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La priorità trasversale chiamata burocrazia

La priorità trasversale chiamata burocrazia

Lello Naso – Il Sole 24 Ore

Risorse? Riforme? Progetti di sviluppo che non ci sono? Non c’è dubbio che l’Italia abbia un deficit di competitività che deriva dall’arretratezza del sistema nel suo complesso, dalla crisi congiunturale e dalla mancanza endemica di risorse. Ma la lezione che arriva dalla vicenda del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è che in ogni occasione il nodo più duro da sciogliere è quello della burocrazia. Nonostante la buona volontà del premier Renzi, che ci ha messo la faccia, e del Governo, nonostante la disponibilità degli uffici, e nonostante, presumiamo, la massima volontà di tutti i creditori di incassare le somme dovute, più di un terzo delle imprese è ancora insoddisfatto. Eppure, attenzione, le risorse erano e sono tutte disponibili.

Il motivo è molto semplice. Ogni qualvolta si attiva una procedura,la complicazione è sempre in agguato. Il labirinto di norme, il cavillo, l’elenco, la procedura da attivare, la certificazione. Molto è indispensabile, non c’è dubbio. Molto, invece, è frutto di un sistema normativo ipertrofico e complicato in cui norma chiama norma, regolamento chiama regolamento, cavillo chiama cavillo. Ecco perché non si può che partire dalla riforma della burocrazia. La priorità trasversale. Ecco perché non ci si possono permettere errori. Neanche minimi.

Nuovo balzo dei fallimenti: +14% nel secondo trimestre

Nuovo balzo dei fallimenti: +14% nel secondo trimestre

Francesco Antonioli – Il Sole 24 Ore

È ancora buio. C’è una nuova impennata dei fallimenti: tra aprile e giugno più di 4mila imprese hanno aperto una procedura fallimentare, registrando un incremento del 14,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. La crescita a doppia cifra porta i default oltre quota 8mila se si considera l’intero semestre, +10,5% rispetto al livello già elevato dell’anno precedente e record assoluto dall’inizio della serie storica dal 2001. «Stiamo vivendo una fase molto delicata per il sistema delle PMI italiane – commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved -: la nuova recessione sta spingendo fuori dal mercato anche imprese che avevano superato con successo la prima fase della crisi e che stanno pagando il conto al credit crunch e di una domanda da troppo tempo stagnante».

L’incremento più sostenuto si osserva tra le società di capitale, la forma giuridica in cui si concentrano i tre quarti dei casi, che superano nel primo semestre quota 6mila. Minore invece l’incremento del fenomeno tra le società di persone (+5,9%) e tra le altre forme (+1,8%). L’analisi condotta da Cerved, primo gruppo in Italia nell’analisi del rischio del credito e una delle principali agenzie di rating in Europa, mostra come i fallimenti riguardano indistintamente tutta la Penisola. «I tassi di crescita – prosegue De Bernardis – sono ovunque a doppia cifra ad eccezione del Nord Est, in cui si registra un incremento del 5,5%, il livello più basso di tutto il territorio. In crescita del 14% rispetto al primo semestre 2013 i fallimenti nel Mezzogiorno e nelle Isole, del 10,7% nel Nord Ovest e del 10,4% nel Centro».

A livello settoriale, la maglia nera spetta ai servizi che contano un aumento del 15,7%, in netta accelerazione rispetto al primo semestre del 2013. Continuano, anche se con dei ritmi più lenti, le procedure nelle costruzioni e nella manifattura: i fallimenti di imprese edili crescono nei primi sei mesi del 2014 dell’8,2% (+12,8% nel 2013), mentre per le imprese manifatturiere l’aumento è del 4,5% (+10,5% nel primo semestre dello scorso anno). Tra aprile e giugno, con i correttivi legislativi, crollano le domande di concordato in bianco: sono state 665 (-52%); ne è conseguenza una diminuzione dei concordati comprensivi di piano (-12,3% nei primi sei mesi del 2014).

