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La squadra di Juncker è di rigore

La squadra di Juncker è di rigore

Gaetano Pedullà – La Notizia

Non è ancora iniziata e la festa è già finita. A illuderci più di tutti era stato Draghi, che sfidando il veto della Merkel è riuscito a infilare un po’ di liquidità nel sistema finanziario europeo, allentando quel rigore che sta strangolando famiglie e imprese. Pure la locomotiva tedesca d’altronde fatica a marciare e dunque un cambio di passo per liberare risorse e far ripartire l’economia ci stava. Ieri si aspettava solo la conferma, con l’indicazione della squadra del commissario europeo Jean-Claude Juncker. Cartina di tornasole era la casella strategica dell’economia, dove a fatica è approdato il francese Pierre Moscovici, per capirci una colomba in materia di vincoli e freni allo sviluppo. Subito accanto, però, il presidente gli ha messo il finlandese rigorista Jyrki Katainen, un signore che nel pieno della crisi dei conti pubblici in Grecia chiese il Partenone a garanzia dei prestiti europei. Dunque non aspettiamoci nulla da Bruxelles. E prepariamoci a pagare per i nostri peccati, a partire dal fiscal compact e dagli altri impegni che politici miopi ci hanno fatto a prendere. Dovremo svenarci e non avremo sconti. Fin quando con questo rigore ci moriremo.  

Partite Iva sostenute dalle società di capitali

Partite Iva sostenute dalle società di capitali

Adriano Moraglio – Il Sole 24 Ore

Nel mese di luglio sono state aperte 42.180 nuove partite Iva, l’1,1% in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno, ma l’incremento è dipeso solo dalla spinta arrivata dalle società di capitali (+16,7%). Lo ha reso noto ieri il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, sulla base dell’Osservatorio sulle partite Iva. Tutte le altre forme giuridiche hanno fatto segnare un calo, più marcato per le società di persone (-7,9%) e più contenuto per le persone fisiche (-2,3%).

Il Nord è l’area territoriale che conta la percentuale più alta di nuove aperture (42,1%), seguito da Sud e Isole (34,7%) e dal Centro (23,2). Su base regionale, gli incrementi più rilevanti hanno riguardato la Calabria (+13,5%), la Campania (+10,5%) e l’Abruzzo (+9,3%), mentre le flessioni più forti si sono avute in Valle d’Aosta (-24,7%) e nelle Province di Bolzano (-19%) e di Trento (-8%). Inoltre, è il commercio a confermarsi al primo posto per numero di aperture (il 24% del totale), seguito dalle attività professionali (12,8) e dalle costruzioni (9,2%).

Rispetto al luglio 2013, tra i settori principali si nota un rilevante aumento nella sanità (+44,1%) cui seguono, con valori meno eclatanti, gli incrementi nelle comunicazioni (+5,4%) e nella ristorazione (+4,9%). Le flessioni più consistenti hanno riguardato le attività finanziarie (-26%), quelle artistiche (-9,4%) e l`agricoltura (-7,9%). Relativamente alle persone fisiche, il 50,1% è rappresentato da giovani fino ai 35 anni e il 33,6% da soggetti nella fascia tra i 36 e i 50 anni. Rispetto a un anno fa, a luglio, tutte le classi di età hanno registrato cali.

Italia in chiaro e scuro, ma l’industria si muove

Italia in chiaro e scuro, ma l’industria si muove

Beda Romano – Il Sole 24 Ore

È un quadro sullo stato di salute della competitività dell’industria europea piuttosto negativo, ma ricco nonostante tutto di spunti positivi quello che la Commissione pubblicherà oggi a Bruxelles. La situazione italiana è peggiore di quella di molti altri stati membri. Eppure il paese sta mostrando una straordinaria capacità di adattarsi dinanzi alle difficoltà del momento, rese ancora più difficili da noti ostacoli normativi, istituzionali e sociali.

«I dati aggregati dimostrano una ripresa delle esportazioni e un aumento della produttività nella maggioranza dei paesi membri», si legge in un rapporto annuale che verrà presentato oggi dal commissario all’Industria, Ferdinando Nelli Feroci. «Tuttavia, i dati positivi a livello di Unione europea nascondono considerevoli differenze tra stati membri e tra settori in termini di risultati e politiche». Il rapporto, ieri ancora in lavorazione, offre uno spaccato interessante.

Sul fronte italiano è facile mettere l’accento sulle debolezze e sui ritardi. Molti dati sono noti, ma restano impressionanti. L’industria italiana ha perso oltre 500mila posti di lavoro tra il 2007 e il 2012. L’unico paese ad avere aumentato l’occupazione in questo settore è stata la Germania. L’Italia appartiene a un insieme di stati membri caratterizzati da una competitività elevata ma in stagnazione o in calo (allo stesso gruppo appartengono tra gli altri la Francia e la Gran Bretagna).

