sono in dirittura d’arrivo.
Gli interventi
Stop alla tredicesima per parlamentari, funzionari e impiegati pubblici, riduzione dei giorni di ferie per i dipendenti pubblici, taglio del 30% dei consiglieri comunali e del 20% dei sussidi per partiti e sindacati. Pesanti riduzioni del budget per scuola, università e sanità, eliminazione delle agevolazioni ai pensionati per l’acquisto di medicinali. Nel Programma nazionale di riforma presentato a Bruxelles il governo si impegna a modernizzare la pubblica amministrazione e a razionalizzarne le strutture.

IRLANDA 7,8 miliardi

È l’entità del taglio della spesa pubblica varato dal governo con il cosiddetto «Croke Park Agreement» nell’aprile 2010: 2,2 miliardi nel 2014, 2,25 nel 2015, 2 nel 2014 e 1,3 nel 2015.
Gli interventi
Stretta sui dipendenti pubbblici, con l’obiettivo di una riduzione di 37.500 unità (da 320mila) entro il 2015. Riduzione della spesa per il welfare, con un focus sui bonus bebé e i sussidi di disoccupazione, razionalizzazione del sistema dei ticket sanitari e regole più rigide per i certificati di malattia. Risparmi anche dalla “standardizzazione” dei congedi di maternità. Previsto un tetto al bilancio pubblico nel 2012, 2013 e 2014. Bocciata invece con un referendum lo scorso ottobre l’abolizione del Senato, che avrebbe dovuto portare a un risparmio di 20 milioni annui.

Le troppe tasse e le banche uccidono il mercato della casa

Le troppe tasse e le banche uccidono il mercato della casa

Francesco Forte – Il Giornale

Il dopo ferragosto comincia con una brutta notizia, che riguarda la casa in Italia: i mutui immobiliari non beneficiano abbastanza del basso costo del denaro, dovuto al bassissimo tasso (appena lo 0,25%) della Banca centrale europea.

La differenza salta subito all’occhio facendo il confronto con il resto d’Europa: comprare casa con il mutuo a maggio costava il 3,1% annuo nel nostro Paese, mentre nel resto del Vecchio continente costa il 2,71%. E oltre al costo del mutuo c’è quello delle imposte patrimoniali, che in due anni sono aumentato del 107% secondo le stime diffuse ieri dalla Confartigianato, che sono una media per tutti gli immobili e non comprendono ancora il rincaro dovuto alla Tasi, il cui livello in molte città non è stato ancora determinato.

Non solo. La prima casa, che al tempo di Berlusconi, cioè sino al 2011, era esonerata dalla patrimoniale, prima con Monti, poi con Letta e ora con Renzi invece è tassata. La conseguenza è stata una contrazione dell’industria delle costruzioni. I cui risultati sono evidenti da queste cifre: le imprese del settore sono diminuite del 2,71% e gli occupati si sono ridotti del 4,8%, di circa 70mila unità, oltre lo 0,3 per cento degli occupati. Aggiungendo i posti persi nelle industrie che lavorano per l’edilizia da quelle dei laterizi, a quella delle piastrelle e del vetro e i posti persi nelle industrie e nei servizi che riguardano i nuovi immobili, ne risulta un rilevantissimo contributo alla crescita dei disoccupati e alla stagnazione della nostra economia.

Occorre anche aggiungere che si è creato un circolo vizioso fra la crisi delle industrie dell’edilizia e connesse e il costo dei mutui immobiliari, dovuto al fatto che le banche hanno, ora, parametri patrimoniali che rendono per loro difficile espandere più che tanto il credito. Tali parametri sono intaccati dalle perdite sui crediti concessi negli anni passati. Ciò non tanto per i muti immobiliari, che in Italia, a differenza che in altri Paesi, sono chiesti e concessi con maggior cautela, quanto nei prestiti alle imprese, in particolare dell’edilizia e del mercato immobiliare e delle industrie e dei servizi connessi, andate in difficoltà, con la crisi causata dalla nuova tassazione patrimoniale.

Ecco la sequenza della spirale perversa, che è stata scatenata dagli “apprendisti stregoni” della vetero sinistra italiana, al potere dalla fine del 2011, che credevano che la tassazione patrimoniale degli immobili e soprattutto della prima casa, servisse per l’equità (Monti aveva addirittura denominato «salva Italia» la sua manovra, in cui campeggiava la patrimoniale immobiliare, di cui la tassazione della prima casa era, per lui, uno degli strumenti maggiori del “salvataggio”).

