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Euro più debole e inflazione: le mosse per tornare a crescere

Euro più debole e inflazione: le mosse per tornare a crescere

Renato Brunetta – Il Giornale

La scorsa settimana si è caratterizzata non tanto per il viaggio del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, negli Stati Uniti; non tanto per il dibattito, sempre più duro, sulla riforma del mercato del lavoro e, in particolare, sul superamento dell’articolo 18, ma soprattutto, sul fronte economico-finanziario-Europa-mercati, per la svalutazione dell’euro sul dollaro. Del tutto in secondo piano è passato il tema della Nota di aggiornamento al Def, che il governo avrebbe già dovuto presentare al Parlamento (il termine previsto dal semestre europeo è il 20 settembre di ogni anno), ma che probabilmente solo oggi vedrà la luce. Probabilmente. Nella settimana che si è appena chiusa, dicevamo, il rapporto di cambio euro/dollaro ha raggiunto il suo livello minimo da 14 mesi: sotto quota 1,28. Il dato non può e non deve passare inosservato, per l’importanza dei motivi che lo hanno determinato e per gli effetti che esso ha, e avrà, sulle maggiori economie mondiali.

Il valore della moneta unica europea è in diminuzione in quanto, da un lato, è in aumento la domanda di attività finanziarie denominate in dollari, che promettono rendimenti superiori, a seguito dell’annuncio della banca centrale americana, la Federal Reserve, di una imminente stretta monetaria: la fine del Quantitative easing (Taper off) dal prossimo mese di ottobre e l’aumento dei tassi di interesse tra marzo e giugno 2015. Dall’altro lato, al contrario, la Banca centrale europea manterrà bassi ancora a lungo i tassi d’interesse dell’area euro, e si appresta a varare nuove e straordinarie misure espansive di politica monetaria nei prossimi mesi. Ne deriva un ampliamento del differenziale atteso dei tassi d’interesse tra Europa e Usa a favore degli Stati Uniti. Inoltre, gli ultimi dati disponibili rilevano un peggioramento della bilancia commerciale dell’area euro, determinato in generale dalla cattiva performance economica, in termini di crescita, dei paesi europei, e, più in particolare, dal calo dell’export della Germania nei confronti dei paesi extra-Ue. Questo crea un ulteriore aumento della domanda di dollari (per acquistare beni e servizi americani) e una diminuzione di quella di euro. Il combinato disposto di questi due fattori ha determinato la rivalutazione del dollaro e la conseguente svalutazione dell’euro cui abbiamo assistito nell’ultima settimana. Mercati in movimento, quindi. Incerti, ma vigili. Fare attenzione. Ottobre è arrivato.

Come abbiamo anticipato, la presidente della Federal Reserve americana, Janet Yellen, la scorsa settimana ha confermato che con il prossimo acquisto, in ottobre, di asset per 15 miliardi di dollari finirà la politica di Quantitative easing che fino ad oggi ha assicurato bassi tassi di interesse a sostegno dell’economia. In realtà, il cosiddetto “Tapering”, cioè la riduzione progressiva, di 10 miliardi al mese, della terza tranche di QE, iniziata a settembre 2012 con acquisti mensili di asset per 85 miliardi di dollari, era attesa da oltre un anno.

L’interazione tra le politiche monetarie della Bce e della Fed, che continueranno a essere di segno contrario, seppur in posizioni invertite, consentirà un riequilibrio in termini di crescita tra Europa e Stati Uniti? Ciò dipenderà dai tempi con i quali il mutamento della politica della Fed si trasmetterà sull’aumento dei tassi d’interesse nell’area dollaro, soprattutto sui tassi a lungo termine, da come la Federal Reserve riuscirà a orientare e/o controllare la progressività dell’aumento e soprattutto da come la Fed reagirà a possibili scostamenti dei tassi di crescita dell’economia e di disoccupazione americani da quelli previsti e sui quali essa ha basato le proprie decisioni di normalizzazione monetaria. Ma ciò dipenderà ovviamente anche da quel che accadrà in Europa.

