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Gli italiani vedono nero: ancora 5 anni di crisi

Gli italiani vedono nero: ancora 5 anni di crisi

Rosaria Amato – La Repubblica

Più soddisfatti dei propri redditi ma solo perché hanno imparato ad accontentarsi di poco e a stringere la cinghia, fortemente delusi dall’euro ma europeisti perché prevale la sfiducia verso le istituzioni nazionali, più ottimisti ma solo perché si sono rassegnati: gli italiani ormai considerano la crisi economica come una situazione quasi stabile, si aspettano di venirne fuori almeno tra cinque anni.

Dall’indagine Ipsos-Acri, presentata come ogni anno alla vigilia della Giornata Mondiale del Risparmio, emergono diversi aspetti positivi, che farebbero quasi pensare alla “luce fuori dal tunnel” di cui nessuno negli ultimi mesi si azzarda più a parlare. Eppure, guardando meglio i dati del sondaggio, le percentuali positive in rialzo sembrano più frutto di adattamento a uno stile di vita decisamente peggiorato rispetto al passato che di un rinato ottimismo. Infatti l’87% degli italiani pensa che la crisi sia ancora “molto grave”. Però è in recupero la fiducia nelle prospettive personali: ottimista il 24% contro il 21% di sfiduciati, percentuali ribaltate rispetto al 2013. Gli italiani non se la prendono con l’Europa (rimane favorevole all’Unione il 51%), anche se il 74% si dichiara insoddisfatto dall’euro. Però le colpe della crisi sono attribuite ai politici di casa nostra: il 56% ritiene che la situazione attuale sia dovuta al malgoverno e alle mancate riforme, appena il 5% dà la colpa alla Ue. Inoltre gli italiani convinti che tra 20 anni essere nell’euro sarà un vantaggio salgono dal 47 al 52%. La sfiducia nella nostra classe dirigente è tale che la maggioranza degli intervistati dall’Ipsos, il 66%, è pronto a delegare la tutela del risparmio all’Unione Bancaria europea, anche se poi solo il 7% sa veramente di cosa si tratta.

Sulla gestione di consumi e risparmi le famiglie, così impoverite che una su quattro non riuscirebbe a far fronte a una spesa imprevista di 1000 euro, hanno da tempo attuato una strategia difensiva. Tutti, anche i più abbienti, hanno rivisto al ribasso i propri consumi: viaggi e vacanze sono stati ridotti dal 60% degli italiani, la frequenza dei ristoranti è calata per il 59%, quella agli spettacoli per il 55%, tagli anche nell’abbigliamento, solo la spesa per i farmaci è rimasta invariata.

Rispetto al 2013 è aumentata la percentuale di chi preferisce investire sulla qualità della vita attuale (42% contro il precedente 39%), anche se la maggioranza (54%) investe pensando al futuro. E infatti gli italiani continuano a risparmiare: il 46% dichiara di non dormire tranquillo se non mette qualcosa da parte, solo l’8% si dichiara allegramente cicala. Però l’utilizzo di questo risparmio è molto cambiato rispetto al passato: due intervistati su tre scelgono la liquidità, crescono i sottoscrittori di polizze assicurative e fondi pensione, risalgono lievemente titoli di Stato e anche le azioni. Ma soprattutto il mattone non ha mai avuto così poco appeal: se nel 2004 era la scelta preferita dal 70% degli italiani, adesso la percentuale è scesa al 24%, il minimo storico dall’inizio dell’indagine, il 2001.

Aprire un’impresa è più facile ma il fisco resta un labirinto

Aprire un’impresa è più facile ma il fisco resta un labirinto

Alessandro Barbera – La Stampa

Nel dibattito italiano, quello nel quale le parole prendono spesso il sopravvento su fatti e numeri, le cause della crisi sembrano essersi trasformate in una variabile indipendente. La domanda non riparte, gli imprenditori non investono, e capita di sentir dire che la responsabilità è tutta degli austeri tedeschi, della gabbia dell’euro, dei burocrati di Bruxelles. Poi arrivano le classifiche internazionali, quelle che periodicamente costringono a riportare la realtà alla sua rappresentazione più semplice e noiosa.