Il mercato immobiliare viene depresso dalla nuova patrimoniale immobiliare e da altri tributi sul risparmio come il rincaro del bollo sui costi correnti. Prima scricchiola, poi crolla l’industria edilizia. Molte imprese edilizie e di settori a monte e a valle di essa vanno in crisi. La loro occupazione si riduce. I mutui a molte di queste imprese si incagliano o diventano insoluti. I parametri patrimoniali delle banche peggiorano perché i loro cespiti immobiliari perdono valore e così le perdite bancarie si accrescono. In questa spirale perversa, il credito diventa più difficile, anche per i mutui immobiliari. Tanto più che le famiglie hanno meno valori immobiliari da offrire in garanzia, perché il prezzo delle case è sceso per effetto della crisi economica. L’industria edilizia subisce nuove contrazioni con un aumento della disoccupazione.

Se questa è giustizia sociale, anche Bin Laden può aspirare alla beatificazione. La ricetta equa è opposta. Per rilanciare l’economia e l’occupazione serve una industria delle costruzioni che va. In altri Paesi, la ripresa del mercato delle costruzioni e di quello immobiliare ha fatto da volano all’intera economia. Bisogna quindi moderare la tassazione degli immobili, onde i mutui e gli investimenti immobiliari riprendano vigore e le famiglie possano avere più benessere.

Fisco e lavoro, riforme urgenti per la crescita

Fisco e lavoro, riforme urgenti per la crescita

Guido Tabellini – Il Sole 24 Ore

Perché l’economia italiana non riesce a uscire dalla recessione? È da questa domanda che bisogna partire per impostare qualunque strategia di politica economica. La risposta va cercata negli eventi del 2011, quando in seguito alla crisi dell’euro l’Italia fu colpita da un sudden stop, un arresto improvviso nell’afflusso di capitali dall’estero e una fuga di capitali privati, tipico dei paesi emergenti. Il sudden stop ha fatto crollare la domanda interna, attraverso tre canali: i) Una feroce stretta creditizia, imposta da un sistema bancario che dipendeva dall’estero per i suoi finanziamenti, e che poi (non si sa quanto spontaneamente) ha spiazzato il credito privato per comprare il debito pubblico venduto dagli investitori esteri. ii) Una forte stretta fiscale, imposta dall’esigenza di rassicurare i mercati finanziari e i partners europei. iii) Un effetto diretto dell’incertezza e della mancanza di fiducia sugli investimenti e sui consumi di beni durevoli.

Ora il sudden stop è parzialmente rientrato e la liquidità è abbondante, ma è illusorio pensare che ciò sia sufficiente per tornare a crescere. Le tre cause di riduzione della domanda sopra indicate sono ancora operanti, e a queste se ne sono aggiunte altre. Anche se le banche non hanno più difficoltà a finanziarsi, i loro bilanci sono pieni di partite deteriorate (a marzo erano il 10% dei prestiti complessivi, al netto delle svalutazioni), e i prestiti in sofferenza continuano a crescere, sebbene a un tasso che sta progressivamente rallentando. Di conseguenza, la morsa del credito non si è allentata in modo significativo (a giugno i prestiti al settore privato sono scesi del 2,3%). Il deleveraging delle banche è destinato a continuare, anche perché a ottobre si attende l’esito dell’Asset Quality Review della Bce.

La politica fiscale resta restrittiva. Il Def presentato ad aprile dal Ministro Padoan prevede che nel 2014 e 2015 la pressione fiscale rimanga al 44% del reddito nazionale, lo stesso livello raggiunto nel 2012 dal governo Monti. È ancora presto per valutare appieno gli effetti del bonus fiscale, ma è plausibile che essi siano trascurabili, perché solo una piccola parte delle maggiori detrazioni sarà coperta da effettivi tagli di spesa, e perché i vincoli europei impediscono aumenti di disavanzo; più che un taglio d’imposta, il bonus fiscale è stata un’operazione redistributiva.

Quanto alla fiducia, gli indicatori congiunturali suggeriscono un miglioramento. Ma la vulnerabilità dell’Italia è ancora troppo elevata, e il futuro economico troppo incerto, perché gli operatori economici possano scommettere sul futuro con tranquillità e assumere rischi rilevanti. In particolare, il mercato del lavoro è una grave fonte di preoccupazione per le famiglie (a giugno il tasso di disoccupazione era il 12,3%, in calo rispetto a maggio ma in forte aumento rispetto a un anno prima). Inoltre, l’andamento dei prezzi è a un passo dalla deflazione, il che fa salire il peso del debito, e può indurre a rinviare la spesa nell’aspettativa che i prezzi futuri siano ancora più bassi. Infine, la recente incertezza geopolitica ha provocato un arresto della crescita in Germania e in altri Paesi dell’area euro; e purtroppo non si tratta di fenomeni transitori.

