italia oggi

Con il Tfr pagato immediatamente si tolgono ulteriori risorse ad aziende già salassate

Con il Tfr pagato immediatamente si tolgono ulteriori risorse ad aziende già salassate

Domenico Cacopardo – Italia Oggi

Probabilmente Adam Smith approverebbe l’idea di smobilizzare una parte del tfr, restituendolo in busta paga ai lavoratori cui compete. Si tratterebbe, infatti, di un fatto coerente con l’Illuminismo settecentesco e con la dottrina liberale che considera l’uomo (libero) degno di fiducia, molto più che lo Stato. Le osservazioni che si leggono in giro (l’accantonamento in vista di spese importanti a fine lavoro o il definitivo crollo della previdenza integrativa) rientrano nel pensiero dominante, che incrocia la dottrina sociale (soccorrevole) della Chiesa al credo comunista dello Stato «governatore» degli uomini, e non convincono. Ogni operazione messa in piedi sulla via della liberazione dell’individuo è eticamente superiore ed economicamente opportuna.

Tuttavia, «hic et nunc» (qui e ora), l’uso del tfr suggerisce una constatazione e apre un problema. La prima è che, viste le difficoltà di trovare quattrini nel bilancio dello Stato, è facile governare con i soldi degli altri. Il problema è che l’accantonamento del tfr è una risorsa aziendale, l’unica rimasta a causa di un erario dedito al saccheggio dei profitti generati da ciò che resta dell’economia privata. E questo non è un frutto di un destino avverso che ci perseguita da almeno vent’anni. È il frutto avvelenato (il maggiore protagonista Vincenzo Visco, inventore dell’Irap) della convinzione che il cittadino è un incapace incosciente, pericoloso evasore che occorre porre sotto stretto controllo (fiscale) in modo che non abbia i mai i quattrini per vivere la vita che preferisce. L’ideale, il massimo della felicità per i sadici che propugnano la posizione è il cittadino dipendente dello Stato, seguito e diretto dalla nascita alla morte. L’esempio più evidente l’Unione sovietica.

In Italia, gran parte del personale politico (quasi tutto d’accatto, nel senso che è composto da gente che non ha saputo affrontare ed esercitare una qualsiasi attività lavorativa), anche di centro-destra, visti i risultati, non s’è reso conto che il capitalismo ha vinto e governa il mondo. E che alle sue regole occorre adeguarsi. E non pare proprio che il nostro giovane presidente del consiglio sappia bene cos’è successo: basti il fatto che cita, nel suo Pantheon personale, gente come La Pira e don Milani che rappresentano la negazione della contemporaneità.

Quindi, ordinando alle imprese di erogare, in busta paga, una parte del tfr, si costringe il sistema produttivo a privarsi di risorse reali o di accantonamenti virtuali che non possono essere utilizzati senza «svaccare» conti economici, investimenti per ricerche, riserve fisiologiche. Certo, quest’operazione non è farina del sacco di Renzi, ma dovrebbe discendere dal suo «staff» di consulenti. Sarà bene che ci si pensi su in modo approfondito, tralasciando il contributo di organizzazioni virtuali come la Confindustria, per puntare sulle opinioni del mondo finanziario, a partire proprio da Mario Draghi, che, il «premier» ha difficoltà ad accettare come riferimento, visto il gap culturale e, in sostanza, politico.

Il semestre italiano di presidenza dell’Unione entra nella fase conclusiva senza fatti o iniziative degne d’essere ricordate, a parte la riunione dei ministri della cultura a Torino, promossa dal nostro Franceschini. Né per i prossimi mesi si vedono proposte degne di catalizzare l’attenzione dei nostri «partner». Non è però il momento della rassegnazione. È il momento di agitare le acque rilanciando una posizione italiana sulle sanzioni alla Russia, sui problemi energetici, sul «dumping» fiscale, sul programma di infrastrutture europee, immaginato negli anni 80 da Delors e mai attuato. Se la fiducia è una componente essenziale della guerra alla recessione, è il momento di sollecitarla, con decise iniziative in Europa, a Bruxelles, a Berlino e a Francoforte. E se il bottiglione (non fiasco) Renzi contiene vino buono, è il momento di versarlo.