Ad esempio: quante ore deve dedicare agli adempimenti fiscali un imprenditore? Domanda cruciale per chi fa impresa, piccola o grande che sia: più salgono le ore, più aumentano i costi dei consulenti, più è difficile fare previsioni sulle percentuale di utili o perdite alla fine dell’anno. Ebbene, in Italia ci vogliono ancora 269 ore l’anno, in Germania 218, in Spagna 167. Nella Francia di François Hollande, non propriamente un bengodi per gli investitori, ne bastano la metà: 137. In Gran Bretagna scendiamo a 110. Ancora: quanti pagamenti fiscali deve fare mediamente un imprenditore italiano rispetto ad un collega europeo? Fra tasse locali, addizionali, Irap, Ires si arriva a quindici l’anno. In Germania ne sono sufficienti nove, in Francia, Spagna e Gran Bretagna otto. In passato la classifica «Doing Business» della Banca Mondiale è stata oggetto di critiche per quel «total tax rate» che calcola la pressione fiscale delle imprese italiane fino al 65,4 per cento dei profitti; poco di meno della Francia (al 66,6 per cento), diciassette punti in più della Germania (48,8 per cento), il doppio della Gran Bretagna, ferma al 33 per cento. Ad alcuni sembrano numeri spropositati, se non altro perché la pressione fiscale calcolata dagli istituti di statistica è più bassa. Ma quel dato riguarda il peso della tassazione sui profitti d’impresa, che è cosa diversa dalla pressione fiscale nel suo complesso. In ogni caso «Doing Business» è ormai lo strumento più completo per chi vuole confrontare il fare impresa in giro per il mondo.

L’ultimo rapporto conferma i mali italiani ma offre anche alcune speranze. I tempi per avviare una nuova attività, ad esempio: nel giro di due anni l’Italia ha recuperato 44 posizioni e si è classificata 46esima su 189 Paesi. Merito fra gli altri – così dice l’Ordine dei Notai – della trasmissione telematica degli atti. O ancora la tutela degli azionisti di minoranza nelle società di capitali: l’anno scorso la Banca Mondiale ci ha classificati 21esimi, trenta posizioni sopra la Germania.

Le buone nuove finiscono qui. Il resto conferma le peggior impressioni, basti un rapido confronto sull’asse Roma-Berlino. Prendiamo le formalità burocratiche da espletare per una licenza edilizia: l’Italia si classifica al 116 posto, la Germania all’ottavo. Per chiudere una pratica in Italia sono necessari mediamente 233 giorni, in Germania ne bastano 96. Accesso all’energia elettrica: l’Italia è 102esima, la Germania terza. Se per un allaccio una impresa italiana aspetta mediamente 124 giorni, chi vuole aprire uno stabilimento nelle pianure tedesche avrà il sì in 28. Accesso al credito: Italia 89esima, Germania 23esima. Trasferimento della proprietà immobiliare: Germania 41esima, Italia 89esima. Quando il piazzamento italiano non è pessimo, i tedeschi svettano. È il caso della voce «apertura e chiusura delle procedure fallimentari»: in Italia sono necessari mediamente un anno e otto mesi (29esimi), in Germania un anno e due mesi (terza nel ranking). Come tutte le classifiche «Doing Business» ha i suoi limiti. Scoprire che la grande malata d’Europa – la Francia – sia l’unico dei grandi Paesi europei a risalire la classifica (dal 33esimo al 31esimo posto) può sembrare strano. Le classifiche valgono per quel che offrono, ma constatare che l’Italia è 56esima, quattro posti più in basso del 2014 fra Turchia e Bielorussia, non è incoraggiante.

I colpi sotto la cintura del sindacato

I colpi sotto la cintura del sindacato

Gaetano Pedullà – La Notizia

Ripetere cento volte una menzogna non la farà diventare verità. Ma per Camusso, Landini e compagni non ci sono dubbi: «Il Presidente del Consiglio dovrebbe provare ad abbassare i manganelli dell’ordine pubblico» ha detto la segretaria Cgil, come se la decisione di manganellare i lavoratori delle acciaierie di Terni fosse partita dal Governo. Ora a Renzi si possono fare molte critiche, ma travestito da picchiatore folle non è facile immaginarlo nemmeno a carnevale. E allora bisogna rafforzare la menzogna. Il leader delle tute blu ammonisce: «Non si ripeta più». E i metalmeccanici della Fiom proclamano 8 ore di sciopero generale. Le manganellate nello scontro della politica volano anche sotto la cintura. Il giochino però è chiaro: c’è una parte di questo Paese che le riforme non le vuole. Dunque bisogna togliere al premier l’abito del rottamatore per fargli indossare quello dello squadrista, del garante dei poteri forti, del nemico dei lavoratori. Siamo con le pezze al sedere, ma invece di tirare tutti insieme la carretta, in questo povero Paese c’è un sindacato che non sa fare altro se non frenare e denigrare. Dove ci hanno portato questi signori è sotto gli occhi di tutti.

