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L’autogol delle Regioni sui tagli

L’autogol delle Regioni sui tagli

Gaetano Pedullà – La Notizia

Le Regioni presenteranno le loro controproposte, ma il solco tracciato col Governo è ormai troppo largo per chiudere la polemica degli ultimi giorni a tarallucci e vino. Renzi – è l’accusa dei suoi sempre più numerosi detrattori nel Palazzo – si sta cercando ogni giorno un nuovo nemico (sindacati, magistrati, lobby, enti inutili come il Cnel, ecc.) per accreditarsi elettoralmente come l’uomo che vuol cambiare il sistema. E in questo calderone adesso sono finiti i governatori. Quello che nessuno può negare è che però tutti questi bersagli del premier sono ciascuno per la propria parte strenui difensori dei loro privilegi, e soprattutto sono ormai colossi dai piedi d’argilla.

Il consenso sociale attorno a questi totem di un’Italia piegata è ormai bassissimo. Senza i pensionati i sindacati avrebbero meno iscritti di un club della bocciofila. E il prestigio delle Regioni, come quello purtroppo di molte altre istituzioni, è ai minimi. Di chi è la colpa: di Renzi o dei governatori che di fronte ai tagli del Governo minacciano di sacrificare sanità e trasporti invece di tagliare consulenze e clientele? Il premier dunque farà pure i suoi calcoli, ma se gli elettori lo seguono non è solo merito suo.

Così a scuola può aiutare l’occupazione

Così a scuola può aiutare l’occupazione

Walter Passerini – La Stampa

Bastano alcuni dati per capire quanto pesa la scarsa comunicazione tra la scuola e il lavoro. In Italia solo il 4% dei ragazzi tra 15 e 29 anni riesce a integrare studio e lavoro (il 22% in Germania); l’abbandono scolastico è al 17,6% (in Europa al 12,6%); solo quattro imprese su dieci hanno frequenti contatti con la scuola (il 70% in Germania) e quando cercano personale lamentano una difficoltà di reperimento di figure tecniche che supera il 40%. C’è da chiedersi che cosa aspettiamo per mettere in comunicazione questi mondi. L’andamento della consultazione on line sulla buona scuola, che scade tra pochi giorni, conferma invece che i principali temi di accesa discussione sono quelli che stanno «dentro la scuola» e non «tra scuola e realtà» circostante. E’ importante parlare di insegnanti, graduatorie, supplenze e risorse, ma al tema scuola-lavoro viene riservata scarsa attenzione. Del resto nell’agenda proposta dal ministero solo due punti su 12 riguardano la scuola e il lavoro. Ci ha provato anche Confindustria con le sue «100 proposte per la scuola» di cui una trentina riguardano il rapporto scuola-lavoro, ma l’uscita pubblica non ha ancora trovato un’adeguata attenzione. Colpisce sul tema il silenzio dei sindacati. Il dialogo tra sordi deve essere sostituito da una più stretta collaborazione.

La disoccupazione giovanile (44,2%) ha molto a che fare con la scarsa comunicazione tra i due mondi. L’Europa ci chiede di lavorare sulle quattro priorità della Vet (Vocational educational training): alternanza, apprendistato, istruzione tecnica e professionale, autoimprenditorialità. Ma noi sembriamo ancora fermi alla vecchia triade della vita: prima si studia, poi si lavora, poi si va in pensione; sappiamo bene quanto sia cambiato il nostro piccolo mondo antico. Eppure le migliori pratiche dei nostri concorrenti dovrebbero guidarci. Sono almeno dieci le proposte attuabili. Innanzitutto un piano di orientamento nazionale, dalla scuola media, per accompagnare le scelte e rafforzare le iscrizioni alle discipline tecnico-professionali. Va resa obbligatoria l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria negli ultimi tre anni delle superiori. Anziché soffocarlo, l’apprendistato avrebbe bisogno di un rilancio sia per l’acquisizione di qualifiche sia per l’alta formazione (modello duale).

Gli imprenditori che svolgono attività di formazione per i giovani vanno incentivati e premiati. L’offerta formativa dopo il diploma dovrebbe arricchirsi di un nuovo ordinamento aggiuntivo, oltre all’università, attraverso l’istruzione tecnica superiore, sul modello tedesco. L’inefficacia della formazione in Italia dipende anche dalla frammentazione in 20 sistemi regionali, per i quali andrebbe prevista una regia e un coordinamento nazionale. Stage e tirocini dovrebbero diventare obbligatori sia negli istituti tecnici che nei licei con una durata almeno doppia. Ogni istituto superiore dovrà dotarsi di ufficio placement e banche dati per favorire i contatti con il mondo produttivo. Per ovviare alla carenza di risorse si possono usare i laboratori aziendali aprendoli alle classi. Infine, è tempo che le scuole si colleghino in rete ai fabbisogni e ai monitoraggi nazionali e territoriali, per legare più strettamente la domanda e l’offerta di lavoro.

