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L’Italia è il peggior pagatore Ue

L’Italia è il peggior pagatore Ue

Antonio Signorini – Il Giornale

Lo Stato italiano è ancora un pessimo pagatore. Sui debiti della Pubblica amministrazione verso i privati, l’Italia resta in cima a tutte le classifiche internazionali e i tempi in cui enti ed uffici saldano le fatture restano i più lunghi d’Europa. Il tema dei debiti della Pa è un po’ uscito dall’attualità rispetto a due anni fa, quando il premier Matteo Renzi promise di andare a piedi a monte Senario se non li avesse estinti, ma il problema è lì. A ricordarlo è Bankitalia nella Relazione annuale, in un capitolo dedicato ai «debiti commerciali» delle amministrazioni pubbliche. Stime fatte direttamente da Palazzo Koch, visto che mancano dati ufficiali.

In media nel 2015 la Pa ha chiuso i suoi pagamenti verso i privati che hanno fornito beni e servizi in 115 giorni. Erano 120 nel 2014. Un miglioramento quindi c’è stato, ma l’Italia resta fuorilegge, visto che una direttiva europea (fortemente voluta dall’allora vicepresidente della Commissione Antonio Tajani oggi vicepresidente dell’Europarlamento) prevede che i pagamenti avvengano entro 30 giorni, al massimo 60 in casi particolari. Lo stock del vecchio debito è a 65 miliardi. Nel 2014, ai tempi della promessa di Renzi, erano 70. Problema non risolto, quindi. Il livello, osserva Bankitalia, «resta notevolmente superiore a quello che sarebbe fisiologico». Lontano dai tempi di pagamento fissati dalle parti, ma anche rispetto alla direttiva europea che è stata recepita dall’Italia.

Sul tema ieri è intervenuto anche il centro studi ImpresaLavoro, che ieri ha stimato il totale dei debiti dello Stato verso imprese, professionisti e privati in genere a 61,1 miliardi. Dato del dicembre scorso, in calo rispetto ai 67,1 miliardi dello stesso mese 2014. I vecchi debiti della Pa sono stati sostituiti da nuovi, «si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo. Liquidare (e solo in parte) i debiti pregressi di per sé non riduce affatto lo stock complessivo: questo può avvenire soltanto nel caso in cui i nuovi debiti creatisi nel frattempo risultino inferiori a quelli oggetto di liquidazione» rileva Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro e imprenditore. Il centro studi fornisce anche un dato inedito. Nel solo 2015 il ritardo nei pagamenti da parte degli enti pubblici è costato alle imprese 5,4 miliardi di euro, in leggero calo rispetto ai 6,1 miliardi del 2014. A pesare sulle imprese sono infatti anche i costi del credito concesso dalle banche. «Le nostre imprese continuano a essere taglieggiate dallo Stato, caricate di tasse e balzelli, e al tempo stesso ignorate quando questo deve far fronte ai suoi obblighi contrattuali. In queste condizioni, quale ripresa economica possiamo attenderci?», commenta Blasoni.

I leggeri miglioramenti da quando il problema è entrato nell’agenda della politica, ormai cinque anni fa, non sottraggono l’Italia dalle prime posizioni nella lista degli stati con debiti commerciali più alti. Bankitalia nella relazione annuale ricorda che lo stock di debito rispetto al Pil in Italia è più alto di tutti i Paesi europei. Sui tempi, Impresa Lavoro cita le stime dell’European payment report, secondo le quali i ritardi medi nei pagamenti del pubblico al privato, in Italia si attestano a 131 giorni. I Greci devono aspettare 16 giorni meno di noi. I tedeschi 116 giorni. Questo significa che in Germania i pagamenti arrivano in soli 15 giorni. Il vantaggio competitivo di avere uno stato efficiente.