L’obiettivo principale che deve porsi oggi la Banca centrale europea è duplice: ottenere una consistente riduzione del tasso di cambio dell’euro e alzare il tasso d’inflazione, per evitare l’emergenza di una spirale deflazionistica già iniziata in vari paesi europei. I due obiettivi sono strettamente connessi, perché la svalutazione dell’euro sembra ormai a molti commentatori l’ultimo strumento per ottenere nel breve periodo, al tempo stesso, un aumento dell’inflazione importata e un aumento della domanda, sia estera sia domestica, di prodotti europei. Questo appare, dunque, l’unico modo per riavviare la crescita, in attesa che l’Europa riacquisti un dinamismo competitivo endogeno. Il deprezzamento dell’euro sul dollaro dell’ultima settimana sembra dare una risposta al possibile effetto congiunto dell’espansione monetaria inseguita dal presidente della Bce, Mario Draghi e l’annuncio della fine della stessa politica negli Stati Uniti.

Qui si pone, tuttavia, una questione di non poco conto per i paesi europei più indebitati come l’Italia. L’afflusso di capitali in Europa ha avuto un effetto benefico sulla sostenibilità dei debiti, determinando un costo del debito ai minimi, e sui valori azionari che sono saliti nonostante la stagnazione/recessione, ma ha avuto come prezzo un ostacolo alla crescita determinato dal valore alto dell’euro. Il desiderato deprezzamento dell’euro, e, soprattutto, l’attesa di deprezzamento, implica una possibile inversione di tendenza anche dal lato della remunerazione richiesta per il finanziamento dei debiti che, quindi, aumenterebbe, con conseguenti guai per molti paesi europei e per l’Europa nel suo complesso. Per questo crediamo che la Bce debba prepararsi a un necessario intervento non convenzionale che possa estendersi all’acquisto di debito pubblico (leggi: Quantitative easing europeo).

Rimane anche un dubbio complessivo legato al passaggio, annunciato dalla Fed, dall’approccio “Forward guidance”, fino ad oggi adottato, all’approccio del “Data-driven stance”. Il primo approccio è quello seguito dal predecessore di Janet Yellen alla guida della Federal Reserve, Ben Bernanke, negli ultimi anni, in base al quale la banca centrale comunica con largo anticipo agli operatori le decisioni di politica monetaria che intende prendere. Altro approccio è quello di stare a vedere cosa accade all’economia, fare piccole correzioni nei tassi di interesse, o altre azioni di intervento, e annunciare che ulteriori decisioni verranno prese se gli stimoli non si dimostrano sufficienti a far ripartire la spesa in consumi e investimenti (Data-driven stance). Questo approccio sembra guidare sostanzialmente anche gli ultimi interventi della Bce e i suoi annunci di ulteriore e crescente ricorso a strumenti di politica monetaria non convenzionali. Gli stimoli monetari messi in campo fino ad oggi dalla Bce non hanno avuto gli effetti sperati. Ha dunque ragione Draghi quando afferma che la politica monetaria da sola è inefficace se non aiutata dalla politica economica, quindi dalle riforme strutturali, degli Stati, e anche che entrambe le politiche possono poco se non si sbloccano i mercati e le istituzioni.

La conclusione è che, con la svolta della politica monetaria americana, per l’Italia la strada rischia di complicarsi ulteriormente, e diviene sempre più cruciale la necessità di grandi capacità di governance e di decisioni non solo rapide, ma anche forti e condivise. Se fino ad oggi i tassi di interesse sul nostro debito pubblico sono rimasti bassi, per esempio rispetto ai picchi del 2012, grazie alle “magie” della politica monetaria, non solo e non tanto della Bce, ma soprattutto della Federal Reserve, adesso lo scenario sta cambiando e il ruolo dei governi torna centrale. Se si vuole evitare una nuova tempesta finanziaria, le banche centrali non bastano più: la palla è in mano ai governi. Solo ai governi. Purché facciano le cose giuste.