Diritto & Rovescio

Diritto & Rovescio

Italia Oggi

Un signore vede che tutti i giorni un dipendente di una multiutility emiliana, anziché andare a lavorare, dopo aver timbrato il cartellino, se ne va al bar dove rimane fin verso mezzogiorno. Poi va a casa a mangiare e, nel pomeriggio, ritorna nel locale al quale è affezionato, per tirare fino a sera. Il cittadino allora manda una lettera alla multiulility che dovrebbe farlo lavorare, spiegando che cosa succede e dicendo che, eventualmente, ha a disposizione i filmati con tanto di orari e località sovraimpresse sulle riprese. Due giorni dopo, il dipendente nullafacente si presenta in casa di chi lo ha denunciato, dicendo, molto semplicemente, che gli «spacca il muso». Il cittadino allora protesta presso la multiutility e si sente rispondere: «Ci spiace, ma il tizio da lei denunciato è violento e per di più è sostenuto dai sindacati». Camusso ha niente da dire? Il filmato è qui.

L’Italia è soffocata da decine di migliaia di parassiti purtroppo in grado di bloccare tutto

L’Italia è soffocata da decine di migliaia di parassiti purtroppo in grado di bloccare tutto

Domenico Cacopardo – Italia Oggi

«E pur si muove!» disse Galileo Galileo, di fronte al Tribunale dell’inquisizione, al termine della rinuncia all’eliocentrismo, a conferma, non raccolta dai clerici parrucconi che lo giudicavano, che la terra ruota intorno al sole. «E pur si muove», possiamo sostenere oggi, con riferimento all’Italia, alla sua situazione politica ed economica. Non è notte e, quindi, non tutti i gatti sono bigi. Certo, di gatti bigi ce ne sono in giro e tanti. Ma qualche gatto bianco o rosso o grigio si vede bene, nel mezzo delle strade o sui marciapiedi più frequentati. Sono manager, imprenditori, dipendenti pubblici, insegnanti, ricercatori, artigiani che, nonostante i legacci in cui sono avvolti, riescono ad andare avanti e a produrre quel di più che caratterizzò, un tempo tutta la società italiana e che ora contraddistingue una minoranza.

Non è il caso di andare alla ricerca delle cause storiche, anche se, nell’attuale situazione, possono bene identificarsi gli irreversibili danni prodotti dalla stagione del ’68 e degli anni ’70. Tra i gatti bianchi, si può serenamente individuare Matteo Renzi. Lo possiamo ben dire, non avendogli risparmiato critiche puntuali su tutto ciò che non andava e non va nella sua personalistica gestione del potere. La verità vera, però, è che il giovanotto dalla parlantina sciolta ha messo in moto la Nazione «politica», quel mondo a sé stante, costituito dalle migliaia di professionisti della politica che ha infestato e infesta Roma, le regioni, le ex-province nella nuova versione, i comuni e le oltre 8.000 società pubbliche che sprecano i soldi dei contribuenti dall’Alpi a Lilibeo.

Una società politica parassitaria, avvinta alle strutture esistenti e incapace di immaginare il percorso necessario per recidere i legami che ci impediscono di essere quelli che fummo, protagonisti di almeno due miracoli economici. La società politica del no: Notav, Noponte, Norigassificatore, Notermovalorizzatore e via dicendo. Un No, dietro il quale si celano interessi pelosi che aspettano, per svanire, congrui benefici da chi può dispensarli. Se si approfondisce, dietro a ogni No, c’è anche un gruppo sociale che spera di trarre utili concreti dal suo No, a spese della comunità nazionale. Certo, è difficile essere ottimisti nell’Italia dei nostri giorni. Eppure, l’ottimismo di cui parliamo non è un confuso sentimento, è una ragionata fiducia nella nostra capacità di esprimere ciò che sappiamo fare nei campi in cui esistiamo.

Da questo punto di vista, Renzi è stato meno salutare, per suoi limiti, di quanto avrebbe potuto essere. Ma ora siamo al dunque, al discrimine tra un prima e un dopo. Il prima scadrà lunedì, nello «show down» alla direzione del Pd, tra i riformatori del «job act» e dell’art. 18, e coloro che, succubi del peso della Cgil e del vecchio che permane, si oppongono. Se Renzi rifiuterà qualsiasi gattopardesco compromesso e vincerà, prima in via Sant’Andrea delle Fratte (sede del Pd) e, indi, in Senato, entreremo nel «dopo», nella stagione – pur contraddittoria – delle riforme che servono, prima e più urgente quella della giustizia, ancora più attuale dopo l’incredibile chiamata di Giorgio Napolitano a testimoniare sulla trattativa Stato-Mafia.