Debiti Pa, Brunetta (FI): Renzi inaffidabile, deve ancora pagare 61,1 mld

Debiti Pa, Brunetta (FI): Renzi inaffidabile, deve ancora pagare 61,1 mld

“Nonostante i reiterati annunci del premier Matteo Renzi, in questi ultimi due anni la Pubblica amministrazione non ha ridotto i lunghissimi tempi di pagamento di beni e servizi, mantenendo sostanzialmente invariato lo stock di debito commerciale contratto nei confronti delle imprese fornitrici. Secondo la stima di ImpresaLavoro, su dati Intrum Justitia, lo scorso 31 dicembre questo ammontava infatti a circa 61,1 miliardi di euro (in leggero calo rispetto ai 67,1 miliardi del 2014). Questo assurdo ritardo del governo nel pagamento di questi debiti nel 2015 è costato alle imprese italiane la cifra di 5,4 miliardi (in leggero calo rispetto ai 6,1 miliardi del 2014). Questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento l’ammontare complessivo dei debiti della nostra PA, l’andamento della spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi (così come certificato da Eurostat) e il costo medio del capitale (pari all’8,84% su base annua) che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti”. Lo afferma Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia. “Renzi aveva promesso – prosegue – ormai più di due anni fa, che i debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese sarebbero stati azzerati in pochi mesi, promettendo a Bruno Vespa, durante una puntata di ‘Porta a Porta’, che se non avesse mantenuto l’impegno entro il 21 settembre (2014) sarebbe andato in pellegrinaggio al santuario di Monte Senario. Come da copione: impegno non mantenuto, soldi non restituiti alle imprese, debito non pagato. I numeri di ImpresaLavoro confermano che il premier è stato ancora una volta sbugiardato dai fatti. Altra balla da inserire nello speciale palmares di un presidente del Consiglio inaffidabile”.

Debiti Pa, Altieri (Cor): Governo incapace di far pagare imprese

Debiti Pa, Altieri (Cor): Governo incapace di far pagare imprese

“Le pubbliche amministrazioni impiegano, in media, 131 giorni per pagare i fornitori. Due anni fa Renzi aveva promesso che tutti i pagamenti sarebbero stati completati in pochi mesi. Erano le solite bugie. Come rivela il rapporto di ImpresaLavoro pubblicato oggi, i tempi di attesa per i pagamenti restano interminabili”. E’ quanto sottolinea in una nota il deputato di Conservatori e Riformisti, Nuccio Altieri. “A dicembre 2015 – aggiunge – i debiti dello Stato nei confronti delle imprese che erogano beni e servizi superavano i 61 miliardi di euro. A questa somma spropositata vanno aggiunti 5,4 miliardi di euro che rappresentato il costo per il ritardo dei pagamenti di questi debiti. Gia’ le nostre imprese devono subire la pressione asfissiante del fisco e della burocrazia. Pagarle con così tanto ritardo vuol dire assestare al nostro sistema produttivo un colpo mortale”. “Uno Stato incapace di pagare merci e servizi danneggia le imprese ma fa male all’intera economia del Paese perché sottrae risorse dovute che potrebbero essere utilizzate per investimenti e assunzioni. I ritardi e le bugie del governo Renzi stanno paralizzando il Paese”, conclude.

Crisi delle banche, un conto da 209 miliardi di euro

Crisi delle banche, un conto da 209 miliardi di euro

Duecentonove miliardi: a tanto ammonta il conto che la crisi del nostro sistema bancario ha presentato ai risparmiatori e agli investitori.

Tre miliardi e 900 milioni è il controvalore complessivo di titoli azionari e obbligazionari subordinati di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti, andati interamente in fumo nel weekend del 21-22 novembre 2015, in seguito ai provvedimenti di risoluzione emanati dal Governo e da Banca d’Italia per salvare la parte buona delle quattro banche dell’Italia centrale da anni in stato di crisi.

Il computo fornito da ImpresaLavoro è stato realizzato sulla base dei dati contenuti negli ultimi bilanci pubblicati dalle banche cadute in liquidazione, nonché degli ultimi aumenti di capitale e dei dati Reuters sui titoli obbligazionari colpiti. I soci delle quattro banche, oltre agli obbligazionisti subordinati, si sono visti infatti letteralmente azzerare il valore dei propri investimenti, senza per loro alcuna chance di recupero poiché sulle nuove banche (che hanno raccolto la parte buona dei vecchi istituti) non possiedono alcun diritto, né patrimoniale né di voto.

Le quattro banche oggetto del “salvataggio” hanno bruciato circa 3,1 miliardi di valore in capitale azionario (di cui oltre 500 milioni raccolti – quasi tutti da piccoli risparmiatori – solamente tra il 2011 e il 2013), mentre a quasi 800 milioni corrisponde la perdita per le obbligazioni “junior”, ovvero subordinate rispetto alle più comuni ordinarie, anch’esse collocate per gran parte a piccoli risparmiatori.