Il premier e l’articolo 18, una battaglia già vinta

Il premier e l’articolo 18, una battaglia già vinta

Maurizio Ferrera – Corriere della Sera

Sul Jobs act è giunto il tempo della decisione. Oggi si riunisce la segreteria del Pd e questa sera sarebbe auspicabile avere un segnale chiaro di approvazione. C’è una minoranza che non è d’accordo. Per alcuni l’intangibilità dell’articolo 18 è una questione di principio. Per altri (più numerosi) sembra invece essere una questione di contenuti. I margini per non rompere ci sono: Renzi ha già ceduto sui licenziamenti discriminatori, per i quali rimarrà il reintegro. L’altro punto su cui cercare convergenze riguarda le nuove tutele.

A quanto ammonterà l’indennizzo in caso di motivazioni economiche? E verranno davvero rafforzati gli ammortizzatori sociali? Il governo è in grave ritardo su questo fronte. Renzi deve chiarire quante risorse saranno disponibili nella legge di stabilità. La soluzione è usare già dal 2015 i fondi della Cassa integrazione in deroga per finanziare una indennità semiuniversale che colmi i buchi di copertura esistenti, soprattutto per interinali e contratti a termine. Non è una partita di giro, ma passaggio da un sistema aleatorio e discrezionale a una tutela finalmente «europea», basata su diritti soggettivi.

Il presidente del Consiglio deve insistere su questi aspetti. Il nuovo «contratto a tutele crescenti» è oggi uno strumento per offrire stabilità d’impiego ai giovani che non ce l’hanno; la maggiore flessibilità in uscita si accompagnerà a protezioni più robuste ed efficaci. Qualcuno dei dissidenti farà ancora finta di non capire: pazienza. Con gli altri, Renzi non cerchi «rese dei conti», ma dia rassicurazioni, spieghi bene come e perché ci si può fidare del cambiamento. Il Jobs act non può e non deve essere vissuto e additato come boccone amaro imposto dalla Ue, ma come una opportunità per rendere il nostro mercato del lavoro più equo e inclusivo.

Riformare la burocrazia si può, e non solo con la tecnologia

Riformare la burocrazia si può, e non solo con la tecnologia

Edoardo Segantini – Corriere Economia

Di riforme si parla, si sparla e si straparla. Ma non è detto che per cambiare le cose, in un Paese già tanto complicato, la sola strada sia la modifica legislativa, cui magari non seguono decreti attuativi e che spesso aggiunge solo carta ai carta. Il caso della Pubblica amministrazione è l’esempio più eclatante: dimostra, fra l’altro, che invocare «più tecnologia» senza una vera riorganizzazione è una colossale stupidaggine, che finora ha favorito soltanto i venditori di hardware e software.

L’esempio virtuoso più spesso citato è il programma americano di Bill Clinton e Al Gore passato alla storia sotto il nome di «Reinventing Government» che, tra il 1993 e il 1998 ottenne risultati strepitosi: 137 miliardi di dollari di riduzioni di costi; 350 mila pubblici dipendenti ricollocati in funzioni più utili dentro e fuori i pubblici uffici (con trattative sindacali e individuali); 640 mila pagine di regolamenti interni e 16 mila pagine di norme federali abolite. Questi semplici dati dicono con chiarezza che riformare bene vuole dire semplificare le norme, non crearne di nuove.

È l’idea che da sempre muove il lavoro, teorico e pratico, di Federico Butera, che come consulente ha avuto una parte non secondaria nella modernizzazione dell’Inps, dell’Agenzia delle Entrate e che propone di estendere la «reinvenzione» all’insieme della pubblica amministrazione italiana. Nella giustizia, uno dei campi notoriamente più difficili, il sociologo ha lavorato a un programma (Best Practices) che ha coinvolto 190 uffici del Tribunale e della Procura di Monza e ha ricevuto quattro premi internazionali. Dimostrando che, anche nella burocrazia più rocciosa, cambiare si può. Il «Reinventing Government» made in Usa insomma non è stato enunciato e scimmiottato, ma interpretato e adeguato alla realtà italiana. Il processo di cambiamento è stato gestito coinvolgendo gli interessati e dando loro obiettivi misurabili di miglior servizio al pubblico, con il risultato che i tempi e i costi sono stati ridotti, 1’accessibilità e la trasparenza sono stati aumentati e, soprattutto, si è contribuito a far emergere una squadra di magistrati e amministrativi «innovatori» che hanno fatto propri i concetti e le pratiche del miglioramento organizzativo e gestionale.