Insanità regionale

Insanità regionale

Davide Giacalone – Libero

Posto che la pressione fiscale generata dagli enti locali è aumentata dell’80 per cento in quattordici anni, senza che sia diminuita quella nazionale, posto, quindi, che da tre lustri gli italiani s’impoveriscono e perdono competitività anche per finanziare enti la cui utilità è nota più che altro a chi li abita, è facile capire il perché non si trovi divertente la polemica fra il governo e le regioni. Oltre tutto giocata usando il linguaggio della più sciatta demagogia: “spreconi”, da una parte, “affamatori”, dall’altra. I governatori regionali, abituati a batter cassa presso il governo, non s’aspettavano di trovarsi di fronte chi usa la cassa per battergliela in testa. Molti di loro sognarono il partito di “lotta e di governo”, eccoli serviti: salvo che usa la lotta demagogica contro di loro.

Piuttosto che l’opera dei pupi, però, si possono fare operazioni interessanti: chiudere la tragica storia della sanità regionalizzata, che con la riforma Bindi, del 1999, elevò a sistema la militarizzazione partitocratica dell’amministrazione, e con la riforma costituzionale del 2001 stese una pietra tombale sull’idea che la salute e la sanità fossero questioni di competenza nazionale. Due operazioni “Made in left”, così anche i newcomers capiscono. Contabilizzati i disastri è ora di farla finita.

Inutile continuare a polemizzare sul costo delle siringhe. Anche stucchevole e oltraggioso, perché sentendolo ripetere da anni, da governi e governanti di ogni colore, il cittadino si chiede: ma a chi lo stanno dicendo? Se il sistema fa così schifo, e lo fa, lo cambino. La soluzione non è che le tasse per coprire quei costi siano a cura degli enti locali anziché dello Stato, dato che a pagare sono i medesimi italiani. Semmai si deve avere il coraggio di spiegare perché il politico regionale nomina i capi dell’amministrazione sanitaria e perché l’organizzazione che presiede alla difesa della mia salute debba essere regionale. Non saprei spiegarlo, perché lo considero sbagliato.

Fin qui ci si è trastullati con le siringhe e i costi standard, che già di loro sono un non senso: se l’acquirente compra molto materiale sanitario e molti farmaci, bandendo una gara fra fornitori, è ovvio che riesce a spuntare un prezzo migliore rispetto a venti acquirenti che comprano un ventesimo e bandiscono centinaia di gare. Oggi le regioni ricevono un rimborso, dallo Stato, pari alla media dei tre migliori prezzi. A parte che il prezzo adottabile dovrebbe essere il più basso, non una media, quando comprano pagando più degli altri generano nuovo debito, che si somma a quello immenso, già esistente. Quando, sventuratamente, negli anni 70, si chiusero le mutue queste lasciarono un immenso patrimonio immobiliare, avendo fornito assistenza a tutti i mutuati. Oggi ci sono solo deficit e debiti. Cosa serve di più per capire che la regionalizzazione è una follia?

Senza mai dimenticare che la qualità media dell’assistenza sanitaria, in Italia, è ottima. Purtroppo con vergognose sperequazioni interne (ulteriore conferma della pessima regionalizzazione), ma mediamente fra le migliori al mondo. Il che dimostra, se ve ne fosse bisogno, che il nostro problema non sono i medici, ma gli amministratori. Ed è questo il lato positivo: per formare buoni medici ci vogliono anni, per mandare a casa cattivi amministratori, protettori di amministrativi nullafacenti, soci di sindacati corporativi, ci vogliono, a saperlo e volerlo fare, un paio di mesi. A patto di non perderli in battibecchi degradanti e di utilizzarli per fare vere e sane riforme.

Non è un delitto tagliare del 2%

Non è un delitto tagliare del 2%

Sergio Rizzo – Corriere della Sera

Facciamo davvero fatica, e tanta, a comprendere il lamento delle Regioni dopo che il governo di Matteo Renzi ha chiesto loro di tagliare 4 miliardi. Il sacrificio equivale a circa il 2 per cento di una spesa pubblica regionale che da quando nel 2001 è stato approvato il nuovo Titolo V della Costituzione è andata letteralmente in orbita. In un solo decennio la crescita reale, depurata cioè dell’inflazione, è stata di oltre il 45 per cento. Con una qualità dei servizi che certo non ha seguito lo stesso andamento. I presidenti delle Regioni minacciano ripercussioni sulla Sanità. Argomento cui si ricorre spesso quando viene paventato un giro di vite, nella speranza di conquistare il sostegno dei cittadini. I quali però avrebbero anche diritto di conoscere le cifre.

Nel 2000, prima dell’entrata in vigore del famoso Titolo V che ha esteso in modo scriteriato le autonomie regionali, la spesa sanitaria era di poco superiore a 70 miliardi. Nel 2015 ammonterà invece a 112 miliardi. L’aumento monetario è del 60 per cento, che si traduce in un progresso reale del 22 per cento.Si potrà giustamente sostenere che in quindici anni sono cambiate molte cose: la vita media si è allungata e la popolazione è più anziana. Per giunta, la Sanità italiana è considerata fra le migliori d’Europa, al netto delle grandi differenze territoriali al suo interno che si traducono in un abisso del diritto fondamentale alla salute tra il Nord e il Sud: altro effetto inaccettabile del nostro regionalismo.Resta il fatto che nel 2000 la spesa sanitaria pro capite era di 1.215 euro e oggi è di 1.941, con un aumento monetario del 59,7 per cento e reale del 26,7. La differenza di qualità del servizio è tale da giustificarlo?