Deficit sotto il 3% con il Pil allargato

Deficit sotto il 3% con il Pil allargato

Lorenzo Salvia – Corriere della Sera

Non siamo più ricchi ma una piccola buona notizia c’è. L’Istat ha ricalcolato anche per il 2013 il Pil, il Prodotto interno lordo, secondo le nuove regole europee che fanno entrare nel conteggio anche un pezzo dell’economia illegale come la droga e la prostituzione. Rispetto al vecchio metodo di calcolo, il Pil italiano guadagna in un colpo solo 59 miliardi di euro, il 3,8%, arrivando a 1.618,9 miliardi di euro. Non si tratta di una crescita vera e propria ma di una semplice illusione statistica. Il giro d’affari dell’economia illegale va aggiunto anche al Pil degli anni precedenti e alla fine viene fuori che la recessione è sempre la stessa: Pil nuovo o Pil vecchio, il calo resta dell’1,9% rispetto al 2012.

Il ricalcolo dell’Istat, però, ha un effetto positivo su due indicatori tenuti sotto stretta osservazione da Bruxelles. Il primo è il debito pubblico, che in termini reali continua a volare sopra la soglia dei 2 mila miliardi di euro. Ma che in rapporto al nuovo Pil scende dal 132,6%. al 127,9%. Una diminuzione virtuale che però renderebbe meno pesante un eventuale percorso di riduzione. Il secondo indicatore è il rapporto tra deficit e Pil, che scende al 2,8% dal 3%, il limite massimo consentito dall’Unione Europea. Se la tendenza fosse confermata anche per l’anno in corso, l’Italia potrebbe spendere uno 0,2% aggiuntivo del Pil (3 miliardi di euro) senza subire una nuova procedura d’infrazione. Una piccola flessibilità regalata dalle nuove regole sugli swap, gli strumenti derivati, che dicono di non conteggiare come passività gli interessi che il Tesoro paga per coprirsi dai rischi sui cambio sui tassi di interesse.

Per effetto del ricalcolo cambiano anche un’altra serie di indicatori: la pressione fiscale scende dal 43,8 al 43,3% del Pil. Mentre aumenta dello 0,6% il peso economico dell’agricoltura, per effetto di modifiche attese da tempo, come il conteggio in questo comparto di alcune attività legate alle energie rinnovabili e un monitoraggio più attento dell’Iva. Un’altra illusione statistica, insomma.

Purtroppo ieri l’Istat ha diffuso anche altri numeri. Qui non c’entra il ricalcolo del Pil ma l’andamento reale del nostro settore industriale. E in quelle tabelle ci sono soltanto segni meno. A luglio il fatturato è sceso dell’1% rispetto al mese precedente e il dato in arrivo dal mercato estero, finora ancora di salvezza delle nostre aziende, è andato peggio di quello nazionale. In calo anche gli ordinativi totali, meno 1,5%.

Tasi e imprese, aumenti in 4mila comuni

Tasi e imprese, aumenti in 4mila comuni

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore

Il dibattito sulla Tasi si è scaldato intorno alla sorte delle abitazioni principali, ma le rassegne delle scelte locali dopo che sono scaduti i termini per pubblicare le aliquote mostra che anche capannoni, uffici, alberghi e centri commerciali sentiranno nei prossimi mesi gli effetti del nuovo tributo. In breve, l’arrivo della Tasi aumenta il conto per gli immobili strumentali in 4.278 Comuni, cioè il 53% del totale. A livello nazionale, il nuovo quadro delle aliquote fa crescere la pressione sul mattone delle imprese di circa il 9%, ma quando si parla di imposte locali i valori medi non dicono tutto e l’esperienza reale dei singoli contribuenti andrà incontro anche ad aumenti assai più decisi. Anche nelle tante città – come Milano o Roma – dove l’Imu aveva già raggiunto i massimi nel 2013 e quindi non sembrava lasciar spazio ad altre tasse, il carico è cresciuto ancora “grazie” all’aliquota aggiuntiva dello 0,8 per mille, consentita per quest’anno allo scopo di finanziare gli sconti sull’abitazione principale. In qualche Comune l’ingresso della Tasi può essere stato compensato da una riduzione dell’Imu, ma si tratta di casi minoritari.