Esperienze come questa potrebbero essere estese e replicate, coerentemente con gli obiettivi della Spending Review. Tenendo conto di un aspetto che è stato essenziale nell’esperienza americana, realtà non certo sospettabile di «pansindacalismo»: l’obiettivo del cambiamento sono le persone, non le cose, dunque la riorganizzazione va sempre negoziata, pur senza cedimenti alla «concertazione». E il modo migliore per negoziare senza concertare è spostare l’attenzione dalle regole agli obiettivi, ripensando i meccanismi retributivi e di incentivazione.

L’insostenibile (quanto sproporzionata) pesantezza del Fisco

L’insostenibile (quanto sproporzionata) pesantezza del Fisco

Stefano Natoli – Il Sole 24 Ore blog

L’Italia ha uno dei sistemi fiscali più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa. Durante la crisi la situazione è ulteriormente peggiorata per via dell’aumento della pressione fiscale reso necessario dall’impossibilità politica di tagliare la spesa pubblica. Lo evidenzia una ricerca del Centro Studi “ImpresaLavoro” che analizza la struttura delle entrate fiscali nel nostro Paese, la loro evoluzione nel tempo e le loro caratteristiche rispetto ai maggiori paesi europei: Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna. Considerando la pressione fiscale dal 1990 al 2012, si osserva come negli ultimi anni l’Italia – assieme alla Francia – abbia visto un forte aumento delle entrate fiscali (quattro punti di Pil) nonostante la gravissima crisi economica.
Da uno studio diffuso sempre oggi dalla Uil emerge, inoltre, che 7,2 milioni di contribuenti si sono ritrovati nel 2014 buste paga più leggere – in media di 58 euro – per “colpa” delle addizionali regionali. Nell’anno in corso sei Regioni (Piemonte, Liguria, Umbria, Lazio, Molise e Basilicata) hanno aumentato o rimodulato in alto le aliquote a fronte di due che le hanno diminuite (Provincia Autonoma di Bolzano e Abruzzo), mentre le restanti le hanno confermate. Il federalismo fiscale è anche questo.
Bruxelles, intanto, invita l’Italia ad accelerare decisamente nell’attuazione della legge delega di riforma fiscale entro marzo 2015, approvando i decreti che riformano il Catasto. Fra gli altri obiettivi: sviluppare ulteriormente il rispetto degli obblighi tributari, semplificare le procedure, migliorare il recupero dei debiti fiscali, modernizzare l’amministrazione fiscale. Fra le questioni calde resta la madre di tutte le battaglie, ovvero la lotta all’evasione fiscale. Se le tasse le pagassero tutti, avremmo infatti conti pubblici e privati più a posto e un welfare decisamente diverso.

Scontrini elettronici e unica banca dati, così cambierà la lotta all’evasione

Scontrini elettronici e unica banca dati, così cambierà la lotta all’evasione

Luca Cifoni – Il Messaggero

La lotta all’evasione punta tutto sulla tecnologia. Utilizzo massiccio delle banche dati, ricorso alla fatturazione elettronica in tutte le transazioni, oltre ad un’ulteriore spinta alla smaterializzazione (e dunque alla tracciabilità) del mezzi di pagamento sono i cardini della nuova strategia di un fisco che vorrebbe essere allo stesso tempo più semplice ed efficiente ma anche più rispettoso delle esigenze del contribuente. La missione si presenta chiaramente non facile, anche perché mentre si progettano strumenti e procedure non viene certo meno l’urgenza del riequilibrio dei conti; e visto che il governo esclude nuove tasse, il contributo al miglioramento del bilancio pubblico ed al finanziamento delle misure per la crescita dovrà arrivare oltre che dalla revisione della spesa proprio dalla tendenziale chiusura del tax gap tra le basi imponibili e i gettiti effettivi.

