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Poveri ricchi

Poveri ricchi

Davide Giacalone – Libero

La notizia più modaiola è che Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’economia ed esponente del Partito democratico, non usa twitter. Le notizie di sostanza sono più succose: a. chi guadagna 3500 euro netti al mese è da considerarsi ricco; b. la pressione fiscale crescerà, se non altro cancellando le detrazioni; c. al governo studiano come prendere soldi ai pensionati e ai lavoratori (considerati) ricchi. Già che ci si trova, Baretta, non solo non segue i cinguettii, ma neanche legge i giornali, dato che annuncia vita difficile per gli evasori, essendogli sfuggito che la nuova direttrice dell’Agenzia delle entrate (nominata dal governo di cui lui non si è accorto di fare parte) ha già detto che molti dei crediti fiscali contabilizzati sono da considerarsi inesigibili. Immaginari. Non varrebbe la pena di occuparsene, se non fosse che le parole di Baretta, rilasciate a La Stampa, sono la più semplice e chiara spiegazione del perché gli 80 euro elargiti dal governo non hanno funzionato: perché non puoi incentivare la fiducia e terrorizzare al tempo stesso. Fra le due cose prevale la seconda. E queste parole sono da terrore fiscale.

Baretta crede di dire una cosa giusta quando afferma: «i redditi più alti dovranno contribuire» all’uscita dalla crisi. È un record di sintesi e di errori. Punto primo, i redditi più alti pagano da lustri tasse da esproprio. Se la coniugazione al futuro del verbo significa che si vuol chiedere ancora di più la sola conseguenza logica di un tale atteggiamento è la fuga all’estero di chi può permetterselo. E molti produttori lo hanno fatto e vieppiù lo faranno, sollecitati da tali sconsideratezze. Punto secondo, se per uscire dalla crisi si pensa di togliere ancora di più ai contribuenti, per dare a una spesa pubblica che non riesce a limitarsi e a un debito pubblico che continua a crescere, vuol dire che non si è capito un accidente non solo di quel che è già successo, ma di ciò che sta succedendo ovunque non abbiano venduto il cervello al satanismo fiscale: si esce dalla crisi restituendo libertà e soldi ai cittadini, non facendo il contrario. Baretta, quindi, ripetendo il luogocomunismo dello statalismo nemico del benessere, crede di dire cose scontate, ma è scontato che sono cose mortali.

A questo si aggiunga il bel pernacchio a Matteo Renzi e ai suoi “#madeche”, dato che lo smentisce e conferma che il governo sta studiando il modo di prendere ancora soldi dalle pensioni. Solo che, badate bene, non lo fa adducendo la motivazione della distanza fra i contributi versati e la rendita che si riscuote, il che ha ancora un senso, ma stabilendo che i ricchi devono pagare. A prescindere. Ed è certamente ricco chi prende 3.500 euro al mese. Quindi si è ricchi anche con di meno. Baretta ha mai mantenuto una famiglia che non sia a sua volta mantenuta dallo politica o dal sindacato? Definire ricco chi ha un reddito netto annuo di 42.000 euro è un insulto. È segno che chi parla non ha idea di quanto valga il denaro e quanto ne serva per campare. Se si definisce ricco quel livello è segno che si anela un’Italia in cui trionfi la miseria.

Non contento ci fa sapere che sul tavolo del governo si studia come aumentare le tasse, tagliando le detrazioni. E qui arriviamo al dunque: ecco perché la regalia propagandistica degli 80 euro (comunque sbagliata) non funziona, perché chi la riceve sa che gli sarà tolta dalla stessa mano che finge di donare. Baretta conferma. E chi è onesto, come la gran parte degli italiani, tende a tenere i soldi e restare pronto per quando andranno a chiederglieli. Con il che ti saluto la ripresa dei consumi.

La ciliegina sulla torta arriva alla fine: Alessandro Barbera (complimenti per la bella intervista) gli domanda se si riuscirà mai a vendere patrimonio pubblico per abbattere il debito, e Baretta il grande (non dico cosa) gli risponde che il ministro della difesa ha già firmato un accordo con tre grandi comuni, per la cessione di aree, il giornalista gli fa osservare che in quel modo si passa dallo Stato ai comuni e non si vende nulla, e Baretta l’immenso asserisce: il patrimonio va valorizzato. Uno così va subito tolto da dove si trova e spedito a Pompei. Non certo perché saprebbe valorizzare alcunché, ma perché non potrebbe fare più danni di quanti già non ne fanno l’incuria e il tempo.

Vecchie ricette

Vecchie ricette

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Nonostante l’aggiustatina che droga e mignotte potranno dare al pil, il governo rimane a caccia di 20-25 miliardi. La legge di stabilità puntava sul contenimento della spesa, ma dalla spending review non sono arrivati, né arriveranno, i risparmi desiderati, per cui ecco che dal cilindro di ferragosto escono, more solito, tagli ai salari e alla previdenza per tenere il deficit sotto la soglia del 3 per cento. Il tutto condito con l’ennesima puntata – temo non l’ultima – della fiction intitolata “articolo 18” e il solito balletto di dichiarazioni contrastanti tra diversi esponenti del medesimo governo. Non so se andrà davvero cosi, ma se fosse si tratterebbe di una grande delusione e di un grave errore di politica economica. Delusione perché non c’era bisogno del rottamatore armato di inedito vigore giovanilista per mettere in campo pratiche vecchie e già rese obsolete da chi le ha praticate in precedenza non cavando un ragno dal buco, anzi. Ma, soprattutto, ci troveremmo di fronte al gravissimo errore – economico, sociale, politico, di psicologia collettiva – di tornare a spremere il ceto medio che, come ha notato con efficacia Dario Di Vico sul Corriere, ha invece bisogno di continuare a credere di potercela fare a uscire dal pantano recessivo e deflattivo in cui siamo, pena il ritorno di quella depressione che fin qui si è mangiata i consumi e ha azzerato gli investimenti. E saremmo di fronte a una “spremitura” non solo insensata – non si esce dalla crisi punendo il ceto produttivo, sia esso lavoratore dipendente, professionista o imprenditore – ma anche contraddittoria, perché tutti i proclami della politica negli ultimi mesi sono andati in direzione opposta.

