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Selezionare gli obiettivi per combattere la burocrazia

Selezionare gli obiettivi per combattere la burocrazia

Carmine Fotina – Il Sole 24 Ore

Poche idee ma chiare. Spesso, per quanto apparentemente banale, questa può rivelarsi la formula di maggior successo nelle policy per il supporto all’economia reale. E mai come su un argomento come quello degli investimenti esteri questa regola aurea torna limpidamente attuale. In questo campo abbiamo assistito a più di qualche errore e a un difetto generale di scarso coordinamento: troppi attori in campo e spesso tra loro concorrenti nelle decisioni. Come non pensare, a questo proposito, a grandi investimenti coccolati da membri del governo – senza distinzione tra esecutivi o schieramenti politici – nella fase di negoziazione e sgambettati nella fase decisiva da un veto locale o, peggio ancora, da un repentino cambiamento delle normative statali.

I marchi di British Gas, Ikea, Decathlon sono solo alcuni che potremmo consultare nel catalogo dei grandi investimenti bloccati, frenati o comunque rallentati dalle brutte sorprese che si sono via via manifestate nella disavventura con la burocrazia made in Italy. A tutt’altro catalogo – quello delle opportunità da presentare ai grandi fondi stranieri – si lavora ora tra Palazzo Chigi, ministero dell’Economia, ministero dello Sviluppo e ministero degli Affari esteri. La prima mossa sembra essere quella di tutelare le regole che hanno determinato la scelta dell’Italia per un grande investimento. In altre parole minimizzare i rischi regolatori che, secondo uno studio condotto dalla Camera di commercio italo-americana, frenano soprattutto gli investimenti nell’industria chimica e farmaceutica, nel settore energetico e nei servizi finanziari.

Numeri alla mano, a prescindere dalla graduatoria che scegliamo di analizzare, l’Italia è chiamata a un recupero molto impegnativo. Al 65esimo posto per il Doing Business, al 146esimo secondo il World economic forum che analizza il peso della regolamentazione assumendo come benchmark Singapore. Troppo spesso, per un Paese ad alta capacità manifatturiera e turistica, nell’ipertroia regolatoria a restare incastrati sono capitali di provenienza estera. Secondo uno studio I-Com, su oltre 33 miliardi di grandi investimenti sul territorio italiano oltre la metà è a carico di investitori stranieri, ma il 21% (quasi 7 miliardi di euro) risulta attualmente completamente arenato per ragioni amministrative. Tutti dati ed elementi ben noti a Renzi e ai suoi collaboratori, ora dall’analisi si dovrà passare ai risultati concreti.

Come ti prendo l’evasore

Come ti prendo l’evasore

Stefano Livadiotti – L’Espresso

La posta in palio è altissima: i 102 miliardi che, secondo i calcoli dell’Istat, ogni anno sfuggono alle casse dello Stato a causa del fenomeno dell’evasione contributiva. E la partita finale si giocherà, nelle prossime settimane, intorno a un testo di dodici righe, ben nascosto alla lettera “L” del settimo comma dell`articolo 1 del Jobs Act.

Nella delega sul lavoro affidata al governo, il parlamento ha lasciato aperte due strade contrapposte su come impostare la guerra ai furbetti dei contributi. La prima prevede un maggior coordinamento tra gli 007 del ministero del Lavoro, quelli dell’Inps e quelli dell’Inail, i tre soggetti incaricati dell’attività ispettiva a livello nazionale (insieme ad Asl e Arpa regionali). La seconda si basa sull’istituzione di un’agenzia unica, che farebbe capo al dicastero guidato da Giuliano Poletti, all’interno della quale far confluire gli ispettori ministeriali e quelli dei due enti. In questo caso, a farne le spese sarebbe (poco coerentemente) in primo luogo 1’Inps, l’istituto che proprio nei giorni scorsi ha ricevuto un riconoscimento di efficienza dal governo di Renzi, pronto ad affidargli, dopo lo scandalo dei vigili urbani capitolini, il controllo sulle assenze per malattia dei dipendenti pubblici, finora svolto con risultati assai poco lusinghieri dal circuito delle Asl.

Al di là della scelta del cappello sotto il quale far confluire gli ispettori, quella dell’unificazione sembra una via obbligata. Anche per l’ottimo motivo che i tre drappelli di segugi finiscono, spesso e volentieri, per pestarsi i piedi tra loro. Istituzionalmente hanno compiti diversi (il ministero verifica la regolarità dei contratti dei dipendenti; l’Inps il versamento dei contributi; l’Inail la sicurezza sul lavoro), ma non è certo un caso raro che si rivolgano quasi contemporaneamente a una stessa azienda, chiedendo peraltro la medesima documentazione, e finendo in questo modo per paralizzarne l’attività. «Succede regolarmente», accusa Francesco Verbaro, consulente e docente di organizzazione del lavoro nelle pubbliche amministrazioni, già segretario generale del ministero. Conferma Enzo De Fusco, coordinatore scientifico della fondazione studi dei consulenti del lavoro. Che aggiunge: «Una banca dati centralizzata eviterebbe queste sovrapposizioni».