Il quadro italiano è in chiaroscuro. Dal 2007, il numero di imprese manifatturiere è sceso del 19%. La competitività dei costi è diminuita di due punti percentuali, aumentando il divario già cresciuto di 35 punti percentuali tra il 1997 e il 2007. «La bassa crescita della produttività – scrive la Commissione – è dovuta principalmente a una allocazione inefficiente delle risorse». Il paese registra un calo dell’efficienza del capitale, a parità di investimenti rispetto agli altri stati membri.

Secondo la Commissione, una delle ragioni è da ricercare in riforme del mercato del lavoro che hanno aumentato la flessibilità mantenendo tuttavia rigidità nei meccanismi salariali. La spiegazione è certamente convincente, ma chi conosce il paese sa anche che famiglie e imprese usano spesso il denaro a propria disposizione in forme più o meno eclatanti di clientelismo e familismo, e non solo in tangenti versate alle autorità nazionali e locali.

Al netto di questi dati negativi, segnati da un ambiente economico poco liberalizzato l’esecutivo comunitario nota aspetti positivi in un momento in cui l’Italia dibatte nervosamente della modernizzazione della sua economia. Sul fronte energetico, l’industria ha fatto molti progressi, riducendo il proprio impatto ambientale tra il 2007 e il 2012 del 3,5% all’anno. Sul versante dell’export, le imprese italiane si stanno concentrando sempre di più su mercati extra-europei e prodotti basati su tecnologia medio-alta.

«L’industria italiana sta aggredendo il problema della competitività dei costi cavalcando l’innovazione e la qualità in prodotti maturi», scrive la Commissione. Peraltro, la riforma del 2013 della funzione pubblica ha portato per le società a risparmi per 8,99 miliardi di euro in costi amministrativi. Tuttavia, secondo Bruxelles, gli sforzi sono ostacolati da un divisione poco chiara delle responsabilità tra stato e regioni e dall’uso di decreti-legge che non consentono misure mirate di semplificazione.

Il calo dei redditi gela i consumi

Il calo dei redditi gela i consumi

Marzio Bartoloni – Il Sole 24 Ore

Il miracolo non c’è stato. I consumi sono praticamente fermi: si spende meno e solo per il necessario con il reddito disponibile che è tornato quello di 30 anni fa. L’effetto Renzi con il bonus da 80 euro che si era sentito in primavera si è affievolito e non ha lasciato il segno. Anche perché gli italiani – che rinunciano sempre di più alle spese extra (dai viaggi al pasto fuori casa fino alla salute e all’abbigliamento) – ne subiscono uno nuovo: l’«effetto Tasi», il tributo che tra i tanti preoccupa di più per l’incertezza che lo contraddistingue.

L’ultimo bollettino di guerra sullo stato di salute dell’economia delle famiglie italiane è contenuto nella nota di aggiornamento del Rapporto consumi diffuso ieri da Confcommercio. Uno stillicidio di numeri negativi. L’anno scorso la spesa delle famiglie ha registrato una flessione del 2,5%, con una contrazione del 7,6% in otto anni, durante i quali il reddito disponibile reale pro capite è sceso del 13,1%, pari a un ammontare di 2.590 euro a testa. Quest’anno secondo la Confcommercio l’andamento sarà praticamente piatto: la chiusura dei consumi dovrebbe attestarsi su un fragile +0,2%, mentre il prossimo anno se si dovessero confermare le previsioni la crescita raggiungerà uno striminzito +0,7% (a fronte di +1% di Pil).

La fotografia attuale dei consumi oltre che a risentire della profonda crisi che ha investito il Paese negli ultimi anni ha radici anche più profone. In poco più di 20 anni i consumi degli italiani sono infattti cresciuti complessivamente soltanto del 12,3% e questa crescita è dovuta esclusivamente alla dinamica positiva dei servizi. Fenomeno che i commercianti indicano come «la terziarizzazione dei consumi», vale a dire che le famiglie sono costrette sempre di più a privilegiare i servizi rispetto ai beni. I primi, infatti, coprono ormai il 53% della spesa totale (dal 41,8% del 1992), mentre i secondi sono precipitati dal 58,2 al 47%. La prova più evidente di questo spostamento riguarda la fruizione a esempio di servizi come la telefonia cellulare o internet che hanno preso il posto di consumi una volta privilegiati come l’abbigliamento o l’alimentazione.