Il nuovo approccio dovrebbe essere accompagnato da un’opera di radicale semplificazione, di cui sono state poste quanto meno le premesse con la legge delega (nelle prossime settimane dovrebbe essere pronto il decreto attuativo su questo specifico tema). E qualche ulteriore novità potrebbe essere inserita anche nella legge di Stabilità, a metà ottobre. In molti casi si tratta di estendere, potenziare, e mettere a fattor comune risorse tecnologiche che già esistono ma non sono sfruttate come potrebbero. È il caso ad esempio delle banche dati dell’Anagrafe tributaria, che a loro volta dialogano con quelle di altri colossi pubblici come l’Inps. Uno dei progetti più interessanti si chiama “Vista unica del contribuente”; ne ha accennato anche Rossella Orlandi, direttore dell’Agenzia delle Entrate, nell’audizione di mercoledì davanti alla commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria.

L’idea è sulla carta piuttosto semplice: concentrare tutte le informazioni sul contribuente in un formato facilmente consultabile e renderle accessibili con pochi clic. E soprattutto – questo è l’aspetto potenzialmente più dirompente – metterle a disposizione dello stesso interessato, che potrà consultarle con le stesse modalità semplificate. In altre parole i contribuenti avranno la possibilità di prendere visione di tutto quello che il fisco sa di loro. Proprio tutto: non solo i redditi (già sommati se provenienti da fonti diverse), ma anche i passaggi di proprietà ricavati dal registro, le varie utenze, i mutui, i rapporti bancari ed addirittura le spese sostenute, aggregate per tipologia di bene. Tutte informazioni che già affluiscono in varie banche dati le quali però non possono essere consultate in modo univoco perché i diversi archivi per lo più non comunicano tra loro. È evidente l’intento di stimolare quella che si definisce compliance, o adesione spontanea. Verificando i dati messi in fila dall’amministrazione fiscale, il contribuente potrà farsi un’idea anche delle possibili verifiche a cui rischia di andare incontro ed eventualmente regolarsi di conseguenza. Un approccio in qualche modo morbido, che però non esclude l’effettivo avvio dei controlli proprio sulla base di quei dati.

L’altro grande fronte è quello della fatturazione elettronica. Attualmente è in vigore l’obbligo nei rapporti tra imprese e pubblica amministrazione. Ma con la stessa infrastruttura tecnologica potrebbe essere usata per tutti i rapporti tra impresa e impresa: la completa tracciabilità renderebbe non più necessari una serie di gravosi controlli del fisco. E si punta ad un approccio del genere anche nei confronti del commercio, con l’estensione delle procedure di trasmissione telematica dei corrispettivi che oggi tocca solo il mondo della grande distribuzione: gli attuali registratori di cassa dovranno essere sostituiti da strumenti in grado non solo di registrare le transazioni ma di inviarle in tempo reale o quasi al fisco: anche gli scontrini diventeranno quindi elettronici.

La sinergia che manca tra imprese e ricerca

La sinergia che manca tra imprese e ricerca

Romano Prodi – Il Messaggero

Nella sua visita in California il Presidente del Consiglio ha incontrato un nutrito gruppo di giovani imprenditori italianiche, a migliaia di chilometri di distanza, sono andati a costruire delle “start up”, cioè delle nuove imprese che nascono a grappoli dove esiste un ambiente favorevole. Dove sono disponibili risorse finanziarie e, soprattutto, energie umane giovani e coraggiose. In fondo anche noi abbiamo avuto il periodo delle nostre start-up quando, dagli anni cinquanta fino agli anni ottanta, fiorivano i nostri distretti industriali, con sempre nuove aziende che fra di loro si integravano e nello stesso tempo si facevano feroce concorrenza. Questo era allora possibile perché le imprese si fondavano su tecnologie semplici e su accessibili fenomeni imitativi, mentre la tumultuosa crescita del mercato permetteva un rapido ritorno degli investimenti. Il tutto era molto adatto all’Italia di allora: pur con tutti i nostri problemi si è perciò potuto parlare di miracolo italiano e vedere le nostre piccole e medie imprese indicate come esempio di efficienza e di innovazione nei manuali di tutte le Business School del mondo.