Di agenzia unica si parla da anni (ha iniziato Maurizio Sacconi, titolare del ministero con Silvio Berlusconi), senza che il progetto riesca a fare passi avanti. Per un motivo semplice: in ballo ci sono, oltre agli interessi degli evasori più incalliti e delle loro lobby, anche quelli dei quasi 5.000 ispettori in attività, oggi contrattualmente inquadrati (e pagati) in maniera non omogenea. Sulle dodici righe messe a punto dopo una faticosa mediazione in parlamento, dunque, sarà ancora battaglia. Oggi funziona (si fa per dire) così. Gli ispettori sono 4.800: 3.000 fanno capo al ministero di via Veneto, 1.400 all’Inps e 400 all’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Tutti insieme, nel 2013 sono riusciti a mettere il naso nei registri di 235.122 aziende, cogliendone in fallo 152.314, scoprendo 239.021 lavoratori irregolari e 86.125 completamente in nero. Alla fine, hanno contestato omessi pagamenti per un miliardo e 471 milioni. Già così sarebbe un risultato ben magro. Ma, secondo quanto risulta a “l’Espresso”, le cose stanno ancora peggio: lo Stato, di fatto, è riuscito a incassare solo 250 milioni. I conti dunque non tornano.

Secondo l’ultimo (2013) Rapporto annuale sull’attività di vigilanza in materia di lavoro e previdenziale elaborato dal ministero di via Veneto, in Italia risultano in attività un milione e 600 mila aziende che dichiarano almeno un dipendente. Vuol dire che solo il 14,7 per cento del totale è stato oggetto di qualche attenzione da parte degli 007 di ministero, Inps e Inail. Troppo poco. E lo stesso vale per i 250 milioni che lo Stato è riuscito a incassare: rappresentano l’inezia dello 0,25 per cento rispetto ai 100 miliardi di evasione stimata. E il trend sembra addirittura in peggioramento. Il rapporto del ministero segnala infatti un calo del 3,6 per cento delle imprese ispezionate nel 2013. Un dato che i sostenitori dell’attuale regime spiegano con una sempre più efficace attività di intelligence, capace di orientare gli interventi sulle irregolarità di maggior rilevanza, quelle cioè in grado di garantire un gettito superiore. A supporto di questa tesi citano quella parte del rapporto del ministero dove si rileva un incremento della percentuale di verifiche andate a seguo, salita in un solo anno dal 63 al 64,78. Dimenticando però quanto gli uomini di via Veneto scrivono solo poche righe più sotto. E cioè che le somme contestate nel 2013 risultano inferiori del 13 per cento rispetto a quelle del precedente anno (da un miliardo e 631 milioni a un miliardo e 421 milioni). Con buona pace dell’intelligence.

Contraddizioni che non sono sfuggite alla Corte dei Conti. I magistrati contabili si sono presi la briga di verificare gli effetti del protocollo di intesa per un maggior coordinamento firmato da ministero, Inps, Inail e Agenzia delle entrate nell’agosto 2010, quando l’allora titolare del Lavoro, Sacconi, si era reso conto che il suo progetto di agenzia unica era destinato ad arenarsi una prima volta. «L’analisi dell’attività di verifica e controllo sviluppata nel periodo 2010-2013», si legge nella relazione datata 26 settembre 2014, «non consente di stabilire la misura dell’effettivo contributo derivato al sistema dalla (parziale) messa in comune delle banche dati e dalle maggiori sinergie sviluppate tra istituzioni ed enti diversi». E ancora:«Nell’istruttoria sono state segnalate criticità e diseconomie sul versante del coordinamento, con sovrapposizione ovvero duplicazione di controlli da parte dei soggetti istituzionali competenti e problemi nello scambio di dati e informazioni». Tranchant la conclusione dei magistrati contabili: «In caso di persistente inadeguatezza del complessivo sistema di controllo, la soluzione pressoché obbligata rimane quella dell’accentramento in un unico soggetto di diritto pubblico dell’attività di pianificazione e di gestione delle proiezioni ispettive nella materia giuslavoristica e previdenziale».

«In un Paese normale l’agenzia unica sarebbe una realtà già da dieci anni», dice Verbaro. Ma siamo in Italia. E anche le riforme più difficili da contestare possono arenarsi davanti alle resistenze corporative di esigue minoranze, soprattutto se ben organizzate sul fronte sindacale. Già, perché il nocciolo della questione è la retribuzione degli ispettori. Quelli di via Veneto hanno il contratto dei ministeriali, che garantisce loro una retribuzione fissa media annua di 27.710 euro e una accessoria di l.000 euro tondi. Quelli di Inps e Inail, inquadrati come dipendenti di enti pubblici non economici, godono di una paga fissa media annua leggermente inferiore (27.4-17 euro), ma anche di una accessoria che arriva a 10.538 euro. Cui si somma una fantozziana indennità di ente da 6.000 euro ogni dodici mesi. Il pallottoliere dice che la differenza è di 15.275 euro.

Se fossero messi insieme ai ministeriali, gli ispettori degli enti dovrebbero mettere in comune con gli altri il fondo accessorio e diventerebbero più poveri. Se invece fossero i ministeriali, in base al criterio del galleggiamento inventato dai sindacalisti del pubblico impiego, a essere equiparati ai parenti ricchi, lo Stato dovrebbe sborsare, tra stipendi e indennità, 45.824.608 euro in più l’anno (facendo saltare il delicato equilibrio tra entrate e uscite su cui si regge oggi il sistema della vigilanza sui contributi). Ed è intorno a questi calcoli che sta prendendo corpo una terza ipotesi, che alla fine potrebbe rappresentare una sintesi realistica. E cioè riunificare sì gli ispettori, ma all’interno dell’Inps, che già oggi vanta la struttura di gran lunga più efficiente (il confronto è improprio, ma dà l’idea: nel 2013 l’istituto affidato da pochi giorni all’economista Tito Boeri ha assicurato da solo l’84,3 per cento del totale dell’evasione contributiva accertata a livello nazionale).

