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Lo Stato taglia gli investimenti ma aiuta i Sindaci a sperperare

Lo Stato taglia gli investimenti ma aiuta i Sindaci a sperperare

Antonio Castro – Libero

In tempi di crisi si taglia, salvo poi trovare un escamotage per rinviare i possibili risparmi. Entro martedì prossimo il testo (riscritto e corretto la notte scorsa) del decreto Milleproroghe deve essere convertito in fiducia (scade il 3 marzo), e tra gli altri provvedimenti contiene anche il rinvio dell’obbligo per i Comuni di dotarsi di una centrale unica per gli acquisti o di rivolgersi alla Consip (la centrale unica di acquisto della pubblica amministrazione).

Storie di ordinarie gelosie tra branche dello Stato? Non proprio, o non solo. L’emendamento approvato la notte scorsa dalle commissioni Bilancio e Affari Costituzionali prevede uno slittamento dal 1 gennaio al 1 settembre di quest’anno dell’obbligo, per i Comuni non capoluogo di provincia, di acquisire lavori, beni e servizi tramite una centrale aggregatrice di acquisto. In sostanza: fino ad agosto i sindaci saranno liberi di acquistare dove e più gli pare forniture o servizi, infischiandosene magari anche dei risparmi. Un bel segnale non c’è che dire, con buona pace degli sbandierati risparmi per il bilancio pubblico.

C’è da dire che i pesanti tagli ai trasferimenti finanziari statali agli enti locali hanno ridotto sensibilmente la facoltà di spesa degli amministratori dei Comuni. Ma questa proroga rischia ora di inficiare gli eventuali risparmi di spesa previsti dalla legge di Stabilità 2015. Posticipando a settembre l’obbligo di acquisto tramite centrale unica, si sollecitano gli amministratori locali a spendere come più gli aggrada e quanto prima possibile. Legittimo, se non fosse che la Consip ha certificato nel giugno 2014 un risparmio medio del 22% rispetto ai prezzi di mercato (dati 2013).

Insomma, far slittare a settembre l’obbligo di certo non aiuterà a risparmiare. L’estate scorsa la società del Tesoro per gli acquisti aggregati ha stimato in almeno 2,3 miliardi l’anno i risparmi ottenibili se tutte le amministrazioni facessero la spesa in Consip. Mentre si chiede ai contribuenti di pagare di più e di tirare la cinghia («c’è la crisi»), il ministro Padoan non riesce proprio ad imporre un po’ di moderazione agli amministratori locali. Magari – se a settembre sarà rimasto qualche spicciolo in cassa – i primi cittadini saranno più oculati con i quattrini pubblici.

Eppure, visto il calo verticale della spesa pubblica per investimenti bisognerebbe essere formichine più che cicale. Rispetto al 2009 infatti – secondo l’analisi condotta dal Centro studi “ImpresaLavoro” – l’Italia ha tagliato del 30% la spesa pubblica per investimenti. Che è scesa dai 54,2 miliardi del 2009 ai 38,3 del 2013, con una riduzione di circa 15,9 miliardi di euro. In termini reali si deve tornare indietro al 2003 «per riscontrare un dato inferiore». Tradotto su basi relative, spiega lo studio di “ImpresaLavoro”, l’Italia spende ora solo il 2,4% del Pil per investimenti pubblici (il calo rispetto al 2009 è di un intero punto), mentre è salita la spesa per interessi (+0,4% sul Pil) e le altre voci di spesa. Insomma, la crisi ci ha imposto di tagliare gli investimenti, ma si continua a dare agli amministratori locali piena libertà (almeno fino a settembre) di spendere i quattrini drenati con le tasse.

Un «conto» da 15 miliardi al mese che affonderebbe le finanze europee

Un «conto» da 15 miliardi al mese che affonderebbe le finanze europee

Giuseppe Pennisi – Avvenire

Le guerre si possono vincere o perdere. Anche se va fatto ogni sforzo perché non si combattano. Quale che sia l’esito, è comunque certo che comportano pesanti costi sia in termini di vittime sia economici. Quanto costerebbe un’eventuale guerra nel Mediterraneo? Gli avvenimenti sono stati così rapidi e convulsi che nessuno, sinora, ha predisposto stime – come accadde, invece, per le due guerre del Golfo, che ebbero una lunga premessa di lavorio democratico. Inoltre, mentre alcuni centri studi americani – come la Rand Corp in California e la Rac a Washington – sono specializzati in questa tipologia di analisi, in Europa solo alcune università britanniche dedicano risorse a ricerche del genere, ponendo attenzione particolare, però, agli studi sull’economia del terrorismo piuttosto che sull’economia della guerra – tema che da 70 anni appare desueto e privo di interesse.