Viste alla luce della situazione di oggi, le promesse di abbattere il carico fiscale sugli immobili d’impresa che erano fìorite intorno alla scorsa legge di stabilità appaiono lontanissime: laTasi, introdotta proprio dalla legge di stabilità per quest’anno, gonfia ancora una volta il peso del fisco immobiliare sulle imprese e annulla gli effetti della “mini-deducibilità” Imu scritta nella stessa legge. Gli incrementi di quest’anno, nei Comuni in cui la Tasi si applica anche agli immobili strumentali, oscillano tra il 9 c l’11,5 per cento, ma rispetto ai tempi dell’Ici le imposte si sono impennate, dall’80% registrato in tante città fino al 170% di Milano, dove la vecchia imposta comunale sugli immobili era più bassa della media.

A spingere le tasse “locali” (ma bisogna ricordare che su questi immobili l’Imu ad aliquota standard del 7,6 per mille finisce allo Stato), secondo la rassegna delle aliquote realizzata dal Caf Acli sono 3.649 Comuni. L’elenco, però, cresce ancora, a causa dei 652 Comuni, soprattutto medio-piccoli, che non hanno pubblicato delibere entro il 18 settembre. In questi casi, scatta per tutti l’aliquota all’1 per mille, che si aggiunge alle normali richieste avanzate dall’Imu; le uniche eccezioni arrivano quando il Comune ha già stabilito il massimo per l`imposta municipale, togliendo quindi ogni spazio alla Tasi, ma dal momento che gli enti senza delibera sono medio-piccoli questa eventualità non dovrebbe essere frequente.

Nelle città, l’evoluzione del carico fiscale sulle imprese dipende ovviamente dall’evoluzione delle singole aliquote, ma le dinamiche complessive sono simili fra loro. Facciamo i conti per un capannone da 700mila euro di valore catastale: per esempio a Milano e Roma, dove l’Imu era già al massimo e la «super-Tasi» è stata introdotta per finanziare gli sconti sulle abitazioni principali, si arriva a 7.232 euro di imposta da pagare, contro i 6.638 dello scorso anno, mentre a Cagliari, dove l’aliquota dell’1 per mille si aggiunge ad un’aliquota Imu del 9,6 per mille, la richiesta è di 6.858 euro invece dei 6.157 dell’anno scorso. Sul peso complessivo delle imposte sul mattone incide anche la deducibilità, cioè la possibilità di sottrarre al reddito d’impresa le somme pagate come tributi locali. Nell’Imu la deducibilità è parziale (20% da quest’anno, 30% nel 2013), mentre nella Tasi è totale, nel senso che l’intero tributo pagato viene “tolto” dall’imponibile dell’Ires. A conti fatti, però, si tratta di dettagli, come mostra per esempio il caso di Verona: la città ha abbassato l’Imu all’8,9 per mille e fissato la Tasi al 2,5 per mille, con il risultato di arrivare a un’aliquota massima uguale a quella di Milano e Roma (dove al 10,6 per mille di Imu si aggiunge lo 0,8 per mille di Tasi), ma di produrre un carico fiscale leggermente inferiore grazie al fatto che tutto il tributo sui servizi indivisibili è deducibile. Naturalmente, però, la deducibilità non scatta per le imprese in perdita, che per questa via maturano solo un “credito” spendibile quando ritorneranno utili da tassare.

Un altro effetto collaterale della Tasi riguarda i “fabbricati-merce”, cioè gli immobili che le imprese costruttrici non riescono a vendere. Dal 1 luglio scorso sono stati esentati dall’Imu, ma paradossalmente proprio questa mossa ha aperto le porte alla Tasi: quest’anno, come accade per l’abitazione principale, può arrivare al 2,5 per mille (e non mancano i Comuni che l’hanno applicata), ma senza correttivi nel 2015 la richiesta può volare rino a quota 10,6 per mille. Proprio come l’Imu da cui questi immobili erano stati appena esentati.