Se questo è il quadro, cosa può fare la politica economica nazionale per uscire dalla recessione? Anche se oggi il problema principale è la carenza di domanda aggregata, è comunque urgente realizzare riforme dal lato dell’offerta. Non è un paradosso, è la realtà della moneta unica. Gli strumenti classici di sostegno alla domanda aggregata sono in mano alle autorità europee, che non li stanno usando in modo adeguato. Il loro atteggiamento refrattario riflette anche il timore che i Paesi del Sud Europa (e l’Italia in particolare) non attuino le riforme necessarie a rendere più competitive le loro economie. Sta a noi non offrire alibi.

La riforma più urgente riguarda il mercato del lavoro. Due aspetti sono prioritari: lasciare più spazio alla contrattazione aziendale, evitando che la contrattazione collettiva stabilisca salari minimi inderogabili; e aumentare la flessibilità in uscita per i neo-assunti, secondo lo schema del contratto a tutele progressive nella versione di Pietro Ichino. Riforme innovative del mercato del lavoro non servono solo ad aumentare la nostra capacità di persuasione in Europa, ma sono indispensabili anche per riacquistare competitività. È anche grazie a queste riforme se in Spagna occupazione e produzione stanno tornando a crescere.

Un secondo provvedimento urgente per riacquistare competitività è la svalutazione fiscale. Questo intervento è stato ignorato da tutti i governi che si sono succeduti dal 2011 a oggi, ma è suggerito dall’esperienza dei Paesi emergenti. Quando un Paese è colpito da un sudden stop, la prima cosa che fa è svalutare il cambio. La svalutazione sostiene la domanda aggregata attraverso il canale estero, e, rendendo il Paese più competitivo, facilita il rientro dei capitali dall’estero. Naturalmente l’Italia non può svalutare senza uscire dall’euro. Tuttavia, è possibile riprodurre gran parte degli effetti economici di una svalutazione con gli strumenti di politica fiscale.

Il modo per farlo è tagliare i contributi sociali pagati dalle imprese, coprendo la perdita di gettito con l’aumento dell’Iva e riduzioni della spesa. Il gettito Iva può essere aumentato con accorpamenti delle aliquote più basse. Per realizzare una svalutazione fiscale, i tagli di spesa dovrebbero concentrarsi innanzitutto sui trasferimenti e sussidi ai trasporti locali e ferroviari e ad altri servizi, con corrispondenti aumenti di tariffe. Per evitare effetti regressivi, la manovra andrebbe integrata da un aumento delle detrazioni fiscali sui redditi più bassi. Un intervento di questo tipo allontanerebbe il rischio di deflazione e faciliterebbe la stabilizzazione del debito.

L’evidenza empirica internazionale mostra che eventuali effetti depressivi sulla domanda interna sarebbero più che compensati dalla maggiore domanda estera. Queste sono le priorità a cui dovrebbe ispirarsi la strategia di politica economica, per far uscire l’Italia da un’interminabile recessione. Avrà il governo la lungimiranza per imboccare questa strada? E se lo facesse, troverebbe in Parlamento il consenso per proseguire? Non è detto che la risposta a entrambe queste domande sia positiva. Ma non illudiamoci che vi siano molte altre alternative. Sicuramente non lo è aspettare, sperando che le cose migliorino da sole.

In mezzo al guano

In mezzo al guano

Davide Giacalone – Libero

La frenata tedesca può creare delle illusioni, inducendo a credere che propizi l’agognata “elasticità”. Se il rigore tedesco porta sfortuna pure ai germanici, suppongono in diversi, molti dei quali francesi, è ora di tornare a un sano lassismo latino. Se lo tolgano dalla testa, quella è la via della perdizione. Noi italiani abbiamo un debito pubblico arrivato a 2168 miliardi, di tutto abbiamo bisogno, tranne che di farlo crescere allargano i deficit. Cresce già per i fatti suoi, senza che collabori l’incoscienza politica.

Vedere il segno meno innanzi al prodotto interno lordo tedesco (-0,2) desta il ghigno di taluno. Stia attento a non restare con la ghigna allocca: si tratta di un solo trimestre ed è un dato fortemente influenzato dal calo di redditività di investimenti all’estero (Russia e non solo). Nulla di paragonabile alla nostra lunga recessione. Eurostat conferma i dati complessivi della crescita europea, che come previsto dalla Banca centrale europea sono bassi (ma pur sempre positivi). La ripresa è troppo fioca e troppo lenta, come previsto. Non ci sono novità di rilievo. Eppure quel dato tedesco pesa e può propiziare politiche assai interessanti. Dobbiamo saperlo usare. Che è l’opposto di leggerlo come viatico ad allargare la spesa pubblica improduttiva.