Non è un caso che il governo Renzi, primariamente, abbia voluto caratterizzarsi con la manovra degli “80 euro”. Dunque, e assurdo dare con una mano – senza neppure avere la copertura di spesa – nella speranza, peraltro poco fondata, di rimettere in moto la domanda interna, e poi prendere con l‘altra. E questo vale sia per l’eventuale intervento sugli stipendi della pubblica amministrazione, sia per il cosiddetto prelievo sulle pensioni d’oro. Nel primo caso, il tema non e quello di togliere (0 non dare più) un po’ a tutti – secondo la deleteria logica dei tagli lineari, ancor più devastanti laddove c’e maggior bisogno di meritocrazia – ma di rendere efficienti le amministrazioni riparametrando il numero degli addetti. Questo significa trasferire dipendenti da un’amministrazione a un’altra? Ottima cosa. Questo significa mandare a casa un po’ di persone? Spiacevole, ma necessario. E se poi ciò dovesse avvenire sia trasferendo al privato funzioni non strategiche ora nel pubblico (e ce ne sono tante), restringendo così il perimetro funzionale dello stato centrale e periferico, sia per via di una coraggiosa semplificazione del nostro elefantiaco e fallimentare decentramento amministrativo, ancor meglio.

Quanto alla previdenza, pensare di considerare “ricchi”, e quindi da spremere, i pensionati che stanno sopra i 2 mila euro lordi (ma anche con l’altra cifra che circola, 3.500 euro, sempre lordi, il discorso non cambierebbe), è stupido, prima ancora che profondamente sbagliato. E lo sarebbe, sbagliato, anche se l’asticella che individua l’area di prelievo si alzasse di molto. Non solo perché in quest’ultimo caso si rastrellerebbero risorse infinitesimali, ma perché non è dai redditi, per quanto alti, che si deve provare a ricavare ciò che serve a risistemare – specie se lo si vuole fare una volta per tutte – la baracca dei conti pubblici. No, l’obiettivo deve essere, e senza intenti punitivi, il patrimonio. Prima di tutto quello pubblico, sul quale occorre costruire una modalita di “sfruttamento” – cui chiamare a concorrere quello privato, con l’obbligo di acquisto di nuovi titoli e non con prelievi patrimoniali – con ‘intento di ridurre sotto il cento per cento del pil il debito pubblico (e relativi oneri) e ricavare risorse per investimenti in conto capitale. Bini Smaghi dice che si trattercbbe di una manovra pericolosa? Rispetto molto il suo parere, ma non lo condivido. Intanto perché egli critica allo stesso modo tutte le ipotesi di intervento sul debito, dal consolidamento alla patrimoniale, ma io non propongo né l’una né l’altra. E poi perché pecca di conservatorismo in un fronte che a furia di prudenze ci ha portato ad accumulare 2.168 miliardi di debito, di cui cento solo nel primo semestre di quest’anno. E non è certo con il mestolo degli avanzi primari che si svuota questo enorme pentolone.

Dunque, Renzi – che ha mostrato apprezzabile prudenza verso le ipotesi adombrate da alcuni suoi ministri – nel rimettersi in marcia tralasci questo pericoloso itinerario. Che è anche l’unico modo per uscire vivo dallo scontro sull’articolo 18. Il quale è un tabù che sarebbe meglio cancellare, ma è anche uno strumento, specie dopo la riforma Poletti del contratto a termine, dagli effetti decisamente limitati. Abolirlo sarebbe politicamente efficace, economicamente poco significativo. Ora, delle due l’una: o Renzi ha un piano di rilancio dell’economia vero, e allora può anche fregarsene di toccare l’articolo 18, oppure non ha carte in mano e quello diventa il suo jolly. Io preferisco la prima ipotesi.

Capitalismo municipale alla prova

Capitalismo municipale alla prova

Giovanni Valotti – Il Sole 24 Ore

La storia delle imprese municipali ha una lunga tradizione. Molte di queste hanno consentito di infrastrutturare i territori e sono state protagoniste dello sviluppo di servizi pubblici essenziali.

I settori in cui le stesse insistono – ambiente, energia, acqua e trasporti – sono al tempo stesso strategici per il paese e fondamentali per la qualità della vita dei cittadini. Per contro, l’evoluzione del quadro normativo e regolatorio in cui queste imprese hanno dovuto operare è stato spesso disorganico e a volte contraddittorio. Così come non sempre lineari sono stati i disegni di sviluppo industriale, sia con riguardo alle politiche settoriali che con riferimento alle singole imprese.

Eppure, quello dei servizi pubblici locali è un settore che, più di altri, ha conosciuto negli ultimi anni anche importanti accelerazioni. Difficile oggi riconoscere nei profili di alcune grandi imprese quotate, tanto quanto in quelli di piccole e medie imprese eccellenti, gli assetti e le logiche di funzionamento delle vecchie municipalizzate. Difficile però, al tempo stesso, non constatare il ritardo di altre aziende, arroccate su posizioni difensive che, inevitabilmente, ne compromettono la competitività e, nel medio periodo, la stessa ragion d’essere.