Con un documento di qualche settimana fa il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha spiegato che in un anno è riuscito a ridurre di 181 milioni la bolletta sanitaria senza colpo ferire: solo razionalizzando acquisti e spesa farmaceutica. Dal canto suo la Consip, la società statale che gestisce gli acquisti della pubblica amministrazione, ha fatto risparmiare 100 milioni su 320 soltanto con la fornitura centralizzata delle strisce per la misurazione della glicemia, comprate a un prezzo unitario di 19 centesimi mentre prima si andava da un minimo di 45 centesimi a un massimo di un euro e 10. Tanto basta per far capire quanto grasso ci sia ancora nei conti della Sanità. Ma il grasso della Sanità è niente rispetto al resto. Il fatto è che la riforma del Titolo V ha scatenato un terremoto molto più dirompente di quanto non fosse prevedibile a causa della maggiore autonomia concessa alle Regioni. Queste hanno cominciato subito a comportarsi come piccoli Stati indipendenti i cui amministratori, ribattezzati pomposamente «governatori» con la colpevole complicità della stampa, non avevano però il dovere di rispondere agli elettori, visto che i soldi venivano pressoché tutti distribuiti attraverso lo Stato centrale.

Una sindrome dagli effetti sconcertanti, come dimostra la costosissima proliferazione di sedi estere, da Bruxelles al Sudamerica alla Cina: come se ogni Regione dovesse avere una sua politica internazionale. Si è arrivati perfino a creare strutture come il Centro estero per l’internazionalizzazione piemontese che ha come obiettivo quello di «rafforzare il made in Piemonte». Mentre la vicina Regione Lombardia lanciava il progetto «made in Lombardy».Le conseguenze sono state nefaste. Al Nord come al Sud. I rigagnoli di spesa si sono moltiplicati, diventando fiumi in piena. Gli organici sono stati gonfiati a dismisura. Sul totale di 78.679 dipendenti regionali (Sanità esclusa), la Confartigianato ha calcolato esuberi teorici del 31 per cento: 24.396 unità. Ipotizzando un risparmio annuo possibile di 2 miliardi e 468 milioni. Il record spetta al Molise, con esuberi teorici del 75,4 per cento, seguito della Valle D’Aosta (71,2).

Le cronache offrono casi formidabili. Nella Calabria dove ci sarebbero 1.184 dipendenti di troppo, l’ispettore spedito dal Tesoro, come ha raccontato sul Corriere di Calabria Antonio Ricchio, ha scoperto cose turche. Per esempio 1.969 promozioni in un solo anno (il 2005 delle elezioni regionali) da lui ritenute illegittime, al pari degli aumenti di stipendio retroattivi assegnati a 85 impiegati dei gruppi politici. Nel Lazio, invece, per tutti gli anni Duemila si è registrata un’impennata pazzesca del personale dei parchi: nel 2009 erano 1.271. Di cui 99 dirigenti. Per non parlare delle società controllate e partecipate. La Corte dei conti ha appurato che quelle della sola Regione Siciliana occupano 7.300 persone, con una spesa di un miliardo e 89 milioni nel quadriennio 2009-2012 per le buste paga. Nello stesso periodo la Regione aveva versato nelle loro casse un miliardo e 91 milioni, cifra che secondo i giudici contabili comprende anche «il ricorso reiterato e improprio a interventi di mero soccorso finanziario a società prive di valide prospettive di risanamento».

E la politica? I consigli regionali, privati di ogni controllo centrale, hanno rivendicato prerogative pari a quelle del Parlamento nazionale, cominciando dall’autodichìa. Ovvero, l’insindacabilità assoluta su come spendono i soldi. Scandali a parte, è potuto accadere così che il consiglio regionale del Lazio abbia sfornato in meno di 40 anni 40 leggi locali ognuna delle quali ha accresciuto i privilegi retributivi e pensionistici dei consiglieri.Il risultato è che oggi un terzo del bilancio del consiglio laziale se ne va per pagare i vecchi vitalizi. Grazie alle antiche regole mai cambiate c’è pure chi continua a prendere l’assegno a cinquant’anni e dopo una sola seduta.Le Regioni spendono per i vitalizi 173 milioni l’anno. Cifra che sale in continuazione ma che potrebbe essere ridotta di almeno 50 milioni, dice il finora inascoltato rapporto sulla spending review , senza gettare sul lastrico nessuno. Ma su questo, da chi si straccia le vesti per i tagli chiesti dal governo, neppure un sussurro.