Un rapporto di 46 pagine, messo a punto dalla Direzione centrale vigilanza, prevenzione e contrasto all’economia sommersa dell’Inps (e quindi un documento in un certo senso di parte) spiega cosa accadrebbe se si decidesse di percorrere questa terza via. Dice che il tasso di successo delle ispezioni salirebbe dall’attuale 65 per cento scarso all’81 dopo cinque anni e al cento per cento dopo dieci. E che alla fine del percorso (15 anni) si avrebbe un recupero di contribuzione evasa pari a 48 miliardi. Se i calcoli stessero davvero in piedi, allora forse per una volta il gioco di aprire i cordoni della spesa pubblica potrebbe anche valere la candela. In odio agli evasori.

L’addio al segreto, ultima possibilità

L’addio al segreto, ultima possibilità

Roberto Lugano e Salvatore Pedullà – Il Sole 24 Ore

La firma dell’accordo per lo scambio di informazioni tra Italia e Svizzera, attesa nelle prossime settimane, ha un duplice significato e lancia un importante messaggio. Nell’immediato, consente di sapere quali saranno le regole e i costi per la regolarizzazione delle attività e degli investimenti detenuti dai cittadini italiani nella confederazione elvetica. In una prospettiva più generale, le nuove regole di cooperazione in arrivo segnano probabilmente la fine di un’epoca: un’epoca caratterizzata da un lato dall’esportazione di ricchezza oltre confine e dall’altro dall’assoluta riservatezza che il sistema del segreto bancario elvetico ha fin qui largamente garantito.

Si tratta di due aspetti importanti rafforzati dal messaggio di fondo che questa nuova prospettiva di collaborazione finisce per trasmettere. Qui, probabilmente, non cade solo il segreto svizzero ma viene messa in dubbio l’idea stessa che nel mondo attuale possano ancora esistere territori sicuri dove occultare ricchezze sottratte a tassazione in Italia (o in qualsiasi altro paese). D’altra parte, l’offensiva lanciata dall’Ocse e dai maggiori Paesi per la trasparenza fiscale qualche risultato lo sta producendo. Gli accordi sottoscritti a livello internazionale spesso prevedono addirittura lo scambio automatico di informazioni. Certo, servirà ancora un po’ di tempo per mandare tutto a regime ma non si può ignorare che tra i firmatari di queste intese figurano Paesi quali il Lussemburgo, San Marino, il Lichtenstein, le isole Cayman, Hong Kong, Singapore, Monaco, la stessa Svizzera. Sono gli stessi Paesi che in questi anni hanno offerto un rifugio sicuro dai controlli del Fisco, e che oggi si dichiarano pronti a trasmettere tutte le informazioni su conti correnti e movimentazioni finanziarie.

È una prospettiva alla quale molti non credevano. Basti pensare agli scudi fiscali del 2002 e del 2009-10. Nonostante la grande convenienza alla regolarizzazione e al buon successo di quelle operazioni, molti contribuenti scelsero comunque di non aderire perché convinti che mai e poi mai i Paesi “opachi” – la Svizzera ma non solo – avrebbero rinunciato al segreto e reso di fatto trasparente il rapporto con i clienti italiani. Molti hanno scelto di continuare a rischiare e a detenere oltre confine le ricchezze senza segnalarne provenienza, proventi e consistenza nella dichiarazione dei redditi.

La legge sul rientro dei capitali sta in qualche modo accelerando un processo di per sé irreversibile. La necessità di chiudere ulteriori accordi bilaterali per lo scambio di informazioni entro 60 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento (e quindi entro il 2 marzo) ha dato solo l’impulso per accelerare la sottoscrizione dei patti. E a ben giudicare, anche la circostanza che l’accordo con la Svizzera (senza dubbio il più importante) sia prossimo alla firma ha una valenza ulteriore, quasi a significare che si è fatto in fretta perché questa è l’unica strada percorribile in un sistema globale moderno.

La voluntary disclosure rappresenta la nuova e, presumibilmente, ultima opportunità per regolarizzare la propria posizione. Il mondo sta diventando una scatola trasparente, i pochi Stati che ancora non si sono adeguati saranno costretti a farlo, è solo questione di tempo. Scegliere oggi di mantenere le attività illegalmente in questi luoghi presenta incognite enormi: dal rischio–paese all’impossibilità pratica di recuperare le somme estere. Si può obiettare che in alcuni casi il costo della disclosure può essere elevato, ma d’altro canto non approfittarne espone a un duplice effetto negativo: perdere la disponibilità concreta dei propri mezzi finanziari ed esporsi ai sempre maggiori rischi di essere accertati e sanzionati (anche penalmente) in modo ancor più aspro.

Privatizzazioni, il mattone fa flop

Privatizzazioni, il mattone fa flop

Mauro Romano – Milano Finanza

Le privatizzazioni fanno flop anche nell’immobiliare. Il 2014, che sarebbe dovuto essere l’anno del riavvio delle dismissioni pubbliche in grande stile, sarà invece ricordato come quello del loro sonoro fallimento. Non solo infatti il governo ha dovuto fare marcia indietro sul fronte della privatizzazione delle grandi aziende, a partire da Poste ed Enav, ma ora emerge che anche per quanto riguarda il mattone di Stino le previsioni non sono state rispettate. L’obbiettivo su questo fronte era incassare almeno 500 milioni di euro dalla cessione di palazzi e terreni pubblici e, come già accaduto lo scorso anno, vista la difficoltà di venderli sul mercato, era stata chiamata in campo come acquirente la Cassa Depositi e Prestiti.