Meno società e più asili

Meno società e più asili

Pierfrancesco De Robertis – La Nazione

Il governo chiede di ridurre e riorganizzare la spesa degli enti locali, e per tutta risposta da governatori e Sindaci riceve sempre la solita risposta: se ci date meno soldi taglieremo i servizi. I Sindaci tagliano gli asili, i presidenti di Regione i posti letto. Eppure i Sindaci, come i governatori, più di una cosa da «farsi perdonare» ce l’hanno. Ma nessuno, di fronte all’esigenza di rimodulazione della spesa, offre la propria disponibilità a mettere in gioco qualcosa di ciò che si è conquistato negli anni. Tutti invocano i sacrifici, basta che a farli siano gli altri. Vecchia storia, vecchia Italia.

Nei Comuni non ci sono i Fiorito che hanno spopolato nei consigli regionali, certo, ma i margini di risparmi possibili sono notevoli. Prendiamo per esempio il caso delle società municipalizzate e la proposta di eliminare i piccoli Comuni, quelli sotto i mille o duemila abitanti, per accorparli ai più grandi. Avete sentito qualche Sindaco proporre l’eliminazione di una partecipata invece di un asilo nido? O qualche Sindaco di un piccolo Comune dire che in fondo se si fosse unito a quello vicino, sacrificando quindi la propria poltrona, forse i soldi risparmiati sarebbero stati indirizzati all’assistenza domiciliare per i non autosufficienti? Nel caso segnalatecelo.

I Sindaci negli ultimi tempi hanno goduto di una «stampa» migliore rispetto alle Regioni o alle semi-defunte se pur ancora vivissime province, ma a ben guardare non sono immuni dall’accusa di sprechi. L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli aveva indicato in 34 miliardi all’anno il risparmio possibile dalla riduzione delle partecipate, dalle attuali 8mila a circa mille, e delle 8mila quasi tutte erano nei Comuni (le Regioni ne hanno in tutto meno di 500). Cottarelli aveva consigliato al governo di inserire nella legge di Stabilità l’obbligo del taglio, ma poi tutto è sparito nel nulla, e i Sindaci si sono ben guardati dal ritirar fuori la cosa: municipalizzate vogliono dire posti nei cda, nomine, potere e sottopotere. Stessa cosa per i piccoli Comuni. Tremonti decise di eliminarli: rivolta generale e marcia indietro. Anche lì i tre-quattromila Comuni di troppo significano tre-quattromila Sindaci, qualche decina ai migliaia di assessori e via dicendo. Guai toccarli. Se poi saltano gli asili chissenefrega.

Le tessere sindacali sono gonfiate

Le tessere sindacali sono gonfiate

Cesare Maffi – Italia Oggi

La polemica sui tesserati pretesamente falsi della Cgil ha riportato l’attenzione sui numeri milionari, ma altresì un po’ ballerini, degli iscritti ai sindacati. L’ultimo intervento al riguardo risale al febbraio 2012, quando una confederazione autonoma, la Confsal, denunciò la forte discrepanza esistente fra pensionati sindacalizzati certificati dall’Inps e pensionati dichiarati come iscritti dalle centrali sindacali. ItaliaOggi ne diede notizia (23 febbraio 2012): «Sindacati, oltre 3 milioni di tessere gonfiate». Quasi un milione e mezzo di differenza era riscontrato fra dati ufficiali e dati sindacali, con un’accentuata discordanza per l’Ugl. Ovviamente le altre confederazioni elevarono fiere proteste, in particolare appunto l’Ugl. A proposito di quest’ultima confederazione, sarà opportuno ricordare un curioso precedente.