Le virtù e i difetti nascosti

Le virtù e i difetti nascosti

Maurizio Ferrera – Corriere della Sera

Nella bozza inviata a Bruxelles, la legge di Stabilità è presentata come strumento «per la crescita»: meno pressione fiscale su imprese e famiglie e dunque – si spera – più investimenti, consumi e posti di lavoro. Le cifre confermano che stavolta l’impegno del governo è significativo: 36 miliardi fra entrate ed uscite. L’Irap e i contributi sociali per i neo-assunti (a tempo indeterminato) scenderanno. Il bonus di 80 euro sarà confermato, mantenendo le promesse fatte a maggio. I lavoratori che lo vorranno potranno attingere da subito a una quota del Tfr. Per la prima volta, poi, si concede un po’ di respiro fiscale a quel milione circa di «partite Iva» senza le quali interi settori produttivi sarebbero già scomparsi.

Non sono previsti tagli diretti alla spesa sociale. Anzi, ci saranno risorse aggiuntive per gli ammortizzatori, la famiglia e la scuola. Qui l’intento è virtuoso, ma tutto dipenderà da come i soldi verranno spesi. Colpisce l’inadeguatezza dei fondi destinati al contrasto alla povertà, nonostante le esortazioni a fare di più su questo fronte ricevute a giugno proprio dalla Ue.

Le coperture sono il punto più debole della manovra. Non solo (e forse non tanto) per gli 11 miliardi di maggior deficit, ma per l’aleatorietà di molti dei tagli previsti. Quella spending review che doveva dare inizio ad una incisiva razionalizzazione dell’intero settore pubblico ha partorito una covata di sfuggenti topolini. Ci sono alcuni tagli lineari, una gran quantità di microriduzioni, blocco generalizzato dei contratti nel pubblico impiego, tetti a Regioni ed Enti locali (sui quali si sta originando una spirale di polemiche: come spesso succede, la verità sta nel mezzo). Sicuramente la scure eliminerà varie spese inutili. Non c’è però stata una svolta nell’individuazione di inefficienze e sprechi, andando alla radice dei problemi. Inoltre molti dei provvedimenti di riduzione della spesa non saranno immediatamente esecutivi. Come al solito, richiederanno quella catena di misure attuative e «concerti fra ministeri» che hanno già affossato molte passate riforme.

Come reagirà l’Unione europea? Non è da escludere che la Commissione s’impunti (a questo punto assurdamente) su una questione di decimali. È possibile però che le perplessità Ue siano legate più alla bassa credibilità delle politiche italiane che ai livelli di deficit e debito. Senza nulla togliere alle capacità del ministro Padoan, fra lo smilzo documento in inglese presentato a Bruxelles e la disordinata bozza in italiano uscita dal Consiglio dei ministri c’è un divario preoccupante.

I documenti degli altri Paesi sono molto più ricchi di dettagli e valutazioni, i loro impegni risultano così più affidabili. Sul versante della «serietà», Matteo Renzi ha ancora molto lavoro da fare. Non solo per convincere l’Europa a concedere maggiore flessibilità, ma anche per garantire ai cittadini effettività ed efficacia dell’azione di governo. Condizione necessaria affinché le norme di legge abbiano un qualche impatto sulla realtà, nella direzione auspicata.

I tanti illegittimi dubbi sul taglio delle tasse

I tanti illegittimi dubbi sul taglio delle tasse

Massimo Francaro e Nicola Saldutti – Corriere della Sera

L’idea che il peso delle tasse possa (finalmente) diminuire rappresenta un segnale importante per le persone e le imprese. E quei 18 miliardi di riduzione indicati nella legge di Stabilità rappresentano un passo importante. Eppure, quando si parla di tasse è legittimo avere qualche dubbio. Quando fu dato l’addio all’Imu sull’abitazione principale si disse che le imposte sugli immobili sarebbero diminuite e che il sistema sarebbe stato semplificato. Sappiamo che, purtroppo, non è andata così. E allora proviamo a ripercorrere alcuni degli interventi varati.

Partiamo dal Tfr. Se, come sembra, l’anticipo sarà tassato con le aliquote progressive Irpef, si tratta di una misura che alla fine (oltre i 29 mila euro) avrà come principale beneficiario soprattutto il Fisco. Se l’obiettivo era quello di spingere i consumi sarebbe stato meglio lasciare una tassazione più favorevole. Ai lavoratori che faranno questa scelta, infatti, verrà applicata l’aliquota marginale, ovvero quella che si paga sulla quota più elevata di reddito (oscilla tra il 23% e il 43%). Mentre se si decide di incassarlo a fine carriera, come avviene oggi, si subirà un prelievo nettamente inferiore (dal 23% al 33%). E, se lo si investe nei fondi pensione, l’aliquota è ancora inferiore: tra il 9% e il 15%. L’unico a guadagnarci sarà alla fine lo Stato, che riceverà in anticipo (e in misura maggiorata) le imposte che altrimenti incasserebbe tra 15 o venti anni.

