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C’è troppa Germania sotto il cielo d’Europa

C’è troppa Germania sotto il cielo d’Europa

Romano Prodi – Il Messaggero

Mentre il semestre italiano ha già compiuto oltre la metà del suo corso, la confusione domina sovrana a Bruxelles. Nessuno obbedisce a nessuno, anche perché a Bruxelles non vi è nessuno in cerca del compromesso necessario perché i vari paesi possano essere in grado di obbedire a parametri che costituiscono sempre meno un obiettivo condiviso e sempre più una temuta minaccia. Mancando un’autorità riconosciuta ognuno, a Bruxelles, disobbedisce per conto suo. Cominciando dalla Germania che, mantenendo da lungo tempo un surplus della propria bilancia commerciale del 7%, non solo viola l’impegno di non eccedere mai il 6%, ma costituisce un elemento di squilibrio nell’economia mondiale pari a quello che in passato noi rimproveravamo alla Cina. Inoltre, il numero dei paesi che disobbediscono alla regola del deficit del 3% cresce ogni giorno, sotto la spinta dalla congiuntura sempre più sfavorevole.

Si potrebbe minimizzare l’importanza di questi fatti con la semplice osservazione che le cose stanno andando in questa direzione già da qualche anno e che quindi nulla di radicalmente nuovo sta succedendo nel rissoso recinto europeo. I fatti nuovi invece esistono. Prima di tutto il tasso di crescita (potremmo meglio chiamarlo di decrescita) sta ancora peggiorando e i 25 milioni di disoccupati non vedono alcuna migliore prospettiva per il loro futuro, anche perché non vi è più nessuno disposto a ripetere le errate previsioni che sempre promettevano miglioramenti che mai si sono sono avverati. L’esperienza, tuttavia, ci insegna che anche la pazienza e la capacità di sopportazione hanno un limite.

Il secondo fatto nuovo è che la Banca Centrale Europea, che pure nel passato è riuscita ad evitare la catastrofedi una deflazione ancora peggiore, sembra oramai avere speso tutte le proprie limitate munizioni, anche se la sua politica ha raggiunto il positivo ma non dichiarato obiettivo di fare calare il valore dell’Euro di fronte al dollaro, con un potenziale beneficio per le nostre esportazioni. La prima tranche di finanziamento della BCE al sistema bancario ( il così detto Tltro) ha tuttavia trovato una limitata accoglienza proprio perché l’economia europea marcia ad una velocità ancora più ridotta rispetto ad ogni previsione. D’altra parte le dichiarazioni di Draghi rivolte a dare ossigeno alla crescita, non possono avere l’efficacia che avevano avuto in passato, proprio perché vengono sistematicamente ed immediatamente seguite da un’opposta dichiarazione della cancelliera tedesca sulla necessità di non allentare i vincoli dell’austerità. Il continuo richiamo ai compiti a casa suona sinistro soprattutto nei confronti dei paesi che, pur facendo tutto il possibile, vedono crescere continuamente il disagio sociale. I compiti a casa vanno fatti ma, ai presunti scolari, deve essere fornita almeno una matita e un quaderno.

Un terzo elemento da prendere in considerazione è il tono sempre più duro dei dibattiti all’interno del parlamento tedesco riguardo alla politica europea. Chi pensava che l’aumentato ruolo dei socialdemocratici avrebbe ammorbidito le posizioni germaniche e avrebbe reso più responsabile la politica tedesca si è sbagliato. L’intransigenza non è una caratteristica della coalizione CDU-CSU ma è una convinzione profonda e condivisa di tutta la Germania. Non aspettiamoci quindi alcuna novità da Berlino.

Il quarto elemento da prendere in considerazione è che la Francia ha preso atto della sua reale situazione ed ha reso palese che non solo non intende obbedire agli ordini tedeschi ma che si rifiuterà di obbedirvi anche in futuro. L’attuale politica, infatti, non è in grado di accelerare il cammino dell’economia francese e apre le porte ad una vittoria della signora Le Pen alle prossime elezioni presidenziali. L’asse franco-tedesco è quindi entrato anche formalmente in crisi. Oggi tuttavia è divenuto molto più difficile per Francia e Italia proporre a Bruxelles soluzioni innovative. Nella vana attesa di queste proposte, la posizione della Germania si è infatti ulteriormente rafforzata. Ai paesi che tradizionalmente gravitavano intorno alla sua orbita se ne sono aggiunti altri, a partire dalla Spagna, quotidianamente lodata dalla Cancelliera tedesca come esempio di paese riformatore, anche se le riforme messe in atto sono in realtà marginali e la Spagna resta con livelli di disoccupazione e tassi di sviluppo inaccettabili. Qui a Bruxelles, inoltre, la nuova Commissione viene considerata sotto totale controllo tedesco e i direttori germanici sostituiscono con inarrestabile progresso i loro colleghi britannici, francesi e italiani.

Mettendo insieme tutte queste oggettive osservazioni si deve concludere che una concreta politica di più paesi, guidati da Francia e Italia, per portare avanti una linea alternativa di sviluppo non esiste più. Quest’alternativa esisteva fino a qualche mese fa: oggi è scomparsa di fronte ai mutamenti dei rapporti di forza. Eppure un’Europa che procede solo operando su parametri tecnici e non su una politica condivisa è destinata a scomparire. Perché questo non avvenga bisogna che chi ha oggi in mano il timone della politica europea abbia l’intelligenza di aiutare gli altri paesi a uscire dalla crisi. Tuttavia quest’obiettivo potrà essere raggiunto solo se le necessarie riforme potranno essere messe concretamente in atto senza provocare il disfacimento sociale.