Non solo: secondo la nota di Confcommercio i consumi cosiddetti “obbligati” (dalla casa alla benzina, dall’assicurazione alla sanità) coprono ormai il 41% del totale: per la casa, spesa obbligata per antonomasia, si è passati dal 17,1% al 23,9% del totale. Alla fine quindi la cifra che ogni famiglia ha a disposizione per tutto il resto, e su cui ha pertanto libertà di scelta, si è ridotta: l’indice delle possibilità effettive di consumo è infatti crollato a 10.900 euro dai 14.300 del 1992. Un terremoto che ha cambiato il modo in cui apriamo e chiudiamo il portafogli. Nel 2013 gli italiani hanno rinunciato soprattutto ai pastifuori casa (-4,1%) e in particolare per l’alimentazione domestica (-4,6%), ai viaggi e alle vacanze (-3,8%), alla cura del sé e alla salute (-3,5%). Con un vero tracollo della spesa per l’abbigliamento e le calzature (-6,3%). E anche quest’anno, anche se più affievoliti, resteranno i segni meno.

Il dato di partenza resta quello della difficoltà di arrivare a fine mese: il reddito disponibile delle famiglie italiane è infatti fermo ai livelli di 30 anni fa. Nel 2014 il reddito è pari a 17.400 euro (come il 2013), mentre nel 1986 era a 17.200 euro. Su tutto poi pesa la fiducia dei consumatori schizzata in alto in primavera grazie all’avvento del Governo Renzi e ai suoi annunci culminati nel bonus 80 euro, ma che ora si è affievolita «producendo solo modesti effetti sui comportamenti di spesa tra aprile e luglio», sottolinea l’Uffico studi di Confcommercio. I consumatori sono infatti tornati a guardare al futuro con preoccupazione: troppe le incertezze, a cominciare da quelle relative alle tasse, Tasi in prima fila. Ora se agli annunci non seguiranno «azioni coerenti» questo clima di fiducia «non si consoliderà». Il presidente di Confcommercio Sangalli dà però ancora credito al premier: «La priorità assoluta in Italia resta la riduzione delle tasse. Sono convinto che Renzi ce la farà ad estendere il bonus degli 80 euro». 

La politica industriale non è un rebus senza soluzione

La politica industriale non è un rebus senza soluzione

Fabrizio Onida – Il Sole 24 Ore

Nel suo articolo del 4 settembre sul Sole, Il rebus della politica industriale, Franco Debenedetti allarga la sua (giusta) diffidenza verso le tentazioni dirigiste dei governi fino a condannare la politica industriale che si regge sul falso presupposto teorico «che il futuro dell’innovazione tecnologica sia conoscibile ex ante, che esista la ricetta per il successo» e dunque «presuppone una fiducia mistica nel processo di selezione democratica».

Ma non è su queste basi che sia la letteratura economica (Rodrik, Aghion, Nelson, Chang, Stiglitz e non solo), sia istituzioni come la Commissione europea (Horizon 2020) e l’Ocse hanno negli anni più recenti riproposto un ruolo autentico dello Stato facilitatore, coordinatore e partner degli attori di mercato, con una visione meno ideologica e più pragmatica della politica industriale.

Durante la fase delle grandi privatizzazioni degli anni 90, che chiudevano la storia di un modello di partecipazioni statali degenerato in patologica commistione di economia e sistema dei partiti, il «capitalismo senza capitali» ereditato dalle crisi degli anni 70 ha perso l’occasione per rilanciare le sorti della grande impresa in larga parte dei settori ad alta intensità di capitale fisico, capitale umano, innovazione tecnologica e organizzativa.

Tutti conosciamo e apprezziamo il vivace dinamismo delle micro e piccole imprese (dentro e fuori dai nostri distretti industriali), nonché il successo di un «quarto capitalismo» di medie e medio-piccole imprese private specializzate in nicchie di elevata qualità e dinamismo tecnologico, capaci di esportare e insediarsi con profitto in molte «catene globali del valore». Ma tutto ciò non è bastato e non basta – tanto più oggi nel prolungarsi della grande crisi – a mettere il paese nelle condizioni di sfruttare le proprie eccellenze scientifiche e i propri vantaggi competitivi, tornando ad alimentare la crescita di quella produttività totale dei fattori che ristagna da più di un decennio.

I governi non hanno certo la preveggenza di quali settori e prodotti potranno meglio contribuire allo sviluppo economico del paese: su questo ha perfettamente ragione Debenedetti, nessuno ha nostalgia degli ambiziosi e falliti «piani di settore», dalla chimica alla siderurgia, all’aeronautica. Ma oltre le ben note e urgenti riforme istituzionali, certamente cruciali per favorire un eco-sistema imprenditoriale decente e moderno (semplificazioni, giustizia, burocrazia, infrastrutture, scuola e apprendistato, lotta contro evasione e corruzione), lo Stato può e deve riscoprire il proprio ruolo di catalizzatore delle migliori energie imprenditoriali del paese.