Occorre chiedersi quali sarebbero le implicazioni di politica economica per i Paesi maggiormente coinvolti nel conflitto in generale, e per quelli dell’Ue mediterranea in particolare. Alcuni parametri ci sono e possono essere utilizzati. Ai tempi della seconda guerra del Golfo, le prime stime di fonte americana (elaborate dell’ormai defunta banca d’affari Lehman Brothers) parlavano di un costo  finanziario” in senso stretto di 5,4 miliardi al mese. Tali stime riguardavano esclusivamente l’onere “finanziario”  del dispiego delle forze Nato, e non comprendevano né le spese, sempre “finanziarie”, per il sostentamento dei profughi, né quelle per riparare e rimettere in funzione strutture danneggiate. Non comprendevano né i costi umani (in termini di perdite di vite, di mutilazioni, di dislocazioni) né i costi “economici” (in termini di effetti sulla produzione, sul reddito e sull’occupazione dei Paesi coinvolti).

Non solo, dopo pochi mesi si rivelarono errate del 300%, su base mensile, ma il conflitto che sarebbe dovuto durare poche settimane è ancora in corso. Allora, gli Usa esponevano un tasso di aumento del Pil tra il 2,75% ed il 3,5% l’anno, e un saggio di disoccupazione pari a solo il 4,2% della forza di lavoro. E gran parte del costo finanziario era sul loro bilancio. Prendendo come base minima (molto prudenziale) 15 miliardi di euro al mese, e ipotizzando che gran parte dell’onere graverebbe sull’eurozona (che tra l’altro dovrebbe noleggiare parte degli armamenti), è legittimo chiedersi quali sarebbero le implicazioni in termini sia di finanza pubblica sia d’economia reale. Specialmente in una fase in cui l’area dell’euro sta faticando ad uscire da una lunga e pesante recessione che ha sfiancato il sistema manifatturiero di numerosi Paesi e portato al 12% il tasso medio di disoccupazione.

La guerra sarebbe indubbiamente “una circostanza eccezionale e straordinaria” per rivedere in modo marcato il Fiscal Compact (o la sua interpretazione) in quanto tutti gli Stati dell’area dovrebbero aumentare spesa pubblica sia di parte corrente che in conto capitale. Potrebbe anche diventare il grimaldello per consentire l’applicazione di quella golden rule in base alla quale l’investimento viene esentato dal computo di alcuni parametri. Al tempo stesso, comporrebbe un forte storno di risorse dal civile al militare. Non solamente salterebbe il già traballante Piano Juncker ma si porrebbero seri problemi di valutazione della spesa per assicurare che vengano adottati principi di efficienza, efficacia ed economicità. Tentativi in questo senso vennero effettuati circa 23 anni fa (nel 1991-92) ma i risultatati non sono mai stati pubblicati e non si sa se il gruppo di studio esista ancora. Sarebbe l’occasione giusta per riattivarlo.

La Grecia ha il diritto di fallire. Fallisca

La Grecia ha il diritto di fallire. Fallisca

Carlo Lottieri

C’è qualcosa di incomprensibile, assurdo, davvero irrazionale, in questa crescente tensione che oppone Atene e Bruxelles, il governo greco e il resto dell’Unione europea. In sostanza, da anni la Grecia è vittima di politiche socialiste – per iniziativa della destra e della sinistra, senza rilevanti differenza tra l’una e l’altra – che hanno moltiplicato il parassitismo, i privilegi, gli sprechi. Sotto certi punti di vista, quel Paese è una sorta di Sud privo di un Nord, o meglio un Mezzogiorno che ha preteso di assegnare all’Europa il ruolo di ”ufficiale pagatore”. Per decenni la situazione ha in qualche modo retto, ma ora i nodi sono venuti al pettine.

La Grecia si ritrova quindi con una pletora di dipendenti pubblici e con una spesa fuori controllo, mentre il settore privato è davvero troppo debole e quasi impossibilitato a crescere. Per giunta, i greci hanno abbandonato la dracma per l’euro e hanno quindi accettato – almeno in linea teorica – di adottare comportamenti virtuosi a tutela della moneta comune.

Di fronte al disastro dell’economia greca, l’Europa ha reagito nel peggiore dei modi: dando soldi e imponendo una sorta di commissariamento”. L’arrivo ad Atene della troika ha favorito il successo, alle ultime elezioni, dell’estrema sinistra di Syriza, che ora vorrebbe continuare a incassare gli aiuti europei senza però adottare alcuna misura di austerità. Anzi, il programma elettorale che ha permesso a Tsipras di vincere è proprio agli antipodi di ogni politica che punti a ridurre le spese, smantellare il welfare, creare spazi per la concorrenza e il mercato. L’euro è molto di più di una moneta unica: purtroppo essa è stata concepita come un passaggio cruciale verso quella creazione di un’Europa unita che le élite del continente considerano necessaria e inevitabile. Questo è uno dei motivi per cui è tanto difficile proporre quello che invece dovrebbe essere obbligatorio fare: l’espulsione della Grecia dall’eurozona.

I greci hanno diritto di sbagliare. Hanno votato un demagogo e ora è opportuno che ne paghino le conseguenze. Non è pensabile che la burocrazia di Bruxelles o il governo tedesco possano dettare un programma alternativo a quello uscito dalle urne. È bene che non siano aiutati finanziariamente, tornino alla dracma, scontino le conseguenze del loro sganciamento dall’Europa (alti tassi sul debito), ma che abbiano la possibilità di sperimentare l’efficacia – se mai esiste – dei loro sogni anticapitalisti.