Con tutto il rispetto per gli altri europei, la forza economica dell’Unione è data da Francia, Germania e Italia. La Francia ha i conti pubblici fuori controllo e prova a sostenere il pil sostituendo spesa pubblica a mancati investimenti privati. In questo modo si va accartocciando su sé stessa. La Germania ha perso un colpo, con questo dimostrando, se non altro, che il vantaggio preso speculando contro gli altri europei, attirando denaro e pagandolo niente, costringendo gli altri all’opposto (la lunga polemica che qui facemmo, sostenendo che gli alti spread non erano giudizi morali sui singoli governi, ma l’indicazione dei guasti strutturali dell’euro), non è stato sufficiente a darle un abbrivio inarrestabile. Ma sarebbe inesatto sostenere che la frenata tedesca dimostra il fallimento dell’Europa parametrale, perché è vero che quei parametri non bastano a governare le economie, ma è anche vero che li si è applicati solo in parte, consentendo alla politicamente forte Germania di violare sistematicamente quello sugli avanzi commerciali. Ecco il risultato: si impoverisce il mercato interno, che è europeo e non nazionale, con questo forando una ruota della vettura che pretendeva di procedere da sola. Dell’Italia scriviamo ogni giorno: abbiamo bisogno di fare i conti con la realtà, di non prenderci in giro, di non credere che si possa andare avanti con furbate e gargarismi.

In questo quadro la posizione più saggia è quella della Bce: avanti con le riforme del mercato interno, inteso come europeo. Non possiamo permetterci che uno di quei tre paesi resti indietro, quindi non si possono accettare dilazioni italiane (come degli altri). Avanti con politiche antideflattive (che porteranno al debito europeo). Il dato inquietante è che la posizione più politicamente ragionevole trova voce non in un potere eletto, o designato in secondo grado, in qualche modo riconducibile alla democrazia, ma in una Banca centrale, il cui board è composto da banchieri centrali. Ed è questa la grande falla da cui gli europei tutti imbarcano acqua. Per uscire dalla crisi, per non essere i ricchi che crescono meno, non è che si debba guardare al Giappone (cui gli incauti e i superficiali diressero occhi languidi), ma agli Stati Uniti. E il vantaggio degli Usa non è solo quello di avere fatto riforme interne, oltre che di avere avuto una Banca centrale indipendente, ma capace di accompagnare lo sforzo di rimettere in moto la macchina produttiva, il vantaggio, enorme, consiste nell’averlo dovuto fare restando una democrazia in cui i poteri rispondono al popolo. Per quanto complessi e tecnici possano essere i problemi che si affrontano.

Quattro anni dopo siamo ancora lì dove ci vedemmo allo scoppiare della crisi dei debiti sovrani: o si va avanti, creando il debito europeo e, quindi, la connessa cessione di sovranità nazionale nella gestione delle politiche economiche; oppure si rincula al passato, liberando le singole tribù nazionali dai vincoli collettivi e lasciandole al loro lillipuziano destino (che può anche essere florido, ma da turaccioli nel mare della globalizzazione). Quel che non si può fare è restare fermi. Magari si crede d’essere in mezzo al guado e ci si ritrova immersi nel guano.

Il paradosso delle ricette possibili

Il paradosso delle ricette possibili

Stefano Lepri – La Stampa

Mal comune mezzo gaudio? Purtroppo no, perché l’economia tedesca è molto diversa dalla nostra, e il Prodotto lordo del secondo trimestre in negativo lì fa indicare rimedi assai diversi da quelli più popolari in Italia. Tuttavia, l’occasione può essere colta per una azione comune: i dati di ieri mostrano logore, consunte, le ricette sia degli uni sia degli altri. Guai a intestardirsi, guai a cercare certezze nel passato: siamo in una situazione nuova, dove il declino dell’Europa (tutta, non solo l’area euro) è una assai verosimile prospettiva. L’area dell’euro soffre maggiormente perché, avendo con la moneta unica fatto una più ardita scommessa, ha trovato maggiori difficoltà a proseguirla nella crisi mondiale ancora in corso.

Le tensioni con la Russia sono reali e pesano sulla Germania più che su altri Paesi. Tolto questo fattore, i tedeschi dovrebbero evitare di dare la colpa soltanto ad altri – al resto dell’area euro che non funziona – o a fattori transitori. Così come noi dovremmo evitare di inveire contro l’austerità imposta da fuori nel 2011, dato che da quindici anni l’Italia non va. Non c’è però una simmetria. Il modello tedesco ha funzionato bene fino a ieri; si mostra ora insufficiente tanto a garantire una ripresa energica quanto a fornire certezze per il futuro (gli imprenditori investono poco pur avendone i mezzi). L’Italia, invece, proprio non va più; altro che correggerla, bisogna rifarla.

Per converso, sono le idee prevalenti in Germania e in altri Paesi nordici quelle che più fanno ostacolo a una efficace azione anticrisi. La banca centrale europea non ha potuto ancora risolversi ad attuare i rimedi eccezionali adottati dalla Federal Reserve americana, dalla Banca d’Inghilterra e dalla Banca del Giappone. Non è detto che siano risolutivi, ma sarebbe meglio provare.