Quanto è avvenuto in queste ultime settimane sembra tuttavia indicare che nei circoli politici non ci si rende conto della pericolosa rapida involuzione della politica europea. Ripeteva continuamente il cancelliere Kohl che, anche contro la volontà dei suoi elettori, egli aveva voluto dare vita all’Euro perché, parafrasando Thomas Mann, egli voleva una Germania europea e non un’Europa germanica. Pur avendo, con fatica e con lungimiranza politica dato vita all’Euro, ci stiamo oggi avviando verso la costruzione di un’Europa germanica e non di una Germania europea. E non è il destino che noi abbiamo per tanti anni sognato.

In cinque anni pagheremo oltre 45 miliardi di tasse in più

In cinque anni pagheremo oltre 45 miliardi di tasse in più

Il Giornale

«Oltre 45 miliardi di euro di tasse in più in cinque anni. Le entrate tributarie nel nostro Paese correranno molto più del Pil e aumenteranno, complessivamente, tra il 2014 e il 2018, di 45,7 miliardi di euro». La previsione deriva dal rapporto del Centro studio di Unimpresa, basato sulla nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. Il gettito raggiungerà quota 487,5 miliardi alla fine di quest’anno e crescerà costantemente, negli anni successivi, fino a raggiungere i 531,6 miliardi del 2018.

Già dalla fine di quest’anno, infatti, lo Stato incasserà 1,6 miliardi in più da imprese e famiglie, «un incremento lieve – sottolinea Unimpresa – lo 0,34% in più, ma che va nella direzione opposta rispetto all’andamento dell’economia, prevista in calo dello 0,3% secondo il Def approvato dal governo». Una doppia velocità che si registra costantemente anche nelle previsioni degli anni successivi. Nel 2015 tasse in crescita dell’1,27%, mentre il Pil dovrebbe salire solo dello 0,5%; nel 2016 rispettivamente tasse +2,68% e Pil +0,8%; nel 2017 gettito tributario in aumento del 2,19% e prodotto interno lordo in crescita dell’1,1%. Chiude il conto il 2018, quando le tasse saranno in aumento del 2,42%,mentre il Pil sarà ben più lento (+1,2%). In tutto, secondo il rapporto, nel quinquennio 2014-2018, le tasse pagate dai contribuenti in Italia arriverebbero a toccare 2.540,1 miliardi di euro.

«Ci sentiamo presi in giro, come imprenditori e come cittadini» afferma il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. «Si è perso tempo – aggiunge – avevamo segnalato subito, dopo la nascita di questo altro esecutivo delle larghe intese, la necessità di intervenire sul fisco: l’alleggerimento dei tributi è cruciale per sperare di portare il Paese fuori dalla recessione». Invece «i dati dimostrano che il dibattito sulle tasse è solo propaganda», commenta Longobardi, il quale conclude: «In questi giorni ascoltiamo esponenti della maggioranza e del governo di Matteo Renzi avanzare ipotesi di abbattimento del cuneo fiscale, ma il peso delle tasse è destinato a salire e le misure varate in questi ultimi mesi non hanno fatto altro che incrementare il carico sulle famiglie e sulle imprese».

L’incoscienza di fare cassa mettendo a rischio le pensioni future

L’incoscienza di fare cassa mettendo a rischio le pensioni future

Giuliano Cazzola – Il Garantista

A quanto pare non si farà l’operazione per trasferire il trattamento di fine rapporto (Tfr) in busta paga. allo scopo di incentivare i consumi rimasti “in sonno” anche dopo l’erogazione del bonus di 80 euro. Non è la prima volta che qualcuno si alza al mattino e si vanta di aver inventato l’acqua calda, salvo poi arretrare una volta verificate le controindicazioni che una misura si fatta comporterebbe.

Chi scrive ha sempre nutrito seri dubbi su proposte di tale natura, anche se i loro sostenitori presentavano, in via di principio, argomenti non privi di senso. È vero, il Tfr è un istituto vigente solo nel nostro Paese al punto che, nei consessi europei e internazionali, i rappresentanti italiani stentano a spiegarne la funzione ai propri interlocutori. Così, il relativo ammontare nei monitoraggi della spesa sociale finisce per essere conteggiato o in quella pensionistica oppure alla voce disoccupazione. Inoltre, c’è sempre il rischio di essere paternalisti e di voler insegnare ai lavoratori che cosa è più conveniente, anche nell’utilizzare le risorse loro spettanti. Il diritto del lavoro, infatti, è sovraccaricato di inderogabili e indisponibili per il dipendente che ne è titolare, come se fosse un minus habens, perennemente sottoposto ad un tutore, sia esso il legislatore, il giudice o il sindacato. Certo – si dirà – il prestatore d’opera è capace di intendere e di volere e di scegliere ciò che è meglio per lui e la sua famiglia. È il caso, però, di orientare le politiche retributive e del lavoro verso obiettivi prioritari e non abbandonarsi ad una visione moderna del lavoratore-buon selvaggio traviato dagli ordinamenti politici e sociali.