Sullo sfondo, una situazione in Europa di grande disomogeneità nel quadro delle regole da paese a paese. Il che richiede interventi urgenti di armonizzazione, se davvero si vuole assicurare il dispiegarsi di una giusta competizione, nell’interesse finale del cittadino consumatore. In Italia il tema delle imprese di servizi pubblici è nuovamente tornato alla ribalta, sulla scia delle analisi del commissario Cottarelli, che hanno fornito una lucida e a tratti impietosa fotografia della situazione in essere. È emerso così, con evidenza, un proliferare ingiustificato di imprese a controllo pubblico, operanti negli ambiti più disparati. Ma proprio questa fotografia ha permesso finalmente di distinguere con chiarezza le circa 1.100 imprese che operano in campo ambientale, energetico e idrico, da un nugolo indistinto di organismi operanti nell’ambito dei cosiddetti servizi strumentali. Ecco allora che, isolando la prima famiglia di imprese, alle perdite stimate di circa 1,2 miliardi delle partecipate pubbliche, si contrappongono i 600 milioni di utili e gli oltre 40 miliardi di fatturato riconducibili alle imprese che si occupano di servizi di pubblica utilità.

E sono proprio queste che costituiscono l’ossatura imprescindibile di un sistema di offerta capace di combinare obiettivi industriali con attenzione ai territori e alla responsabilità sociale. A condizione però che le stesse abbandonino definitivamente logiche protezionistiche e si comportino, fino in fondo, da impresa. Il che significa tante cose. Essere capaci di delineare un disegno di sviluppo industriale di medio periodo, tale da renderle competitive nel confronto con altre forme di offerta, pubblica o privata, sia sul piano dei costi che su quello della qualità. Essere in grado di realizzare un rapporto equilibrato tra i poteri della proprietà e quelli del management, contrastando ogni forma di politicizzazione e qualificando le competenze manageriali detenute. Essere disposte a rinunciare a ogni forma di garanzia e tutela, misurandosi sulla capacità di valorizzare gli asset, materiali e immateriali, e trasformandoli in valore per gli azionisti, i territori e i cittadini.

Rivendichino queste aziende, in altri termini, la propria natura di impresa e dimostrino, nei fatti, la propria capacità di intraprendere, senza per questo perdere la propria attenzione al valore sociale del proprio operato, esso stesso possibile fonte di vantaggio competitivo. Altri paesi, Germania in testa, hanno dimostrato in questi anni come il capitalismo municipale possa rappresentare un punto di forza del sistema industriale nazionale.

Le nostre imprese di servizi pubblici lo sono stato in passato e hanno oggi una grande occasione per ritornare a essere protagoniste di una nuova stagione di grandi trasformazioni. Ben vengano, quindi, i processi di aggregazione, l’apertura del capitale a nuovi soggetti, una sempre maggiore esposizione alla competizione, un ruolo sempre più incisivo delle autorità di regolazione. Tutto questo potrà finalmente condurre al superamento della contrapposizione tra pubblico e privato, tra locale e nazionale, in favore dell’unica distinzione che davvero conta: quella tra imprese efficienti, in quanto tali da valorizzare, ed imprese inefficienti, in quanto tali da espellere dal mercato. Le imprese di servizi pubblici sono chiamate a una prova di maturità. Il legislatore ha la responsabilità di valorizzare un patrimonio del nostro paese, creando le condizioni per il sostegno di un percorso virtuoso di qualificazione dell’offerta nel suo insieme. Regole certe, autorità indipendenti forti e competenti, processi decisionali e autorizzativi snelli, rappresentano condizioni fondamentali di rilancio degli investimenti anche attraverso l’attrazione di nuovi capitali, pubblici o privati che siano. Il capitalismo municipale, così come lo abbiamo conosciuto in passato, è ormai alle spalle. Ma imprese efficienti, profondamente radicate nei territori e al tempo stesso capaci di andare oltre gli attuali assetti, hanno davanti a sé un possibile grande futuro.

Economia criminale, così la stima

Economia criminale, così la stima

Riccardo Puglisi – Corriere della Sera

Ieri il Tesoro ha annunciato che l?aggiornamento del Def sulla base del peggiore andamento del Pil viene posticipato all’inizio di ottobre, in modo tale da potersi basare sulle nuove stime del Pil stesso da parte dell’Istat, che da settembre devono anche includere le attività illegali. Non si tratta naturalmente di un vezzo dell’Istat, ma dell?adeguamento alla normativa europea (Sec 2010), che impone di includere nel Pil non solo l’economia sommersa, cioè le attività che sfuggono al pagamento di imposte e contributi (e che già da tempo sono incluse nel calcolo del Pil), ma anche la cosiddetta economia criminale, cioè le attività illegali. Le stime preliminari annunciate da Eurostat (l’agenzia statistica europea) prevedono per l’Italia una revisione del Pil spostato verso l’alto tra l’uno e il 2%, ovvero tra i 15 e i 30 miliardi. Personalmente, non mi stupirei di una revisione ancora maggiore.

Quali attività vanno incluse nel conto dell’economia illegale? Come spiegato da Centorrino, David e Gangemi su lavoce.info, la regola condivisa a livello internazionale è che deve esservi accordo tra le parti nello scambio illegale, quindi sono inclusi i mercati della droga, la prostituzione e il contrabbando. Deve essere invece esclusa l’estorsione, in quanto – con buona approssimazione- manca l’accordo tra chi chiede e chi paga il “pizzo”. Questa revisione presumibilmente sostanziosa del nostro Pil è nel contempo una cattiva notizia e una semi-buona notizia: è cattiva perché se ne desume che questi mercati illegali in Italia hanno dimensioni ragguardevoli. Dall’altro lato, la notizia semi-buona è che nostri mali connessi alla finanza pubblica sembrano più piccoli. Ad esempio il rapporto tra debito pubblico e Pil matematicamente diminuisce nella stessa misura percentuale.Qualcuno potrebbe spingersi oltre nell’ottimismo e ritenere che il futuro della nostra economia diventi più roseo grazie a questa revisione del Pil, in quanto i criteri del Fiscal Compact su deficit e debito diventano meno stringenti dopo il ricalcolo. Il dato di fatto è che questa revisione statistica rischia di fare «pari e patta» con l’imprevisto calo del Pil del secondo trimestre, che necessariamente peggiora i conti pubblici 2014. Guai a pensare che con questo pari e patta le riforme strutturali diventino meno urgenti.