La libertà non si impone: né con l’esercito, né con il commissariamento dei regimi politici. È facile immaginare che una Grecia fuori dall’euro si troverà in pessime acque, non tanto perché l’euro sia chissà che cosa, ma perché senza vincoli esterni e senza la garanzia dei capitali altrui la Grecia è destinata a trovarsi in una condizione assai complicata. Non ci sono però alternative e certo non si creda che i postmarxisti di Syriza possano essere manipolati e fatti ragionare. La Grecia avrà problemi quando sarà fuori dall’euro, ma ne avrà perfino di peggiori se continuerà a essere sovvenzionata e resterà sotto una sorta di tutela straniera. Togliamo ogni alibi agli sfascisti al governo di Atene e lasciamo che quel popolo paghi le conseguenze dei propri errori di decenni.

Una Grecia che rimanga in tal modo all’interno della zona euro, per giunta, sarebbe un pessimo segnale per tutti: per la Spagna, la Francia e soprattutto l’Italia. Bisogna che tutti capiscano, e alla svelta, che non vi sono tedeschi o danesi disposti a pagare i buchi altrui. Il messaggio deve arrivare subito e in maniera molto chiara: ad Atene come altrove.

I 145 consorzi di bonifica, poltronifici dimenticati

I 145 consorzi di bonifica, poltronifici dimenticati

Claudio Marincola – Il Messaggero

Li creò il duce, e d’allora prosperano. Qualcuno vorrebbe sopprimerli con un colpo di spugna. Qualcun altro parla invece di riordino. E su questo nodo che non si scioglie e si aggroviglia sempre più si va avanti da anni. Centoventi consorzi di bonifica che hanno competenza interregionale. Cui si aggiungono altri 25 enti di bonifica montana “di miglioramento fondiario”. Sfumature diverse e latitudini diverse ma la stessa mission: il «miglioramento fondiario». Sono “le sentinelle dei fossi”; “i presidii del territorio”, più spesso, purtroppo, “gli angeli del fango”. Ma quanto ci costano? Il Belpaese frana, 8 Comuni su 10 sono a rischio. La mappa del dissesto idrogeologico è sconfinata: per la bonifica – isole comprese – servirebbero almeno 8 miliardi di euro. E loro si dicono disposti a gestire una bella fetta dell’emergenza maltempo. Sono tutti affiliati all’Anbi, l’associazione nazionale bonifiche, irrigazioni e miglioramenti fondiari.

Hanno messo radici profonde, sono carrozzoni per un certo verso ormai “irrottamabili”. Si occupano di salvaguardia ambientale, regolazione idraulica, difesa del territorio, flussi. Disciplinati dal regio decreto 215 del 1933, noto anche come legge Serpieri, dal nome del padre fondatore della bonifica integrale. Mettono insieme un esercito di circa 7500 dipendenti. In Toscana, dove ogni anno entrano in cassaforte circa 130 milioni di euro, su 500 dipendenti gli operai sono solo 160. Il presidente di un consorzio toscano si mette in tasca 33.500 euro l’anno. Un consigliere in media 30 euro a gettone di presenza. Sono retti da amministratori nominati in parte da enti locali, in parte da consorziati. Così che negli anni sono saliti a bordo burocrati di vario genere, ex politici, trombati, riciclati, a volte a parziale risarcimento delle spese elettorali. La percentuale dei votanti normalmente è irrisoria, di rado supera il 2% degli aventi diritto.

La sforbiciata
Il progetto per eliminarli ci sarebbe. Si chiama «sforbicia Italia», annunciato da Matteo Renzi all’indomani dell’arrivo al governo. I consorzi di bonifica hanno incassato dati alla mano (2012), solo di “contribuenza” 579 milioni di euro, di cui 212 a carico dei proprietari urbani. Ai quali bisogna aggiungere i contributi di Regioni, Province e Comuni. Con gli anni e data la fragilità congenita del nostro assetto idrogeologico le funzioni si sono ampliate: sempre più spesso sostituiscono gli enti locali andando oltre così il perimetro del regio decreto che li ha istituiti. L’obiettivo dei consorzi è ampliare il raggio d’azione: estendere la base imponibile e dunque il numero e il valore delle contribuzioni. Che vuol dire ampliamenti, interventi su immobili e territori lontani chilometri e chilometri dalle opere ritenute necessarie di bonifica. C’è chi si è visto addebitare contributi per opere realizzate decine di anni prima. Di tanto in tanto spunta fuori qualche scandaluccio. Chi li paga? Versano il contributo annuale di bonifica tutti i proprietari di beni immobili, terreni e fabbricati ricadenti all’interno del perimetro di bonifica che ricevono benefici dall’ente.