Compete allo Stato indicare progetti di filiera e allestire strumenti di ricerche coordinate pre-competitive, coinvolgendo nella scelta imprese leader e il loro indotto, (incluse molte affiliate italiane di multinazionali estere che ancora scommettono sulle nostre capacità e competenze), identificate e monitorate con l’apporto essenziale di esperti indipendenti. Come insegna il fallimento di «Industria 2015», è cruciale prevenire i formalismi giuridico-amministrativi, sottrarsi alle ingerenze di burocrazie ministeriali autoreferenziali, imporre tappe forzate di valutazione dei risultati e riservarsi di abbandonare quei progetti che nel tempo si rivelano inadeguati e perdenti nello scenario mondiale (filosofia del pick the loser).

Del resto è quello che vanno praticando da tempo altri paesi a noi vicini (valga l’esempio dei Catapult Centers britannici, dei distretti tecnologici tedeschi, dei pôles de competitivité francesi). Solo così si può valorizzare un patrimonio tecnologico e imprenditoriale altrimenti disperso, promuovere crescita di produttività totale dei fattori, interconnessioni e reti lunghe di imprese innovative, ridurre l’ancora persistente divario fra ricerca accademico-scientifica e innovazione (industria e servizi), dare concrete prospettive di lavoro non precario ai giovani dotati di istruzione elevata e riconosciuti talenti, attrarre investitori nazionali ed esteri. Politiche industriali e politiche per l’innovazione tecnologica e organizzativa sono due facce della stessa medaglia. Anche così si può combattere la cultura paralizzante della rassegnazione a un inarrestabile declino di un paese che merita invece di risalire la china.

Competitività anima della crescita

Competitività anima della crescita

Ferdinando Nelli Feroci – Il Sole 24 Ore

Nell’ambito del cruciale dibattito in corso sul rilancio della crescita e dell’occupazione in Europa, il rafforzamento della competitività delle nostre imprese ha assunto un ruolo decisivo. L’industria, infatti, contribuisce per circa l’80% delle esportazioni europee e per un ammontare simile per quanto riguarda la capacità innovativa del nostro sistema. Senza una forte base industriale è difficile rilanciare la crescita e riassorbire l’elevata disoccupazione. Purtroppo, dal 2008 abbiamo perso circa 3,5 milioni di posti di lavoro nel manifatturiero e la quota sul Pil Ue generata dall’industria è scesa al 15,1%.

È prioritario invertire il declino. Rimettere in moto la crescita significa trovare ricette giuste per rendere le aziende attori dinamici sui mercati globali. I rapporti sulla Competitività degli stati membri e sulla Competitività dell’industria europea, appena pubblicati, presentano un quadro di luci e ombre. Se da un lato abbiamo Stati membri con elevata competitività di sistema, dall’altra abbiamo paesi che arrancano e che vedono ridursi sempre più la loro presenza sui mercati mondiali. Discorso analogo per i vari comparti produttivi europei, dove a fronte di punti di forza, come il farmaceutico, la chimica, la meccanica, l’industria automobilistica e l’alta gamma, esistono settori in sofferenza e piccole e medie imprese (Pmi) sempre più in difficoltà.

I due rapporti cercano di individuare i punti di forza e di debolezza del panorama industriale Ue e mirano a ispirare le politiche della competitività a livello Ue e dei singoli Stati. I maggiori problemi che abbiamo identificato riguardano la debolezza della domanda interna, la mancanza d’investimenti, alti prezzi dell’energia e un contesto amministrativo-regolamentare talvolta eccessivamente oneroso per le imprese. La chiave del nostro rilancio economico risiede nella ripresa della domanda interna. Al di là del rilancio dei consumi, la crescita della domanda passa attraverso l’aumento degli investimenti, sia pubblici che privati, tra l’altro tra i più colpiti dalla crisi. La ripresa di questi ultimi consentirebbe di innescare il circolo virtuoso della crescita che alimenterebbe sia la domanda che la competitività di tutto il sistema. In questo clima di ritrovata fiducia, anche i privati riprenderebbero ad investire.

Perché questo possa avvenire, è importante garantire un adeguato accesso al credito alle aziende. Senza sufficiente liquidità per investire e innovare, le imprese europee rischiano di perdere non solo la sfida globale ma anche di compromettere la sfida in casa, a fronte di prodotti stranieri più economici e innovativi. Il sistema finanziario deve essere messo nelle condizioni di canalizzare verso le imprese la liquidità di cui dispone. Confido che il lavoro sull’Unione bancaria porti i sui frutti quanto prima su questo fronte così come le recenti iniziative intraprese dalla Banca centrale europea. Dobbiamo anche lavorare per migliorare il rapporto banche-imprese, colmando il deficit informativo delle banche verso le Pmi e viceversa, e rafforzare nuovi canali di finanziamento alternativi, come le obbligazioni per le pmi e un ricorso più strutturato al venture capital e al crowdfunding.