Di nuovo Mario Draghi, alla sua prossima conferenza stampa il 4 settembre, dirà che la Bce resta pronta ad agire (con una massiccia espansione monetaria) in caso di pericolo, ma che il momento non è ancora venuto. Possono sbloccare questo stallo solo azioni incisive da parte dei governi di Roma e di Parigi.

Le obsolete certezze dell’establishment tedesco possono essere incrinate solo se Italia e Francia si dimostreranno capaci di far respirare nuova aria ai loro cittadini e alle loro imprese. E’ troppo sperare che alla successiva riunione del consiglio Bce, il 2 ottobre (per combinazione a Napoli anziché a Francoforte) Draghi possa riconoscere che il processo di riforma ha preso vigore?

In questo senso, in questo soltanto, la debole Italia può avere un ruolo di traino. I dati di ieri spazzano via ogni rischio che la Commissione europea ci chieda una manovra aggiuntiva nel 2014. Per il 2015 la Francia si è risolta ad annunciare che violerà gli obiettivi, come già tutti prevedevano. L’Italia può aprire il discorso nella maniera contorta propria dell’Unione: solo una legge di stabilità rigorosa ci potrà guadagnare un allentamento del rigore (restare appena sotto il 3% di deficit invece di scendere). Solo se sapremo eliminare sprechi e inefficienze noi, potremo rinfacciare al governo tedesco di aver rimesso a posto i suoi bilanci grazie ai guai altrui (120 miliardi di euro dall’inizio della crisi ad oggi in minori interessi sul debito, grazie allo spread con i Paesi deboli dell’euro).

Più difficile sarà risolvere il paradosso delle dottrine. In Italia molti sollecitano investimenti pubblici nonostante il debito; abbiamo soprattutto bisogno di creare condizioni più favorevoli per l’iniziativa privata. Al contrario in Germania, dove la spesa pubblica suscita diffidenza, occorrerebbero più investimenti di Stato e Regioni; gli industriali se ne sono accorti, può essere un inizio.

L’unica strada per competere

L’unica strada per competere

Mariana Mazzucato – La Repubblica

L’economia dell’Eurozona è tornata in prima pagina: la crescita è scesa a zero rispetto al primo trimestre. L’Italia è tornata in recessione (ma ne era mai uscita?) e il dato di Francia e Germania è più basso del previsto. Le autorità tedesche danno la colpa al maltempo, ma di sicuro il problema più grande è la disparità di competitività tra i vari Paesi europei: il calo della domanda in certi Paesi penalizza le vendite in altri. Ma se il presidente della Bce Mario Draghi ha ragione a preoccuparsi di una ripresa «debole, fragile e disomogenea», il problema è che la diagnosi dei fattori alla base della competitività continua a essere sbagliata.

Quando scoppiò la crisi finanziaria, nel 2007, i Paesi europei non furono colpiti tutti nello stesso modo e nelle stesse proporzioni. Quelli che da decenni non investivano nelle aree fondamentali per potenziare la crescita economica (per esempio l’istruzione, la formazione del capitale umano, la ricerca e lo sviluppo) hanno subito i contraccolpi maggiori. E infatti i Paesi a cui Goldman Sachs ha appiccicato l’infamante etichetta di Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) sono in fondo alla classifica per questo genere di investimenti. E quando la crisi finanziaria è diventata crisi economica è in questi Paesi che la crisi del debito sovrano e la crisi di “competitività” sono esplose con maggior durezza.

Politiche di austerità indiscriminate stanno aggravando le recessioni, come hanno dimostrato questo mese i dati relativi all’Italia. Ma anche se le riforme “strutturali” (come Draghi caldamente chiede) fossero attuate, sarebbero sufficienti, da sole, a stimolare la crescita nella periferia dell’Eurozona? La risposta è no: senza una grossa spinta agli investimenti pubblici e privati, non saranno sufficienti. I Paesi deboli devono aumentare, non diminuire, gli investimenti in quelle aree che aumentano la produttività e producono crescita, come l’istruzione, la formazione e la ricerca; e devono anche creare istituzioni pubbliche dinamiche, in grado di garantire i fondamentali collegamenti tra scienza e industria e dar vita a una comunità finanziaria disposta a investire a lungo termine.