Per cura, ci vuole l’inflazione

Per cura, ci vuole l’inflazione

Gustavo Piga – Italia Oggi

Il debito pubblico è troppo alto, va ridotto. Come? La via realisticamente preferibile è l’inflazione (modesta, pero). Perché?

a) Perché da sempre, specie se l’inflazione non è enorme, è metodo socialmente ben più invisibile e digerito rispetto al consolidamento esplicito: genera dunque il minimo di instabilità sociale successiva.

b) Perché la vera ingiustizia che sta avvenendo ora nel contratto sociale europeo, via deflazione, è quello dell’arricchimento «eccessivo» dei creditori degli Stati rispetto ai contribuenti che pagano la spesa per interessi. Eccessivo nel senso che, quando furono sottoscritti, quei titoli si riteneva giusto il compenso nominale promesso dallo Stato per un’inflazione attesa molto maggiore di quella che poi si è verificata. Mi direte, beh allora anche il consolidamento ha lo stesso effetto. Non interamente: c’è chi ha sottoscritto titoli indicizzati, all’inflazione in primis, che non sta guadagnando dalla deflazione, perché colpire anche loro?

c) Perché un taglio del debito pubblico in un singolo Paese genera instabilità sociale soprattutto in quel Paese, mentre la crescita del debito di quel Paese è stata dovuta in larga parte a politiche esterne sbagliate, come Fiscal Compact e deflazione via Bce. L’inflazione colpisce tutti i creditori europei, non solo quelli di uno Stato.

Rimane un problema: come convincere Draghi a generare questa inflazione. Che richiederebbe, ovviamente, annunci espliciti, simili a quelli degli anni 30 negli Stati Uniti, del tipo «Inflazione è bello», per influenzare le aspettative degli operatori e portarli a rendere l’inflazione auto-realizzantesi.

Basterebbe, a mio avviso, annunciare che il Fiscal Compact è sospeso fino alla riduzione del debito pubblico su Pil al livello pre-crisi (103% per l’Italia), con il ritorno alla sana e democratica regola del non sforamento del 3% del deficit-Pil del Trattato di Maastricht – l’unica veramente sottoscritta nell’ordinamento europeo, via Trattato di Maastricht (ricordo a tutti, se ce ne fosse bisogno che il Fiscal Compact è un accordo tra Stati, non è legge comunitaria in quanto non sottoscritta da Regno Unito e Repubblica Ceca) – a fare da ancora minima di stabilità.

Il silenzio di Draghi al riguardo sarebbe segnale di accordo politico istituzionale, segnale che sarebbe entusiasticamente recepito dai mercati, che finalmente vedrebbero la crescita europea a portata di mano, senza tuttavia temere per la fine della stabilità monetaria, comprendendone la natura temporanea. Questo accelererebbe il rientro del debito e la stabilità del deficit via minori spread. La maggiore inflazione, inoltre, lo ribadiamo, abbatterebbe i crescenti tassi reali che la deflazione sta generando.

Come ottenere il silenzio della Buba? Semplice, ordinandoglielo. È la politica bellezza.

Perché serve una politica per industria e infrastrutture

Perché serve una politica per industria e infrastrutture

Alberto Quadrio Curzio – Il Sole 24 Ore

La domanda se l’Eurozona (Uem) si avvia a una strisciante depressione e deflazione è emersa chiara dopo i brutti dati sul secondo trimestre 2014. Il Pil è stato infatti a crescita zero sul primo trimestre e in crescita solo dello 0,7% su quello corrispondente del 2013 con l’inflazione annua scesa allo 0,4% in luglio. Tentiamo una risposta con alcune analisi e alcune proposte.

Manca una vera politica. Le previsioni di una crescita sostenibile della Uem sono adesso riviste al ribasso con spiegazioni (tra cui quella attuale ma debole della crisi Russia-Ucraina) che cambiano spesso salvo quella sulla necessità che i Paesi ritardatari accelerino le riforme strutturali.
Il problema è che manca una politica economica della Uem che, invece, ha tacitamente affidato il compito alla Bce (esclusa la politica fiscale restrittiva) slegandole però “un dito alla volta”. In queste condizioni la Bce di Mario Draghi ha fatto molto negli anni passati ma adesso bisogna chiedersi se può da sola rilanciare la crescita di un’area da 335 milioni di persone e con 19 milioni di disoccupati. Ovvero di grandezze maggiori di quelle Usa dove la banca centrale (Fed) ha poteri illimitati.