Infatti non è solo l’«attualità e non rinviabilità dei problemi», la sussistenza di questo «nodo essenziale per ridare competitività all’economia» e un «funzionamento è largamente insoddisfacente», tutte parole del presidente alla cerimonia di saluto del Csm uscente. È questione di ristabilimento di corretti rapporti tra poteri dello Stato, da tempo compromessi per un mondo politico colpevole o tremebondo, spesso colpevole e tremebondo. E la restituzione del «servizio giustizia» alle sue ragioni etiche e costituzionali con l’abbandono delle usuali gestioni burocratiche che ci pongono in coda in ogni classifica di settore e consentono l’allargamento delle ipotesi processuali, come nel caso della chiamata di Napolitano a Palermo.

Un magistrato del Consiglio di Stato, anni fa, di fronte all’eliminazione dell’arretrato da parte della 1^ sezione, presieduta da Alfonso Quaranta, ebbe a dirmi, a mo’ di critica: «Un grave errore. L’arretrato è potere.» Insomma, non per Palermo, ma in genere, la perpetuazione all’infinito del giudice processante e del giudice accusante, nel rimirar, compiaciuti, i propri ombelichi. «Usque ad finem».

Tutti precari nell’azienda di Renzi

Tutti precari nell’azienda di Renzi

Bonifacio Borruso – Italia Oggi

Come Matteo Renzi ha annunciato di voler davvero riformare lo Statuto dei lavoratori, «per smettere di discriminare i non garanti», è scattata la corsa a usare le attività dei genitori per dimostrare l’incoerenza pratica del premier: nelle piccole aziende «renziane» non c’è tutta questa voglia di tutelare i giovani. Non c’entra qui l’inchiesta della procura di Genova che, a sei mesi dalla relazione di un perito del tribunale fallimentare, si è ricordata di indagare Tiziano Renzi, padre del segretario Pd, con l’ipotesi di bancarotta fraudolenta per un’azienda operante nel genovese: coincidenza singolare ma comunque coincidenza.
L’attacco s’è concentrato sulla tipologia dell’attività in questione nella società, la Chil, di cui peraltro Renzi è un dirigente in aspettativa, regolarizzato, si osserva, poco prima di diventare presidente della Provincia, così da trasferire l’onere dei contributi previdenziali all’ente pubblico.

Il Fatto quotidiano, domenica scorsa, ha titolato prontamente: «Tiziano Renzi, nella sua azienda tutti precari. Tranne il figlio Matteo». Davide Vecchi, l’autore dell’articolo, parla di un marchio di fabbrica, in quanto anche le due sorelle del premier, che lavorano in un’altra azienda di famiglia, la Eventi 6, sarebbero inquadrate come co.co.co., cioè come collaboratrici coordinate e continuative. Il giornalista del foglio padellarian-travaglian-gomeziano definisce ironicamente questa tipicità contrattuale come «Tiziano Act», che si contrappone, nei fatti e nel privato familiare di Renzi, al Jobs Act del premier. Un modo per dire che Renzi predica bene dal pulpito di Palazzo Chigi e razzola male negli uffici paterni di Rignano sull’Arno (Fi).

Eppure il pezzo di Vecchi cita, correttamente e nel dettaglio, che attività svolgessero e svolgano le società di Renzi senior, della mamma e delle sorelle: la diffusione di giornali, di volantini e di prodotti editoriali. Un’attività che, per definizione, deve svolgersi con contratti a termine. E infatti, come racconta il giornalista, a impegnarvisi erano soprattutto studenti universitari che arrivavano a mettere insieme 400 euro al mese. «Era faticoso perché ci svegliavamo all’alba», racconta al Fatto un ex-lavoratore Chil, dietro richiesta dell’anonimato (sic), «ma per il resto era il classico lavoro da studenti e ci ripagavamo sigarette e qualche uscita di sera». Il contratto «era atipico», insisteva l’intervistatore cercando l’indignazione postuma, e l’altro, di rimando: «Ma era regolare, cioè potevano farlo e fra l’altro devo dire che era onesto perché, oltre al fisso, ci riconosceva una percentuale, seppur minima, su ogni copia che riuscivamo a vendere».