Oggi viviamo in un pianeta diverso: le imprese fondate sull’imitazione non reggono più di fronte ai nuovi concorrenti mentre le nuove iniziative si fondano su tecnologie raffinate, hanno bisogno di nascere e vivere vicino a università e laboratori di ricerca d’avanguardia e, anche nei casi in cui richiedono capitali modesti, il ritorno del capitale di rischio è a lungo termine. Questo in conseguenza della complessità delle conoscenze da mettere insieme, delle laboriose prove sperimentali e delle autorizzazioni pubbliche necessarie. Il tutto senza tenere conto della difficoltà di reperire credito bancario, data la maggiore facilità nel giudicare il rischio di un prestito concesso a una fabbrica di piastrelle o di abbigliamento che non a un laboratorio che propone nuove molecole o raffinati processi di software. D’altra parte queste sono le aziende del futuro e la loro esistenza condiziona anche la vita e lo sviluppo delle aziende tradizionali.

Non è quindi sorprendente dovere constatare le difficoltà della nostra industria, presa nella tenaglia fra i Paesi a basso costo del lavoro e quelli che fanno tanta ricerca, soprattutto ricerca applicata. Tuttavia, come capita in tutti i casi della vita, se si vuole cambiare qualcosa bisogna prima di tutto partire dalle risorse che abbiamo e cercare di utilizzarle al meglio, sperando di potere in seguito preparare il complesso ecosistema che caratterizza i distretti dove nascono le nuove imprese. Partiamo dal fatto che le nostre risorse spese in ricerca applicata sono scarse, anzi infime, rispetto agli altri Paesi moderni. Abbiamo tuttavia centri di dimensioni non trascurabili, almeno attorno aI politecnici di Torino e Milano, alle università di Bologna e Pisa e al complesso delle università romane e napoletane. Senza nominare la non trascurabile presenza del CNR e dell’Enea. Ho inoltre in mente l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) che è stato opportunamente creato proprio per promuovere la ricerca applicata dedicata a fare avanzare il nostro sistema produttivo e che sta facendo bene il suo mestiere.

Ebbene quando mi sono messo ad analizzare se questi centri di ricerca promuovono nuove imprese sono rimasto profondamente deluso. Le imprese generate sono pochissime e quasi sempre abbandonate a se stesse. E quindi non si sviluppano. I contatti fra le università e le imprese sono scarse, le “start up” non sono capite e non nascono le strutture dedicate a farle vivere. Strutture che, non a caso, nel linguaggio internazionale, sono chiamate “angeli“. Certo gli impedimenti burocratici e le regole allucinanti a cui sono sottoposte le nostre università e le nostre imprese costituiscono la prima difficoltà, ma ho dovuto constatare come siano difficili e complessi i rapporti perfino fra i laboratori d’avanguardia come quelli dell’IIT e la città di Genova che ne ospita le strutture portanti. Ancora ostacoli burocratici ma anche un quasi totale disinteresse del mondo produttivo per capire che cosa si può ricavare da quei ricercatori e da quei laboratori d’eccellenza. Almeno in questi casi la colpa non è certo tutta del governo. Sappiamo che i nuovi business sono difficilmente individuabili, altamente rischiosi e diversi fra di loro. Tra le nuove imprese solo una su cinque (o forse una su dieci) avrà successo ma sappiamo anche che, come accade in tutti gli altri Paesi, il guadagno che deriva dall’impresa di successo costituisce una remunerazione del capitale impiegato molto più elevata della media, anche tenuto conto del costo dei fallimenti.

Mi chiedo perciò come mai, intorno a questi ed altri centri di ricerca, non nascano gli “angeli” in grado di adempiere il complesso compito di legare le imprese all’ecosistema della ricerca, della finanza e delle altre imprese. E mi chiedo perché le autorità pubbliche non ne aiutino in modo prioritario la nascita, impegnandosi anche a contribuire in modo proporzionale agli impegni degli operatori privati. Parlo naturalmente di una presenza minoritaria, perché questo non è un mestiere adatto al pubblico. Ma quanti e dove sono gli operatori privati disposti a rischiare? Ben pochi! Eppure in Italia vi sono sufficienti persone che hanno preparazione, esperienza e conoscenza di uomini per aiutare i giovani ricercatori che si vogliono fare imprenditori, per consigliare a loro gli specialisti di cui hanno bisogno nelle nuove imprese e per dotare le imprese stesse delle necessarie risorse finanziarie. In Italia i potenziali “angeli” non mancano. E non mancano di certo le risorse finanziarie.