Come la banca statale tedesca, KfW, è stata fondamentale per il successo dell’industria tedesca e come la Banca statale cinese per lo sviluppo è stata cruciale per l’affermazione di aziende innovative (come Huawei nelle telecomunicazioni, Lenovo nell’informatica e Yingli nelle energie rinnovabili) così l’Europa deve imparare a usare le sue istituzioni finanziarie pubbliche per indirizzare gli investimenti in questo senso. Perché anche se la Bce diventasse finalmente una Banca centrale a tutti gli effetti, quel prestatore di ultima istanza necessario per placare i timori dei mercati finanziari speculativi, resterebbe il fatto che il Quantitative Easing da solo non basta: il denaro finirebbe semplicemente nei forzieri delle banche, che non lo destinerebbero al credito. La creazione di denaro dev’essere invece “indirizzata” verso le aree produttive dell’economia reale, e in quasi tutti i Paesi di successo del mondo questo è avvenuto attraverso istituzioni pubbliche come quelle descritte sopra. Il programma di misure di stimolo di Obama e il piano quinquennale della Cina (1.700 miliardi di dollari in 5 nuovi settori, dalle tecnologie ecocompatibili ai nuovi motori) sono stati indirizzati in larga misura a rendere “verdi” tutti i settori dell’economia.

Perché l’Europa non assegna un mandato altrettanto ambizioso alle sue istituzioni pubbliche? Perché ha paura: e la mancanza di solidarietà nell’avviare un “piano di crescita” serio alla fine porterà al declino anche i Paesi “forti”. La Germania può crescere senza vicini forti? No. È ora di cambiare rotta, e subito – soprattutto adesso che il costo del denaro è quasi zero. L’euro può funzionare solo con un’Eurozona meno squilibrata nella competitività. Competitività non significa pagare poco i lavoratori ma è la capacità di produrre prodotti di alta qualità, a costo competitivo, che il mondo vuole acquistare. Siemens non vince contratti di appalto per costruire treni in Inghilterra perché paga poco i suoi lavoratori (come ci vorrebbero fare credere quelli che pensano che i problemi dei Pigs dipendono dal fatto che lavoratori guadagnano troppo) ma perché fa i treni più veloci e più verdi – risultato di una forte politica industriale e di innovazione.

Una volta riconosciuto che i diversi livelli di competitività nell’Ue sono colpa delle marcate differenze nei livelli di investimenti pubblici e privati, dobbiamo mettere in moto ogni strumento di investimento disponibile, sia a livello nazionale che a livello transnazionale. Per esempio il budget della Commissione europea per l’innovazione (80 miliardi di euro!), i fondi strutturali della Commissione europea destinati a progetti innovativi con adeguate prospettive di fattibilità e vantaggio “sociale” – e ovviamente la Banca europea per gli investimenti (Bei).

Quando è scoppiata la crisi finanziaria, la Bei ha incrementato i prestiti approvati dagli 890 milioni di euro del 2007 ai 4,2 miliardi del 2009. Nel 2011 questa cifra è scesa drasticamente a 703 milioni, soprattutto a causa dei timori che la Bei potesse perdere il suo rating in tripla A e a causa della mancanza di consenso, tra i Paesi dell’Unione Europea, sul grado di attivismo dell’istituto. Se si vuole che la Bei oggi giochi un ruolo attivo, è necessario ricapitalizzarla usando i fondi strutturali non utilizzati e ricorrendo al cofinanziamento delle obbligazioni della banca con quelle emesse dalla Bce. Ma per fare una cosa del genere è indispensabile che la Bei venga vista come uno strumento importante per favorire investimenti produttivi, in particolar modo nei Paesi della periferia (i Pigs).

Ovviamente sarà necessaria anche una gestione adeguata “sul terreno” di questi investimenti: i ministeri e le aziende delle nazioni che ricevono i prestiti devono essere gestiti in modalità conformi ai parametri europei correnti. I salvataggi e i prestiti dovrebbero essere vincolati a questo tipo di parametri e “condizioni”, non alle condizioni del fiscal compact basate sull’austerity, che servono solo a determinare un circolo vizioso di assenza di crescita – salvataggio – misure di austerità – assenza di crescita – salvataggio e così via. E quello che forse è il pericolo maggiore: una perdita di solidarietà tra i Paesi europei che alimenterebbe le forze conservatrici e produrrebbe solo paura – non il coraggio necessario per cambiare strada.

Ue alla svolta, ecco perché coordinare le riforme non è aggressione alla sovranità

Ue alla svolta, ecco perché coordinare le riforme non è aggressione alla sovranità

Carlo Bastasin – Il Sole 24 Ore

Negli ultimi sette anni per sei volte gli europei hanno previsto una crescita maggiore di quella poi realizzata. Si dice che gli ottimisti vivano più felici, ma evidentemente in economia non funziona. Tra il 2008 e oggi la perdita di reddito dell’euro-area rispetto agli Usa è pari all’8% del Pil e molti milioni di posti di lavoro sono andati perduti. Dopo i dati di ieri, la revisione di quest’anno sarà tra le più ampie. Evidentemente ci illudiamo o vogliamo evitare misure eccezionali. Inoltre siamo abituati a utilizzare modelli che non colgono le interdipendenze economiche e le incertezze politiche nell’euro area. Ad esse infatti sono legati la debolezza degli investimenti e dell’export che stanno frenando tutte le maggiori economie dell’euro area.