In pratica, secondo il Fatto, babbo Renzi avrebbe dovuto assumere a tempo indeterminato torme di studenti universitari nelle città in cui lavorava. Un nuovo profilo professionale: gli strilloni-impiegati di concetto In questo, però, anche l’Editoriale Il Fatto Spa, di cui è presidente il direttore Antonio Padellaro, e nel cui consiglio di amministrazione siedono Marco Travaglio e Peter Gomez, potrebbe aprire una strada: assumendo a tempo indeterminato, ovunque siano e ovunque scrivano, carta o web, i collaboratori del giornale.

La politica Ue non ha funzionato

La politica Ue non ha funzionato

Stefano Cingolani – Italia Oggi

La Draghinomics è arrivata anche al Parlamento europeo, nutrita di accenti pessimistici sulla congiuntura economica. Del resto, i Paesi dell’euro stanno cadendo nella terza recessione dopo quella del 2008-2009 e quella del 2012. Il presidente della Bce ha ripetuto per ben sei volte la parola riforme strutturali, ma attenzione a non fare il solito giochetto di chi strattona la giacca sartoriale per coprire le proprie magagne. Perché la dottrina Draghi è basata su tre pilastri: una politica monetaria espansiva; una politica fiscale fatta di aggiustamento dei conti pubblici per chi li ha in disordine e di sostegno alla domanda per chi invece ha raggiunto il pareggio; più le riforme a cominciare dal mercato del lavoro, ma non solo. Si può anche dire che il trittico non funziona, ma non si può smontarlo a piacimento. Dunque, per prendere sul serio la Draghinomics bisogna sfatare alcuni luoghi comuni:

1) La ripresa passa per le riforme strutturali. Se vogliamo dire che «passa», ebbene è certamente vero, ma è altrettanto certo che non «parte» da lì. Le riforme sono essenziali per rendere lo sviluppo solido e sostenibile, ma producono effetti benefici dopo almeno tre anni secondo gli studi del Fondo monetario internazionale.

2) Mercato del lavoro, sistema giudiziario, Stato efficiente, leggi favorevoli al business sono le leve della crescita. Può darsi, ma allora come la mettiamo con il Giappone dove si verificano tutte queste condizioni eppure il Paese ristagna da vent’anni?

3) I Paesi che hanno compiuto aggiustamenti più radicali e dolorosi oggi vanno meglio degli altri, soprattutto la Spagna (l’Irlanda non è comparabile perché troppo piccola e diversa come struttura economica). Qui occorre mettere a confronto alcune cifre a costo di essere noiosi. La Spagna cresce dell’1 per cento quest’anno, mentre l’Italia è in recessione. I due Paesi hanno perso nell’ultimo anno ciascuno il 5% di prodotto potenziale (cioè la differenza tra il pil effettivo e quello possibile con il pieno impiego dei fattori) e nessuno dei due ha recuperato il livello esistente prima della crisi. Il bilancio pubblico spagnolo era in pareggio nel periodo 2004-2008, è crollato a -11% nel 2009, ora fa registrare un deficit del 5,6% mentre l’anno prossimo salirà a oltre il 6. L’Italia, lo ricordiamo, era a -3 e oggi è a -2,6 dopo un picco di -5,5% nel 2009; dal 2012 è tornata nei ranghi. Anche dal lato del debito le cose sono andate molto peggio in Spagna. Infatti, prima della crisi aveva un debito pari al 41% del pil, mentre oggi è a 100 e l’anno prossimo arriva a 103, con un peggioramento di oltre 60 punti percentuali. L’Italia parte da 105 e arriva a 133, dunque «appena» 28 punti. In sostanza, Roma ha seguito una politica fiscale tendenzialmente restrittiva, Madrid una fortemente espansiva. La Spagna ora sta rimbalzando mentre l’Italia è piatta, incollata al pavimento. Ciò è conseguenza della svalutazione salariale, perché le retribuzioni in Spagna si sono ridotte e così il costo unitario del lavoro (sempre segno meno dal 2010 con una punta di -4 nel 2012) mentre in Italia no. La disoccupazione spagnola è al 25%, aumentata di sedici punti rispetto al periodo pre-crisi (prima del 2008) mentre quella italiana è al 12,8 (+5,7%). Questo esercito industriale di riserva ha contribuito a schiacciare salari e stipendi. Nella distribuzione del valore aggiunto, ciò ha fatto salire la quota del profitto e ha rimesso in moto gli investimenti, insomma ha dato un giro di manovella alla macchina del capitale. Ma quanto ha inciso il deficit spending? La spesa sociale ha certamente ammortizzato il peso della crisi. La Ue ha consentito l’eccezione spagnola per intercessione di Berlino, il secolare alleato, e perché Madrid ha chiesto aiuto per salvare le proprie banche (37 miliardi di euro dal fondo salva-stati del quale l’Italia è terzo contribuente). La Commissione ha agito bene? No, se si ha il culto delle regole. Sì, per quel senso di compassione umana che supera sempre la ragione economica; del resto Bruxelles non può certo diventare l’unione degli affamatori dei popoli. Ma questo non c’entra nulla con i vizi e le virtù della politica economica. Sarebbe onesto riconoscerlo.