L’intervento di Cdp in soccorso delle casse pubbliche, anticipato da MF -Milano Finanza a fine settembre, però quest’anno si è fermato a circa la metà di quanto previsto dal ministero dell’Economia. Secondo indiscrezioni, la doppia vendita da parte del Demanio e di alcuni enti locali, chiusa in extremis a ridosso del 31 dicembre 2014, avrebbe visto lo stacco di un assegno da circa 250 milioni da parte di Cdp. Eppure si era lavorato per mettere la maggior quantità possibile di carne al fuoco. Basti pensare che, oltre agli immobili già in mano all’Agenzia del Demanio, sono stati venduti anche asset che erano nella disponibilità di Croce Rossa, Inail, Inps e ministero della Difesa. Non solo: fin dall’autunno il Tesoro aveva allertato gli enti locali della possibilità di prendere parte all’operazione ma sindaci e governatori regionali non si sono precipitati a sfruttare l’occasione fornita dall’ormai consueta vendita di fine anno.

Dai decreti pubblicati in Gazzetta Ufficiale a fine 2014 emerge infatti che solo la Provincia di Venezia, il Comune di Firenze e quello di Torino hanno risposto alla chiamata. mettendo a punto le delibere propedeutiche alla cessione, come pure hanno fatto l’ospedale Sant’Anna di Como e l’Asl di Milano, per essere poi autorizzati a vendere a trattativa diretta gli asset così individuati alla Cdp. La Cassa anche quest’anno dovrebbe aver acquistato gli immobili, per un valore complessivo di circa 250 milioni, attraverso la controllata Cdp Investimenti sgr, che ha già un fondo ad hoc per la valorizzazione del patrimonio pubblico: il Fiv. In particolare, questi asset, come quelli già acquistati lo scorso anno, dovrebbero essere destinati al compatto Extra, sottoscritto dalla stessa Cdp con poco più di un miliardo. Una parte di questi immobili però potrebbe presto essere dirottata nell’ultima iniziativa immobiliare messa in pista dalla spa del Tesoro, ossia la creazione di un fondo dedicato allo sviluppo del turismo per favorire la gestione di importanti asset da parte di operatori specializzati, che non necessariamente dovranno acquistarne la proprietà. Proprio qui confluiranno per iniziare quattro immobili Fiv Extra che si trovano a Venezia, Bergamo, Verona e Torino, per un valore complessivo, una volta riqualificati, di 90 milioni. Ma quest’anno che tipo di immobili sono stati acquistati da Cdp? Dai decreti pubblicati alla vigilia di Natale, che riportavano gli elenchi predisposti dai venditori, si legge che tra i papabili c’erano per esempio la Cavallerizza Reale di Torino, la caserma Mameli di Milano, l’ospedale militare San Gallo di Firenze.

Pasticci istituzionali

Pasticci istituzionali

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Prima o poi doveva succedere. Ed è successo. Non si possono svilire procedure istituzionali fondamentali – come quella, sacra, dell’approvazione dei testi di legge, portando in Consiglio dei ministri provvedimenti non del tutto definiti o, peggio, slide di generici documenti assertivi privi di qualsiasi dettaglio – e pensare che tutto ciò non si ritorca come boomerang contro coloro che operano tali stupri istituzionali. È accaduto con il decreto legislativo sul diritto penale tributario. Sul quale governo, Parlamento e l’intero sistema-paese hanno clamorosamente perso la faccia più volte.

Primo: il provvedimento è sostanzialmente giusto, e andava difeso politicamente, non mollato al primo stormir di fronde.

Secondo: come accade spesso a Renzi, le buone intenzioni – in questo caso, emanciparsi dalla demagogia fiscale della sinistra – non sono messe in pratica nel migliore dei modi. Nello specifico, come ha spiegato molto bene il sottosegretario Zanetti, introdurre esenzioni penali (potenzialmente per milioni) sul reato di frode documentale, grave perché presuppone la predisposizione intenzionale di documenti falsi per rappresentare operazioni inesistenti, è cosa sbagliata e indifendibile, mentre è opportuno alzare le soglie di depenalizzazione dei reati tributari meno gravi, come la dichiarazione infedele, e depenalizzare completamente, ferme restando le sanzioni amministrative, le mere omissioni di versamenti dell’Iva in presenza di dichiarazioni fedelmente presentate.

Terzo: non so se c’entri o meno Berlusconi (a naso, non credo) nell’aggiunta del famigerato “l9 bis”, ma bloccare tutto per quella presunzione – passando dall’ipotesi di provvedimento ad personam alla certezza di “non provvedimento” contra personam – è demenziale. Tanto più se poi si commette l’imperdonabile errore di legare il riesame della normativa alla scelta del prossimo capo dello stato, avvalorando l’idea che si trattasse di una furbata.

Quarto: un governo non può congelare un decreto legislativo già approvato dal Consiglio dei ministri sottraendolo all’esame del Parlamento, mentre Camera e Senato (presidenti, se ci siete battete un colpo) non possono accettare che passi ad altri la prerogativa di fissare il calendario dei propri lavori. È lo stesso errore, rovesciato, commesso per il decreto attuativo delle norme sul lavoro: in quel caso, sorta la questione se i dipendenti pubblici erano o meno equiparati a quelli privati, il governo ha detto di volersi rimettere al Parlamento, cosa impossibile visto che si trattata di legge delega e dunque, come dice la parola stessa, le Camere avevano delegato l’esecutivo a prendere decisioni,

Quinto: come magistralmente sottolineato da Davide Giacalone, non si può escludere i procedimenti in corso o in giudicato dalla nuova regola (Renzi dixit) senza buttare a mare il “favor rei”, uno dei pilastri della nostra civiltà giuridica.