Gli azionisti di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, poi, in forza del processo di riorganizzazione in atto (aumenti di capitale e IPO), hanno subito (o stanno subendo) perdite per complessivi 8,2 miliardi di euro. Tali valori sono stati stimati prendendo come riferimento i valori a cui sono state acquistate dagli investitori/risparmiatori le azioni di queste banche e confrontati con gli attuali valori, prossimi allo zero. Va ricordato, infatti, che Banca Popolare di Vicenza valeva al suo massimo €62,50 euro per azione mentre Veneto Banca toccò qualche anno fa quota €39,50 euro per azione posseduta.

Molto più trasparente, ma anche molto più grave, il conto per le più grandi banche italiane quotate in Borsa. Il mercato azionario ha punito i loro investitori sin dai primi inizi della crisi finanziaria, ovvero dal 2007. Secondo i dati di Borsa Italiana elaborati da ImpresaLavoro il settore delle banche italiane risulta aver bruciato – rispetto al 2007 – 197,6 miliardi divisi tra diminuzione del valore di capitalizzazione (148,7 miliardi) e aumenti di capitale effettuati (e bruciati) dal 2008 ad oggi (48,9miliardi). Le 17 banche quotate capitalizzavano in Borsa nel 2007 circa 230-240 miliardi di euro mentre oggi i valori di capitalizzazione si aggirano attorno agli 85 miliardi.

Ma la vera spada di Damocle che incombe sulle nostre banche, sostanzialmente comune a tutto il sistema, è ancora quella dell’elevato volume dei crediti deteriorati, problema ad oggi irrisolto, che corrisponde, secondo le recenti stime della European Banking Authority, addirittura a oltre 17 punti del nostro Pil.  Nella sostanziale impossibilità di un aiuto pubblico in soccorso dei dissesti bancari, rimarcata dalle nuove regole del bail-in, una cosa è certa: i piccoli risparmiatori dovranno necessariamente aumentare il proprio grado di consapevolezza, e ricordarsi che in base alle nuove norme gli unici strumenti davvero tutelati saranno i conti correnti e depositi (e solo entro i 100mila euro per istituto), mentre gli altri titoli bancari come azioni e obbligazioni (ancor di più se non quotati), già oggi possono presentare un grado di rischio più alto di quanto inizialmente prospettato.

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In edicola con Il Giornale “Le virtù della proprietà” di Carlo Lottieri

In edicola con Il Giornale “Le virtù della proprietà” di Carlo Lottieri

È in edicola con Il Giornale il libro “Le virtù della proprietà”, scritto da Carlo Lottieri e nato da una collaborazione tra il Centro studi ImpresaLavoro e Confedilizia. Il lavoro si inserisce nella collana “Fuori dal coro”, serie di approfondimenti e inchieste sui temi caldi dell’attualità. Libri agili ed essenziali che aiutano i lettori a orientarsi sulle questioni del mondo contemporaneo, si tratti di religione, politica, economia, ambiente o società.

In un mondo di idee sempre più omologate, questo appuntamento settimanale esclusivo vuole uscire dal quotidiano per rispondere alla voglia di capire dei lettori. Un punto di vista controcorrente, libero dal pensiero dominante.

“Le virtù della proprietà”, disponibile in edicola a soli € 2.50 (oltre al prezzo del quotidiano), è un viaggio appassionante in difesa della proprietà privata, un pilastro dell’economia e simbolo della libertà personale, ma nel mirino di fisco e leggi. Da Aristotele a Einaudi sono moltissimi i pensatori che hanno visto nella proprietà il requisito fondamentale per una società ordinata e funzionante.

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Aumenta lo “spread” tra il costo del denaro al Sud rispetto al resto d’Italia

Aumenta lo “spread” tra il costo del denaro al Sud rispetto al resto d’Italia

Nonostante gli interventi straordinari della BCE e qualche timido segnale di ripresa dei prestiti concessi al complesso del settore privato, i volumi degli impieghi bancari italiani diretti alle imprese risultano tutt’al più stagnanti. Se le manovre espansive sul credito bancario non hanno, almeno per il momento, influito sui volumi, sembra invece che un positivo effetto lo stiano avendo sul costo del denaro.