4) I conti in ordine, dunque, favoriscono la crescita, ma non la generano. Sono semmai la condizione per usare il bilancio dello Stato come stimolo alla congiuntura e come strumento di distribuzione dei redditi.

5) Per ridurre il debito, davvero l’unica via è un avanzo nel bilancio primario (al netto degli interessi), come recita il Fiscal compact? Solo se è accompagnato da una crescita del prodotto lordo costante e sufficientemente elevata. Inoltre, una riduzione generalizzata dei prezzi (la deflazione) è in grado di annullare gli effetti «risanatori» di una politica fiscale rigorosa.

6) La Banca centrale europea ha stampato troppa moneta? Il bilancio della Bce ha toccato il picco di duemila miliardi di euro nel 2012, poi è sceso del 50%; quello della Federal Reserve è arrivato a 4.400 miliardi di dollari e continua a crescere. C’è un limite alla politica monetaria e lo ha dimostrato il fallimento della prima tranche di Tltro. Tuttavia il passo falso dipende dal fatto che i prestiti sono ritagliati sulle esigenze del mondo bancario; l’Eurotower resta la banca delle banche, mentre dovrebbe diventare la banca dell’intero sistema, acquistando sul mercato titoli privati e pubblici.

Conclusione: le politiche della Ue non hanno funzionato. Ripeterle con una sorta di reazione pavloviana sarebbe colpevole, gli americani hanno ragione da vendere. Oggi ci vuole un intervento coordinato di politica economica muovendo in modo sincronizzato le tre leve indicate da Draghi (moneta, fisco e riforme). Berlino non ci sta e va per conto suo? A questo punto è la Germania che va sanzionata. Se questa è una Unione e se alla guida ci sono uomini, non solo pupazzi.

Allargare i diritti, ma quali?

Allargare i diritti, ma quali?

Domenico Cacopardo – Italia Oggi

Non c’è stato nessuno, nei media, che abbia chiesto a qualche esponente della minoranza del Pd: «Quali diritti intendeste allargare? Sostenete che invece di toccare l’art. 18 dobbiamo allargare l’area dei diritti dei lavoratori, spiegateci in cosa consiste la vostra proposta». Secondo me, l’interpellato farfuglierebbe qualche parola in puro politichese. Infatti, si tratta di una bugia bella e buona, annunciata con aria pensosa, proprio per confondere le acque di una discussione che, in realtà, è abbastanza semplice e riguarda l’allentamento delle rigidità dello statuto dei lavoratori, che impediscono all’imprenditore di avere fiducia e di assumere.

I diritti dei lavoratori sono diritti di libertà (sindacale e politica), di sicurezza sociale (assenze pagate), di retribuzione. Tutti, proprio tutti comportano costi per le aziende. «Allargare i diritti dei lavoratori», quindi, significa aggravare i costi del lavoro. Punto. Basterebbe questa constatazione per tappare la bocca ai confusi esponenti delle varie minoranze del Pd, in concorrenza tra loro, pronte, in alcuni casi, a ingrossare le file del vincitore. Alle loro spalle c’è il colosso d’argilla, l’organizzazione che da condizionata dal partito, ne è diventata la condizionatrice: la Cigl. Essa, è il riferimento politico e organizzativo di gran parte della minoranza del Pd, legata mani e piedi al sindacato e alla congerie di soggetti che fanno capo a esso, compresa la cooperazione. Come dimostra la posizione del «riformista d’un mese» Giuliano Poletti, ministro del lavoro e delle politiche sociali.