Ma la cosa più grave di tutta questa brutta vicenda è e resta lo svuotamento di funzioni del Consiglio dei ministri. Non è certo stato Renzi a introdurre la cattiva abitudine di testi di legge completati o modificati ex post. Ma mai in modo così smaccato. Già per la legge di stabilità erano passati nove giorni tra il testo uscito dal Cdm e quello definitivo, ma almeno il motivo era più nobile: tener conto delle obiezioni del Quirinale, della Ragioneria e, probabilmente, di Bruxelles. Ora si è passato il segno. Anche perché questa maldestra forzatura si somma con il sempre più esplosivo problema dei contrasti – prima era un braccio di ferro, ora è una vera e propria guerra – tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia. Ma anche con il reiterato abuso dei decreti legge, con l’ambiguità (voluta) dei disegni di legge omnibus e le maglie troppo larghe delle leggi delega, con l’uso smodato del voto di fiducia. Solo che finora la slabbratura delle procedure aveva conferito all’esecutivo un potere sottratto all’effettivo controllo del legislativo, mentre ora aggiungiamo a questa forzatura costituzionale quella ancor più intollerabile della sottrazione del potere dei ministri (singolarmente e collettivamente intesi) a favore del premier e del suo staff.

Questa non è premiership – né nella forma del cancellierato né in quella presidenziale – ma confusione istituzionale. Ha ragione Renzi quando sostiene che la politica deve reimpadronirsi delle responsabilità che le spettano, e che per questo occorre rivedere gli assetti istituzionali. Ma non si può fare così. E neppure con riforme a spizzichi e bocconi. Al contrario, Renzi si faccia promotore della convocazione di una nuova Assemblea costituente, l’unico luogo veramente deputato a una complessiva riscrittura delle regole e rivisitazione degli strumenti istituzionali. È l’unico modo. Anche per salvare la faccia e il consenso degli italiani.

Derivati di Stato, Capezzone indaga

Derivati di Stato, Capezzone indaga

Luca Piana – L’Espresso

Partirà il 14 gennaio l`indagine conoscitiva della Commissione Finanze della Camera sui derivati sottoscritti, fra gli altri, dallo Stato italiano. Lo ha promesso il presidente Daniele Capezzone, annunciando che verranno sentiti esperti e istituzioni. L’iniziativa arriva dopo l’allarme suscitato dalla notizia, diffusa a dicembre, che sui derivati in essere con le banche internazionali il Tesoro contabilizza una perdita potenziale di oltre 34 miliardi, in crescita rispetto ai 29 miliardi di un anno fa. Il calo dei tassi d`interesse, che nel 2014 ha permesso al Tesoro di collocare sul mercato 450 miliardi di Bot e Btp con un costo medio molto basso (l’1,38 per cento, ha detto Maria Cannata, capo della Direzione debito pubblico del ministero), sembra dunque aver avuto ripercussioni negative sui derivati, che forse erano stati sottoscritti per tutelare i conti pubblici da un aumento dei tassi. Certo è che la perdita, pur potenziale, si sta facendo consistente. E che, di recente. il Parlamento ha dato via libera alla legge di stabilità, che permetterà al Tesoro, nella stipula di nuovi derivati, di offrire alle banche che lo richiederanno nuove garanzie cash. La Commissione non avrà i poteri d’inchiesta che servirebbero per far davvero luce sui misteri che circondano contratti su cui le banche, in gran segreto, hanno finora fatto soldi a palate. La speranza però è che la politica, almeno, inizi a vigilare con maggiore attenzione.

Persi a novembre altri 48mila posti di lavoro

Persi a novembre altri 48mila posti di lavoro

Claudio Tucci – Il Sole 24 Ore

Secondo calo, consecutivo, del numero di occupati: a novembre (su ottobre) sono stati persi altri 48mila posti (già a ottobre, su settembre, il calo era stato di 65mila unità). Il tasso di disoccupazione è salito al 13,4%, un nuovo massimo storico, (mentre nell’area Euro, sempre a novembre, è rimasto stabile all’11,5% – peggio di noi, tra i principali Paesi nostri competitor, solo la Spagna che ha registrato un tasso di persone senza lavoro al 23,9%).

Doccia fredda anche sul fronte under25: la quota dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca è schizzata al 43,9%, in aumento di 0,6 punti percentuali sul mese, e di 2,4 punti nel confronto tendenziale. In Eurolandia siamo quart’ultimi (dietro di noi solo Spagna, Grecia e Croazia). Le performance migliori si sono avute in Germania (7,4% di disoccupazione giovanile), Austria (9,4%) e Olanda (9,7%). Il numero complessivo di persone senza un impiego ha raggiunto i tre milioni e 457mila unità (+40mila in un mese, +264mila in un anno). Il numero persone inattive (anche perché scoraggiate) è invece in calo: 12mila unità in meno rispetto a ottobre e meno 312mila nel confronto tendenziale.

I dati sul lavoro diffusi ieri da Istat ed Eurostat hanno confermato tutte le difficoltà del nostro mercato del lavoro; che si è, di fatto, “allineato” con il quadro economico generale. Da febbraio, mese di insediamento del governo Renzi, a novembre, il numero di occupati è diminuito complessivamente di 14mila unità. Negli ultimi due mesi si è praticamente azzerato l’aumento di circa 100mila posti annunciato a settembre dal Governo (in parte frutto del decreto Poletti che ha semplificato i contratti a termine e, in quota minore, l’apprendistato).