L’anagrafe che divide

L’anagrafe che divide

Michele Ainis – Corriere della Sera

L’Italia è unita, gli italiani no. Si dividono per tifoserie politiche, per sigle sindacali, per corporazioni. Li separa la geografia economica, dato che il Pil del Mezzogiorno vale la metà rispetto al Settentrione. Sui temi etici restano in campo guelfi e ghibellini. Ma adesso s’alza un altro muro, il più invalicabile: l’anagrafe. Quella delle idee, con la crociata indetta dal premier contro ogni concezione ereditata dal passato. Dimenticando la massima di Giordano Bruno: «Non è cosa nova che non possa esser vecchia, e non è cosa vecchia che non sii stata nova». E quella, ahimè, delle persone. Distinte per i capelli bianchi, anche nel loro patrimonio di diritti.

Da qui la trovata che illumina il Jobs act : via la tutela dell’art. 18, ma solo per i nuovi assunti. Per i vecchi (6 milioni e mezzo di lavoratori) non si può: diritti quesiti, come ha precisato il leader della Uil. Curiosa, questa riforma che taglia in due il popolo della stessa azienda, mezzo di qua, mezzo di là. Riforma parziale, un po’ come una donna parzialmente incinta. Doppiamente curioso, l’appello ai diritti quesiti. A prenderlo sul serio, quando entrò in vigore la Carta repubblicana avremmo dovuto mantenere lo Statuto albertino per tutti i maggiorenni.

E a proposito della Costituzione. Nel 1970 lo Statuto dei lavoratori – di cui l’art. 18 rappresenta un caposaldo – fu salutato come il figlio legittimo dei principi costituzionali. Così, d’altronde, viene ancora definito nella letteratura giuridica corrente. Poi, certo, non ha senso discutere di garanzie quando manca il garantito: il diritto al lavoro esiste soltanto se c’è il lavoro. E a sua volta ogni Costituzione può essere applicata in varia guisa. Anche riconoscendo ai lavoratori licenziati un indennizzo, anziché il reintegro nel posto di lavoro. Ciò che tuttavia non si può fare è d’applicare contemporaneamente la stessa norma costituzionale in due direzioni opposte. Lo vieta la logica, prima ancora del diritto. Tanto più se il criterio distintivo deriva dall’età, di cui nessuno ha colpe, però neppure meriti.

Ma il Jobs act non è che l’ultimo episodio della serie. Le discriminazioni anagrafiche condiscono sempre più frequentemente la pietanza delle nostre leggi, ora a danno dei più giovani, ora degli anziani. Così, nel giugno 2013 il governo Letta decise incentivi per l’assunzione degli under 30. E i cinquantenni che perdono il lavoro? Perdono anche il voto, o quantomeno lo dimezzano, secondo la proposta di legge depositata da Tremonti nel 2012: voto doppio per chi è sotto i quarant’anni. Invece nella primavera scorsa la ministra Madia ha tirato fuori la staffetta generazionale nella Pubblica amministrazione: tre dirigenti in pensione anticipata, un giovanotto assunto. Dagli esodati agli staffettati. Tanto peggio per i vegliardi, cui si rivolgono però in altre circostanze i favori della legge, dalle promozioni automatiche all’assegnazione degli alloggi popolari, dalle pensioni sociali al ruolo di coordinatore nell’ufficio del giudice di pace (spetta al «più anziano di età»: legge n. 374 del 1991).

No, non è con queste medicine che possiamo curare i nostri mali. Occorrerebbe semmai una medicina contro ogni discriminazione basata sul certificato di nascita. Gli americani ne sono provvisti dal 1967 (con l’Employment act), gli inglesi dal 2006. Mentre dal 2000 una direttiva europea vieta le discriminazioni anagrafiche nel mercato del lavoro. In attesa d’adeguarci, non resta che il soccorso d’una (vecchia) massima: i diritti sono di tutti o di nessuno, perché in caso contrario diventano altrettanti privilegi.