Rosso fisso
In Sicilia operano 11 consorzi di bonifica che costano circa 120 milioni l’anno. Sono chiamati a gestire tra l’altro la distribuzione dell’acqua che notoriamente scarseggia per via della rete- colabrodo. Il consorzio di Siracusa è in rosso per 20 milioni, Palermo di oltre 15. Chi li ripianerà? Il rapporto tra estensione del territorio e dipendenti è una delle tante incongruenze siciliane. Con il caso limite di Messina: un dipendente ogni 2,2 ettari. La risposta a chi accusa i consorzi di essere sovradimensionati è che le condutture sono fatiscenti e le infrastrutture carenti. Questo non ha impedito a Catania che la procura aprisse un’inchiesta sulle consulenze e le assunzioni facili. Per non parlare delle controversie sulla stabilizzazione dei lavoratori. Il fenomeno non riguarda solo la Sicilia, naturalmente.

La proposta
I consorzi hanno svolto in passato un ruolo di particolare rilievo per l’agricoltura italiana. Questo è fuori discussione. Ma il ruolo andrebbe ripensato. Gli interventi per modificarli sono stati innumerevoli. Non si contano i commissariamenti, le chiusure per liquidazione, le inchieste. Con le proposte di legge per cambiarli o abolirli ci si potrebbero scrivere enciclopedie. Il deputato aretino Marco Donati (Pd) ha presentato nello scorso novembre una proposta di legge firmata da un gruppo di deputati renziani. Con la benedizione del premier potrebbe andare a dama. Si chiede che le competenze e le funzioni vengano trasferite «a enti già costituiti all’entrata in vigore delle nuova legge». Donati spiega: «In Toscana la necessità di semplificare il rapporto tra cittadini e istituzioni è molto sentito. La mia proposta va in questa direzione. Sono istituti che possono essere integrati nelle Regioni e nei Comuni. Più che una politica è una filosofia, un’operazione simile alla riduzione delle municipalizzate». Non più consorzi lottizzati, trasparenza, dipendenti assorbiti dagli enti locali. Più semplice pianificare gli interventi. Proprio in Toscana, nell’ultima alluvione, si è scatenata l’ennesima polemica tra i consorzi e il governatore Enrico Rossi per interventi mai iniziati o non a regola d’arte. Accuse, scaricabarile, etc, etc. L’Italia dei siparietti che non cambia mai.

Le colpe della Germania

Le colpe della Germania

Vincenzo Visco – Il Sole 24 Ore

Il conflitto tra debitori e creditori segna l’intera storia della umanità fin dai tempi più antichi. Esso tende a coincidere o a sovrapporsi a quello tra poveri e ricchi, tra sfruttati e sfruttatori, tra vinti e vincitori. La condizione di debitore insolvente poteva comportare oltre alla confisca dei beni, la vendita di moglie e figli, e la messa in schiavitù. Per oltre 500 anni i debitori nel Regno Unito potevano essere condannati alla prigione. È evidente quindi che gli interessi dei creditori sono stati storicamente ben rappresentati.

I debitori dal canto loro hanno sempre aspirato alla cancellazione o all’alleggerimento dei loro debiti sostenuti spesso (fin dai tempi di Roma o di Atene) da politici “democratici” o populisti in cerca di consenso. Da sempre le principali religioni sono schierate a favore dei debitori e contro l’”usura”, cioè il prestito con interesse: «rimetti a noi i nostri debiti». I testi religiosi (Bibbia) prevedevano la ricorrenza di giubilei per il debito che dovevano verificarsi ogni 7 anni. La condizione di debitore ha comportato lotte, rivolte, e anche provocato guerre. Le esose condizioni imposte a Versailles alla Germania furono tra le cause che determinarono l’ascesa al potere di Hitler e la II guerra mondiale. Al contrario la cancellazione del 50% dei debiti di guerra tedeschi nel 1953 da parte di ben 21 paesi (di cui 14 europei) consentì il successivo formidabile sviluppo economico della Germania.

L’accordo prevedeva anche la rinegoziazione del patto in caso di riunificazione delle due Germanie, ma Kohl riuscì ad ottenere un altro condono. La più recente campagna a favore della cancellazione dei debiti fu quella lanciata in occasione del Giubileo del 2000 a favore dei Paesi in via di sviluppo. In sostanza la gestione di situazioni di alto debito appare particolarmente difficile anche perché non è agevole separare e ponderare le ragioni dei creditori e dei debitori; essa comunque richiederebbe rispetto, equilibrio e lungimiranza che non sembra vengano esercitati nel dibattito in corso sui debiti europei. Infatti il problema non riguarda solo la Grecia ma l’intera zona euro, Germania inclusa.

Il rapporto tra creditori e debitori è asimmetrico a favore dei primi, anche se in apparenza la responsabilità di un contratto di credito dovrebbe coinvolgere in modo paritario ambedue le parti. Ma di solito è il debitore che viene considerato, e si sente, colpevole e anche indifeso. In verità qui si confrontano due diversi principi etici: il primo è quello in base al quale «i debiti vanno pagati e i crediti ottenuti rimborsati»; l’altro riguarda il rifiuto di vessare economicamente, perseguitare, umiliare chi si trova in condizione di bisogno o di disperazione, indipendentemente dalle sue responsabilità. Quale dei due imperativi etici debbono oggi prevalere in Europa è compito della politica dirimere.