Ora in campo ci sono le nuove norme contenute nel Jobs act sul contratto a tutele crescenti, l’Aspi rafforzata, e i forti incentivi sul tempo indeterminato; ma gli effetti di queste misure sull’occupazione «si vedranno solo nei prossimi mesi», hanno sottolineato i ministri Giuliano Poletti e Pier Carlo Padoan. Per questo è «ancora più urgente andare avanti con le riforme», hanno aggiunto il responsabile Economia e Lavoro del Pd, Filippo Taddei e il sottosegretario, Teresa Bellanova. Anche perché, ha spiegato il numero uno di ItaliaLavoro, Paolo Reboani, le aziende sono ora in attesa «della piena operatività» delle norme appena varate, prima di riprendere a fare nuove assunzioni (quelle stabili sono agevolate da una robusta riduzione del cuneo fiscale). Si sconta, quindi, una fase di “stand-by” che potrebbe proseguire anche nel mese di dicembre.

Dal ministero del Lavoro fanno sapere che, comunque, il «numero assoluto di occupati nella fascia d’età 15-24 anni è rimasto stabile rispetto ai mesi precedenti»; e che la crescita del tasso di disoccupazione è influenzata «dal costante aumento dei cittadini che si attivano per cercare un lavoro, tanto è vero che il numero di inattivi a novembre è il più basso degli ultimi due anni». Ma è il secondo calo consecutivo degli occupati a preoccupare gli esperti: «Ciò dimostra che la crescita dell’occupazione nei mesi precedenti ha interessato la parte marginale del mercato del lavoro, cioè soprattutto donne e giovani, che per aumentare il reddito familiare si sono rimessi in cerca di un impiego e hanno trovato soprattutto rapporti temporanei, part-time», ha evidenziato l’economista del lavoro, Carlo Dell’Aringa. Analizzando, infatti, la contrazione mensile di 48mila occupati a novembre spicca come ben 41mila di questi siano posti femminili andati persi. Il tasso di occupazione è risultato pari al 55,5%, in calo di 0,1 punti sul mese; gli under25 disoccupati sono 729mila (+18mila in un mese), e ciò dimostra tutte le difficoltà di «Garanzia giovani» a creare occupazione. La forbice con la Germania continua ad allargarsi: secondo l’ufficio di statistica tedesco a dicembre il tasso di disoccupazione è sceso al minimo storico del 6,5%.

Ecco perché, oltre agli incentivi sui contratti stabili, serve una «coraggiosa riforma della regolazione dei rapporti di lavoro», ha incalzato Maurizio Sacconi (Area Popolare). Ma la strada «non può essere quella dei licenziamenti facili», ha ribattuto Cesare Damiano (Pd), che ha ricordato come, anche, nel 2014 le ore di cassa integrazione autorizzate abbiano superato il miliardo di ore. Le tutele non vanno quindi abbassate».

Delega fiscale, in 10 mesi attuazione ferma al 15%

Delega fiscale, in 10 mesi attuazione ferma al 15%

Saverio Fossati – Il Sole 24 Ore

I tempi non ci sono proprio e una proroga sembra necessaria. Ma quello che va rivisto è il sistema della comunicazione tra Governo e Parlamento, che ha subito un evidente corto circuito e che è stato, in sostanza, all’origine del pasticcio ma anche dei ritardi. Attualmente la delega è stata realizzata al 15,5% in dieci mesi, quindi appare davvero difficile che venga completata in tempo. Più in dettaglio, solo un decreto legislativo è entrato in vigore: quello sulle semplificazioni, mentre quello sulle commissioni censuarie catastali (prodromico alla riforma del catasto) è ancora nei cassetti di Palazzo Chigi a un mese dall’approvazione definitiva; stessa sorte è toccata a quello sui tabacchi, per il quale non sono mancate le polemiche a causa di un ritocco sulle accise.

Per gli altri provvedimenti che devono dare attuazione ai principi della delega, invece, siamo in alto mare. A partire dalla riforma del catasto, il cui decreto chiave, quello sulle «funzioni catastali» che devono assicurare nuovi valori a 60 milioni di immobili, è stato elaborato dall’agenzia delle Entrate sulla base di una sconsolante considerazione: dato che non ci sono abbastanza dati per costruire una statistica territoriale, si devono ampliare a dismisura gli ambiti territoriali stessi.Tutti aspetti di cui la mini bicamerale non è stata informata ma che, al momento in cui la bozza del decreto vedrà la luce, susciteranno un vespaio. O dal principio sulla lotta all’evasione, che per ora ha prodotto solo l’obbligo (previsto in modo estemporaneo dal Dl 66/2014) di inviare un rapporto alle Camere sulle strategie adottate.

L’ambizioso obiettivo di impiegare un solo anno per rinnovare il sistema fiscale italiano aveva trovato da subito l’assist dei presidenti delle commissioni Finanze della Camera e Finanze e Tesoro del Senato, che avevano costituito una mini bicamerale informale con i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari. Questo organo ha il compito di esaminare le bozze dei decreti legislativi in via preventiva e di farne emergere le criticità prima che arrivino all’esame ufficiale delle Commissioni, in modo che il Governo possa poi contare su un’approvazione senza problemi. Il meccanismo ha funzionato a fasi alterne per i primi quattro provvedimenti, suscitando anche malumori per il modo approssimativo in cui a volte le bozze venivano portate alla bicamerale. Ma, in sostanza, il meccanismo di filtro è servito. Tranne che nel caso del decreto sulle commissioni censuarie catastali, che ha visto due ribattute di ping pong sulla questione della rappresentanza obbligatoria delle associazioni di categoria del mondo immobiliare: il Governo non voleva garantirla ma le commissioni parlamentari hanno tenuto duro. Del resto i tempi sono lunghi anche perché è proprio la delega a prevedere un parere parlamentare delle commissioni competenti entro i 30 giorni della trasmissione del decreto e un eventuale secondo parere qualora il Governo decida di non conformarsi alle indicazioni arrivate dalle Camere.