Negli anni sessanta il Corriere della Sera, in un’inchiesta dedicata alle confederazioni sindacali, sparò una cifra: un milione di lavoratori era organizzato dalla Cisnal (la progenitrice dell’Ugl). Ovviamente i dirigenti della Cisnal furono ben lieti del numero attestato da una fonte autorevole, ma si trovarono in imbarazzo negli anni successivi. Infatti non poterono né serbare intatto quel livello né, ancor meno, denunciare una cifra minore. Furono quindi costretti a far lievitare i propri iscritti (quelli denunciati pubblicamente, non quelli veri), fino a raggiungere, sotto Renata Polverini, cifre plurimilionarie, che il segretario della Uil con un amichevole rabbuffo alla collega definì fantasiose.

Se nel settore pubblico vi sono dati di riferimento più solidi, come le deleghe sindacali o i voti nelle elezioni interne (questi ultimi non riguardano i soli tesserati), nel settore privato non può esservi alcuna certezza. Ecco quindi le differenze, di quando in quando ribadite, fra cifre denunciate per un fine e cifre segnalate per un altro. Un fatto è certo: la forza numerica dei sindacati dei lavoratori sta negli ex lavoratori, vale a dire nei pensionati.

L’inghippo sta nelle deleghe rilasciate dai pensionati nel momento in cui lasciano il lavoro: permettono l’automatica riscossione mensile sui ratei di pensione, attuata dall’Inps. Un esperto come pochi altri di faccende sindacali, quale Giuliano Cazzola, ha già indicato la strada per affamare le centrali sindacali: vietare all’Inps la riscossione permanente delle deleghe sindacali (ItaliaOggi, 17 ottobre). Obbligare a deleghe rilasciate anno per anno vorrebbe dire, fuor di dubbio, fornire il destro a centinaia di migliaia di pensionati di revocare, di fatto, l’autorizzazione a riscuotere i contributi sindacali.

Troppe tasse sulle casse private

Troppe tasse sulle casse private

Italia Oggi

La legge di Stabilità 2014 non perdona le Casse di previdenza private. Almeno nella stesura bollinata dalla Ragioneria di Stato e ora in discussione in Parlamento, la politica di maggiore spending del governo Renzi viene finanziata anche da un prelievo maggiore nel settore della previdenza a favore dei liberi professionisti, le cui rendite vengono tosate presumibilmente al 26%. Se fosse così, la tassazione avrebbe avuto una escalation senza precedenti nella storia sociale del nostro Paese: dall’11,5%, poi al 12,5%, poi al 20% con il Governo Monti e ora in predicato di schizzare al 26%. Casse strizzate il doppio nel giro di pochissimi anni.

«È chiaramente negativo il mio giudizio sui provvedimenti che il Governo è intenzionato ad adottare», afferma Valerio Bignami, presidente Eppi, che giudica con decisione il testo della manovra in approvazione. Non solo non si elimina il sistema di «doppia tassazione», non solo non si armonizza la tassazione sui rendimenti finanziari tra le Casse di previdenza private e i Fondi pensione complementari al 13% come ipotizzato solo quest’estate dal ministro del Welfare Poletti, non solo non si diminuisce l’imposizione fiscale, ma la si aumenta in modo considerevole. «È sconcertante e assolutamente imbarazzante», continua Bignami, «constatare che, ancora una volta, abbiamo un Governo il quale, invece di operare provvedimenti strutturali di vero e profondo mutamento, opta per scelte episodiche di emergenza che mai potranno contribuire al cambiamento radicale invocato dal presidente del consiglio Matteo Renzi. È come sparare sulla Croce rossa». Le conseguenze di una maggiore tassazione sono evidenti nell’intervista al professor Paolo de Angelis, uno dei relatori al prossimo Congresso straordinario dei periti industriali, che spiega come minori rendite comportano un sostanziale addio alle politiche di maggior adeguatezza delle pensioni.

Hai voglia a dire che il metodo contributivo non è generoso: se il governo taglia le rendite, le pensioni dei liberi professionisti resteranno a livelli al limite della dignità. Il sottosegretario all’Economia Baretta getta acqua sul fuoco, auspica un dibattito in Parlamento e insomma fa il suo mestiere: se i conti sono in difficoltà, bisogna raddrizzarli in qualche modo. Però, semplificando la questione, tagliare i fondi del Welfare significa bruciare i mobili di casa per ripararsi dal freddo: dopo che cosa rimane da fare? Quei soldi tagliati andrebbero non soltanto a sostenere le pensioni dei liberi professionisti, ma anche a finanziare politiche di investimento nell’economia reale: comporta avere meno risorse per far ripartire l’economia, oltre, ovviamente, ad inasprire gli animi. «Riguardo il sistema di tassazione doppio su contributi e pensioni, conclude Bignami, ritengo sia giunto il momento di rivolgersi alla Corte di giustizia europea, affinché il sistema fiscale verso le Casse di previdenza, assolutamente unico in Europa, venga finalmente dichiarato illegittimo».