La contrapposizione manichea tra paesi virtuosi e lassisti è tuttavia priva di senso. Oggi in Europa nessuno è innocente. Non lo è la Grecia, ma non lo è nemmeno la Germania. Tutti hanno violato la lettera e soprattutto lo spirito del trattato di Maastricht delle sue condizioni e della sua ispirazione, e la vigilanza della Commissione è stata carente, male indirizzata e poco consapevole. Se poi si guarda a come sono stati gestiti i cosiddetti “aiuti” alla Grecia c’è di che vergognarsi: dei 230-240 miliardi investiti dall’Unione solo il 25% circa è andato a beneficio diretto o indiretto del popolo greco. Il resto è servito ad evitare che le banche tedesche e francesi che avevano generosamente finanziato la Grecia subissero delle perdite, ed assicurare che Fmi, Bce e banche centrali di Francia e Germania ottenessero il rimborso pieno dei prestiti ottenuti. In questa operazione si è perfino ottenuto che Paesi come l’Italia e la Spagna che all’inizio della crisi greca avevano una esposizione molto modesta nei confronti del debito pubblico del Paese pari rispettivamente a 1,7 e a 2 miliardi, oggi si trovino esposti nei confronti della Grecia di 36 e 26 miliardi! I soldi dei contribuenti di Spagna e Italia sono stati di fatto utilizzati a favore di chi improvvidamente aveva finanziato lo sviluppo drogato dell’economia greca.

Di questa situazione bisogna assumere consapevolezza piena. Nessuno è innocente, lo ripeto, tutti sono colpevoli, creditori e debitori. È quindi necessaria una iniziativa politica di alto livello in grado di fare il punto sulla situazione attuale, verificare gli errori compiuti, porvi rimedio e rilanciare lo sviluppo, superare e seppellire i rancori che intossicano i rapporti tra i popoli europei. Perché ciò possa avvenire occorre superare l’ottuso nazionalismo che oggi caratterizza gran parte dei governi europei, e che rifletta pregiudizi vecchi e nuovi.

Sarebbe altresì un errore cercare solo una soluzione valida per la Grecia, perché, essa sì, potrebbe metter in moto un effetto domino, mentre è necessario ridisegnare la prospettiva e le strategie europee. E da questo punto la questione del debito pubblico europeo diventa centrale. Occorre innanzitutto riconoscere che gli alti debiti attuali sono l’effetto della crisi (recessione, fallimento delle banche) e non la sua causa e che essi vanno ridotti mediante un intervento congiunto dei Paesi. Le proposte in proposito esistono. Vi è quella che chi scrive avanzò oltre 4 anni fa e che ha il pregio di essere molto simile a quella prospettata pressoché contestualmente, anche dai “saggi” che fungono da consulenti al governo tedesco. Ve ne sono altre. Quello che non si può fare è continuare ad aspettare. Si approfitti della crisi greca non per fare concessioni ai greci, ma per rilanciare il progetto europeo. Sono necessarie iniziativa politica e autonomia di giudizio e di proposta. E va superato l’attuale perbenismo europeista che paralizza l’autonoma iniziativa degli Stati appiattendo i governi sugli interessi tedeschi che non sono oggi quelli dell’intera Europa.

La condanna di Maastricht

La condanna di Maastricht

Giorgio La Malfa – Il Mattino

I dati dell’Istat indicano che nell’ultimo trimestre del 2014 il reddito nazionale italiano non è diminuito. È la prima volta negli ultimi anni. Quanto al 2015, trova conferma nelle previsioni la stima del governo di un aumento del reddito dell’ordine dello 0,5%. Che il Ministro dell’Economia possa trarre un sospiro di sollievo dopo un flusso ininterrotto di dati negativi che dura da anni è comprensibile. Ma sostenere che la crisi è finita e che si apre per l’Italia una specie dell’età dell’oro, come si sente dire negli alti livelli del governo, appare francamente eccessivo. Questi dati non giustificano né l’esultanza, né tanto meno l’inerzia. Con una crescita di questo ordine non si mette a posto ne la disoccupazione, né il debito pubblico.

Per quello che riguarda il passato, rimane il giudizio negativo sulla inutilità della cura “tedesca” imposta a noi (ma non soltanto a noi) dall’Europa, in materia di deficit. La cura ha avuto effetti devastanti sulla domanda interna, sulla produzione industriale e sulla disoccupazione. Anche se le cifre della disoccupazione sono meno drammatiche che in Grecia e in Spagna, l’Italia ha contratto il proprio patrimonio industriale di quasi il 25% nel corso di questi anni, come testimoniano le migliaia di capannoni e di opifici chiusi in tutte le aree del Nord. E rimane anche il profondo rammarico per la sostanziale rassegnazione dei quattro governi che si sono succeduti dal 2011 in avanti – Berlusconi, Monti, Letta e Renzi – rispetto a una politica che aveva conseguenze visibili.