Un brutto segnale viene dal capitolo della previdenza integrativa. Qui, per cercare di coprire altri sgravi, si propone di portare il prelievo annuo sui rendimenti dei fondi pensione dall’11,5% al 20% (e dal 20% al 26% quello delle casse private). L’aumento comporta maggiori tasse per 3,6 miliardi. Il 10% delle entrate previste. Un colpo gobbo che colpisce i risparmiatori più previdenti, quelli che stanno investendo per il loro futuro. Quasi tutti l’hanno fatto sapendo di poter beneficiare di un trattamento favorevole, mentre ora vedono infrangersi il patto con il Fisco. La previdenza complementare rischia l’estinzione.

E arriviamo al capitolo più ambiguo: quello degli enti locali. Come è già avvenuto in passato si rischia che la riduzione dei finanziamenti statali venga compensata dagli aumenti delle addizionali Irpef o dei tributi di competenza regionale e comunale. Lo scontro tra Regioni e Stato centrale è appena agli inizi. Diventa sempre più stretta la via per chi amministra e deve rispettare i nuovi parametri di bilancio. Risultato: andiamo verso un nuovo aumento a orologeria. Lo stesso ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, a una domanda su questo rischio ha risposto con un laconico «Può darsi». Speriamo che si sbagli.

La legge di stabilità? Debole

La legge di stabilità? Debole

Aldo Cazzullo – Sette

Pier Carlo Padoan ha ragione quando dice che questa crisi è forse la peggiore dell’era capitalista. Ma i numeri della sua legge di stabilità non sono da emergenza, sono da ordinaria amministrazione. Non è colpa sua, ovviamente, né di Renzi, che semmai ha il torto di averla fatta troppo facile. La crisi italiana non è solo una crisi di fiducia; è soprattutto una crisi di investimenti. Certo, c’è un rapporto tra le due cose: si investe poco perché non si ha fiducia nel futuro. Ma anche perché mancano infrastrutture, tecnologie, laureati, e forse anche voglia di competere, di sacriicarsi, di rischiare. In una situazione così bloccata. solo una massiccia iniezione di liquidità potrebbe far diminuire il valore dell’euro, fin troppo forte per il nostro sistema produttivo, e far aumentare l’inflazione, troppo bassa per il nostro debito pubblico. E solo grandi investimenti finanziati dall’Europa, dallo Stato, dagli enti locali possono creare lavoro e a medio termine anche migliorare i parametri della nostra economia: perché puoi tassare e tagliare finché vuoi, ma se il Pil non riparte qualsiasi parametro calcolato sul Pil, a partire dal fatidico 3 per cento, tenderà sempre a peggiorare.

La legge di stabilità del governo Renzi-Padoan non assomiglia neppure lontanamente a una manovra del genere. Nel ’92 Amato tra tagli e tasse muoveva 90mila miliardi, per salvare il bilancio pubblico e la lira. Oggi che abbiamo al contrario tassi relativamente bassi e una moneta fin troppo forte si muovono 20 miliardi di euro, quasi tutti per mantenere provvedimenti già decisi, come gli 80 euro. Che non sono affatto demagogia, rappresentano il primo serio tentativo di abbassare le tasse sul lavoro; ma ovviamente non bastano. Che ci facciamo con un miliardo qui e un miliardo là, un contributo alla scuola e uno ai Comuni, più un miliardo e mezzo per i nuovi ammortizzatori ai disoccupati, vale a dire un decimo di quel che servirebbe?

Anche Renzi inevitabilmente si ritrova nella gabbia in cui si erano invano dibattuti i suoi predecessori, da Prodi a Letta passando per Berlusconi e Monti. Prodi mise sette miliardi per tagliare il cuneo fiscale, ma aumentò l’Irpef ai ceti medi, per cumi molti lavoratori dipendenti non ebbero alcun beneficio, anzi, dovettero pagare più tasse. Tremonti concluse un’attenta gestione dell’esistente, presagendo la crisi in arrivo, da lui prevista fin dal 2007, ma a parte la detassazione degli utili reinvestiti non si è vista affatto l’attesa svolta liberale, e l’Italia con la destra al governo ha continuato a perdere competitività. Con Monti abbiamo finanziato il salvataggio delle banche altrui senza avere in cambio la flessibilità che ci serviva: il risultato è stata la deflazione.

Renzi vuol convincere l’Europa a cambiare politica in modo da avere margini di manovra ulteriori, parla spesso dei 200 miliardi di investimenti promessi da Juncker, attende le mosse di Draghi cui ha portato la riforma dell’artitolo 18; ma sono speranze per l’avvenire, non misure per la ripresa qui e ora. Il premier ricorda spesso che l’Italia è il Paese con la più alta ricchezza privata pro capite (in altre statistiche siamo secondi dopo un’altra grande malata, la Francia). Meglio non farlo sapere alla Merkel, che ci chiederebbe ulteriori sacrifici: i tedeschi producono più ricchezza di noi, ma ne hanno accumulata meno. Debito pubblico, e crediti privati: il nostro convento è povero, ma i frati sono ricchi. La ricchezza non viene più prodotta, ma estratta: come nella Venezia del Settecento, bellissima, con il miglior tenore di vita d’Europa, ma senza vitalità e prospettive, in cui una classe di oligarchi viveva di rendita e grazie al lavoro dei sottoposti. Davvero vogliamo un Paese così? Davvero pensiamo di uscirne investendo un miliardo qui e un miliardo là?