Can che abbaia

Can che abbaia

Enrico Cisnetto – Il Foglio

In Europa abbiamo perso 2-0. Ora non commettiamo l’errore di far finta che non sia così, altrimenti sarà impossibile metterci rimedio e continueremo a perdere. Di quale partita sto parlando? Di quella che misura il peso specifico dell’Italia nell’eurosistema. In particolare, i due gol li abbiamo beccati sul terreno del nostro potere decisionale sulle politiche di bilancio e su quello del sistema bancario e gli obblighi che è costretto a contrarre.

Che il primo sia un gol a tutti gli effetti lo ha certificato un arbitro di vaglia come Jean-Paul Fitoussi: Italia e Francia non hanno affatto rotto gli schemi di gioco di Bruxelles, anzi, si sono fatte imporre i vincoli europei molto più di quanto abbiano raccontato ai propri cittadini. E non è tanto o solo questione di numeri. Infatti, che la correzione dei conti rispetto al mezzo punto percentuale previsto dall’Europa sia stata dello 0,33 come dice il Tesoro o dello 0,38 come sostiene chi ha rifatto i calcoli, poco cambia: 17 o 12 decimi di punto che sia, non siamo certo di fronte non dico a una rottura, ma neppure a una significativa presa di posizione. Non abbiamo detto, come pure i francesi: noi facciamo così, poi ne riparliamo. O meglio, questo abbiamo raccontato in casa di averlo detto, per mostrare muscoli che in realtà non abbiamo o che comunque non usiamo oltre confine. Al contrario, abbiamo negoziato per ridimensionare una forzatura che già era meno importante di quanto non fosse stato fatte immaginare con le solite slide, e che strada facendo è diventata ancor meno significativa. Alla fine lo scarto sul deficit programmato è troppo per passare inosservato e poco per determinare un cambio di linea, rispetto a quella a marchio tedesco dell’austerità.

Ma proprio perché abbiamo provocato – il cane che abbaia dà fastidio anche se non morde – è arrivato il secondo gol: le bocciature agli stress test bancari. Nove banche sulle 25 mandate in purgatorio, 4 (poi scese a 2) su 13 quelle bocciate, significa che è stato acclarato che un terzo dei problemi del sistema bancario europeo è tricolore. Possibile? Ragionevolmente no. A parte le considerazioni da me svolte in questa sede venerdì scorso sull’inopportunità di procedere a un pubblico lavacro di questo genere quando nel sistema finanziario mondiale ci sono problemi di ben maggiore portata e pericolosità (oggi nel mondo c’è il 25 per cento in più della massa di derivati esistenti nel 2008 al momento della scoppio della grande crisi) e quando sarebbe stato sufficiente ricorrere a una più silenziosa ma ben più efficace azione di moral suasion, basta mettere in fila alcune questioni per capire che l’operazione stress test richiedeva ben altra attenzione e attività lobbistica da parte del governo di Roma.

Quali? Prima di tutto il trattamento concesso alla Germania: le casse dei Lander non erano tra le 131 banche europee esaminate, non ha importato a nessuno che il 70 per cento degli attivi degli istituti tedeschi sia relativo a rischi finanziari (per quelli italiani è circa il 40 per cento) e solo il rimanente riguardi impieghi rivolti a imprese e famiglie, ma soprattutto non si è tenuto per nulla conto dei 250 miliardi spesi a sostegno del sistema bancario tedesco dal 2008 a oggi. A fronte, per esempio, del quasi nulla (i bond dati al Paschi, per di più al tasso usuraio del 9 per cento, e già quasi del tutto restituiti) dato dall’Italia alle sue banche. Se poi a questo si aggiungono le diverse modalità di giudizio usate, sapendo che il patrimonio dipende da come lo calcoli (se fossero stati usati i dati 2014 anziché quelli dell’anno precedente, Mps e Carige non sarebbero state bocciate) e a quali elementi lo parametri, ecco che ne esce un quadro di disparità in cui come minimo c’è disparità di trattamento tra nord e sud dell’Europa, se non proprio un trattamento specifico per l’Italia.