Le politiche della Bce. Non bisogna perciò riporre troppe aspettative sulla Bce anche se tra il 2010 e il 2013 ha salvato l’euro. La sequenza delle sue operazioni, giustificate per garantire la stabilità finanziaria dell’Eurozona, è stata notevole. Nel 2010 partì il «security market programme» (Smp) per l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi della Uem in difficoltà. Poi, tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012, si passò alle Longer term refinancing operations (Ltro) con prestiti alle banche della Uem di circa 1.000 miliardi di euro (con titoli vari in garanzia) che le hanno salvate, indirettamente favorendo anche gli acquisti dei titoli di Stato di Paesi traballanti. Nel luglio del 2012 Draghi, in un famoso discorso, affermò che la Bce avrebbe comunque salvato l’euro. In settembre fu annunciato il programma Outright monetary transaction (Omt) per operare illimitatamente sul mercato secondario dei titoli di stato per i Paesi della eurozona in programmi di ristrutturazione vigilata. Questi annunci conclusero il salvataggio dell’euro e dei debiti sovrani riportando i tassi di interesse a livelli ed a spread accettabili rispetto ai titoli tedeschi. Ciò non è bastato però per risollevare una Uem fiaccata e divaricata tra Paesi dove le necessarie riforme strutturali non possono avere effetti istantanei.

Il credito all’economia. In assenza di una politica economica per l’eurozona l’annuncio di Draghi del 5 giugno di nuove misure per riportare la dinamica dei prezzi dell’eurozona verso un tasso annuo del 2%, che è ritenuto fisiologicamente nel mandato della Bce, è una buona notizia ma non si può dire se rilancerà la crescita dell’eurozona. Le misure annunciate (Tltro ovvero Targeted Longer-term refinancing operation) consistono nella concessione di prestiti alle banche commerciali a condizione (vigilata) che li girino all’economia reale spingendo la domanda delle imprese e delle famiglie (esclusi i mutui casa), l’occupazione e la crescita. L’entità dei prestiti della Bce, le condizioni e la tempistica si possono riassumere come segue. I prestiti alle banche possono arrivare a 1.000 miliardi tra settembre di quest’anno e giugno 2016. Nel 2014 in due tranches potrebbero arrivare 400 miliardi pari al 7% dei crediti che le banche hanno concesso alla data del 30 aprile 2014. Il tasso sarà dello 0,10 superiore a quello ufficiale della Bce attualmente allo 0,15%. Alle banche italiane potrebbero arrivare 75 miliardi. L’erogazione dei prestiti della Bce nel corso del 2015 e 2016 è un po’ più complessa in quanto calibrata sull’entità dei crediti concessi nel citato periodo dalle banche commerciali all’economia reale. Nel giugno del 2016 avverrà un controllo cruciale per distinguere tra le banche che hanno rispettato, tra il maggio 2014 e l’aprile 2016, degli obiettivi prefissati di credito alle imprese e famiglie e quelle che non li hanno rispettati. Le prime potranno detenere i prestiti della Bce fino a settembre 2018 mentre le altre dovranno rimborsali entro settembre 2016. Malgrado le ottime condizioni di tassi praticati dalla Bce molti sono ancora i quesiti aperti per valutare l’efficacia di queste misure sia perché la banche hanno requisiti stringenti di patrimonio da rispettare per l’erogazione dei prestiti sia perché, se dall’economia reale (imprese e famiglie) non viene una sana domanda di credito, non si può correre il rischio di erogazioni a pioggia.
Secondo una stima l’effetto cumulato del Tltro sarebbe di 0,2-0,4 punti percentuali al Pil della Uem nel 2015-16 con una spinta sui prezzi dello 0,1%. Sono entità modeste.
Il credito per gli investimenti. Essendo l’economia reale ferma perché la domanda di investimenti e consumi non riparte, non basta offrire alle banche crediti a buone condizioni. Una proposta intelligente per potenziare subito il Tltro della Bce in Italia è stata suggerita il 10 giugno da Franco Bassanini ed Edoardo Reviglio su queste colonne. Si tratta di incentivare l’erogazione del credito bancario a favore delle imprese dando una garanzia pubblica parziale alle Banche tramite un potenziamento del Fondo centrale di garanzia o (per operazioni non consentite allo stesso) tramite la Cdp a sua volta garantita dallo Stato. La legge di stabilità 2014 già lo ammette ma manca il decreto attuativo. In tal modo si alleggerirebbe il vincolo dei ratio patrimoniali imposti alle banche incentivando il credito anche su quei progetti di investimento che per la loro innovatività possono avere ritorni più lenti e meno certi. Più complesso è il tema del finanziamento degli investimenti in infrastrutture che il Tltro ammette ma che difficilmente le banche commerciali affronterebbero. Bassanini e Reviglio non lo esaminano ma sembra che le Casse depositi e prestiti europee (e altri investitori a lungo termine) stiano elaborando una proposta per chiedere alla Bce una variante infrastrutturale al TLRTO che non commisuri questi investimenti a quelli da loro finanziati in precedenza e che ne allunghi ad almeno sette anni la durata.

Una conclusione. Da tempo sosteniamo che la Uem ha bisogno di una politica per le infrastrutture e l’industria che darebbe anche delle direttrici alle banche ed alle imprese per fare solide scelte di credito e di investimento alla cui attuazione la Bei e le Casse depositi e prestiti possono molto contribuire. La supplenza della Bce, che a breve avvierà anche un programma di acquisti di crediti bancari cartolarizzati (ABS), non può bastare. Per questo abbiamo apprezzato il programma del neopresidente della Commissione Junker centrato sulla crescita e l’occupazione. Adesso bisogna realizzarlo.

L’elicottero che Draghi non ha (e servirebbe)

L’elicottero che Draghi non ha (e servirebbe)

Luigi Zingales – Il Sole 24 Ore

Non passa giorno senza che un politico, un economista o un giornalista rivolga un appello alla Banca centrale europea perché faccia qualcosa per combattere la deflazione nell’area euro. Nonostante i richiami, la Bce ha offerto solo dichiarazioni di disponibilità ad agire. Alle parole, però, non sono seguiti i fatti, e la situazione si fa ogni giorno più insostenibile.