Nelle città indicate, ma non solo in queste, basterebbe una infima (ma proprio infima) percentuale delle risorse immobiliari o mobiliari parcheggiate all’estero per dare un contributo concreto all’occupazione giovanile, per rallentare la fuga dei cervelli e per fare si che almeno i colleghi migliori degli imprenditori che Renzi ha incontrato in California possano operare con successo in Italia. Diamo pure alla burocrazia le colpe che si merita ma non dimentichiamo che il coraggio ed il senso del futuro hanno importanza determinante per costruire il nuovo. Ricordiamo Inoltre che i nostri padri, al loro tempo, lo hanno avuto. E, soprattutto, ricordiamo che senza “angeli”non si può arrivare in paradiso.

Lo stato faccia la sua parte rilanciando gli investimenti

Lo stato faccia la sua parte rilanciando gli investimenti

Enrico Cisnetto – Il Messaggero

Secondo il vocabolario le parole fiducia e credito possono avere lo stesso significato. In economia sono due facce della stessa medaglia. Se c’è fiducia ci sono investimenti, e se ci sono investimenti c’è credito. Ma se la fiducia manca, il credito latita. Non c’e dunque da stupirsi che di fronte al protrarsi della recessione, ora per di più abbinata alla deflazione, sia sceso il tasso di fiducia degli imprenditori italiani – a settembre quello calcolato dall’Istat è arrivato a 86,6 il livello più basso dell’ultimo anno – e che, di conseguenza non ci sia domanda di credito. Già, proprio mentre la Bce punta a rilanciare la spesa in conto capitale, privata e pubblica, spingendo le banche a dare più credito, il segnale che arriva alimenta più di un dubbio sulle future intenzioni d’investimento.

Siamo dunque nella paradossale situazione in cui la liquidità è enorme – mentre solo due anni fa parlavamo di credit crunch – ma rimane inutilizzata perché in giro non ci sono nuovi progetti. O meglio, in banca c’è la fila di chi vorrebbe credito per sistemare debito, e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di aziende decotte, la cui crisi è stata solo accelerata dalla pessima congiuntura. Spiace dirlo, ovviamente, ma è bene che le banche, un tempo troppo generose come dimostra il livello delle sofferenze, non aprano quei rubinetti, perché quasi mai ci sono le condizioni del risanamento e del rilancio e quasi sempre si può al massimo prolungare di qualche tempo l’agonia, illudendo imprenditori e lavoratori.

Dunque, è infondata e sterile la polemica contro il sistema bancario che sento fare. Oggi le banche avrebbero tutto l’interesse ad azionare la leva degli impieghi, ma per farlo ci deve essere domanda di credito per nuovi investimenti, e non c’è. E quella poca che c’è finisce per dover pagare interessi elevati, che le banche devono praticare proprio per l’esiguità dei loro impieghi. Certo, ci può essere anche un eccesso di prudenza per paura di commettere i vecchi errori, ma il tema centrale è e rimane la mancanza di progetti. E allora, come si possono rimettere in moto gli investimenti e rilanciare la domanda? Occorre riaccendere la speranza che le cose possono cambiare davvero. E per farlo, dopo la stagione ormai consumata dei gesti simbolici, ci vogliono respiro programmatico e azioni concrete. Per esempio – e qui siamo alla seconda chiave di volta- lo Stato deve tornare a mettere mano al portafoglio. Per fare le cose strategiche, a cominciare dalle infrastrutture materiali e immateriali, che i privati non fanno. Come, visti i problemi di bilancio? Trasformando patrimonio pubblico e spesa corrente in spesa in conto capitale. È il modo più sicuro per dare credito alla fiducia.