Quanto al presente e, soprattutto, al futuro, deve essere detto con chiarezza ed a scanso di ogni possibile equivoco, che una crescita dello 0,5 o anche dell’1%, cui forse si potrebbe giungere quest’anno per effetto della flessione dell’euro e della caduta dei prezzi del petrolio, non è l’inizio della fine dei nostri problemi. Una crescita a tassi inferiori al 2-3% è insufficiente a incidere sulla disoccupazione, perché contemporaneamente i guadagni di produttività che si verificano nel sistema tendono a fare crescere la disoccupazione. E nello stesso tempo, se il reddito nazionale cresce dello 0,5-1%, mentre i prezzi sono sostanzialmente stabili, il problema del debito pubblico tende ad aggravarsi, a meno che il governo non intenda compiere un’ulteriore stretta fiscale con il rischio di distruggere anche quei piccoli segni di ripresa che si colgono nelle statistiche e nelle previsioni di questi giorni.

Il punto che il mondo della politica non ha voluto e saputo cogliere in questi anni è che c’è una contraddizione inevitabile nella nostra situazione fra il rispetto delle regole di Maastricht e la possibilità di sostenere una ripresa economica più solida e consistente. Non vale illudersi che questa contraddizione si possa evitare: il rispetto delle regole di Maastricht rende impossibile sostenere la ripresa e dunque lascia il Paese nella crisi e in prospettiva aggrava le condizioni stesse del debito pubblico (la Grecia, all’inizio della cura durissima che le è stata imposta dalla Troika, aveva un rapporto fra debito pubblico e Prodotto Interno dell’ordine del 110%. Dopo 4 anni di deflazione, con un reddito nazionale di un quarto più basso e una disoccupazione triplicata dall’8 al 27% ha un rapporto fra debito e Pil del 170%).

Una politica di sostegno alla ripresa richiede ed impone il superamento del deficit del 3%. Nessuno dei governi succedutisi in questi anni ha avuto il coraggio di farlo. Anche il governo attuale si è limitato ad auspicare che sia l’Europa a cambiare idea, ma non se la è sentita di prendere con coraggio la strada del sostegno della ripresa. Questo è stato in questi anni e rimane oggi il nodo gordiano da tagliare. È certamente positivo che i dati economici abbiamo cessato di peggiorare. A una condizione: che questa schiarita non illuda il governo di illudersi e non lo convinca a cercare di illudere gli italiani che l’inerzia sia una politica.

Banche popolari, tante ombre che non giustificano un decreto legge

Banche popolari, tante ombre che non giustificano un decreto legge

Gianfranco Polillo – Il Garantista

Che le banche popolari fossero l’ultimo lembo di quella “foresta pietrificata”, che fu la caratteristica del sistema bancario, prima della riforma Amato, è un fatto assodato. Il jurassic park del capitalismo italiano: luoghi di intrighi, di scorrerie finanziarie, di un rapporto privilegiato con il territorio – è vero – ma all’insegna dell’opacità. Di una gestione del credito centrata più sulle comuni cordate che non sulla volontà di allevare squadre di imprenditori meritevoli. Con la loro voglia di far crescere le proprie aziende, nella sfida del mercato. Si è parlato spesso del modello Sparkassen o delle Volksbanken, tipiche del capitalismo tedesco. Banche locali, che solo l’intransigenza di Angela Merkel ha sottratto alla vigilanza unica europea. Adducendo più o meno le stesse motivazioni. Ma con una differenza: la Germania è la Germania. Che la riforma si dovesse fare è, quindi, fuori discussione. Ma come farla? Questo è il punto vero della questione. Nel governare la fuoriuscita progressiva della Fondazioni bancarie dal capitale degli Istituti di credito ci sono voluti anni. Punteggiati da resistenze e ritorni indietro.

In alcuni casi, come per MPS, quest’obiettivo è stato conseguito solo a seguito di quella crisi che ha portato alla distruzione di un patrimonio accumulato in oltre cinquecento anni di storia. E solo recentemente la terza banca italiana, quella che una volta era la più patrimonializzata, ha assunto una veste normale. Quella di un soggetto contendibile. In cui le azioni, a differenza del vecchio capitalismo familiare italiano, pesano e non si contano. Come avveniva una volta in quel grande gioco degli specchi messo su da Enrico Cuccia. Al tempo stesso, tuttavia, baluardo contro le guerre di conquista dei boiardi di Stato. La grande industria pubblica, che fu il lascito dell’esperienza fascista e della grande crisi del 1929. Nel capitalismo contemporaneo la contendibilità non è un vezzo. Ma lo strumento attraverso il quale si cambiano manager che non funzionano. Ristabilendo il giusto rapporto tra mercato e tecnocrazia. L’esatto contrario della governance in voga presso le principali popolari italiani: dove erano le alchimie interne a decidere la sorte di chi poteva avere, in effetti, lo scettro del comando. Con il loro intreccio perverso tra politica ed affari, potentati locali e esponenti, ormai trombati di una vecchia nomenclatura.