L’allargamento dei diritti, in un periodo di drammatica crisi come l’attuale, allontanerebbe ogni idea di ripresa, a meno che, scartellando da ogni impegno europeo lo Stato non si desse ad assumere, caricando, ulteriormente, sulla collettività i costi del disastro. Del resto, lo stolido Cofferati si dichiara in questi giorni neokeynesiano e propone un vasto piano di investimenti per recuperare posti di lavoro e rilanciare l’economia. Non lo sfiora il dubbio che i soldi non ci sono; se ci fossero mancano i progetti; e se tutto fosse pronto e disponibile dovremmo muoverci negli angusti spazi concessici dall’Unione europea.

A nessuno al mondo che abbia avuto esperienze produttive, in qualsiasi posizione, verrebbe in mente di rendere ancora più problematiche le assunzioni, lasciando a spasso, senza speranze, per le nostre piazze i giovani, poco qualificati dalla scuola, che vi soggiornano. A nessuno, sano di mente, verrebbe in mente di allargare il ruolo dell’autorità giudiziaria (che è il garante dei diritti) dandole ulteriori facoltà di intervenire nelle gestioni aziendali. Se, quindi, è così intuitivo che «allargare i diritti» è una formula senza costrutto, una follia comunicazionale, perché gente che, per altri versi, conosciamo come ragionevole e posata, la adotta come una bandiera?

Pensiamo a Bersani, solido, spietato burocrate dell’ex Pci, dotato di una naturale bonarietà. Pensiamo al raziocinante Cuperlo, prezioso consigliere alla presidenza del consiglio in anni non lontani, e a tanti altri che si prodigano su questo terreno dichiarando a destra e a manca che il problema non è l’abolizione dell’art. 18, ma, appunto, l’allargamento dei diritti. Se questo accade, non accade per caso. Dalle parti della sinistra Pd, si è capito che quella sull’art. 18 è la madre di tutte le battaglie del renzismo. La sua vittoria determinerebbe la fine di quel poco o tanto di potere che la Cgil esercita ancora nelle aziende, e, per li rami, le possibili influenze che gli eredi di quella che fu una grande armata, il Pci, riescono ancora ad avere sul mondo produttivo nazionale. Probabilmente, lo sa anche la massa dei disoccupati che l’«allargamento dei diritti» è una bugia che può solo prolungare il loro tragico stato rendendolo permanente. Meglio spazzarla via dalla scena il prima possibile.

L’articolo 18 protegge anche fannulloni e ladri

L’articolo 18 protegge anche fannulloni e ladri

Massimo Tosti – Italia Oggi

Coloro i quali hanno superato i 60 probabilmente ricorderanno un film (del 1970) intitolato comma 22, tratto da un romanzo di successo. Un capitano dell’aviazione americana impegnata nel Mediterraneo durante la Seconda guerra mondiale (sconvolto dalla morte di tanti compagni d’armi, e non trovando alcun senso nella guerra) tenta di farsi esonerare dal servizio, facendosi passare per pazzo, ma viene bloccato dal Comma 22 del regolamento che recita: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo». Ecco, capita qualcosa del genere con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che prevede il reintegro dei licenziati in Italia. Le aziende in difficoltà non possono licenziare nessuno (neppure gli assenteisti cronici), ma senza questa possibilità molte aziende oggi sono in affanno e, fra l’altro, non riescono a sostituire i fannulloni (o i ladri) con uno dei milioni di giovani condannati alla disoccupazione perenne. Il cane si morde la coda, esattamente come nella regola prevista nel film.

L’articolo 18 che affida ai giudici la decisione di reintegrare i reprobi nel posto di lavoro è oggetto di scontri viscerali dal 1970 (l’anno in cui lo Statuto dei lavoratori divenne legge dello Stato). Quel comma è un totem (e un tabù) da allora. Oggi, sull’articolo 18, si giova il futuro del Pd (e dell’Italia). L’anima (di minoranza) del Partito democratico che rivendica le proprie origini comuniste ha annunciato una possibile scissione anti-Renzi. Alle prossime elezioni il Pd nostalgico del passato potrebbe coalizzarsi con Sel e spezzoni di 5 Stelle, mentre quello renziano potrebbe rinforzare il patto con il centrodestra (inclusa Forza Italia). Il risultato (probabile) è che il vecchio Pd perda le elezioni lasciando campo libero a Renzi per realizzare le sue riforme, lo «svolta» Italia e lo «sblocca» Italia. Rosy Bindi ha lanciato l’anatema contro il premier, definendolo l’erede di Margareth Thatcher e dimenticando (di proposito) Tony Blair, il laburista che seguì il percorso avviato dalla lady di ferro. Perché altrove la sinistra ha saputo rinnovarsi, abbandonando i totem e le ideologie spazzate via dalla storia.