Le reazioni dei presidenti delle commissioni parlamentari sono diversi nel tono. Daniele Capezzone (Camera) in una lettera aperta ha invitato il premier «a riprendere il meccanismo informale ma di grande buon senso, che era stato politicamente accettato dal Governo e che era stato rispettato per i primi tre decreti, a indicare un cronoprogramma preciso e far sapere alla commissione e al Parlamento se il Governo intenda avvalersi delle proposte di proroga della delega che sono state presentate». Mauro Marino (Senato) ribatte che «Capezzone sbaglia nel definire deludenti i decreti delegati già in Gazzetta ma ha ragione nell’invocare la continuità del metodo della consultazione informale sugli schemi di decreto legislativo in preparazione»; e sulla proroga invita a a una valutazione «solo dopo aver vagliato l’adeguatezza dei tempi necessari al completamento della delega».

Il premier non può sequestrare un decreto legge

Il premier non può sequestrare un decreto legge

Davide Giacalone – Libero

È agghiacciante l’idea di congelare un decreto legislativo. Equivale alla demolizione delle regole che disciplinano il sistema legislativo. S’è capito che al governo non avevano capito quel che facevano o non si aspettavano di dover fronteggiare un pubblico dissenso. Due ipotesi che presuppongono ottusità legislativa o furbizia da sciocchi. Il guaio (ulteriore) è che, ad ogni parola che aggiungono, non fanno che allargare il buco e rendere multicolore la pezza. Matteo Renzi ha sostenuto che il decreto sarà congelato fino al 20 febbraio. Se ancora esistessero i presidenti delle Camere dovrebbero essere essi a fargli osservare che non c’è la possibilità di sottrarre al Parlamento l’esame di un decreto già approvato dal Consiglio dei ministri.

Il calendario è una prerogativa del Parlamento, non del governo. E se esistesse ancora uno straccio di cultura delle regole i giornali stessi non pubblicherebbero l’annuncio di congelamento senza aggiungere che si tratta di un’idea improponibile. Attenti, non c’è solo la materia fiscale. Fin qui sono state approvate, dal Parlamento, non due riforme, ma due leggi delega: una in materia di diritto del lavoro e l’altra di diritto tributario. Un buon successo, per il governo, che deve dare attuazione alla delega. Dopo avere approvato il primo decreto legislativo (leggasi «attuativo»), in materia di lavoro, s’è aperta la discussione sul comprendervi o meno i lavoratori del settore pubblico. Non discussione teorica, ma sullo scritto: taluni vi leggevano la comprensione, altri l’esclusione.

Disse Renzi: ci rimettiamo alla volontà del Parlamento. Sbagliato, perché il Parlamento si era già espresso, aveva già delegato. Il governo doveva attuare, dando sostanza alla delega. Il delegato non può rimettersi al delegante, altrimenti è un inferno degli specchi. La faccenda è stata presto insabbiata, rinviando tutto alla (ennesima) riforma della pubblica amministrazione. Ma è poi arrivata la mostruosità del decreto legislativo in materia fiscale. Comprendendo, fra le altre cose, alcune depenalizzazioni, con aumento di ammenda, è coerente che si trovino affiancate le fatture false (sotto i 1.000 euro), alcune evasioni (sotto i 150.000) e la non penalizzazione per chi evada meno del 3% di quanto effettivamente versa. Si può essere a favore o contro (io sono a favore), ma ha un senso.

Da lì è partita una collana di bischerate. 1) Prima Renzi dice: se la cosa favorisce Berlusconi la ritiriamo (come se le regole sono buone o cattive a seconda di chi salvano o dannano). 2) Poi dice che non si farà valere la nuova regola per i procedimenti in corso o in giudicato (con pernacchie al diritto romano e a uno dei pilastri della civiltà giuridica, il favor rei). 3) Quindi interviene Graziano Delrio e afferma che il decreto va bene, ma loro sono pronti a ridiscuterlo (e con chi? con sé stessi, visto che si tratta di un atto del Consiglio dei ministri). 4) Torna Renzi e corregge: va bene il testo, ma lo congeliamo (in questo modo sovvertendo il senso della regola e umiliando non solo il Parlamento ma il banale buon senso).

Può darsi che io abbia l’epidermide troppo sensibile, adusa all’idea che il diritto non sia solo un colpo del tennis, ma mi pare sia stato superato il limite. Per meno di un millesimo, in altre circostanze, avremmo sentito il severo richiamo del presidente della Repubblica. Che è ancora incarica, benché pubblicamente dimessosi. Il governo ha solo due strade, per uscire dal pasticcio: a) confermare il testo e spedirlo subito al Parlamento; b) convocare immediatamente il Consiglio dei ministri, rimangiarsi il testo e produrne uno diverso. In nessun caso salverà la faccia, ma, almeno, avrà fatto finta di conoscere le regole.

Postilla: la Commissione europea ha già cominciato il riesame dei nostri conti, i francesi hanno chiesto una ulteriore proroga, noi no (che si sappia); senza il decreto legislativo non sono neanche ipotizzabili i suoi fantasiosi vantaggi per le casse pubbliche; il che comporta la clausola di salvaguardia: aumenta l’Iva. A quel punto non sarà la faccia il solo lato a subire qualche danno.