Ambizioni

Ambizioni

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Da 20 a 36 miliardi in poche ore: di questi tempi, meglio una legge di stabilità ambiziosa che una stitica, ma purtroppo la dimensione non fa automaticamente la qualità della manovra. Contano i dettagli. E quelli non li conosciamo – come da troppo tempo a questa parte capita, sarebbe ora di smettere di usare le slide al posto dei testi di legge – per poter dare un giudizio serio. E non è solo una questione di coperture – dai tagli di spesa per 15 miliardi al fondamento dei 3,8 miliardi previsti come rivenienti dalla lotta all’evasione – che naturalmente più i numeri sono grandi più diventano complicate. No, il tema è (sarebbe, se avessimo i documenti ufficiali) capire l’efficacia di alcune voci della manovra per misurarne gli effetti sull’unica cosa che conta davvero in questo momento, e cioè la ripresa dell’economia. Pur andando nella giusta direzione, sono sufficienti gli sgravi Irap e le decontribuzioni per le nuove assunzioni per spingere gli investimenti privati? La conferma degli 80 euro e l’eventualità (ancora tutta da capire) del Tfr in busta paga sono provvedimenti che possono far ripartire i consumi interni? Ma, soprattutto, la domanda è: visto che dei 36 miliardi 11 sono già esplicitamente a carico del deficit – e speriamo che a consuntivo la cifra si fermi lì – stiamo spendendo bene i soldi? La risposta di merito verrà più avanti, come ho detto, ma francamente è lecito dubitare che il tutto sia sufficiente. Luca Ricolfi l’ha efficacemente chiamato “keynesismo debole”: poco per riuscire a scuotere un’economia che apprestandosi a chiudere anche il 2014 in recessione (il quinto anno, dal 2008) ha perso 10 punti di pil e bruciato un quarto della sua capacità produttiva manifatturiera; troppo per essere più che sufficiente a scatenare la reazione sia della conservazione interna (da battere), sia di Bruxelles (e pazienza), sia dei mercati (pericolosa).

E già, perché un po’ tutti gli osservatori hanno sottolineato il reciproco “vaffa” con le regioni e immaginato lo scontro con la Commissione europea, la Merkel e la Buba. Renzi, si sa, ha nella tattica di “un nemico al giorno toglie i problemi di torno”, uno dei suoi cavalli di battaglia. Ma il vero pericolo viene da un nemico, impalpabile e nello stesso tempo concretissimo, che non conviene mai sfidare: i mercati finanziari. Sia chiaro, le Borse non sono crollate negli ultimi giorni per colpa del governo di Roma, né gli spread sono schizzati (ieri il differenziale Italia-Germania ha toccato i 200 punti, per poi ripiegare un po’) dopo aver visto la manovra di Renzi. Ma una cosa è sicura: quel clima positivo verso l’Italia che si era manifestato qualche mese fa – e sulla cui durata mi ero permesso, solitario, di dubitare – è completamente cambiato. E non sarà questa manovra a far cambiare opinione a chi sta nuovamente valutando se scommettere sulla (non) tenuta dei debiti sovrani dei paesi europei più deboli, dalla Grecia all’Italia, e dell’eurosistema nel suo insieme. E non perché sarà giudicata sbagliata o eccessiva, come l’hanno già ribattezzata i conservatori italici, ma perché scarsa. E’ inutile sfidare l’Europa e i suoi vincoli di bilancio per fare un po’ di deficit in più se poi quella maggiore esposizione non produce pil perché è insufficiente e mal utilizzata, cioè non induce nuovi investimenti, che sono l’unica leva che può risollevare la crescita. Tanto più se i mercati hanno nuovamente dissotterrato l’ascia di guerra.

Quindi? Suggerirei di proporre all’Europa e di far sapere al mondo finanziario internazionale le seguenti due cose. Primo: che l’Italia ha intenzione di sforare sul deficit – anche molto di più degli 11 miliardi previsti dalla manovra – non perché non voglia pagare il prezzo politico di tagli e riforme impopolari, ma perché ha un piano – tra riduzione massiccia dell’imposizione fiscale sulle imprese e investimenti diretti in conto capitale – per rilanciare l’economia a sostegno del quale servono ingenti risorse. Secondo: che compenserà queste minori entrate e maggiori uscite con un massiccio intervento di riduzione una tantum del debito pubblico (e quindi anche degli oneri finanziari, circa 80 miliardi nel 2014, sul debito stesso). Come? Sia con alcune riforme capaci di ridurre in modo strutturale il perimetro della spesa pubblica, prima tra le quali la semplificazione del decentramento amministrativo e la riconduzione della sanità allo stato centrale, sia con un’operazione straordinaria sul patrimonio pubblico.