L’unilateralità sindacale, fucina di infiniti privilegi

L’unilateralità sindacale, fucina di infiniti privilegi

Sergio Soave – Italia Oggi

Ancora una volta la questione del diritto del lavoro si presenta come quella più ostica da governare per la sinistra italiana. L’onda lunga del ’68 italiano ha prodotto una saldatura tra i settori radicali del sindacalismo (non necessariamente sempre della Cgil, se ci si ricorda dell’egualitarismo originario di Pierre Carniti) e i giovani magistrati del lavoro, che hanno applicato per decenni in modo unilaterale e creativo le norme dello Statuto in base al principio, proclamato apertamente, che il dipendente ha sempre ragione e se la legge non lo dice bisogna interpretarla in modo da farglielo dire.

Naturalmente alla base c’era l’idea di un risarcimento per decenni di discriminazione antisindacale e anticomunista nelle fabbriche, ma la risposta a una esigenza giusta si è trasformata in una nuova gabbia che ha portato a una stratificazione straordinaria del lavoro, minando alla base lo stesso principio di solidarietà sociale che è alla base del sindacalismo confederale.

La difesa dello status quo del mercato del lavoro è passata per diverse fasi, compresa quella degli attentati terroristici contro le agenzie di collocamento non più pubbliche (dopo che una vertenza europea contro il monopolio statale del collocamento era stata vinta da Pietro Ichino, che si era fatto le ossa nell’ufficio legale della Cgil milanese). I tentativi successivi, quello di Massimo D’Antona sostenuto da Antonio Bassolino ministro del lavoro di Massimo D’Alema e di Marco Biagi, sostenuto da Roberto Maroni nel governo di Silvio Berlusconi, come è noto, provocarono tragici crimini terroristici. Di tutt’altra natura, naturalmente, la risposta di massa della Cgil di Sergio Cofferati, pacifica e democratica ma connotata dall’idea di fondo del riformismo novecentesco, secondo cui c’è una freccia della storia che segna il progresso nelle condizioni di lavoro, il che implica che le differenziazioni rappresentano solo le conquiste già ottenute da alcuni destinate a essere estese a tutti. La realtà ha dimostrato che le cose non stanno così, che i vantaggi di alcuni vengono pagati da altri e così diventano privilegi, ma è proprio su questo giudizio di fondo che la sinistra italiana non riesce a concordare, come quella francese sull’inutilità della riduzione dell’orario a 35 ore, il che finisce col costruire steccati ideologici che rendono o inefficace l’azione dei governi o irrilevante la protesta dei sindacati o riescono nel capolavoro di mettere insieme l’insuccesso di ambedue le parti in causa.

Renzi è un vero fenomeno da baraccone, premier superfluo e indispensabile allo stesso tempo

Renzi è un vero fenomeno da baraccone, premier superfluo e indispensabile allo stesso tempo

Ishmael – Italia Oggi

Sostiene Matteo Renzi che, per «recuperare il tempo perduto», servono almeno «mille giorni». Con meno, non ce la si fa. Mille è il minimo, e chi lo nega è un gufo o un rosicone. Dipendesse da lui, dipendesse dalle sue maniche rimboccate, o dai bambini delle scuole elementari che gli rivolgono (povere creature) domande compiacenti e salameleccose suggerite dalla signora maestra o dal signor direttore, il signor premier farebbe anche più in fretta. Ma il mondo è pieno di brutti ceffi: di «benaltristi», per esempio, e di miscredenti, i quali negano che negli 80 euro si siano incarnate insieme la Giustizia Sociale e la Provvidenza Divina – l’una onnipotente, l’altra misericordiosa.