Con Renzi 203mila posti di lavoro in meno

Con Renzi 203mila posti di lavoro in meno

Franco Bechis – Libero

Sotto la guida di Matteo Renzi l’italia è diventato il paese con la maglia nera nell’area dell’euro per aumento del tasso di disoccupazione. A novembre 2014 il tasso di disoccupazione in italia è salito al 13,4%, che è il dato più alto della storia delle rilevazioni fatte dall’Istat. Nell’area dell’euro è il sesto tasso di disoccupazione dopo quelli di Grecia, Spagna, Cipro, Croazia e Portogallo. Ma fra i 28 paesi dell’Unione l’Italia è quello in cui la crescita della disoccupazione è stata maggiore nell’ultimo anno: un anno fa il tasso era infatti al 12,5%. Gran parte di questa variazione negativa è avvenuta proprio con il governo Renzi: a fine febbraio il tasso di disoccupazione era al 12,7%. Un dato che evidenzia l’inefficacia delle politiche economiche adottate dal governo, che hanno provocato danni e non gli attesi benefici. La perdita di occupati è legata tutta a scelte di politiche nazionali e non al ciclo economico: in 22 paesi su 28 in Europa infatti è avvenuto l’esatto contrario, e senza l’Italia il dato della disoccupazione sia nell’area dell’euro che all’interno dell’Unione europea sarebbe migliorato nell’ultimo anno (e invece è stabile). Enorme il divario con la Germania, dove il tasso di disoccupazione è sceso al 5%, meno della metà di quello italiano.

Tutti indicatori principali rivelati ieri dall’Istat sono negativi per l’Italia: cresce il tasso di disoccupazione giovanile, che tocca la quota monstre del 43,9%, dimostrando come gli effetti dell’originario decreto legge sul job act della primavera scorsa siano stati nulli. A novembre 2014 poi gli occupati erano 22 milioni 310 mila, in diminuzione dello 0,2% sia rispetto al mese precedente (-48 mila) sia su base annua (-42 mila). il tasso di occupazione, pari al 55,5%, diminuisce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e rimane invariato rispetto a dodici mesi prima. il numero assoluto dei disoccupati, pari a 3 milioni 457 mila, aumenta dell’1,2% rispetto al mese precedente (+40mila) e dell’8,3% su base annua (+264mila).

Giusto un mese fa Renzi aveva provato a leggere in altro modo dati che già allora erano negativi, sostenendo: «I dati della disoccupazione ci preoccupano. Ma il dato degli occupati in realtà sta crescendo. In Italia ci sono più persone che lavorano rispetto a quando abbiamo iniziato l’esperienza di governo. «Ci sono più di centomila posti di lavoro in più», aveva assicurato il premier, pur ammettendo «non basta: siccome negli anni precedenti si è perso un milione di posti di lavoro, per riuscire a recuperare c’è ancora tanto tanto lavoro da fare. Non bisogna negare l’evidenza dei problemi – sottolinea il premier – ma neanche guardare solo il bicchiere mezzo vuoto». Ottimista era stato anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che aveva rilevato un dato degli occupati a settembre che avrebbe evidenziato «82mila posti di lavoro in più ed è il miglior dato da inizio 2013. È un bel risultato perché è un segno di speranza». Allora entrambe sembrarono ad economisti e osservatori posizioni ottimistiche un po’ forzate. Oggi la fredda verità dei numeri svela la propaganda utilizzata e per settimane propagata ad ampie mani in ogni dibattito e tweet dai Renzi boys.

Da febbraio 2014, quando Renzi ha preso le redini del governo il tasso di disoccupazione generale è salito di 0,7 punti percentuali, quello della disoccupazione giovanile è cresciuto di 1,6 punti dal 42,3 al 43,9%, quello della disoccupazione femminile è lievitato di 1,1 punti percentuali passando dal 13,5 al 14,6%. In quello stesso arco di tempo, durante il governo Renzi il numero di occupati è sceso di 14 mila unità (e non aumentato di 100 mila, come disse il premier con una bugia), passando da 22 milioni e 324 mila occupati a 22 milioni e 310 mila occupati di fine novembre. Al contrario il numero totale dei disoccupati è salito da 3 milioni e 254 mila a 3 milioni e 457 mila unità: sotto il governo Renzi 203 mila disoccupati in più. La variazione è stata negativa sia per la disoccupazione giovanile (54 mila disoccupati in più in soli nove mesi) che per la disoccupazione femminile, cresciuta nello stesso periodo di 145 mila unità, passando da 1 milione e 452 mila a 1 milione e 597 mila disoccupate.

Sotto il governo Renzi dunque i disoccupati in totale sono cresciuti del 6,23%, e all’interno di questo drammatico dato i più penalizzati sono state proprio le categorie più deboli che secondo la propaganda dell’esecutivo sarebbero dovuti essere i beneficiari del cambio di verso nelle politiche economiche. Quei giovani cui era stato indirizzato il primo job act si sono trovati con l’8 per cento di disoccupazione in più. Ma il dato che sorprende rispetto alla vulgata governativa è stata la crescita straordinaria della disoccupazione femminile: +9,98%. Sarà anche vero che al governo le renziane hanno ottenuto un numero di poltrone di primo piano che non aveva precedenti, come vero che qualche donna vip ha ottenuto uno strapuntino di rilievo nelle poltrone di sottogoverno: è innegabile però che a tutte le altre italiane che non facevano parte della corte con il govemo Renzi è andata peggio come mai era accaduto nella storia.