Il rilancio della competitività necessita di un contesto amministrativo più favorevole alle imprese. È fondamentale ridurre le tasse sul lavoro e sui fattori produttivi, ma anche sprechi ed inefficienze. Una Pubblica Amministrazione efficiente è strumentale alla crescita delle aziende, sia in termini economici che occupazionali. Dobbiamo ridurre i tempi di concessione delle licenze, rendere più efficiente il sistema giudiziario e ridurre il fardello burocratico che pesa sui nostri imprenditori.

Inoltre, la bolletta energetica è sempre più cara in Europa, soprattutto se paragonata a quella dei nostri competitor nel mondo. Nella stessa Ue, i prezzi variano notevolmente da un Paese all’altro, riflettendo le differenze nella produzione, nella tassazione e nella ripartizione delle sovvenzioni per le energie rinnovabili. Nonostante un generale aumento dell’efficienza energetica in molti settori industriali, l’aumento dei prezzi di elettricità e gas ha influenzato negativamente i costi di produzione e la competitività delle nostre imprese, specialmente nei settori ad alta intensità energetica.

Oltre a queste difficoltà, esistono fortunatamente segnali positivi. Il nostro sistema industriale ha ancora vantaggi competitivi in numerosi settori ad alta e medio-alta tecnologia con una forza lavoro mediamente più qualificata che altrove. Dobbiamo quindi insistere sui punti di forza e allo stesso tempo investire nella formazione dei nostri giovani, nell’innovazione, nelle infrastrutture e nell’internazionalizzazione. Sono queste le ricette per guadagnare competitività e aumentare la nostra presenza sui mercati mondiali, dove si concentrerà gran parte della crescita nei prossimi anni. In conclusione, per ritornare a crescere.

Tasi, chi vince la gara a chi tartassa di più

Tasi, chi vince la gara a chi tartassa di più

Antonio Rossitto – Panorama

In tempi di renzismo dilagante, anche un balzo indietro di un solo anno appare un tuffo nel Mesozoico. Eppure agli italiani, per capire in quale gorgo ci hanno cacciato i nostri governanti, converrebbe tornare al 28 agosto 2013. «L’abolizione dell’Imu sulle prime case avverrà senza nuove tasse» esultava 1’allora premier, Enrico Letta. Il suo vice, Angelino Alfano, gongolava: «Missione compiuta!». Mai più balzelli, dunque. Un anno più tardi, salito Manco Renzi sulla sella di Palazzo Chigi, tutti sanno com’è finita. L’imposta municipale unica è rinata sotto le mentite spoglie della Tasi: formalmente un obolo da versare in relazione alle prestazioni offerte, nella pratica un nuovo salasso totalmente svincolato dai servigi resi dai Comuni.

Quest’anno, secondo le ultime stime dell’Ufficio studi di Confedilizia, i tributi sugli immobili garantiranno alle idrovore statali un gettito compreso tra i 25 ci 28 miliardi di euro. Più dei 23,7 incassati dal governo Monti nel 2012: l’anno nefasto in cui venne introdotta una sorta di patrimoniale sulla casa. L’Imu, dunque: la manovra «Salva Italia», all’articolo 13, dettagliava che la gabella sarebbe stata applicata «in via sperimentale». Ma in Italia, scriveva Ennio Flaiano, «nulla è più definitivo del provvisorio». Per cui, purtroppo, nessuna sorpresa: il 2014 sarà ricordato dai proprietari come il più vessatorio della storia. Tra la sempiterna Imu, che rimane viva e vegeta per le case di lusso e in affitto, e la novella Tasi. I dati elaborati in esclusiva per Panorama dagli esperti di Confedilizia non lasciano incertezze. Degli 80 (su 117) capoluoghi che hanno deliberato in materia, solo sei hanno scelto di applicare l’aliquota base dell’1 per mille. Ancora meno, appena due, hanno deciso di esentare i propri cittadini dal pagamento: Olbia e Ragusa. Al contrario, 58 città su 80 hanno fissato l’aliquota al massimo: 2,5 per mille. Di questi quasi la metà, ben 26, hanno addirittura approvato l’ulteriore maggiorazione dello 0,8 per cento, concessa a chi prevede qualche sgravio per le abitazioni principali, che fa arrivare l’aliquota complessiva al 3,3 per mille. È vero che i Comuni hanno tempo fino a giovedì 18 settembre per pubblicare le delibere approvate sul sito del ministero delle Finanze. Ma il quadro generale sembra ormai ben tratteggiato. E raffigura lo Stato che si prepara a tirare l’ennesimo manrovescio fiscale allo sgomento cittadino.