Mezzo parlamento gli si è rivoltato contro? Renzi ha illustrato il suo «programma dei mille giorni» senza entrare nei dettagli e, in buona sostanza, senza illustrare alcunché ma distribuendo, in compenso, potenti sganassoni ai suoi nemici e avversari. Costoro, invece d’incassare in silenzio, hanno risposto leccando gelati, pazziando e fischiando, agitando bandiere. Dispiace dar loro ragione, perché gli avversari del premier sono i soliti, irriducibili nemici della ragione: Movimento 5 Stelle, ex comunisti, post dicì de sinistra, berlusconiani di scuola falchesca.

A costoro vien voglia di dare sempre torto, per partito preso e a prescindere, nella certezza che, come parlano, i politici e gli antipolitici provocano catastrofi. Sempre nel torto, costoro hanno tuttavia ragione a non poterne più dell’esecutivo, il più vanaglorioso e frivolo della storia repubblicana, di fronte al quale si scappella, riconoscendone il primato, persino l’intero corpo di ballo del bunga bunga, da Nicole Minetti e Ruby «Rubacuori» in giù. Eppure anche Renzi non ha torto quando se la prende con tutta questa genia di benaltristi e rosiconi. È il primo leader italiano dai tempi di Craxi a sfidare apertamente i magistrati e la nomenklatura sindacale. Nessun rosicone, gufo o benaltrista aveva mai osato tanto.

Forse Renzi è un millantatore quando assicura che cambierà l’Italia in capo a mille giorni da oggi. Ma gli ex democristiani di sinistra e i post comunisti li ha rottamati davvero, e mica tra mille giorni, ma cinque o sei mesi fa, e definitivamente. Renzi è una specie di fenomeno da baraccone. Riesce a essere un premier superfluo e indispensabile nello stesso tempo. Non so come ce ne sbarazzeremo. E neanche se ce ne sbarazzeremo.

Fmi: l’Europa è destinata ad una stagnazione secolare

Fmi: l’Europa è destinata ad una stagnazione secolare

Massimo Tosti – Italia Oggi

Matteo Renzi, che vede corvi dappertutto, adesso ne ha trovato uno (autorevolissimo) che in qualche modo lo assolve, condannando però l’intero continente. E questo non ci consola affatto. Il Fondo Monetario Internazionale ha celebrato i funerali dell’Ue: «L’Europa», ha sentenziato, «rischia una stagnazione secolare». Se vogliamo confidare nel futuro, facciamo le valigie e trasferiamoci in Cina, o in India. L’Europa affonda, e tornerà in superficie nel 2200 e rotti.

Chi conosce la storia non si stupisce. In principio fu la Cina; poi toccò alla Mesopotamia (Sumeri, Babilonesi); quindi fu l’epoca degli egiziani, poi dei greci e dei romani. Nell’anno Mille gli arabi conquistarono parte dell’Europa. Dal Rinascimento ad oggi è stato il Vecchio continente a guidare le danze. I cicli storici si susseguono uno all’altro, e ogni volta c’è una fetta del mondo che prende il sopravvento sulle altre. La globalizzazione ha favorito lo sviluppo di quello che fino a qualche decennio fa definivamo (con un pizzico di disprezzo politicamente scorretto) il Terzo Mondo. E di qui al prossimo secolo sarà proprio il Terzo Mondo (ex paesi in via di sviluppo) a dettare le regole economiche e sociali del pianeta. Dobbiamo farcene una ragione, e correre (per quanto possibile, individualmente: tutti insieme non c’è spazio) ai ripari. Fra pochi anni (meno di dieci) la Cina diventerà la principale potenza economica del mondo, seguita dall’India. Noi europei scaleremo al terzo posto, dietro gli Stati Uniti (boccheggianti). Saranno gli altri a dettare a noi le regole, e non viceversa, come è accaduto di recente.

Siamo un continente malato di vecchiaia, che non ce la fa a reggere le sfide dei Paesi arrembanti, che dimostrano energia e capacità di innovazione di gran lunga superiori alle nostre. Il mondo 2.0 sarà dominato da loro. Ci colonizzeranno, lasciandoci le briciole del progresso in arrivo. Auguriamoci che siano più generosi con noi di quanto noi lo siamo stati in passato con loro. Ma la partita è persa, come afferma il Fondo Monetario Internazionale: noi diventiamo i paria del mondo, e l’euro è destinato al ruolo di una moneta marginale rispetto allo yuan e alle rupie. E Angela Merkel sarà costretta a spogliarsi dei tailleur del potere.