Se, per esempio, tutti gli Stati hanno ritenuto loro dovere, in una certa fase dell’evoluzione storica, di predisporre strumenti di welfare pubblici ed obbligatori (pesanti o leggeri che siano), rifiutando l’idea del «ecco le risorse, arrangiati!», una ragione dovrà pur esserci: il lavoratore non è libero di rinunciare a uno zoccolo di diritti che l’ordinamento gli riconosce per qualificarsi come “Stato sociale”, una definizione in cui l’aggettivo diventa un modo di essere del sostantivo. Io credo, allora, che il Tfr sia una risorsa troppo importante per l’autofinanziamento delle imprese e per le esigenze dei lavoratori per essere gettato nella mischia della vita quotidiana, nell’intento disperato di raschiare il fondo del barile. Il Tfr è la principale fonte di finanziamento della previdenza privata, che ha una funzione strategica nel garantire una maggiore adeguatezza per i trattamenti pensionistici. Inoltre sono consentite significative anticipazioni degli accantonamenti (anche di quelli detenuti nelle posizioni individuali dei fondi pensione) allo scopo di affrontare spese cruciali nella vita, come le cure sanitarie o l’acquisto di un’abitazione. Poi, davvero, le somme del trattamento di fine rapporto, finite a incrementare le buste paga, sarebbero indirizzate ai consumi? Il fatto che la liquidità e i depositi bancari degli italiani siano aumentati di 234 miliardi avrà pure un significato. Insomma, se vogliamo parlar chiaro, mettere il Tfr in busta paga sarebbe stato come usare banconote da 100 euro al posto della carta igienica.

Vi è un altro aspetto da considerare: gli accantonamenti annui del Tfr hanno già una loro destinazione. Rimanendo soltanto nell’ambito del settore privato (nel pubblico impiego la normativa è più complicata, poi a pagare dovrebbero essere le amministrazioni, quindi aumenterebbe la spesa pubblica. che ha già tanti problemi di suo) le quote sono così ripartite: 5,5 miliardi alle forme di previdenza complementare; 6 miliardi al Fondo Tesoro gestito dall’Inps (corrispondenti alla parte che i lavoratori, occupati nelle aziende con 50 e più dipendenti, non utilizzano come finanziamento della previdenza complementare e che i datori devono versare nel Fondo suddetto); tra gli 11 e i 14 miliardi (a seconda delle valutazioni) detenuti nelle aziende fino a 49 dipendenti in conseguenza dell’opzione dei lavoratori di restare nel regime del Tfr. Queste ingenti risorse sono scritte a bilancio e costituiscono un’importante forma di autofinanziamento. Sembrava evidente che il governo del “Sòla” intendesse mettere le mani, prioritariamente, su quest’ultimo malloppo. In primo luogo perché è l’unica quota che non abbia una specifica destinazione, come le altre citate. Del resto, quale altra funzione avrebbe avuto l’idea di un patto con l’Abi per destinare alle Pmi – come compensazione – gli stanziamenti derivanti dalla Bce, se non che fosse proprio quello il settore da colpire con il nuovo intervento? Ma come si fa a chiedere a un’impresa di inserire nella busta paga dei lavoratori che lo chiedono, la metà del flusso della liquidazione, per poi passare in banca a riscuotere, come se essa dovesse erogare credito a prescindere dalle garanzie fornite, diventando così, nei fatti, lo sportello erogatore del Tfr altrui?

Nel Jobs Act la mossa per abbattere l’ultimo tabù

Nel Jobs Act la mossa per abbattere l’ultimo tabù

Dario Di Vico – Corriere della Sera

Finora l’attenzione di merito sul Jobs act governativo si è concentrata quasi esclusivamente sulla riscrittura dell’articolo 18, cannibalizzando così un’altra scelta di grande discontinuità contenuta nel provvedimento sostenuto da Matteo Renzi: il salario minimo. In molti Paesi, europei e non, è in vigore da tempo, basta pensare allo Smic dei cugini francesi. In Italia, invece, l’introduzione del salario minimo è stata vista sempre come fumo negli occhi dai sindacati, gelosamente attaccati alla tradizione del contratto nazionale.

In linea di principio non c’è contraddizione tra una legge che stabilisca il salario minimo e un Ccnl stipulato tra le parti, ma in una fase di forte polarizzazione del sistema industriale finisce per rappresentare un’alternativa. Le differenze di mercato e di capacità di creazione di valore non sono più solo tra settori: passano all’interno dello stesso comparto. Dopo sei anni di Grande Crisi la distanza tra un’azienda che esporta stabilmente e un’altra che vivacchia di domanda interna è diventata abissale, come altrettanto ampia è la differenza tra industrie technology o labour intensive. Nello stesso settore metalmeccanico ci sono elettrodomestici e auto, che in virtù del basso valore aggiunto delle lavorazioni sono molto sensibili al costo del lavoro, ma anche le macchine utensili, in cui il livello delle paghe non è certo il principale dei problemi.

Con l’introduzione del salario minimo il contratto nazionale verrebbe fortemente limitato mentre ne uscirebbe esaltata la contrattazione aziendale. Il minimo stabilito per legge avrebbe poi un’altra valenza: far emergere il lavoro sommerso e combattere il caporalato in settori nei quali la rappresentanza sindacale tradizionale è evaporata e vige la pratica degli appalti al massimo ribasso. Si pensi, ad esempio, ad un business di grande rilievo come la logistica dove si è andato creando un far west di rapporti illegali, Cobas, false cooperative, sfruttamento degli extracomunitari e ricatto dei lavoratori. Costretti a retrocedere al datore di lavoro una parte del salario nominale stampato sulla busta paga. È chiaro che in situazioni come questa il salario minimo non è la panacea (servono anche tanti ispettori del lavoro!) ma potrebbe segnalare – specie agli stranieri – che le istituzioni non sono né cieche né sorde.