La prima simulazione del Centro studi di Confedilizia è stata elaborata per Panorama immaginando un contribuente senza figli. Chi vive in una prima casa di categoria A2, con 800 euro di rendita catastale, sarà stangato con 443 euro in 12 città: tra cui Ancona, Parma, Perugia,Salerno e Torino. Per lo sventurato, più in generale, solo in 31 capoluoghi su 80 è prevista qualche forma di detrazione, spesso risibile. Non è un caso. La Tasi, rispetto all’Imu, prevede una gamma di deduzioni ridotta. Quelle per le famiglie, per esempio. Lo dimostra il secondo conteggio di Confedilizia: stesso appartamento ma con due figli a carico. A Bologna il rincaro è del 40 per cento: da 237 a 333 euro. Mentre le deduzioni calano da 300 a 110 euro. A Firenze, amministrata da Renzi fino allo scorso febbraio e ora dal suo fedelissimo Nardella, la mazzata è simile: da 237 a 323 euro, con uno sgravio crollato da 300 a 120 euro. Batoste anche a Milano nonostante il sindaco, Giuliano Pisapia, assicuri che la Tasi non sarà più cara dell’Imu. Per Confedilizia è vero il contrario: il balzello in due anni è salito da 237 a 2% euro. E la riduzione fiscale precipitata da 300 a 40 euro. Ancora peggio, in molte città, va ai proprietari che affittano il proprio appartamento. A Roma, rivela ancora Confedilizia, una categoria A2, con una rendita di 787 euro, nel 2011 scuciva 578 euro di Ici, progenitrice dell’Imu. Quest’anno il totale sale a 1.508 euro: il 161 per cento in più. Analoga scoppola peri torinesi: da 578 a 1.402 euro. Un rialzo del 142 per cento.

La morale della favola è la meno edificante si possa immaginare: negli ultimi tre anni gli italiani hanno pagato almeno 78 miliardi di euro di tasse sul patrimonio immobiliare. Imposte che, ha scritto Luca Ricolfi su Panorama, hanno bloccato l’Italia: «Nel giro di un paio d’anni, il possesso di un immobile ha cambiato natura: lino a ieri era un elemento di sicurezza, oggi per molti è diventato un incubo, un fardello di cui ci si vorrebbe liberare prima possibile». Risultato: il prezzo delle case è crollato. E ha causato, calcola l’economista Paolo Savona, un impoverimento di 2 mila miliardi del patrimonio nazionale. «Nessuno dei nostri governanti, tutti guidati dalla “superbia satanica” di cui parlava Giulio Einaudi, ha tenuto conto dell’ovvio: tassare la ricchezza statica ha azzerato i consumi» spiega Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia. «La casa era una riserva di liquidità veloce e sicura. Comprare un appartamento era la rendita sulla vita: qualsiasi accidente capitava, bastava vendere. Una sicurezza psicologica che permetteva di spendere buona parte di quanto si guadagnava. Adesso vale il contrario: avere una casa è un accidente. E l’Italia, di conseguenza, sta andando a catafascio». Ma al danno si aggiunge pure la beffa. Gli enti locali le stanno escogitando tutte per complicare l’esistenza ai cittadini. Delibere astruse, aliquote differenziate, sgravi incalcolabili. Il capolavoro l’hanno fatto a Ferrara. Dove la detrazione, illumina la delibera approvata all’uopo, «si ricava utilizzando la seguente formula: (€ 200 – (Rendita catastale x 0,117) + 5 Coefficiente 0,1176 determinato 1,05 x 160 x (0,4% – 0,33 %)». E giù una tonante pernacchia: l’ennesima per i malcapitati italiani.

Matteo come Cirino Pomicino

Matteo come Cirino Pomicino

Keyser Söze – Panorama

È diventato il grande imbuto del governo Renzi. Quello che il premier indica come l’appuntamento in cui si risolveranno tutti i problemi e tutti i mali. Si tratta della legge di stabilità. A sentire l’inquilino di Palazzo Chigi la questione dei precari della scuola troverà una soluzione lì. Sempre lì si troveranno anche i soldi per rilanciare le grandi opere e, magari, anche il modo per allargare la platea degli 80 euro, totem per eccellenza del verbo renziano. Il rischio è che la prima legge di stabilità renziana sia scritta secondo i codici democristiani di un tempo, secondo la furbizia del gioco delle tre carte che fu la filosofia del ministro andreottiano per eccellenza, Paolo Cirino Pomicino. Anche lui grande estimatore dell’arte del rinvio. «Renzi discepolo di Pomicino» inorridisce l’azzurro Daniele Capezzone «è un’immagine che si attaglia al momento». Un epilogo che molti danno per scontato. Basta dare un’occhiata allo stato della nostra economia. Delle due l’una: o la legge di stabilità diventa il presupposto di quel lungo elenco di riforme che Renzi finora ha solo enunciato, il che significa un provvedimento severo e impopolare; o si trasforma in un grande minestrone, in cui il prestigiatore di Palazzo Chigi mescola le promesse, i sogni, gli impegni presi in una confusa melassa insapore, che serve solo a confondere ancora gli italiani. Inutile dire che l’ipotesi più probabile sia la seconda.