Se tuttavia vogliamo proprio essere ottimisti, si può dire che le cattive notizie sull’economia arrivano al momento giusto. Il 30 agosto infatti i lavori del Consiglio Ue dei capi di governo riprenderanno sotto la sferza della recessione. Dopo aver risolto il puzzle delle nomine della Commissione (e ancora non mi capacito di come l’Italia stia rinunciando alla presidenza del Consiglio offertale su un piatto d’argento), i capi di governo discuteranno il dossier sui 300 miliardi di euro di investimenti annunciati dal nuovo presidente della Commissione Juncker. Fino a ieri quella di Juncker poteva essere una promessa elettorale, ora è una necessità vitale. Merkel, Renzi e colleghi dovranno decidere in quale modo finanziare l’ingente pacchetto, tra Bei, fondi strutturali od obbligazioni a progetto, e dovranno poi litigare su come destinare le risorse. E questo secondo capitolo promette di essere molto interessante.

La proposta di cui si sente parlare a Berlino è infatti di legare la disponibilità degli investimenti a «condizionalità» specifiche per il governo che riceve i fondi. In parole semplici, la realizzazione delle riforme strutturali diventerebbe la condizione per ottenere gli investimenti finanziati dall’Europa. Ci sono due metodi per far questo: assecondare il vecchio e criticato progetto della cancelliera Merkel di far stipulare accordi bilaterali tra il Paese richiedente e la Commissione Ue, oppure condividere la sovranità delle riforme strutturali. Nel primo caso alla fragilità economica corrisponde minorità politica. Nel secondo caso invece tutti i paesi crescono insieme coordinando le riforme: Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, ne aveva fatto cenno a maggio a un convegno della Bce; il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan ne aveva già discusso con i colleghi a una riunione a marzo e poi in un articolo con il collega tedesco Wolfgang Schaeuble. Altri hanno parlato di un sistema di valutazione congiunta delle riforme strutturali. Il presidente della Bce, Mario Draghi, infine aveva suggerito a luglio di sottoporre le riforme dei singoli Paesi a «una disciplina a livello comunitario».

Alcuni giorni fa Draghi ha ripetuto l’idea della sovranità condivisa ma, per i meccanismi misteriosi del discorso pubblico italiano, si sono levati allarmi di aggressione alla sovranità nazionale. Il paradosso è che coordinando le riforme si fa esattamente il contrario: tutti i Paesi – non solo quelli deboli – procedono verso le stesse riforme negli stessi tempi e si scambiano esperienze e benefici. Un esempio concreto è venuto dall’Eurogruppo del 7 luglio che ha citato 11 Paesi – tra cui Italia, Germania e Francia – a cui chiede di ridurre il cuneo fiscale che grava sul costo del lavoro. I Paesi sono identificati dalla Commissione nelle “raccomandazioni specifiche” che essa ha elaborato e che sono sottoscritte dai capi di governo. Di arcane e oscure potenze nemmeno l’orrida ombra.

Non solo gli investimenti, anche la debolezza dell’export pongono a Merkel e Renzi un interrogativo politico. Buona parte dell’eccezionale crescita tedesca dal 2004 dipendeva dall’esorbitante privilegio di essere l’àncora dell’euro area: finanziandosi a bassi costi e investendo ad alto rendimento nella stessa valuta. Ridottosi questo privilegio con i rischi della crisi e poi con gli interventi della Bce, la crescita tedesca è rientrata nella normalità: 1,1% annuo dal 2013 a oggi. La Germania resta una delle poche economie che cresca al proprio reddito potenziale, ma il suo “limite di velocità” è basso ed esposto a rischi: nel 2014 l’export tedesco verso Usa e Cina sta aumentando del 7-10%, mentre crolla verso Turchia, Ucraina e Russia: il rischio “geo-politico” spiega dunque buona parte del calo del pil ed evidenzia le conseguenze economiche dell’assenza di una forte politica estera comune. L’economia dipende dunque dalla strategia politica europea. Il caso vuole che la presidenza Ue sia in mano italiana. È il momento di giocare bene questa formidabile mano di carte.