Non date più soldi all’Opera di Roma

Non date più soldi all’Opera di Roma

Paolo Conti – Corriere della Sera

Il Teatro dell’Opera di Roma, cioè l’antico Costanzi. Ovvero il luogo in cui il sindacalismo capovolge con arroganza, e spesso con violenza, qualsiasi elementare regola: una minoranza che impone il proprio diritto di sciopero e nega alla maggioranza il proprio, di diritto: voler lavorare. II Teatro Costanzi, l’unica realtà musicale al mondo capace di disgustare un protagonista della scena internazionale come Riccardo Muti, prima nominato direttore artistico a vita e poi costretto a subire rabbiose rivendicazioni, autentici assalti personali tanto umilianti quanto impensabili in qualsiasi altro teatro d’opera al mondo.

Scena iniziale, siamo a febbraio nelle convulse ore della prima di Manon Lescaut, poi fortunosamente rappresentata. Muti è nel camerino, una dozzina di musicisti aderenti alla Fials e alla Cgil entrano urlando e senza chiedere alcun permesso: «Deve dire se lei sta con noi o contro di noi!». Non è il film di Fellini sulla Prova d’Orchestra ma pura realtà. Ancora, sempre nei giorni della Manon Lescaut . Alla prova anti generale l’orchestra proclama un’assemblea selvaggia e improvvisa. Muti attende il ritorno dei musicisti. Un’attesa di quasi mezz’ora. Poi gli orchestrali tornano. I macchinisti, dal palcoscenico, protestano gridando: «Vergognatevi, tornate a lavorare» . Altro che la necessaria concentrazione per una prova delicata e importante. E infine l’oltraggio dei venti musicisti, incluso il primo violino, che si rifiutano di seguire Muti nella tournée in Giappone tre mesi fa.

In qualsiasi altro teatro al mondo, i Maestri dell’orchestra avrebbero fatto a gara per il privilegio di partire con lui e rappresentare una capitale in un importante Paese così importante, per di più pieno di melomani appassionati. Muti lascia Roma e col suo gesto svela ciò che è già chiarissimo. Un teatro lirico capitolino, certo non tra i più stimati nel mondo, che riesce a perdere un vero Maestro per di più ribaltando qualsiasi regola democratica: la minoranza che ha la meglio sulla maggioranza. Trenta-quaranta orchestrali che bloccano il lavoro di cinquecento persone, proclamando scioperi che poi impediscono il compenso alla maggioranza che li ha subiti.

Carlo Fuortes, che dal 2003 amministra con successo l’Auditorium Parco della Musica progettato da Renzo Piano, vive una condizione schizofrenica da quando, nel dicembre 2013, è stato chiamato con urgenza dal sindaco Ignazio Marino a governare l’Opera. All’Auditorium convive con l’Orchestra di Santa Cecilia che rispetta impegni e programmi, mai si sognerebbe di organizzare incursioni nel camerino di un grande direttore e soprattutto non proclama assemblee che mostrano una concezione dittatoriale del sindacalismo. Dall’altra si ritrova nel caos dell’Opera, sovvenzionato con ben 18 milioni dalle disastrate casse del Campidoglio, dove qualsiasi accordo viene negato il giorno dopo mostrando una concezione distruttiva della rappresentanza sindacale.

C’è infatti da chiedersi se Fuortes non avesse davvero ragione già a luglio quando parlò di una possibile chiusura e liquidazione dell’Opera: Fials e parte della Cgil avevano rimesso in discussione l’intesa, appena raggiunta, sul piano industriale. La stessa idea di sindacalismo distruttivo è tornata pochi giorni fa, quando la solita minoranza ha boicottato il referendum sul piano industriale, dichiarandolo illegale. Perché l’assurdo è che Muti viene costretto ad andarsene mentre l’Opera sta riuscendo faticosamente a risanare il proprio devastato bilancio grazie alla legge voluta, alla fine del 2013, dall’allora ministro Massimo Bray.