Presidente della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, la banca in cui Pier Luigi Boschi, il padre della ministra per le riforme costituzionali, è Giuseppe Fornasari. Vecchia volpe democristiana. Più volte deputato. Qualche incarico governativo, come sottosegretario all’Industria. Ed ora coinvolto in quello che rischia di annunciarsi come un clamoroso fallimento. Due ispezioni della Banca d’Italia. Le procure di Arezzo e Firenze che aprono un fascicolo. Multe milionarie all’intero consiglio d’amministrazione. Un carico gigantesco di crediti insoluti che dimostrano quanto sia facile finanziarie opere dubbie, se gestite dagli amici. Ed infine, proprio in questi giorni, la decisione di commissariare definitivamente l’istituto da parte della Banca d’Italia. Ma solo alcuni giorni fa dal 19 al 23 gennaio, mentre il decreto legge per la trasformazione della Banca in Spa prendeva corpo, il titolo andava a ruba. Con un aumento dei corsi pari al 62,17 per cento.

Più che una stranezza un vero e proprio miracolo, visto i fondamentali della banca. Stravaganza né unica né rara. Il Credito Valtellinese ha goduto di rialzi più limitati (30,93), ma ugualmente significativi collocandosi al secondo posto. Mentre per tutti gli altri istituti interessati, i margini sono stati ben più modesti. Esclusi i primi due campioni del listino, il guadagno medio è stato pari al 18,6 per cento. Niente male se si paragona al normale andamento del comparto bancario che, in quegli stessi giorni, aveva totalizzato guadagni in media pari all’8,68 per cento. Ma come spiegare tanta differenza? Il rendimento delle quotazioni della Banca popolare dell’Etruria è stato pari a quasi 3 volte e mezzo quello della rimanente pattuglia. Quello del Credito Valtellinese una volta e mezzo. Mani forti, come si dice in gergo, che hanno comprato a più non posso, mentre nei mesi precedenti si erano tenute lontane da quegli stessi prodotti.

Spiegazione relativamente semplice. Il decreto legge è figlio diretto di una direttiva europea, che rende obbligatorio la trasformazione degli assetti proprietari per quegli istituti di credito che avevano un volume d’affari superiore a 30 miliardi. La Borsa, nel tempo, aveva quindi scontato un possibile rialzo dei relativi titoli. Il governo, invece, ha voluto strafare, abbassando la soglia a 8 miliardi. Includendo quindi nel conto, titoli, in precedenza, giustamente trascurati. E quali sono questi istituti, all’improvviso, miracolati? La Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, il Credito Valtellinese, la Banca popolare di Bari, che, tuttavia, non è quotata in borsa. Ed ecco allora che il piombo si trasforma in oro. Sarebbe avvenuto la stesso se si fosse seguita la strada di un normale disegno di legge? Probabilmente no. Solo un decreto legge determina i suoi effetti giuridici fin dalla sua promulgazione. Chi ne era al corrente con qualche anticipo, a quanto è dato di sapere, ha operato con tempestività, comprando e vendendo a distanza di qualche giorno. Utili stimati: circa 10 milioni di euro. Gli altri sono rimasti semplicemente a guardare.

A Landini non resta che lo share

A Landini non resta che lo share

Il Foglio

Cinque adesioni su 1.478 dipendenti. È il risultato dello sciopero indetto per il 14 febbraio e per i prossimi due altri sabati, dalla Fiom-Cgil nello stabilimento Fiat Chrysler Automobiles di Pomigliano d’Arco, dove si produce la Panda per la quale c’è un boom di richieste. Il sindacato di Maurizio Landini era stato l’unico a prendere le distanze da quanti – compreso il segretario generale della Cgil Susanna Camusso – avevano salutato come assolutamente, e diremmo ovviamente, positivo l’annuncio di Sergio Marchionne di 1.500 nuove assunzioni all’altra fabbrica di Melfi, oltre alla fine della cassa integrazione. Da Melfi escono la Jeep Renegade, che ha avuto in Italia ed Europa un grande successo e che ora verrà esportata negli Usa, e la nuova 500X, sulla quale sono riposte altrettante attese.

In generale è tutto il settore auto – in pratica FCA – ad aver già registrato un record di produzione a dicembre, più 30,4 per cento rispetto allo stesso mese 2013, e oltre il nove per cento nell’intero anno: una buona spinta alla fine della recessione. A poche ore dalla diffusione di questi dati la Fiom ha invece proclamato i tre sabati di sciopero presentandoli come “non ideologici ma sull’organizzazione dei turni”. Landini, che ha portato Marchionne in tribunale e davanti alla Corte costituzionale (che gli ha dato ragione) proprio per il referendum di Pomigliano che aveva visto sconfitta la Fiom, furoreggia sui media e nei talk-show, dove già minimizza il flop: “Non sono pentito, sapevo che sarebbe andata così”. Non gli resta che lo share. Quello televisivo però, perché in fabbrica è un po’ bassino: cinque su 1.478 equivalgono allo 0,33 per cento.