Una manovra di portata epocale – questa sì – che avrebbe il duplice effetto di ridare la credibilità perduta al paese e alle sue istituzioni in sede europea, e di calmierare i mercati togliendo loro dalle mani gli strumenti della speculazione finanziaria contro i nostri titoli del debito e contro l’euro. E che, last but not least, consentirebbe meglio di ogni altra cosa di tenere lontana la Troika, il cui spettro è tornato in queste ore ad aleggiare su Palazzo Chigi.

Quella sporca dozzina

Quella sporca dozzina

Giuliano Cazzola – Il Garantista

Ecco la prima legge di stabilità della “sporca dozzina”. Nel contrassegnare con il titolo di un celebre film il brain trust che a Palazzo Chigi ha predisposto la manovra di bilancio per il 2015 non intendiamo essere offensivi o polemici. L’idea ci è stata suggerita da un articolo – apparso il 15 ottobre scorso sul QN – molto “simpatizzante” verso i giovanotti che collaborano con il premier in aperta e palese concorrenza con i tecnici dell’Economia. Pare che siano proprio dodici, descritti come intellettuali brillanti, lavoratori indefessi.

Dicono che siano veri e propri “cavalieri dell’Ideale” tra loro solidali e leali nei confronti del Kim Il Sung fiorentino a cui presentano, a getto continuo, lavorando senza orari e senza riposo, dossier accurati sui diversi problemi che il premier afferra in un lampo tanto che, in pochi secondi, è in grado di orientarsi e decidere (ricordate “il concitato imperio e il celere obbedir” che il Manzoni riferisce a Napoleone ancora “folgorante in soglio”?). In verità, anche in questa occasione, gli eroi di Palazzo Chigi non hanno dato prova di quella fantasiosa lungimiranza che i quotidiani si sforzano di riconoscere. Non solo perché si rivelerà certamente illusorio il taglio di 15 miliardi di spesa pubblica. E neppure perché la copertura è tecnicamente inadeguata (non è affidabile cifrare il recupero di evasione fiscale) per cui diventerà necessario prevedere delle clausole di salvaguardia che andranno, al solito, a sbattere contro aumenti delle accise o dell’Iva.

È il disegno di politica economica che non regge, come è emerso nell’ambito dell’operazione del bonus di 80 euro. Alla base dei provvedimenti sta la convinzione – non solo non dimostrata, ma smentita dai fatti – per la quale, avendo le famiglie maggiori disponibilità economiche, ripartiranno i consumi, mentre riducendo le tasse sulle imprese si rimetterà in moto l’economia. Tutto ciò sparando nel mucchio: attingendo anche a risorse preziose come quelle del Tfr, da un lato; oppure, evitando di selezionare i settori veramente in grado di guidare la ripresa, dall’altro. Non ci vuole molto a capire che quando si riducono le tasse e il costo del lavoro o si favoriscono gli investimenti nelle imprese che esportano e operano nell’economia globale, si migliora anche la loro capacità competitiva.

Se si compie invece un’operazione di carattere generale, rivolta a favorire l’occupazione con il taglio dei contributi per un triennio, nel caso di nuove assunzioni, si finirà soltanto per “drogare” il mercato del lavoro e per dare la stura, una volta cessato il beneficio, a una tornata di licenziamenti collettivi e di chiusura di imprese. I posti di lavoro non si creano e, soprattutto, non si conservano, assumendosi lo Stato una parte considerevole del costo del lavoro, ma attraverso una crescita reale dell’economia che il disegno di legge di stabilità non garantisce, limitandosi a una redistribuzione clientelare delle risorse reperite raschiando il fondo del barile.

Benché, infatti, in tanti la sconsigliassero, il premier-ragazzino ha voluto inserire nella legge di stabilità l’operazione Tfr in busta paga. Per dare un giudizio compiuto e misurare l’entità dei danni prodotti (perché vi saranno solo danni) occorrerà capire come sono stati affrontati e risolti alcuni dei tanti problemi connessi. Facciamo pure degli esempi: che cosa succede del Tfr allocato nei fondi pensione? Potrà essere distolto per un triennio e intascato? E di quello non allocato nelle forme di previdenza complementare che le aziende con 50 e più dipendenti sono tenute a versare nel Fondo Tesoro? Se i futuri ratei dovessero tornare, in modo massiccio, nelle tasche dei lavoratori verrebbe a mancare un`importante entrata per lo Stato.

È vero che anche oggi coloro che a suo tempo decisero di rimanere affezionati al Tfr potrebbero cambiare idea e aderire ad una forma di previdenza privata. Ma nella realtà sappiamo bene che, da anni, le possibili opzioni nell’utilizzo delle liquidazioni si è stabilizzata (5,5 miliardi ai fondi e alle altre tipologie, 6 miliardi al Fondo Tesoro presso l’Inps, il resto (tra gli 11 e i 14 miliardi presso le imprese con meno di 50 dipendenti). C’è poi la questione del pubblico impiego: per motivi di difficoltà pratiche e soprattutto di cassa, il settore resterà escluso, E quindi, oltre a non rinnovare i contratti, a non disporre, nei fatti, della previdenza complementare, per i dipendenti pubblici non sarà nemmeno possibile usare delle liquidazioni in contanti. Ora, nei settori privati, verrà introdotta una variabile d’uso (la monetizzazione mensile o annua) che potrà certamente mettere in crisi il suddetto equilibrio.