Piccole misure senza ambizioni

Piccole misure senza ambizioni

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi – Corriere della Sera

Il governo sta compiendo un errore che potrebbe costarci un altro anno (sarebbe il quarto consecutivo) di crescita negativa con conseguente, ulteriore aumento della disoccupazione. Nessun Paese industriale, almeno negli ultimi 70 anni, ha avuto una recessione tanto lunga. Se non cresciamo, il debito (già al 131,6% del Pil ) rischia di diventare insostenibile, almeno nella percezione degli investitori internazionali, che ne detengono oltre 600 miliardi. Se non ricominciamo rapidamente a crescere rischiamo una crisi finanziaria.

La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza pubblicata dal governo la scorsa settimana assume che la crescita miracolosamente aumenti di quasi un punto: dal -0,3 previsto per il 2014 a +0,6 nel 2015. L’Ocse invece prevede un misero +0,1. Da dove verrà quel mezzo punto di crescita in più? Previsioni ottimistiche sono un vecchio trucco per fare apparire più roseo il bilancio. Se la crescita non dovesse raggiungere il livello previsto dal governo anche l’obiettivo di un deficit inferiore al 3% verrebbe mancato, salvo una correzione dei conti in corso d’anno che in parole semplici vuol dire un aumento di imposte. E comunque il ministro Padoan ha detto che già nella legge di Stabilità gli ammortizzatori sociali «saranno coperti dalla spending review e da alcune misure di efficientamento delle entrate». Ecco come si sta sotto il 3%: con un aumento della pressione fiscale!

Deve essere chiaro che c’è un solo modo per sperare di poter riprendere a crescere: ridurre la pressione fiscale. Abbassare le tasse sul lavoro pagate dalle imprese italiane al livello di quelle tedesche significa tagliarle di 40 miliardi. Tagliare immediatamente le spese di una cifra corrispondente non è possibile perché per ridurre la spesa serve tempo. Se solo si fosse cominciato prima! Nei prossimi due, tre anni quindi supereremmo la soglia del 3%. Se sforiamo, entreremmo nella procedura prevista per chi viola le regole europee, ma senza effetti significativi se già avessimo approvato un programma vincolante di tagli alla spesa e varato per decreto una riforma seria del mercato del lavoro. È ciò che fece la Germania nel 2003 quando Schröder varò la sua riforma del lavoro. La Francia ha annunciato per il 2015 un deficit del 4,3%, ma finora Hollande non ha fatto alcuna riforma significativa.

Certo, è più facile per il ministro dell’Economia fare poco o nulla cercando di resistere sotto il 3%, magari con un aumento mascherato della pressione fiscale, e farsi applaudire nei consigli europei. Un piano complesso e innovativo di tagli di tasse, riduzioni di spesa e riforme richiederebbe un massiccio investimento di credibilità politica. Ma è l’unica via per salvare il governo di Matteo Renzi e, ciò che è più importante, l’Italia.

I compiti a casa dell’Italia

I compiti a casa dell’Italia

Bruno Vespa – Il Mattino

A scuola i primi della classe non sono mai stati troppo popolari, a meno di una visibile generosità nei confronti dei compagni. Angela Merkel non ha questa fama. Perciò la risposta piccata («Fate i compiti a casa») all’annuncio che la Francia sarebbe rientrata soltanto nel 2017 nel limite del 3 per cento tra deficit annuale e prodotto interno lordo non è stata gradevole. Non siamo sicuri peraltro che l’invito – apparentemente senza destinatario – non riguardasse anche l’Italia, che resta sotto il 3 per cento, ma non scende vicino al 2 come avrebbe dovuto e soprattutto ha rinviato al 2017 l’applicazione del pareggio di bilancio. (La lettera inviata dalla Banca centrale europea a Berlusconi il 5 agosto 2011 anticipava al 2013 questo vincolo previsto inizialmente per il 2014). A parte un debito pubblico elevatissimo (ma di cui abbiamo sempre pagato le rate degli interessi), l’Italia ha i conti più in ordine della Francia, a cominciare dall’avanzo di bilancio pubblico positivo, (più entrate che spese, al netto degli interessi) che la mette in testa alla classifica del G7 insieme proprio con la Germania. Sulla Francia pesa inoltre il tabù delle 35 ore, del tutto anacronistico nel mondo globalizzato, la mancata riduzione della spesa pubblica di 50 miliardi, un mercato del lavoro senza i vincoli del nostro articolo 18, ma complessivamente ancora ingessato.

Matteo Renzi ha subito espresso la propria solidarietà a Hollande ricordando di guidare il più votato partito europeo e di rispettare il vincolo del 3 per cento. Questa mossa lascia intendere che i due paesi nelle prossime settimane rammenteranno alla prima della classe che compiti a casa pesanti come quelli assegnati alle nazioni in difficoltà, se non svolti un poco alla volta, rischiano di ammazzare anche lo studente più volenteroso. (E l’Italia lo è più della Francia). Ma proprio perché ha il debito così alto, l’Italia deve presentarsi al confronto con i compiti fatti meglio della Francia, più forte di noi per ragioni storiche, politiche, strategiche e perché l’euro è nato da un accordo tra Mitterrand e Kohl per dimenticare il sangue procuratosi a vicenda negli ultimi due secoli.