Di fronte a queste considerazioni, che era possibile fare da tempo se solo si fosse posta un po’ di attenzione a un tema così delicato, forse avremmo potuto far presente le buone ragioni italiane, e se del caso anche alzare la voce. Anche perché, siccome tutta questa “ammuina” è stata fatta per arrivare al (lodevole) obiettivo del mercato bancario unico europeo, una volta fatta l’integrazione poi non si può più tornare indietro. Qualcuno faccia il calcolo di cosa ci è costata la pazza idea di cedere a Londra il controllo di Piazza Affari, e poi ne parliamo.

Insomma, la vicenda delle banche non è cosa che riguardi solo loro, i loro azionisti e obbligazionisti – che già sarebbe un buon motivo per occuparsene – e neppure solo dei loro clienti – che sarebbe motivo di preoccupazione – ma riguarda l’intero sistema economico. Tanto più in un paese dove il cavallo dell’economia non beve da sette anni. Dunque, non era il caso di aprire un fronte con la signora Merkel anche su questo tema? Trasparenza per trasparenza, possiamo sapere cosa hanno fatto i signori del Tesoro in questa circostanza? Magari stamattina il ministro Padoan alla giornata del risparmio officiata dall’Acri ce lo potrebbe raccontare. Magari.

Gli italiani si rifugiano nel risparmio

Gli italiani si rifugiano nel risparmio

Stefania Tamburello – Corriere della Sera

Gli italiani hanno ripreso a risparmiare. Per il secondo anno consecutivo, dopo la caduta seguita allo scoppio della crisi, è infatti aumentata, passando dal 29 al 33%, la quota di famiglie che negli ultimi 12 mesi sono riuscite a mettere i soldi da parte. «Il valore del risparmio è nel Dna dei nostri concittadini, anche – e forse soprattutto – in momenti difficili come questo», ha osservato Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, l’Associazione tra le Casse di risparmio e le fondazioni di origine bancaria, che oggi celebra la 90esima giornata del risparmio, presentando la ricerca elaborata da Ipsos. Gli italiani «formiche», dunque, che di fronte ad una crisi più grave e lunga del previsto – l’87% degli intervistati dall’Ipsos ritiene che durerà ancora 5 anni – hanno preso nuove misure rimodulando le strategie di spesa.

A spingere questa rinnovata voglia di risparmiare sarebbe quindi l’incertezza, unita al timore dell’aggravarsi della situazione economica che non consiglia di impegnarsi in grosse spese – e la contemporanea caduta degli acquisti di immobili lo dimostra – ma di approvvigionarsi di fronte all’imprevisto. È però possibile anche che alcuni si siano adattati alla crisi meglio di altri con quella dualità che caratterizza per esempio l’andamento delle industria, un terzo delle quali esporta e non soffre. Il dato che segna la differenza è quello che rivela come circa un terzo delle famiglie italiane – il 26% del campione – non sarebbe in grado di far fronte con sue risorse a una spesa imprevista di mille euro e quello che invece fa salire al 74% la quota impreparata a una di 10 mila euro. Tra queste percentuali si inseriscono le famiglie colpite direttamente dalla crisi pari al 27% in diminuzione dal 30% del 2013 e quella, il 23% (erano il 26% nel 2013), dei nuclei che segnalano un serio peggioramento del proprio tenore di vita negli ultimi due anni.

Di contro aumenta, e raggiunge il 50%, cioè un italiano su due, la quota di chi si dichiara soddisfatto della propria situazione economica: negli ultimi tre anni la percentuale degli insoddisfatti era sempre stata superiore. Significativo anche il balzo fatto dagli ottimisti rispetto ai pessimisti: rappresentano il 24% e il 21%, nel 2013 erano rispettivamente il 21% e il 28%. I più fiduciosi sono i giovani e gli over 45 mentre restano scettici gli individui dai 31 ai 44 anni: i più colpiti dalla crisi. Gli investimenti infine: l’incertezza ha accentuato la preferenza per la liquidità – svettano i depositi in conto corrente – mentre continua la contrazione dell’ appeal del «mattone» anche a causa delle tasse.