Tutti i protagonisti della politica, estimatori o meno del premier, su un dato si trovano d’accordo: Renzi non persegue una strategia chiara. «O meglio» si infervora Pier Luigi Bersani «non l’ha proprio». «Le sue proposte» ammette Silvio Berlusconi «sono ben al di sotto della tragica crisi che stiamo vivendo». «Invece di elencare una riforma al giorno» dice Sergio Marchionne «basterebbe che si concentrasse solo su tre: lavoro, certezza del diritto, burocrazia». Ma Renzi è nelle condizioni di farlo? Probabilmente no: l’autunno caldo sottoporrà il Pd al richiamo della foresta del sindacato, della piazza. E l’assenza di una strategia economica e di una formula politica definita renderà difficile anche l’aiuto del Cav: se Berlusconi non accetterà di rappresentare una vera alternativa a Renzi, qualcun altro ci proverà visto che l’establishment italiano è affollato di disoccupati di lusso. Corrado Passera docet. E il premier, come reagirà? Rilancerà sul piano dell’immagine, ma nella sostanza rinvierà ancora. In fondo la scuola democristiana è nel suo Dna.

Quelle riforme che non riusciamo mai a fare

Quelle riforme che non riusciamo mai a fare

Stefano Lepri – La Stampa

Le riforme sono ciò che l’Italia deve fare per sottrarsi al declino. Sono quelle necessarie a un Paese che aveva già cominciato a impoverirsi all’inizio dello scorso decennio, prima della grande crisi e molto prima delle regole di bilancio europee ancora ieri difese da Angela Merkel. In più, solo cominciare a farle darà forza alla battaglia per il futuro dell’Europa da condurre nei prossimi mesi.

La nuova Commissione europea, la cui squadra è stata completata ieri, mostra una prevalenza di conservatori (soprattutto nel senso della continuità delle politiche attuali). Allo stesso tempo, la svolta di Mario Draghi il 22 agosto ha aperto una fase nuova. Occorre ascoltarlo sia quando dice che senza riforme nessun altro rimedio funzionerà, sia quando aggiunge che la politica di bilancio europea è nell’insieme troppo austera. In Italia conta più il primo punto. Ad esempio l’incapacità di usare appieno i fondi strutturali europei, ricordataci nell’intervista dal presidente uscente della Commissione José Barroso, non può essere scaricata su capri espiatori di comodo: dipende solo dall’inettitudine dei nostri politici locali a formulare progetti capaci di essere approvati da Bruxelles. Non interessa quel denaro perché non rientra negli schemi nazionali di che cosa occorre fare per conquistarsi il consenso degli elettori. E si badi bene che a risolvere il problema hanno provato in tanti, a cominciare dal governo Ciampi 21 anni fa, maggioranze di ogni colore, ministri anche di grande competenza; metodi assai differenti sono stati sperimentati via via.

In altri casi misure che i governi riescono a prendere vengono bloccate dal pulviscolo dei piccoli poteri interessati a che nulla cambi. La struttura del nostro Stato rende facile a troppe entità il non fare, nel calcolo di ricevere prima qualcosa in cambio. Così la burocrazia intralcia le norme attuative, le amministrazioni locali stentano a conformarvisi. Tagliare il nodo con procedure accelerate è spesso peggiore del male: l’arbitrio crea spazio per maxi-tangenti, come emerge dagli scandali della Protezione Civile o del Mose a Venezia.

Ancora più spesso, corporazioni compatte pretendono influenza sul potere politico a danno dell’insieme degli elettori. L’esempio dei 45 giorni di ferie difesi dai magistrati sembra fatto apposta. Non possiamo fare a meno di riformare la giustizia civile quando esistono di fatto una franchigia per i reati (sotto una certa cifra non vale la pena di affrontare costi e tempi di una causa) e una ampia incertezza del diritto (su troppe minuzie si rischia di essere portati in causa). E se si andrà avanti, più ancora dei giudici protesteranno gli avvocati. L’insieme di corruzione politica, inefficienza burocratica e arroganza delle lobbies accresce a valanga la sfiducia nell’azione collettiva. Dilaga la paura di ogni novità; molta propaganda grillina si fonda sul principio del «meglio non fare perché facendo qualcuno ruba»; si finisce a diffidare della stessa parola «riforme».