Qui casca l’asino della riforma del lavoro. Per chetare la sinistra del suo partito, Renzi ha promesso che nel nuovo statuto del lavoro si potranno reintegrare, oltre ai lavoratori discriminati, anche quelli licenziati per ragioni `disciplinari’. Questa normativa può essere scritta in tanti modi diversi,da quella che non lascia margini interpretativi a quella che consente di vanificare l’intera riforma dell’articolo 18. Il Nuovo centrodestra ha già fatto sapere al presidente del Consiglio che su questo punto sarà inflessibile, anche perché sente il fiato sul collo di Forza Italia, a sua volta costretta ad irrigidirsi da una rivolta interna antigovernativa che va ben al di là del caso Fitto (basta leggere in controluce i franchi tiratori nelle elezioni alla Corte costituzionale). Se vuole presentarsi al vertice sul lavoro dell’8 ottobre con un testo non ancora votato, ma radicalmente diverso dal passato, Renzi sarà costretto stavolta ad ascoltare più Alfano che Bersani. Guai a sedersi al tavolo in cui ciascuno presenterà i compiti a casa con un tema scritto con calligrafia cattiva e incomprensibile.

Quel che l’Italia non capisce di Berlino

Quel che l’Italia non capisce di Berlino

Franco Tatò – Corriere della Sera

Nella confusione delle diatribe tra diverse parti politiche in merito alle riforme, si stanno forse trascurando alcuni rapporti di politica estera, e in particolare quello, complesso ma imprescindibile, con la Germania. L’artificiosa polemica tra rigore e flessibilità ha infatti nutrito una deleteria esplosione di antigermanesimo nel nostro Paese. Ostilità che i tedeschi non riescono a spiegarsi, quando è evidente che le difficoltà dell’Italia, testimoniate dalla prolungata assenza di crescita, richiederebbero interventi coordinati a livello europeo e quindi un rapporto collaborativo con la maggiore potenza economica del continente, oltre che nostro principale mercato di esportazione.

L’animosità con la quale vengono avanzate da parte italiana generiche esigenze di flessibilità, cioè richieste di autorizzazioni in bianco di sforare i parametri di bilancio previsti dal trattato di Maastricht, in nome di un orgoglio nazionale che dovrebbe francamente esprimersi con altre modalità, è incomprensibile se non come espressione di un represso complesso di inferiorità. Simili sentimenti antigermanici sono esplosi anche in Grecia, e sfociati nella sorprendente presentazione in Italia di un’imbarazzante lista di candidati alle elezioni europee capeggiata dal capo dell’opposizione di sinistra estrema greca. Nessuno sembra notare che i drastici interventi di risanamento operati da Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda hanno portato, ovviamente con sacrifici, al risanamento dell’economia e a una ripresa della crescita. L’Italia appare invece meno disponibile ad affrontare i sacrifici richiesti per una rapida ripresa, pur essendo i nostri margini di miglioramento molto più ampi di quelli degli altri Paesi citati.

Per valutare l`impatto sull’opinione pubblica europea delle rivendicazioni di una via italiana al risanamento che richiede tempi lunghi e livelli di spesa insindacabili, si deve considerare che proprio i Paesi che negli ultimi anni hanno effettuato ampie riforme e consolidato i loro conti ora chiedono che anche Stati più grandi si attengano alle regole. Quindi non è solo la Germania, come ha detto il Presidente della Bundesbank Jens Weidmann in un’intervista a Der Spiegel, a richie- dere il rispetto dei parametri di bilancio necessari per far parte della comunità europea. Weidmann dice anche che «crescita e lavoro nascono dalle imprese private: queste devono investire, mentre la funzione pubblica deve creare le condizioni giuste, attraverso un miglioramento delle strutture amministrative che è molto più importante della costruzione di nuovi ponti o strade». Alle disquisizioni sulla irragionevolezza della politica del rigore sarebbe stato preferibile un elenco delle misure in trodotte in Spagna e Portogallo e una spiegazione dei motivi per cui misure simili non sono state possibili in Italia.

Non abbiamo molto tempo: recentemente Standard&Poor’s ha infatti emesso un segnale d’allarme sul credito dell’eurozona mettendo in guardia sulla crescita dei consensi elettorali per un nuovo movimento tedesco, l’AfD (Alternative für Deutschland), di ispirazione antieuropeista e che potrebbe portare a un ulteriore irrigidiinento del governo tedesco nei confronti dei provvedimenti di stimolo della Banca centrale europea. Questo movimento è guidato da Bernd Lucke, stimato professore di economia, assistito da Hans-Olaf Henkel, ex presidente della Confindustria tedesca, e si presenta come una potenziale forza di governo. Questa situazione apre interessanti possibilità per l’Italia: l’attuale governo tedesco, per contrastare l’AfD, sarà portato a cercate alleati per un rilancio della cooperazione europea. Potrà quindi essere una buona opportunità, a patto però di fare anche noi i «compiti a casa».

Usa, boom dell’occupazione

Usa, boom dell’occupazione

Mario Platero – Il Sole 24 Ore

Se qualcuno dubita ancora della forza del modello americano per rilanciare l’economia dia un’occhiata ai risultati di ieri: un tasso di disoccupazione al 5,9%, un livello che non si vedeva dal 2008 e 248.000 nuovi occupati per il mese di settembre. È difficile dunque ignorare le parole del Presidente Barack Obama che ieri ha lanciato l’ennesima provocazione transatlantica, attaccando soprattutto il modello tedesco, ma, indirettamente tutte le rigidità che, a partire da quelle per il mercato del lavoro, imbrigliano l’economia: «Gli Stati Uniti – ha detto – hanno ridato lavoro a più persone che l’Europa, il Giappone e ogni altra economia avanzata messe insieme». E nonostante i dati di ieri, insieme a un inatteso miglioramento del disavanzo commerciale, diano sicurezza per la tenuta della ripresa, l’amministrazione non si ferma, preme per un ulteriore rilancio del settore manifatturiero e per un rafforzamento di alcuni dati per l’occupazione che potrebbero essere migliorati, come il salario minimo e il tasso della partecipazione al mercato del lavoro, sceso ancora dal 62,8 al 62,7%, il minimo in 35 anni e molto al di sotto del 66% di prima della grande recessione.