Il motivo di cotanto ritardo è duplice. Da un lato la Bce non riconosce ancora di aver fallito nella sua missione di garantire la stabilità dei prezzi. Questo dovrebbe essere evidente: l’inflazione media europea negli ultimi 12 mesi è stata lo 0,38% e a luglio 10 dei 18 paesi dell’euro hanno fatto registrare una riduzione dei prezzi al consumo. Il Governing Council della Bce, però, ha definito la stabilità dei prezzi come «un aumento annuale dell’indice armonizzato dei prezzi dell’area euro inferiore al 2%». Come ho spiegato l’altro ieri nel mio blog, l’obiettivo di un’inflazione «al di sotto ma vicino al 2%» è solo una guida pratica della Bce per conseguire l’obiettivo della stabilità, non un obiettivo a sé stante su cui valutare il successo delle politiche. Se la Bce non agisce, è perché non si è convinta che ha l’obbligo di agire.

Il secondo motivo di questa inattività è la mancanza di strumenti. Tutti reclamano un quantitative easing, visto che in America ha funzionato. Eppure anche i migliori economisti sono in disaccordo sul motivo per cui ha funzionato negli Usa e non sono convinti che funzionerebbe in Europa. Il quantitative easing non consiste nello stampare moneta, ma nell’acquisto di titoli da parte della Banca centrale in cambio di depositi presso la Banca centrale stessa (anche chiamati riserve). Si tratta di uno scambio tra titoli e riserve. Perché mai dovrebbe stimolare la domanda aggregata e l’inflazione? Un canale è attraverso l’effetto indiretto del quantitative easing sul deficit pubblico. Riducendo il costo del debito pubblico, il quantitative easing rende meno impellente il taglio della spesa pubblica. Un altro canale è attraverso le aspettative sui tassi futuri. Di fatto il quantitative easing è una garanzia che l’aumento dei tassi avverrà tra molto tempo. Questo favorisce la speculazione finanziaria, ma – si spera – anche gli investimenti reali. Il terzo canale è attraverso la svalutazione del cambio: riducendo i tassi sui titoli, il quantitative easing favorisce la svalutazione della moneta.

Questi tre canali non funzionerebbero in Europa. L’abbassamento dei tassi nominali è già avvenuto. Difficilmente il quantitative easing potrebbe comprimerli ulteriormente. Come se non bastasse, il Fiscal Compact ha imposto piani di riduzione del deficit così aggressivi che qualsiasi effetto del quantitative easing sarebbe limitato o addirittura controproducente (perché ritarderebbe il momento in cui questi piani sono riconosciuti come insostenibili). Anche l’effetto del quantitative easing sulle aspettative future sarebbe limitato. Le aspettative sui tassi nominali futuri sono già molto basse e un po’ di quantitative easing non eliminerebbe lo spauracchio di una Bundesbank in agguato per alzare i tassi. Per finire, il quantitative easing non potrebbe avere un grosso effetto sul tasso di cambio dell’euro: i tassi nominali sui titoli in euro sono già molto bassi e difficilmente il quantitative easing produrrebbe una fuga dall’euro. Siamo dunque condannati a morire di deflazione?

Sbagliato l’assalto alla previdenza

Sbagliato l’assalto alla previdenza

Walter Passerini – La Stampa

Puntuale come una sagra paesana, ogni fine agosto si celebra il tormentone delle pensioni, fatto apposta per demotivare il ritorno al lavoro e il rientro dalle vacanze. Le sembianze quest’anno vanno sotto il nome di prelievo di solidarietà, su cui si cimentano ministri, politici, contabili, liberisti, sovietologi e alchimisti vari. Alla insostenibile leggerezza degli assegni (l’importo medio annuo è di 11 mila euro lordi) si accompagna l’insopportabile leggerezza di Catoni e Censori che si divertono a gettare alcol sul fuoco, aumentando l’incertezza degli italiani e il loro umor cupo. Sulle pensioni non si scherza, simboleggiano e sostanziano non solo la capacità di avere un reddito, ma anche il patto di coesione sociale su cui si fondano le comunità e il patto di fiducia sui diritti acquisiti e sul futuro. Non può essere unicamente economico e contabile, quindi, il parametro su cui impostare la riapertura del cantiere pensioni, ad alcune condizioni.

La prima è che non si può fare cassa con la previdenza: le pensioni non sono né un bancomat né una slot machine. Gli eventuali risparmi della spesa previdenziale devono restare nel sistema previdenziale stesso. La seconda è che le pensioni non sono un campo di battaglia in cui consumare vendette: le storture ci sono, le ingiustizie pure (vedi i vitalizi di politici e parlamentari), e Robin Hood non è più in attività. Il rischio è illudere le masse che togliendo ai super-ricchi possano goderne i poveri. I Paperoni che guadagnano più di 20 mila euro lordi al mese sono 540, mentre sopra 3 mila al mese lordi ci sono 505 mila pensionati, che valgono 38 miliardi l’anno: poca cosa se li si vuole tassare al 10% con un prelievo di solidarietà. Il paniere si restringerebbe ulteriormente alzando l’asticella a più di 5 mila euro lordi al mese, che riguarda 140 mila individui, il cui sacrificio sarebbe ancora più inconsistente. I rimedi sinora proposti avrebbero un significato più simbolico che concreto. Nessuno ha oggi una ricetta del tutto convincente, anche perché per accontentare i contabili si abbassa l’asticella e l’alta tensione diventa micidiale. Cinque possibili le strade su cui far convergere opinione pubblica ed esperti, se si vuole dettare l’agenda ai politici. La prima è la costituzionalità, più ancora dell’efficacia, dell’eventuale prelievo di solidarietà. Già due recenti sentenze della Corte Costituzionale lo hanno bocciato. Sarebbe necessario un Fondo previdenziale, i cui proventi dovrebbero restare nel sistema pensionistico stesso.