I tassi d’interesse sugli impieghi mostrano – per ogni diversa tipologia di operazione, che qui comunque dobbiamo analizzare in forma aggregata – una riduzione generalizzata e quantificabile, per il 2015 rispetto all’anno precedente, in circa un punto percentuale. Sulla base di queste analisi, si potrebbe concludere che il dato incoraggiante riguarda pertanto il costo del denaro, piuttosto che la sua disponibilità.

Prendendo a riferimento le operazioni autoliquidanti e a revoca (destinate tipicamente ai fabbisogni di capitale circolante), il tasso attivo medio risulterebbe sceso, al terzo trimestre del 2015, al 5,46% su tutto il territorio nazionale, con una flessione di 86 punti base rispetto all’anno precedente e 99 rispetto al 2012.

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Sempre su base aggregata, le nuove erogazioni nel periodo per operazioni a scadenza (più propriamente destinate agli investimenti in immobilizzazioni), risultano più economiche rispetto a un anno prima per 104 punti base (scadenza inferiore all’anno) e 155 punti base (scadenza entro 5 anni).

Il costo effettivo del credito risulta dunque, nella sostanza, ritornato ai livelli del 2010 (l’anno che ha preceduto la crisi dei paesi periferici dell’Eurozona), con una riduzione per i mutui alle imprese (a medio/lungo termine) quantificabile in 48 punti base e un aumento contenuto (42 punti base) per i fidi in conto corrente e gli anticipi.mappa_02

È interessante notare che anche in questo caso le differenze tra aree regionali, già di per sé molto significative, hanno mostrato una recente tendenza all’aumento. Ciò è soprattutto vero per gli anticipi e le aperture di credito in conto corrente, che costano alle imprese del Sud ora il 2,42% in più in media rispetto al Nord (era il 2,04% nel terzo trimestre del 2014 e l’1,67% nel 2010).

Per quanto concerne le operazioni a scadenza, la tendenza è invece più complessa da analizzare e mostra una riduzione delle differenze rispetto all’anno precedente ma comunque un aumento rispetto ai livelli 2010. I mutui alle imprese meridionali costano in media tra lo 0,79% e l’1,09% in più rispetto alle imprese del nord (in base alle diverse durate), e la forbice pur drasticamente diminuita rispetto al 2014 – risulta più ampia di circa 15-16 punti base medi rispetto ai valori di cinque anni prima.01_costocreditoregioni

 

Inps, sui conti pesano i crediti non riscossi

Inps, sui conti pesano i crediti non riscossi

Raffaella Cantone – L’Occidentale

Brutte notizie per INPS. Secondo uno studio di ImpresaLavoro, la perdita di bilancio di INPS dal 2012 ammonterebbe a oltre 11 miliardi l’anno, da quando cioè l’istituto ha incorporato l’Enpals e Inpdap, perdita che secondo le stime dovrebbe registrarsi anche al termine del 2016. Il patrimonio netto di INPS, che cinque anni fa misurava oltre 40 miliardi di euro, si sta quindi erodendo progressivamente, compresi i 21 miliardi di euro incassati tramite un intervento straordinario di ripianamento delle perdite fatto negli anni scorsi.

Secondo il Centro studi ImpresaLavoro, a fine 2016 i conti dell’Istituto potrebbero essere ancora peggiori: negli esercizi 2015 e 2016 il disavanzo è ancora una previsione, e, sempre secondo gli esperti di ImpresaLavoro, in passato i consuntivi hanno fatto registrare delle perdite ben più ampie di quelle inizialmente preventivate. Il patrimonio netto fotografato al 31 dicembre 2016 non andrebbe oltre gli 1,8 miliardi, comportando quindi un nuovo intervento di ripiano da parte dello Stato. Un costo che INPS continuerebbe a sottostimare è quello della svalutazione dei crediti, quella parte dei contributi che l’ente previdenziale si attende inizialmente di riscuotere ma che nei fatti viene persa.