Per questo Obama preme su nuove iniziative pubbliche/private, per questo ha già lanciato vari centri per l’eccellenza nel manifatturiero avanzato e ieri ha annunciato lo stanziamento di 200 milioni di dollari in aiuti federali e fondi privati per creare un “Integrated Photonics Manufacturing Institute” che sarà coordinato dal Dipartimento della Difesa. Oggi inoltre si celebra il National Manufacturing Day. Il presidente andrà a Princeton in Indiana, per visitare gli impianti della Millennium Steel. In tutto 16.000 imprese del settore manifatturiero apriranno i cancelli al pubblico e alle autorità sia nazionali che locali a riprova di una forte coesione per avanzare lungo la stessa strada.

Questo per dire che ha ragione Mario Draghi quando avverte che la politica monetaria da sola non basta per rilanciare la crescita e che ci vogliono drastiche riforme strutturali. Che non si dimentichi però l’importanza di lanciare misure di stimolo e di agire anche sul fronte fiscale. È stata questa ricetta con tre ingredienti essenziali, incluso un disavanzo pubblico che era balzato al 10% del Pil prima di arretrare (contro ogni previsione di ostinati economisti nostrani) fra il 3% e il 4% per il 2014, che ha consentito all’America di fare quello che ha fatto. E ricordiamo oltre ai dati di ieri sull’occupazione un tasso di crescita corretto al 4,6% per il secondo trimestre di quest’anno. E la Fed? Difficile che la politica monetaria cambi prima della metà dell’anno prossimo. Janet Yellen ha chiarito che per lei oggi sono più importanti indicatori come il salario minimo e il tasso di partecipazione al lavoro che, come abbiamo visto, sono ancora fuori dalle medie storiche. La ripresa dunque continuerà. Non necessariamente ai ritmi del secondo trimestre, ma la crescita dell’economia e dell’occupazione andranno avanti per il futuro prevedibile.

Ci sembra giusto chiudere con una rivendicazione del Presidente alla New Foundation della Northwestern University di Evanston in Illinois, dove ha fatto partire giovedì la sua campagna per le elezioni di metà mandato. «Ecco i fatti – ha detto Obama – quando sono stato eletto le imprese americane licenziavano al ritmo di 800 mila persone al mese. Oggi le aziende stanno assumendo 200 mila americani al mese. Negli ultimi quattro anni e mezzo l’economia americana ha creato 10 milioni di nuovi occupati, la più lunga crescita di posti di lavoro nel settore prima della nostra storia. Non si sono state tante offerte di lavoro sul mercato quante ce ne sono oggi dal 2001». Dalla perdita di 800.000 posti di lavoro al mese alla creazione di 10 milioni di posti di lavoro in 5 anni. Non c’e’ bisogno di arrivare a questi estremi, ma, senza dover rievocare per l’ennesima volta Shumpeter ieri ne abbiamo avuto la conferma: flessibilità, mobilità e ristrutturazioni aiutano qualunque economia che voglia restare industriale avanzata, non solo l’americana.

La vera sfida è costruire un patto sociale europeo

La vera sfida è costruire un patto sociale europeo

Adriana Cerretelli – Il Sole 24 Ore

«Tra Francia e Germania vogliamo stabilire rapporti su una base completamente nuova, orientare quello che ci divideva, le industrie belliche, verso un progetto comune a beneficio dell’Europa, che così ritroverà nel mondo il ruolo eminente che i confitti interni le hanno fatto perdere. È una proposta politica e morale che vorremmo realizzare senza preoccuparci delle difficoltà tecniche». Questo disse a Bonn, in un mattino di giugno del ’50, Jean Monnet, un francese piccolo piccolo al gigantesco e incredulo cancelliere tedesco, un uomo e un paese feriti, isolati, umiliati. «Aspettavo da 25 anni questa iniziativa» gli rispose dopo un lungo silenzio Konrad Adenauer, «ma per realizzare una tale impresa non è la responsabilità tecnica da sollecitare ma quella morale verso i nostri popoli». L’Europa nacque da qui, da un sogno scandalosamente anticonformista, da un coraggio politico tanto scorretto da immaginare e proporre l’inimmaginabile: la riconciliazione tra nemici irriducibili, implacabili.

La profonda crisi di fiducia che tormenta da troppo tempo l’eurozona deprimendone i prezzi e l’economia, l’incomunicabilità quasi stagna che accompagna il dialogo o meglio i soliloqui dei suoi leader, evocano quei lontani tempi bui e impongono la necessità di un’analoga rottura con la storia, i dogmatismi, il pensiero unico dominante. Urge un nuovo patto di riconciliazione, un nuovo contratto sociale europeo. Oggi sul campo non ci sono 40 milioni di morti da seppellire ma 26 milioni di disoccupati di scarsissime speranze: pesano entrambi sulla coscienza dell’Europa che non può diventare il continente senza futuro del mondo globale. È troppo facile recriminare in uno sterile gioco di scambi di accuse e colpe reciproche. È difficile ricostruire le basi di una sana convivenza europea.