La seconda è il valore delle pensioni. Il sistema contributivo riduce di un terzo il reddito medio percepito e rischia di creare una generazione di poveri. Oggi ci sono 13 milioni di pensioni retributive e solo 360 mila pensioni contributive, a cui vanno aggiunti 1,1 milioni di pensioni miste. Ma nel prossimo futuro il rapporto si rovescerà, creando potenziali bombe sociali nei sistemi di welfare.

La terza strada è il diritto all’informazione. Mentre il sistema retributivo legava con un coefficiente la pensione a stipendi e anni lavorati, oggi e domani la pensione dipenderà dai contributi effettivamente versati. Il cambiamento produrrà effetti depressivi sui redditi più bassi e insostenibili paradossi: chi vorrà lavorare oltre i 69-70 anni avrà una pensione superiore al 100% degli stipendi percepiti; i giovani e le donne, con una vita contributiva discontinua, si vedranno decurtare il reddito del 30%.

Per questo, ed è la quarta strada, si rende necessaria la busta arancione, un sistema di comunicazione che permetta ai cittadini di conoscere l’ammontare dei propri contributi e la simulazione del futuro assegno pensionistico. Cittadino informato, cittadino salvato? Forse nemmeno questo basterebbe, se non venisse affiancato, ed è la quinta strada, da un robusto rafforzamento della previdenza integrativa, più collettiva che individuale, per integrare un assegno pubblico che si preannuncia modesto. La questione previdenziale va legata alla questione del lavoro. Non si risolve trattenendo al lavoro più a lungo le persone, ma aumentando le entrate di nuovi lavoratori e di nuova linfa contributiva. E’ solo la creazione di nuovo lavoro che garantirà la sostenibilità del sistema pensionistico nel futuro.

La sindrome del 51 per cento

La sindrome del 51 per cento

Alessandro De Nicola – La Repubblica

È di lunedì la notizia che nel pacchetto di provvedimenti contenuto nel Decreto Sblocca Italia, all’ordine del giorno del consiglio dei ministri del 29 agosto, troverà posto una norma che consentirà la quotazione di RayWay. La società è proprietaria degli impianti di trasmissione del segnale televisivo, ha un fatturato di 220 milioni di euro, ma in ogni caso il socio pubblico non potrà scendere sotto il 51% del capitale sociale mantenendo quindi il controllo della stessa.

Nello stesso giorno è apparsa una lunga intervista al sottosegretario alla Pubblica amministrazione Angelo Rughetti, il quale, cantata la messa della richiesta di flessibilità alla Commissione europea, e intonata la litania dell’articolo 18 che non si tocca, ha ammesso che per abbattere il debito pubblico italiano forse gli avanzi primari non bastano più e bisogna quindi cominciare a vendere massicciamente. Rispolverando un’idea che circola da anni ha quindi proposto la creazione di un fondo dove immettere il patrimonio pubblico, mobiliare ed immobiliare, e poi cedere il 49 per cento delle quote del fondo stesso. Questa operazione forse abbatterebbe un po’ di debito pubblico ma sarebbe la tomba della privatizzazione di qualsiasi azienda statale. Se ad esempio venisse infatti conferito al fondo il 30% delle azioni con il quale il Tesoro – direttamente o indirettamente – controlla Enel, Eni o Finmeccanica, si sarebbe creata una mega scatola cinese che, dopo l’ingresso dei privati, consentirebbe allo Stato di controllare il 51% di un fondo proprietario di un 30% di azioni e quindi l’investimento con il quale si comanderebbe nelle tre società sopra citate sarebbe pari al 15,3 % del loro capitale sociale. Un capolavoro di pubblicizzazione di risparmio privato.

Peraltro questa sindrome del 51%, ma sarebbe meglio definirla del comando a tutti i costi, è ormai incardinata nei piani di tutti gli ultimi governi.

Non son passati due mesi dalla molto deludente quotazione in borsa di Fincantieri, le cui azioni sono state vendute al minimo della cosiddetta forchetta di prezzo, vale a dire 78 centesimi, e che nel frattempo hanno perso un altro 15% di valore. Anche in questo caso (e nonostante i contrari desideri dell’amministratore delegato), il flottante è un misero 27,5% del capitale, quasi tutto in mano al cosiddetto “parco buoi”, i piccoli risparmiatori, in quanto gli investitori istituzionali hanno sottoscritto un misero 10% di quanto è stato venduto. Ora, i motivi dell’insuccesso sono molteplici, ma molto probabilmente se fosse stata messa all’asta la maggioranza di controllo, difficilmente non si sarebbe trovato un compratore a prezzi anche migliori.

Il prossimo candidato alla privatizzazione sono Le Poste, anche qui solo per il 40%, e le altre vendite previste, dall’Enav a Cdp Reti, non prevedono cessioni di maggioranze. Anzi, in attesa del super-fondo di Rughetti, attraverso l’approvazione di una perniciosa e maldestra riforma del diritto societario che introduce la possibilità di azioni a voto multiplo e abbassa la soglia per l’obbligo di lanciare un’Opa sulla totalità delle azioni al 25%, il Tesoro potrà vendere pacchettini di azioni delle sue quotate rimanendo saldamente al timone.

Intendiamoci, è naturale che la classe politica, traendo essa alimento dal potere, cerchi di conservare il controllo di più aziende possibili. È la logica sia delle burocrazie che dei politici: rendersi influenti se non indispensabili utilizzando soldi non propri, ma del contribuente.