La nuova “i” di Piigs

La nuova “i” di Piigs

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Se non sono bastati sette anni di crisi per capirlo, almeno adesso c’è la controprova: le riforme economiche funzionano. L’Italia è l’unico paese tra i “Piigs” a non aver adattato il proprio sistema produttivo al nuovo scenario economico internazionale ed è anche, guarda caso, l’unico in recessione. Non è a sproposito, quindi, che Mario Draghi ha evocato “cessioni di sovranità” pur di superare “la generale incertezza che circonda le riforme economiche” nei paesi recalcitranti. Non ha nominato il nostro, ma è ovvio che stesse pensando all’Italia. Perché siamo tornati a essere il grande malato d’Europa. Anzi, l’unico. Ed è inutile incolpare i vincoli europei, la congiuntura internazionale o, peggio, prendersela con la Bce per (presunta) lesa maestà. Non è stata una gran mossa essere scesi in polemica con Draghi – cosa che neppure Berlusconi ebbe l’incoscienza di fare, mentre Tremonti ci provò senza dirlo – proprio mentre Moody’s prevede che noi si finisca l’anno con il meno davanti (vuol dire stare in recessione altri sei mesi) e quando altrove, a riforme fatte, le cose cominciano invece ad andare bene.

Dopo aver rischiato il default nel 2011, per esempio, la Spagna è tornata a crescere – aumenti congiunturali per i primi due trimestri dello 0,4 e dello 0,5 per cento – tanto che il Fondo monetario ha aggiornato al rialzo le stime sul pil, che dovrebbe segnare un solido +1,2 per cento a fine anno, un boom se paragonato al meno zero virgola qualcosa italico. Ma la Spagna vince anche nelle vendite al dettaglio (+0,5 contro -0,7 per cento), nelle esportazioni (+8,1 contro +3,3 per cento) e in quell’indicatore che è lo spread (25 punti in meno quello spagnolo, sia quando veleggia intorno ai 150 punti sia quando si avvicina ai 200). Questa ripartenza è stata possibile perché Madrid, a differenza nostra, ha accompagnato l’austerità con il taglio delle spese della Pubblica amministrazione sia dal lato degli stipendi (abolizione della tredicesima), che su quello dell’organizzazione, e ha riformato il sistema di welfare intervenendo anche sulle pensioni (unica misura che abbiamo introdotto pure noi, con Monti). Ma, soprattutto, ha reso flessibile il mercato del lavoro, puntando sulla contrattazione decentrata e consentendo il licenziamento senza indennizzo nel primo anno di contratto.

Nonostante le manifestazioni di protesta e le opposizioni corporative e settoriali, il governo Rajoy è andato avanti nell’introduzione delle riforme e ora, con l’economia che è ripartita, ha messo in cantiere una riforma fiscale per ridurre le tasse. E sta pure estinguendo il prestito di 40 miliardi che la Ue ha erogato nel 2012 per salvare le banche iberiche. Anche Portogallo e Irlanda sono usciti dalle procedure di salvataggio della Troika. Lisbona, dopo aver semplificato gli oneri burocratici per le imprese, tagliato i tempi della giustizia civile, aperto alla concorrenza i settori protetti, favorite la contrattazione decentrata e la flessibilità in uscita, crescerà dell’1,2 per cento nel 2014 e dell’1,5 per cento nel 2015, con la bilancia dei pagamenti in surplus e la disoccupazione in calo da cinque trimestri consecutivi. Dublino ha guadagnato l’1,7 per cento dal 2011, lo stesso numero che dovrebbe fare anche nel solo 2014, per poi raggiungere il 2,5 per cento nel 2015. Perfino la Grecia, tecnicamente già fallita e con oltre 26 punti di pil persi dal 2008, quest’anno dovrebbe segnare +0,6 per cento, con Moody‘s che ha appena alzato di due gradini il giudizio sul debito sovrano di Atene.

Dopo amare medicine, insomma, gli altri paesi stanno tornando in forma, applicando, pur tardivamente, la strategia tedesca, attuata prima della crisi, per adattare il sistema produttivo ai nuovi parametri internazionali. In Italia, invece, del declino non si vede la fine. Eppure la sera delle elezioni europee si guardava al governo di Roma come al prescelto per cambiare il destino del continente, perché l’unico esecutivo con la forza politica ed elettorale per modificare la strategia economica europea. Che effettivamente è da cambiare, ma avendo la credibilità acquisita avendo fatto i compiti a casa. Nemmeno due mesi e siamo tornati la pecora nera, proprio a causa delle riforme non fatte (Draghi dixit). Quello “comprato” dalla Bce è stato tempo inutile, come inutili sono state e saranno le misure convenzionali della nostra assai poco coraggiosa politica economica (ammesso e non concesso che si possa definire tale). Gli altri, i “Pigs”, hanno adattato il loro sistema produttivo, burocratico e fiscale alla realtà globale e alla moneta comune – anche perché vincolati dagli aiuti finanziari internazionali – mentre l’Italia, l’altra “i” dei “Piigs”, essendosi sempre rifiutata di prendere atto di appartenere al “club dei maiali” o quindi avendo sdegnosamente allontanato qualunque soccorso, adesso rischia di doverlo subire forzosamente, quell’aiuto “esterno”. Per fare le riforme che la politica nazionale non è stata e non sembra ancora in grado di fare. Piaccia o non piaccia all’inquilino di Palazzo Chigi.