L’urgenza di ridefinire il servizio universale

L’urgenza di ridefinire il servizio universale

Alessandro De Nicola – Affari & Finanza

Grande anno il 2015 per le Poste Italiane. L’amministratore delegato Caio ha appena iniziato un tour del Belpaese per spiegarne il piano industriale e la quotazione in borsa della società non dovrebbe farsi attendere troppo. Nelle interviste che il capoazienda sta rilasciando per spiegare il futuro di Poste, egli si pone in termini problematici la questione di come si debba intendere l’obbligo (remunerato) di servizio universale assunto dalla sua impresa in un mondo in cui c’è sempre meno corrispondenza. Posto che non si vuole negare alla vecchina che abita nello sperduto paesello di montagna il diritto a ricevere la cartolina del nipotino in vacanza, si pongono comunque alcuni interrogativi. Sicurezza della consegna o velocità? Che remunerazione del servizio? Per aiutare gli spunti di riflessione, capita a proposito la pubblicazione di un paper dell’Istituto Bruno Leoni, scritto da Giacomo Lev Mannheimer, che cerca di fare il punto della situazione su un piccolo ma non irrilevante monopolio di cui gode Poste Italiane, la notifica degli atti giudiziari.

Il processo di liberalizzazione dell’attività di consegna della posta é cominciato negli anni ’90 ed è ininterrottamente proseguito nel quindicennio successivo. Attualmente le riserve a favore di Poste Italiane non sono molte, in particolare le notificazioni a mezzo posta degli atti giudiziari e degli atti relativi a violazioni del Codice della strada. Entrambe le attività rientrano in quello che viene chiamato “servizio universale riservato”. Quando il dipendente di Poste consegna un atto giudiziario assume la qualifica di “pubblico ufficiale” ma, se ad essere notificato è un ricorso tributario, questo può essere tranquillamente portato a destinazione anche da un operatore privato. Inoltre molte pubbliche amministrazioni che spediscono atti di altra natura – principalmente Comuni e tribunali – già si affidano a società private che hanno scelto attraverso una procedura competitiva.

Già tale bizzarra differenziazione dovrebbe farci chiedere quale sia la differenza tra documenti comunali, atti giudiziari di stampo tributario e gli atti di altri giudizi così rilevante da giustificare un diverso trattamento. Ed in effetti, l’Autorità delle Comunicazioni (AGCOM) ha stabilito nel 2012 che non c’erano ragioni logiche per considerare la consegna di atti giudiziari come un servizio universale né tantomeno da offrire in regime di esclusiva. Secondo l’AGCOM, il regime di monopolio ha la conseguenza di mantenere i prezzi alti rispetto a quelli che scaturirebbero dal gioco delle forze di mercato (concetto in linea con la teoria economica generalmente accettata) e, vista anche l’esistenza di alternative come i messi giudiziari e la PEC, non si capisce perché bisognerebbe precludere ad imprese private, debitamente autorizzate, di operare anche nelle notifiche giudiziarie.

Il servizio universale, peraltro, anche secondo la normativa europea, tendenzialmente é un obbligo che può generare perdite e quindi può essere finanziato dallo Stato. Tuttavia esso va attribuito con procedure di appalto pubblico a chi é in grado di svolgerlo meglio: insomma, l’esatto contrario di quello che succede per le spedizioni di multe e atti giudiziari, assegnati senza gara alle Poste, pur essendo una prestazione che potrebbe essere svolta da concorrenti e per di più profittevole. Insomma, se, come si dice, il disegno di legge sulla concorrenza che il governo dovrebbe presentare nel prossimo futuro contenesse anche l’abolizione di questa riserva, si metterebbe fine ad una situazione che ormai non è più giustificata. Peraltro, l’esempio degli atti giudiziari e delle multe stradali dovrebbe indurre ad una riflessione più ampia, sia sui limiti del servizio universale sia sulle società designate al suo svolgimento.

Ad esempio se pensiamo alla RAI, siamo certi che il servizio pubblico per il quale essa è remunerata con i soldi del contribuente non sia definito in maniera troppo ampia e comunque non potrebbe essere svolto anche dai suoi attuali concorrenti? Nelle telecomunicazioni, poi, il servizio universale, che in teoria l’AGCOM dovrebbe assegnare attraverso una procedura “efficace, obbiettiva, trasparente e non discriminatoria in cui nessuna impresa è esclusa a priori”, è da sempre aggiudicato solo da Telecom Italia addirittura per disposizione di legge (art. 58 del Codice delle Comunicazioni elettroniche), la qual cosa potrebbe essere persino dannosa per quest’ultima società. La stessa abnorme estensione del “mercato tutelato” nel settore elettrico, a scapito di quello libero, esprime una concezione per la quale essendo l’energia un bene primario bisogna rendere la sua fruizione “universale”, proteggendo fasce amplissime di consumatori.

Possiamo fermarci qui: quello di cui ci sarebbe bisogno sarebbe una valutazione complessiva delle genuine necessità imprescindibili dei cittadini, meritevoli di rientrare sotto la denominazione di “servizio universale”, nonché di una liberalizzazione vera dei criteri di scelta degli operatori che tale servizio svolgono e della loro remunerazione. Senza nulla togliere all’Italicum, certamente i cittadini avrebbero più immediato e concreto beneficio da maggiore concorrenza che dal premio elettorale di lista.