Quello che sorprende è che l’opinione pubblica, tartassata e spesso priva di servizi pubblici decenti, consenta tutto questo, non riuscendo a collegare i meccanismi del cervello che da una parte si indignano per i miliardi buttati in Alitalia e dall’altra si bevono la favola degli asset “strategici”.

Orbene, è vero che ci sono delle esigenze di sicurezza nazionale che non possono essere ignorate: nessuno vorrebbe che gli impianti di RayWay, da dove passano le comunicazioni della polizia, fossero controllati dalla famiglia Assad, per dire. Ma per questo esiste la regolamentazione che consente, ad esempio, alle industrie della difesa americane (che producono cosucce sensibili), di essere tutte quotate e controllate da privati.

Poi ci sono le solite lamentazioni sulla “svendita” dei gioielli di famiglia. Attenzione, quella della svendita è la più grossa bufala in circolazione. Secondo gli studi effettuati lo Stato ci ha guadagnato praticamente sempre dalle privatizzazioni (lo sconto concesso in sede di quotazione in media è stato minore di quello dato dalle imprese private), come dimostra anche l’ultimo caso di Fincantieri, il cui prezzo di mercato è ora inferiore a quello di vendita. Persino Telecom fu venduta a valori molto più alti di quelli attuali. Fu poi malgestita? È innegabile, ma il Tesoro ci ha guadagnato.

Le privatizzazioni, attirano capitali stranieri, competenze e creano sinergia all’interno di gruppi multinazionali. Certamente, esse sortiscono i loro effetti migliori quando il mercato viene contemporaneamente liberalizzato. Ma qui basti osservare che i mercati meno liberalizzati sono appunto quelli in cui c’è un monopolista o un’impresa dominante pubblica e per il resto si tratta già di aziende che agiscono in contesti concorrenziali (da Eni a Fincantieri).

Il governo, almeno a parole, sembra ancora credere all’analisi fatta dal commissario alla spesa Cottarelli relativa alle migliaia di società municipalizzate da accorpare e vendere al più presto. Ebbene, si vuole fare la voce grossa col comune di Roccasecca e contemporaneamente sognare Fondi-Monstre che consegnino un potere enorme ad un piccolo gruppo di mandarini di Stato?

Liberare le energie e le professionalità presenti all’interno del perimetro pubblico servirà non solo ad alleviare il peso del debito pubblico, ma a svecchiare e modernizzare il paese nel senso che, a parole, i giovani che ci governano reputano necessario. Come primo passo si liberino perciò della sindrome dei loro padri.

Toccare i diritti acquisiti si può. Perché non partire dalla Pa?

Toccare i diritti acquisiti si può. Perché non partire dalla Pa?

Piercamillo Falasca – Il Foglio

Se la politica non riforma l’economia, l’economia riforma se stessa come può. La deflazione è una nuova tappa (quasi da manuale della lunga crisi italiana iniziata nel 2008, un fenomeno di aggiustamento naturale del livello dei prezzi, conseguenza inevitabile della scarsa competitività del sistema produttivo e del calo della domanda interna. Non avendo l’Italia una moneta nazionale, l’aggiustamento non può avvenire con una svalutazione (che solitamente è accompagnata da inflazione): si determina invece il calo dei prezzi di beni e servizi. Non è una buona notizia, e d’altronde non lo sarebbe nemmeno una svalutazione o l’uscita dall’euro, in verità: come tutti gli aggiustamenti di un’economia claudicante, la deflazione miete molte vittime. Si abbatte il reddito delle imprese e con esse il costo del lavoro, calano gli stipendi e aumenta la disoccupazione, con effetti ulteriormente nefasti sulla domanda.

E’ un circolo vizioso, i cui beneficiari di breve periodo sono i percettori di reddito fisso che si avvantaggiano dal calo dei prezzi a cui comprano. Ovviamente non esistono redditi totalmente fissi, se è vero che la deflazione aumenta i rischi di qualsiasi azienda e di qualsiasi rapporto di lavoro, per tutelate che sia. Ma senza dubbio, al tempo della deflazione, c’e chi può dormire sonni più tranquilli di altri: i dipendenti pubblici. E dunque, in un momento in cui perfino alcuni esponenti di governo lasciano intendere di essere disposti a mettere mano ai cosiddetti “diritti acquisiti”, è cosi eterodosso pensare allora che una misura equitativa sarebbe un piccolo taglio medio di tutte le retribuzioni pubbliche – lo 0,5 per cento, ad esempio – per destinare queste risorse pubbliche a investimenti in conto capitale che spingano innovazione, competitività e buona occupazione privata? Mezzo punto percentuale di retribuzioni pubbliche sono poco più di 800 milioni di euro annui, soldi con cui in 4-5 anni costruiremmo banda larga e ammoderneremmo scuole, strade, porti e aeroporti. Sarebbe una piccola grande rivoluzione.

Dal 2001 al 2011, le retribuzioni pubbliche sono aumentate molto più che nel privato (vedi dati Istat e Aran), senza peraltro alcun particolare miglioramento di produttività. Poi si sono fermate, come tutte le altre. Dal 2007 al 2011 il personale pubblico è diminuito dell’1,4 per cento (da 3,43 milioni di unità a 3,28), ma la retribuzione individuale media dei dipendenti a tempo indeterminato è cresciuta del 10 per cento: il taglio è avvenuto con i pensionamenti e la riduzione dei precari, mentre troppi dipendenti e dirigenti hanno goduto della malapratica delle “progressioni orizzontali”. C’è allora margine per un piccolo “sacrificio” da parte dei più garantiti tra i garantiti, i titolari di quei “diritti acquisiti” che anche il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, vuol mettere in discussione, a vantaggio dell’intera collettività e del futuro dell’economia italiana.