Gli italiani, comunque, devono essere consapevoli che, nella previdenza come nella vita, “nessun pasto è gratis”: alla maggiore disponibilità di reddito attuale – per quanti sceglieranno di intascare il Tfr – corrisponderà un tenore di vita più modesto da anziani. Ciò anche per effetto della più elevata tassazione dei rendimenti che andrà a incidere sul montante contributivo delle singole posizioni individuali. Queste risorse garantiscono le future pensioni, quelle dei fondi sono loro stesse pensioni. Recenti sondaggi avevano accertato che due italiani su tre sono contrari all’operazione Tfr in busta paga. Matteo Renzi ha voluto tirare ugualmente diritto. Quanti lo seguiranno? Per costoro sarà come la vicenda dei passeggeri di una mongolfiera bucata. Avranno la sensazione di andare più veloci, invece staranno precipitando.

Quel ceto medio sempre dimenticato

Quel ceto medio sempre dimenticato

Francesco Forte – Il Giornale

Nella legge di Stabilità ci sono ombre che preoccupano, a fianco delle luci che brillano, anche per il modo con cui le misure attraenti sono presentate. Vorrei poter fare il poliziotto buono, perché in questo disegno di legge ci sono due misure importanti, che ho caldeggiato, sul Giornale e che i liberali di Forza Italia sostengono, il taglio di Irap sui costi del lavoro e il Tfr in busta paga. Ma ho la necessità di fare il poliziotto cattivo, a difesa dei ceti medi e dei contribuenti che rischiano di pagare un conto salato. È ottima cosa la detrazione dell’intera Irap sui costi del lavoro dall’imponibile dell’imposta sul reddito che ne opera una riduzione del 30% e prelude all’eliminazione di questo balzello che distorce l’impiego del lavoro nella produzione di beni e servizi e danneggia soprattutto la manodopera qualificata. È buona cosa consentire ai lavoratori di scegliere come impiegare il proprio Tfr. Ed è gradevole vedere una manovra con 18 miliardi di riduzione di imposte su 36 complessivi. Ma per il 2015 ci sono 11 miliardi di deficit in più rispetto quelli a legislazione invariata. Ciò comporta un rapporto del deficit di bilancio sul Pil del 2,9% anziché del 2,2% che implica un aumento ulteriore del debito pubblico sul Pil che è già attorno al 130%!

Certo, un’espansione della domanda tramite il deficit di esercizio può servire per contrastare la tendenza recessiva o quanto meno di ristagno dopo una recessione che comporta larga disoccupazione di lavoro e di capacità produttive. Che, dato ciò, occorra accrescere la domanda globale lo dicono non solo i keynesiani (che dominano in questo governo e nei suoi consulenti). Lo dicono anche gli altri economisti che non credono alla piacevole economia del «pasto gratis». Ma si poteva e doveva coprire il buco, che così si crea nel bilancio, privatizzando quote di imprese pubbliche che non stanno sul mercato: a partire da quelle inefficienti degli enti locali, che costano al contribuente. Inoltre, alcuni tagli di spese sono vaghi. I 3,8 miliardi di recupero di evasione fiscale sono incerti. E i tagli di spesa delle Regioni e degli enti locali non sono fatti su loro spese, ma su trasferimenti dello Stato, sicché questi governi probabilmente aumenteranno le loro imposte, come Imu, Tasi, tassa sui rifiuti, addizionali all’Irpef e altro, a danno dei piccoli proprietari e dei ceti medi già tartassati.

Le ricetta vera per rilanciare la domanda è la politica di investimenti, in primis edilizi. Nella legge di Stabilità questa politica manca. E delle tre misure che compongono il grosso delle riduzioni fiscali, solo una – la detrazione dell’Irap sul costo del lavoro, che comporta 5 miliardi di sgravio – ha natura economica e giova all’efficienza dell’offerta, cioè è produttiva. Le altre due, ossia il bonus per i lavoratori dipendenti a basso reddito (e non pensionati e autonomi) che vale 9-10 miliardi e il bonus per i neo assunti con contratto a tempo indeterminato, hanno natura sociale e sindacalese. Servono al Pd per la sua stabilità interna (che, per altro, non c’è) e come strumento elettorale. Ma sono misure discriminatorie, che non generano rilancio. In questo clima di incertezza questo bonus non darà più occupazione, ma preferenza per il contratto a tempo indeterminato su quello a termine, ammesso che basti questo incentivo per assunzioni impegnative. Ed infine – pillola avvelenata – è prevista una clausola di salvaguardia, con nuove imposte per 12,5 miliardi di Iva e tassazioni indirette se la Commissione europea ci dirà di ridurre il deficit e i mercati spingeranno in tal senso, punendo i nostri titoli pubblici; e qualora i 3,8 miliardi di recuperi di evasione e i tagli di spesa dei ministeri, degli enti locali, della sanità non si materializzino.