Con questa sinistra la ripresa è passiva

Con questa sinistra la ripresa è passiva

Carlo Pelanda – Libero

Molti lettori, inquieti per un deludente 2014, chiedono quale sia tendenza economica più probabile per il 2015-16: recessione, stagnazione o crescita? Risponderò alla fine, prima è utile descrivere il fenomeno della “ripresa passiva”, lentissima, che è in atto, come inquadrata dal mio gruppo di ricerca. Fino a poco fa la maggioranza delle famiglie italiane temeva catastrofi. Per tale motivo ha massimizzato, chi poteva, il risparmio, riducendo i consumi. La perdita della fiducia, insieme alla restrizione del credito ed all’aumento del drenaggio fiscale, è stata, ed è, la causa principale della recessione del mercato interno a partire da metà 2011. Da qualche mese un numero crescente di famiglie sta realizzando che la catastrofe non si è attualizzata e comincia a valutare, pur ancora con prudenza, più decisioni di spesa. Da metà 2013 la recessione ha iniziato ad attutirsi non grazie ad azioni stimolative di politica economica o monetaria, ma grazie alla riduzione della paura. Per questo si può definire “ripresa passiva”. Se così, allora è probabile che, pur senza interventi stimolativi di politica economica e monetaria, il Pil italiano resti stagnante, ma non più recessivo. Questo scenario ne illumina un altro: se senza stimolazioni anticrisi il sistema economico italiano riesce a riemergere per sua robustezza intrinseca, basterebbero poche politiche giuste e mirate per metterlo su una linea di crescita forte e rapida.

Possiamo sperare che questo govemo ne sia capace? Vediamo quello che dovrebbe fare: (a) “operazione patrimonio contro debito” per ridurre il secondo di almeno 300-400 miliardi; (b) in 2 o 3 anni taglio di 100 miliardi di spesa ed almeno 70 di tasse, lasciando un margine di 30 per rispettare i vincoli di pareggio di bilancio, dando così un superstimolo all’economia, in particolare agli investimenti; (c) alleggerire i carichi fiscali del settore immobiliare e delle costruzioni che è il motore principale della crescita nel mercato interno italiano; (d) detassare i fondi di investimento per aumentare il finanziamento non-bancario delle imprese e gli investimenti esteri veicolati via fondi italiani; (e) fare un megafondo di garanzia statale per ripatrimonializzare le imprese destabilizzate dalla crisi, ma ancora vive, e dare loro accesso al credito; (f) liberalizzare il mercato del lavoro.

Tali politiche certamente porterebbero il mercato interno in forte crescita prolungata, anche considerando eventuali turbolenze globali con impatto sull’export e sulle Borse: l’Italia diventerebbe locomotiva europea, la disoccupazione sarebbe riassorbila in un triennio, il pareggio di bilancio sarebbe rispettato ed il rapporto debito/Pil scenderebbe rapidamente verso un più rassicurante 100%, forse sotto, dal 130% circa di oggi. Ma il governo Renzi farà persino fatica a flessibilizzare un po’ le norme sul lavoro e non ha nemmeno in programma le cose dette nella misura utile a dar loro efficacia stimolativa.

Non voglio essere ingiusto, ma un governo che stimola la domanda (gli 80 euro) quando la domanda stessa è depressa per mancanza di fiducia, invece di tentare stimolazioni tiscali sul lato dell’offerta per ricostruire la fiducia stessa, dimostra o incompetenza oppure un ancoraggio all’irrealismo della cultura economica di sinistra, o propensione alla demagogia, che non può far sperare troppo. Anzi fa ridere, amaramente, per tanta incompetenza.

Pertanto non è probabile che nel 2015-16 si avveri quella crescita fortissima che sarebbe teoricamente possibile liberando la forza intrinseca del sistema. Ma proprio questa forza ci permette di sperare in un effetto maggiore della svalutazione competitiva dell’euro ora pilotata dalla Bce, unica vera stimolazione, pur non tra le migliori, in atto nell’Eurozona. Pertanto scommetterei su una ripresa ancora lentissima nel 2015, ma più robusta nel 2016, sopra l’1%, in grado di almeno far galleggiare l’Italia nonostante un governo ed un personale politico-tecnico incapaci di guidare una “ripresa attiva”. Non aspettiamoci dalla sinistra cose che non può fare, concentriamoci invece sulla ricostruzione e riqualificazione del centrodestra per sostituire la sinistra stessa il prima possibile e tentare la liberazione del gigante Italia incatenato. Ma nel frattempo non affonderemo, motivo di fiducia.