Non si tratta solo di evasione, ma anche di debitori falliti o liquidati oppure deceduti senza eredi, o ancora crediti caduti in prescrizione o per i quali ne viene accertata l’insussistenza. La massa dei contributi non incassati, secondo le stime, dovrebbe superare a fine anno per la prima volta la quota dei 100 miliardi, crescendo al ritmo medio di 740 milioni di euro al mese. Al momento i crediti non incassati corrisponderebbero a 104 miliardi, di cui oltre la metà (56,3) sottoposti a svalutazione. Due i parametri su cui si calcolano questi crediti, l’anno di riferimento e la gestione specifica a cui si riferisce.

ImpresaLavoro ha scoperto che proprio negli ultimi bilanci questi criteri sono stati rivisti al ribasso. Quelli risalenti fino al 2009, vengono svalutati al 99%, riconoscendone quindi la sostanziale irrecuperabilità salvo episodi del tutto sporadici. Per il triennio successivo la svalutazione è del 55% per le gestioni dei lavoratori dipendenti e gli agricoli, mentre è del 30% per gli artigiani e i commercianti e si limita al 10% per la gestione separata. Sui crediti relativi all’ultimo triennio è proposta una svalutazione media del 10%.

Secondo ImpresaLavoro le gestioni che mostrano le più basse probabilità di recupero sono quelle più rilevanti: 56,7 miliardi di crediti non incassati (il 54,3% del totale) si riferiscono alle gestioni dei lavoratori dipendenti (incluso le prestazioni temporanee) mentre in minoranza troviamo quelle dei commercianti (20,7%) e artigiani (15,3%). Solo per il 2,3% dei mancati incassi (e con anzianità dei crediti piuttosto bassa) pesa la gestione separata di parasubordinati e autonomi.

Leggi l’articolo sul sito de “L’Occidentale”

Massimo Blasoni a Radio1 News Economy Magazine

Massimo Blasoni a Radio1 News Economy Magazine

L’intervento del presidente di ImpresaLavoro, Massimo Blasoni, nell’edizione del 27 febbraio di Radio1 News Economy Magazine. Argomento dell’intervista: il nostro studio “Gli extracomunitari nel nostro Paese trovano lavoro più facilmente degli italiani“.

Massimo Blasoni interviene a Radio News Economy (Radio1 Rai)

L'intervento del presidente di ImpresaLavoro, Massimo Blasoni, nell'edizione del 27 febbraio di Radio1 News Economy Magazine: perché gli extracomunitari nel nostro Paese trovano lavoro più facilmente degli italiani?

Posted by ImpresaLavoro on Wednesday, March 2, 2016

Investimenti pubblici giù: crescita a rischio

Investimenti pubblici giù: crescita a rischio

IL GIORNALE del 17 febbraio 2016

L’Italia sembra prendersi cura del cuore della propria economia alle prese con la crescita mancata abbassando i livelli di colesterolo buono. Il tutto mentre il premier Matteo Renzi, nonostante la doccia gelata della frenata del Pil a fine anno, continua a vedere un Paese «in crescita». A testimoniare una strategia non esattamente lungimirante del governo sono i dati Eurostat elaborati in uno studio da ImpresaLavoro, che rimarcano come, tra l’epicentro della crisi e il 2014, l’Italia abbia lavorato con l’accetta sulla spesa pubblica per investimenti, ostacolando lo sviluppo invece di concentrare la spendíng review su settori e centri di spesa che non contribuiscono certo all’uscita dalla crisi.

Le cifre sono impietose. Nel 2009 gli investimenti pubblici ammontavano a 54,1 miliardi di euro, ma in cinque anni sono scesi di poco meno di 20 miliardi, attestandosi, nel 2014, a 35,6 miliardi. Un calo del 34,1 per cento, in conseguenza del quale solo il 2,2 del Pil italiano viene insomma speso in investimenti, in caduta libera anche rispetto al rapporto con il prodotto interno lordo: -1,2 per cento sul 2009. È vero però che il trend non è solo italiano, ed è comune al Vecchio continente. L’Eurozona ha visto una contrazione della spesa per investimenti pubblici di 62 miliardi e mezzo di euro, mentre la frenata nell’Unione europea è più contenuta (-47,770 miliardi). Ma il «taglio» italiano pesa per il 38 per cento del totale Ue e per il 30 per cento dell’area Euro, e anche il calo nel rapporto tra investimenti e Pil da noi è superiore alla media europea (-0,9 nell’Eurozona, -0,8 nell’Europa dei 28).