O si incide su tutto questo, o l’Italia continuerà a deperire; la nostra economia non sarebbe in grado di rispondere agli stimoli forse nemmeno se i vincoli di bilancio sparissero da un giorno all’altro. Nello stesso tempo, il ristagno collettivo dell’area euro va curato con strumenti nuovi; e questo lo deve capire la Germania. Il rischio non è più di un crack da instabilità finanziaria, come nel 2011. Se si continua cosi, senza ripresa e senza lavoro, l’unione monetaria può invece andare incontro a una crisi tutta politica: basti pensare ai correnti sondaggi di opinione in Francia. Eppure a Berlino per fermare l’ascesa degli anti-euro basterebbe calare le tasse, dato che lì le risorse ci sono.

Un uomo al comando

Un uomo al comando

Bruno Vespa – La Nazione

Anche se ha rallentato il ritmo delle scadenze (da “una riforma al mese” al passo dopo passo dei mille giorni), come comunicatore il Matteo Renzi visto l’altra sera a ‘Porta a porta’ resta un ciclone, La ‘concertazione’ fa parte ormai dell’archeologia industriale e sociale. La Cgil proclama uno sciopero? Faccia pure, anzi, visto che non ne ha chiarito la ragione, farò in modo di offrirgliela. L’Associazione magistrati è furibonda? Brrr, che paura! Gli 80 euro non fanno salire i consumi? Vedremo, ma intanto sono un elemento di giustizia sociale. Ci sono grandi resistenze ai tagli? Attenti, raggiungeremo i venti miliardi anche se me ne servirebbero soltanto sette. Lasciare la segreteria del partito per fare meglio il capo del governo? Non ci penso nemmeno per un nanosecondo. Non ci credete, fate i gufi? Non credevate nemmeno agli 80 euro, né alla Mogherini ministro degli Esteri europeo e nemmeno al rimborso dei 50 miliardi di debiti della pubblica amministrazione alle imprese.. (qui il governo è un po’ in ritardo e la trattativa sulla passeggiata al santuario di Monte Senario è aperta). E ancora: 149mila precari della scuola saranno assunti (ieri i primi 15mila), si troveranno i soldi per pagare una parte degli scatti maturati dai militari ma si eviteranno duplicazioni, le conferenze di servizi saranno monocratiche e dovranno decidere in un mese (se davvero sarà così, porterò in braccio Renzi a Monte Senario, visto che questo istituto è il frigorifero di ogni progetto).

Le difficoltà del governo sono oggettive. Mettersi contro le lobby è rischioso, tagliare con ‘testa politica’ è complicato. Cottarelli da tecnico usa l’ascia, Renzi deve usare il bisturi. Eppure questi scogli vengono sommersi dalla straordinaria capacità comunicativa del premier che gioca a fare il Davide contro tutti i Golia che hanno paralizzato il paese. I sondaggi dicono che la popolarità del presidente del Consiglio resta alta, superiore a quella del governo e ai voti (tanti) presi dal Pd alle ultime elezioni. «Lo zoccolo duro del mio partito è del 25 per cento – dice Renzi – Il resto è fatto da persone che abitualmente non votano per noi». Quanto durerà questa luna di miele? È già finita, come insinuano i grandi giornali anglosassoni o ha ancora lunghe prospettive? Lo capiremo da qui alla fine dell’anno. Lo capiremo in parte a Natale, quando vedremo se gli 80 euro e un clima generale di maggiore fiducia porterà la gente alla ripresa dei consumi che per ora restano fermi. E capiremo l’effettivo rilievo delle riforme annunciate. Vedremo se davvero la riforma della giustizia sarà incisiva come lascia intendere Renzi o molto compromissoria come temono altri. Vedremo soprattutto come andrà quella del lavoro. I sondaggi trasmessi l’altra sera a ‘Porta a porta’ coincidevano in modo impressionante su un punto: due terzi degli italiani sono favorevoli alla flessibilità che consenta di licenziare con maggiore facilità in cambio di assunzioni più semplici. Metà del campione si irrigidisce sulla modifica dell ‘articolo 18, ma se la domanda si pone in modo diverso c’è un radicale ammorbidimento. Anche sui ‘mini jobs’ alla tedesca (part time di 15 ore alla settimana con stipendi che partano da 450 euro) c’e un interesse maggioritario. Questo dimostra due cose: i sindacati, in particolare la Cgil, combattono una guerra ideologica di retroguardia; la gente chiede provvedimenti radicali e immediati.

Il governo Monti cominciò il suo declino quando non riuscì a fare per decreto la riforma del lavoro, dopo aver fatto per decreto quella delle pensioni. Il decreto Poletti è soltanto un antipasto. Se il grosso del provvedimento andrà in una legge delega che impiega 18 mesi per andare in porto, la medicina sarà recapitata al malato dopo il suo funerale. Mario Draghi ha sconvolto il sonnolento mondo dei banchieri con provvedimenti choc, mai visti nei 24 anni di vita della Banca centrale europea. Renzi, il migliore interprete della ‘fretta’ nell’agire, prenda esempio da lui.