Non c’è dubbio che Francia e Italia abbiano sprecato i tempi della vacche grasse per rimettere in ordine i loro conti e fare le riforme strutturali indispensabili per modernizzare e flessibilizzare le rispettive economie. Non c’è dubbio che la levata di scudi pubblica e unilaterale di Parigi, il gran rifiuto di rispettare le regole anti-deficit, siano sentiti come un tradimento e una provocazione a Berlino dove la Merkel e la sua Cdu-Csu devono fare i conti con il partito anti-euro che ne erode i fianchi. Non c’è però dubbio che la sfida di Francois Hollande, più che una prova di forza, il sonoro requiem sull’asse franco-tedesco peraltro moribondo da tempo, sia un atto di suprema debolezza, di impotenza e di disperazione politica da parte di un presidente con la popolarità al 13% e il Front National in testa ai sondaggi. Non c’è nemmeno dubbio sul fatto che anche i patti europei si logorino, invecchino. Nel mondo globale che cambia a ritmi quasi istantanei, vent’anni sono un’eternità. Quando a Maastricht si fissò al 3% del Pil il tetto del deficit, la crescita media europea nel decennio precedente era stata del 4-5%: a quel ritmo si calcolava che gli squilibri nei conti si sarebbero progressivamente riassorbiti da soli.

Quando di recente gli accordi Ue sono stati rinnovati e rafforzati, si è lavorato sul presupposto di una crescita media del 2% e su un’inflazione della stessa percentuale. Quest’anno si arriverà a malapena e forse all’1%. Le previsioni di Bruxelles per il prossimo decennio parlano di una crescita media intorno all’1% annuo, meno della metà di quella americana. Per i prezzi è deflazione. Riforme o no, rispetto o no delle regole, in questo panorama la stabilità finanziaria diventa una chimera, perlomeno a breve. È una questione meccanica: non politica né economica. Costringere oggi all’impossibile i paesi ritardatari in nome della credibilità dei patti europei di fronte ai mercati, più che rafforzarla rischia di frantumarla del tutto. Un conto infatti è strapazzare la Grecia, 2% del Pil dell’eurozona, un altro è minacciare di fare lo stesso con ben oltre un terzo di quello stesso Pil. Nemmeno la Germania rispetta in toto le regole europee. Per Il surplus dei suoi conti correnti, oltre 400 miliardi pari a più del 6% massimo previsto dai patti europei, è già stata richiamata all’ordine da Bruxelles. Finora senza risultati. Anche la Germania, secondo vari studi tedeschi, deve mettere in cantiere nuove riforme e grandi investimenti in reti e innovazione per tenere il passo con la competitività globale e ritrovare un robusto ritmo di sviluppo.

Oggi crescita e investimenti – quelli veri e non i 300 miliardi del piano Juncker tutti da verificare – sono dunque nell’interesse generale: una boccata d’ossigeno creerebbe un ambiente più propizio a riforme e sacrifici e darebbe un’immagine dell’Europa meno arcigna e indifferente ai problemi quotidiani della gente. Ma nel clima di diffidenze profonde e diffuse, un patto europeo per lo sviluppo oggi richiede un gesto di lungimiranza economica e un atto di temerarietà politica che nessuno in Europa sembra in grado di fare. Un quinquennio di crisi ha dimostrato che la Germania riesce a superare i propri tabù soltanto quando arriva sull’orlo dell’abisso. È successo con il salvataggio della Grecia però al prezzo, avendo tirato troppo in lungo, di seminare il contagio in tutta l’area euro. Un gioco simile con Francia e Italia sarebbe letale per l’euro e per tutti. L’Europa è nata dalla volontà di riconciliazione nell’assoluzione reciproca. Davvero i terribili misfatti di allora erano meno gravi degli attuali e davvero l’Europa non merita di ritrovare la pace con se stessa?

Quanto stato c’è nella Silicon Valley

Quanto stato c’è nella Silicon Valley

Mariana Mazzucato – La Repubblica

Renzi il mese scorso ha visitato la Silicon Valley con lo scopo dichiarato di portare in Italia innovazione, concorrenza e dinamismo. Il presidente del Consiglio fa bene a fissare questi obiettivi come priorità, se si pensa allo scarsissimo dinamismo che ha caratterizzato l’economia italiana negli ultimi vent’anni, a causa della stagnazione della produttività e conseguentemente della crescita. Purtroppo, però, invece di imparare da quello che è successo veramente nella Silicon Valley, sembra aver sposato gli slogan e i miti che circondano quell’esperienza, in particolare il mito che attribuisce il fenomeno della Silicon Valley all’impulso di imprenditori geniali, finanzieri disposti a prendersi grossi rischi e uno Stato che si dedica a ridurre i vari tipi di «impedimenti» che ostacolano questi risktakers. E infatti la riforma del lavoro che Renzi sta patrocinando in questo momento punta proprio a rimuovere tali impedimenti.