Nel dettaglio, in valore assoluto il colpo d’ascia agli investimenti pubblici è inferiore solo alla Spagna (-33,3 miliardi), mentre il calo della spesa in rapporto al Pil all’1,2 per cento ci vede appaiati alla Grecia. Oltre a Madrid, sul fronte della spesa pubblica per investimenti hanno fatto peggio di noi solo Cipro, Portogallo, Croazia, Irlanda, Romania, Estonia e Repubblica Ceca. Germania, Francia e Gran Bretagna, invece, ci precedono, tutte con un indice di investimenti rispetto al Pil migliore delle medie europee.

Che il punto sia decisivo per l’uscita dalla crisi lo ha rimarcato anche il presidente della Bce Mario Draghi, ricordando come la blanda ripresa finora abbia avuto proprio la banca centrale dell’Ue come unico pungolo: «Circa la metà della ripresa degli ultimi due anni – ha spiegato Draghi due giorni fa alla Commissione per gli Affari economici del Parlamento europeo – è stata dovuta alla nostra, unica, politica di stimolo. L’altra metà della crescita del Pil della zona euro è stata dovuta al basso prezzo del petrolio». Gli investimenti invece «restano deboli», ha ricordato Draghi, auspicando che «le politiche di bilancio» si preoccupino di fare la loro parte nel sostenere la ripresa «tramite investimenti pubblici e una tassazione più bassa». Il messaggio, forte e chiaro, sembra diretto a Matteo Renzi. Non si tagliano i costi burocratici e di gestione, facendo così gli interessi delle caste pubbliche, mentre si toglie respiro alle imprese. Quello che l’Italia al tempo di Renzi sta perdendo è il futuro.

Un’azienda su tre ha crediti insoluti

Un’azienda su tre ha crediti insoluti

di Mirko Molteni – Libero

Alla faccia dei proclami del governo, la disoccupazione resta al primo posto fra le urgenze. Lo conferma l’analisi divulgata ieri dal Centro Studi Impresa Lavoro. Per il periodo dal 2008 al 2015 l’Italia ha perso ben 656.911 occupati, pur con distinguo territoriali. Sta peggio il Sud, che ha perduto 486.000 posti, mentre il Nord segue con 249.000. Nel Centro c’è però un aumento di 78.000 unità, a tamponare l’emorragia. Il saldo positivo del Centro è dovuto ai 116.000 posti di lavoro in più registrati nel solo Lazio, complice il settore pubblico, mentre l’altra sola regione dove il numero di occupati è superiore rispetto a 7 anni fa è il Trentino Alto Adige, con +20.000. In proporzione alla popolazione lavorativa, ha sofferto di più la Calabria, col -14,83 %. In Lombardia gli occupati sono calati solo dello 0,66%. Friuli, Veneto e Liguria perdono in media il 4 % degli occupati.

Poche luci e molte ombre, insomma, tanto che il presidente del Centro Studi, l’imprenditore Massimo Blasoni, commenta: «L’occupazione è lontana dai livelli pre-crisi. La ripresa è debole e rischia di non tradursi in un recupero dei posti di lavoro persi dal 2008 ad oggi». Conferma che rimedi degli ultimi mesi, come Jobs Act e detassazioni «sono serviti principalmente a trasformare contratti». Dati parziali del terzo trimestre 2015, rispetto a un anno prima, segnano un recupero di 154.000 posti di cui 89.000 al Sud, 34.000 al Nord e 31.000 al Centro. Negli ultimi mesi il Meridione recupera terreno. Ma poca roba.

Altri brutti segnali arrivano dal fronte dei crediti e delle lungaggini di pagamento alle imprese, che pure contribuiscono a far assumere poco. Un rapporto di Confartigianato Marca Trevigiana indica che il 28 % delle piccole e medie imprese venete attende anche due anni e mezzo prima che i debitori saldino le commesse, causa la complicazione dei concorsi pubblici e della burocrazia. Nota il presidente dell`associazione, Renzo Sartori: «Ci sono imprese sane che chiudono a causa di committenti sfortunati, ma anche per committenti scaltri o peggio ancora disonesti». E ricordando che in media il 2% del bilancio delle aziende è in negativo dovuto a questi ritardi, Sartori invita le pubbliche amministrazioni ad appalti più snelli e che premino le imprese più oneste.