Il vigile del fuoco rapinatore e l’impiegato «ubriaco fisso», quei casi assurdi del reintegro

Il vigile del fuoco rapinatore e l’impiegato «ubriaco fisso», quei casi assurdi del reintegro

Sergio Rizzo – Corriere della Sera

La mattina entrava in banca vestito da sceriffo con cappello da cowboy e stellone sul petto. Ma non si trovava negli States e non faceva il poliziotto. In quella italianissima banca era solo un impiegato. Così fu licenziato: fece causa ma non ottenne il reintegro. Sfortunato. Fosse capitato con quel giudice di Monza che aveva revocato il licenziamento del dipendente di una ditta che si ostinava a presentarsi tutti i giorni con i pantaloncini corti, sarebbe andata diversamente. Cioè come al solito. Con la bilancia dell’articolo 18 che quando si arriva davanti al magistrato, argomenta l’avvocato giuslavorista Andrea Del Re, pende quasi sempre dalla parte del lavoratore. Anche in casi che davvero non ti aspetti.

Fece scuola quello dell’alcolista cronico che non solo non andava a lavorare, ma nemmeno avvertiva l’azienda. Il giudice lo reintegrò perché «l’assenza dal servizio e l’inosservanza dell’obbligo di comunicazione non possono costituire giustificato motivo soggettivo di licenziamento quando son dovute non già a stati di ubriachezza, bensì a un danno cerebrale costituente l’esito della prolungata assunzione dell’alcol e dei suoi effetti». Siccome era sempre ubriaco non era dunque capace di intendere e volere, quindi non licenziabile. Il celebre giurista Giuseppe Pera la marchiò come la sentenza dell’«ubriaco fisso». Caso per nulla paradossale, percorrendo la lunga galleria degli orrori giudiziari che Del Re ha pubblicato nel saggio collettivo «Art.18: la reintegrazione al lavoro», curato da Massimo Bornengo a Antonio Orazi.

C’è l’infermiere che picchia un paziente e il giudice intima alla clinica di ridargli il posto con la motivazione che «si è trattato di un fatto isolato ed eccezionale in relazione a un paziente particolare», aggiungendo che «l’aver perso per una volta il controllo delle proprie azioni non può giustificare quella che rimane un’estrema ratio». C’è il vigile del fuoco colto a rapinare una banca, sospeso dal servizio e riammesso con il pagamento degli arretrati da un magistrato appassionato di cinema che s’indigna per la decisione ritenendo «vergognoso rovinare prima di una condanna una persona e la sua famiglia per una sostanziale esigenza di immagine, di apparenza dell’istituzione, in assenza di un concreto pericolo in ambiente lavorativo e nella società…». Tanto più ricordando, scrive testualmente nella sentenza, il film «“Rapina a mano armata” di Stanley Kubrick, risalente al lontano 1956 nel quale il protagonista (Sterling Haiden) dice alla fidanzata: “Vedi, nessuno di loro è un vero e proprio criminale, hanno tutti un lavoro e apparentemente conducono una vita normale, ma hanno i loro problemi”».

C’è l’operaio che mostra i genitali ai suoi colleghi e viene reintegrato, «tenuto conto che il gesto esibizionistico era compiuto in assenza di personale femminile, non era stato dettato da istinti sessuali e, pur nella sua volgarità e indecenza, non aveva integrato gli estremi del delitto di atti osceni». E c’è chi, avendo invece molestato due compagne di lavoro «compiendo atti esibizionistici, in particolare esibendo i genitali ad una di loro», si salva dal licenziamento perché il giudice lo considera «provvedimento disciplinare sproporzionato».

Per non parlare del più classico dei classici. Ovvero, del dipendente licenziato perché scoperto a svolgere un secondo lavoro durante le assenze per malattia e regolarmente reintegrato. E grazie a un precedente che ha da poco compiuto ventotto anni. Una sentenza del pretore di Viareggio nella quale si afferma: «È illegittimo il licenziamento intimato al lavoratore che, in costanza di malattia, ha svolto attività lavorativa ma nessun danno ha arrecato al datore di lavoro, in quanto la suddetta malattia richiedeva oltre che le cure anche la necessità del lavoratore di vivere con familiari e amici e di trovare interesse nell’ambiente esterno, cosicché l’attività svolta era compatibile con lo stato di malattia la cui guarigione non solo non è stata ritardata, ma è stata anche accelerata».