Ma se è sbagliata la lettura della storia, sono sbagliate anche le politiche. La Silicon Valley è il risultato di imponenti investimenti pubblici diretti (non sussidi) lungo l’intera catena dell’innovazione, dalla ricerca di base e applicata fino alla fase finale della commercializzazione. Mentre i venture capitalists, mitizzati da Renzi, perseguono profitti nel breve termine e puntano a un’«uscita» rapida dall’investimento attraverso un collocamento in Borsa o l’acquisizione da parte di un’altra società, il Governo degli Stati Uniti ha dimostrato di essere un finanziatore paziente, fornendo (attraverso una rete decentralizzata di organismi pubblici) finanziamenti ad alto rischio ad aziende come la Compaq, l’Intel e la Apple. E oggi fornisce lo stesso genere di finanziamenti a compagnie della green economy di successo come la Tesla, che recentemente ha ricevuto un prestito garantito per 465 milioni di dollari, e meno di successo come la Solyndra, che ha ricevuto un prestito di 500 milioni: nel gioco dell’innovazione qualche volta si vince e qualche volta si perde.

Se Renzi fosse andato alla Apple Inc., avrebbe trovato designer straordinari come sir John Ives che lavorano accanitamente insieme a team di grande talento, ma di ricerca e sviluppo ne avrebbe trovata poca. La ragione è che la Apple storicamente ha messo insieme, con un brillante senso del design e della semplicità, tecnologie già esistenti. Tecnologie finanziate dallo Stato. Nel caso dell’iPhone, Internet, il Gps, il sistema di comando vocale Siri e lo schermo tattile, tutti finanziati dai contribuenti. Naturalmente la Apple non è l’unico esempio di questo tipo: l’algoritmo di Google è stato finanziato dalla National Science Foundation; il settore delle biotecnologie, quello delle nanotecnologie e dei gas di scisto sono tutti nati grazie ai fondi pubblici.

Pretendere che l’innovazione in Italia arriverà semplicemente abbassando le tasse e riducendo la regolamentazione (specie, come è ovvio, intorno al solito bersaglio facile, il mercato del lavoro), significa ignorare questa storia. Il paradosso è che Renzi ha scelto di copiare dagli Stati Uniti una cosa soltanto, il tanto criticato Jobs Act del 2012 (dove Jobs sta per Jumpstart Our Businesses , cioè «mettiamo in moto le nostre imprese»). E non sorprende l’accoglienza che ha ricevuto questa settimana nella City visto che sono proprio questo tipo di politiche a produrre uno degli aspetti più anomali del capitalismo dei giorni nostri: socializzazione dei rischi, privatizzazione dei benefici.

L’obbiettivo del Jobs Act era di ridurre ancora di più il rischio di investimento per venture capitalists già avversi al rischio allentando gli obblighi di rendicontazione finanziaria per le aziende «più piccole» (quelle con meno di 1 miliardo di dollari di ricavi annui). Oltre a questo, il Jobs Act legalizzava il crowdfunding, consentendo ai fondi di venture capital di reclutare una gamma più ampia di investitori (e singoli individui) al momento di quotare le aziende in Borsa. In che modo tutto questo possa generare crescita occupazionale non è dato sapere: sembra anzi fatto su misura per consentire ai venture capitalists di realizzare profitti smisurati con piccole aziende che rivendono tecnologie realizzate con fondi pubblici. In realtà si ingrossa sempre di più l’esercito delle piccole imprese che si lamentano per i danni provocati dall’atteggiamento speculativo e orientato esclusivamente al breve termine dei fondi di venture capital.

E allora sì, se Renzi vuole regalare all’Italia innovazione e dinamismo deve rendere il Paese più efficiente, ma deve anche evitare di focalizzarsi unicamente sulle «rigidità». Il dibattito dovrebbe vertere sul tipo di investimenti necessari, sia da parte del settore pubblico che da parte del settore privato, e soprattutto si dovrebbe chiedere alle imprese italiane di mostrarsi all’altezza della situazione: non piegarsi ossequiosamente alla City (e alla finanza italiana) ma chiedere invece al mondo della finanza di smetterla di fare pressioni per abbassare la tassazione dei capital gains, una politica da breve periodo e pretendere invece che co-investa nel lungo periodo in quelle aree che in una crescita trainata dall’innovazione richiederebbe. E smetterla di chiedere sussidi ed elargizioni, smetterla di lamentarsi della burocrazia (che non è tanto maggiore di altre parti d’Europa che stanno crescendo) e decidendosi a investire, in collaborazione con lo Stato, in quelle opportunità in grado di costruire un futuro innovativo per l’Italia. E quando gli economisti di destra gli dicono che tutto quello che deve fare è tagliare le tasse, dovrebbe farlo in modo oculato, riducendo le tasse sulle assunzioni e non sulle plusvalenze. E poi ricordarsi che ai tempi del presidente Eisenhower, repubblicano ed ex generale dell’esercito – non certo un comunista – l’aliquota più alta negli Stati Uniti sfiorava il 90 per cento: e fu sotto di lui che vennero realizzati alcuni dei più importanti investimenti in innovazione. E magari citare anche un altro che non è comunista, uno degli investitori più abili e di successo della storia, Warren Buffett, che al contrario di Renzi sembra aver capito che le pressioni della City hanno distrutto e non creato posti di lavoro: «Sono sessant’anni che lavoro con gli investitori e devo ancora vederne uno, nemmeno nel 1976-1977 quando l’aliquota sulle plusvalenze era al 39,9 per cento, rinunciare a un investimento sensato per via dell’imposizione fiscale sui potenziali guadagni. Le persone investono per fare soldi e le tasse potenziali non le hanno mai scoraggiate. E a quelli che sostengono che aliquote più alte penalizzano la creazione di posti di lavoro faccio notare che tra il 1980 e il 2000 sono stati creati quasi 40 milioni di posti di lavoro in più. Cos’è successo dopo lo sappiamo: aliquote più basse e molta meno creazione di posti di lavoro».