Ora l’Opera resta senza Muti ma è costretta a tenersi la minoranza antidemocratica che paralizza il teatro. Le domande si accumulano: il Teatro dell’Opera di Roma è irriformabile? Chi e come potrà mai, in simili condizioni, proporre un nuovo progetto di rilancio dopo il caso Muti? È giusto che la collettività continui a sostenere economicamente una struttura incapace non di imitare modelli europei ma semplicemente di comportarsi come l’orchestra di Santa Cecilia? Il ministro Dario Franceschini e il sindaco Ignazio Marino hanno materia sulla quale riflettere, dopo la vicenda Muti. Anzi, dopo il vero e proprio scandalo di questo addio.

Articolo 18: a Renzi non andrà come a D’Alema con Cofferati

Articolo 18: a Renzi non andrà come a D’Alema con Cofferati

Fabrizio Rondolino – Europa

Lo scontro fra sinistra riformista e burocrazia sindacale non è una novità di questi giorni: è stata, al contrario, una costante della sinistra europea da Tony Blair in poi, e in Italia risale agli albori della Seconda repubblica. In Europa prima o poi hanno sempre vinto i riformisti, da noi finora hanno sempre vinto i conservatori. Tornare al 1997, ai primi mesi del primo governo di centrosinistra, aiuta a comprendere quanto indietro sia rimasto il nostro paese, e quanto tempo la sinistra e l’Italia abbiano perduto.

Il 23 febbraio 1997 Massimo D’Alema, allora segretario del Pds e azionista di maggioranza del governo Prodi, conclude il congresso del suo partito con un discorso memorabile sull’innovazione e sulla modernità, dedicando al sindacato un passaggio esemplare. Ad un segretario della Cgil «più chiuso e più sordo all’esigenza di una riflessione critica», D’Alema oppone la necessità di un profondo rinnovamento non soltanto del sindacato, ma «di tutta la sinistra», perché «anche noi ci sentiamo sfidati dalla realtà». E la realtà del lavoro, spiega il leader del Pds, è fatta di «mobilità e flessibilità»: non soltanto perché la «fabbrica fordista» è al tramonto, ma anche perché le nuove generazioni vedono nella flessibilità e nella mobilità una sfida e persino un’occasione. Perché «questa società più aperta» non generi «insicurezza», bisogna «rinnovare profondamente gli strumenti della contrattazione» e «costruire nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela». In caso contrario, ammonisce D’Alema, «rappresenteremo soltanto un segmento del mondo del lavoro, quello che sta in mezzo, fra chi è sufficientemente bravo per negoziare da solo e chi, in basso, vive di lavoro nero, non tutelato e precario. Ma quelli che stanno in mezzo sono sempre di meno». Poi, l’affondo: «Nel Mezzogiorno ci sono due milioni di lavoratori in nero: ma se li facessimo emergere, avremmo un milione di disoccupati in più. Non chiedo al sindacato di legalizzare il lavoro nero e il lavoro precario: ma dovremmo preferire essere lì con quei lavoratori e negoziare, anziché restare fuori da quelle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro». La platea applaudì convinta, i giornali celebrarono con entusiasmo la svolta, Cofferati sibilò freddo: «Il segretario del mio partito ha idee diverse dal sindacato».

Quelle idee, purtroppo, durarono poco. Meno di un mese, ad essere precisi. Il 19 marzo D’Alema partecipò ad una tavola rotonda con il leader della Cgil. L’intenzione era quella di mantenere la posizione aprendo però un dialogo con il sindacato. Il risultato fu catastrofico. D’Alema ribadì alcune verità («La spesa sociale non va ai più poveri», «Il blocco sociale tutelato dal nostro Welfare è diventato una minoranza», «Una sinistra che non guarda in faccia i problemi non serve a nulla»), ma le accompagnò ad un’excusatio non petita che somigliava tanto ad un’inversione di rotta: «Forse al congresso sono stato ingeneroso nel non riconoscere alla Cgil un impegno assai più avanzato nello sforzo di governare la flessibilità… Non c’è stata alcuna frattura tra il Pds e la Cgil».

Lo scontro con Cofferati si chiuse definitivamente il sabato successivo, 22 marzo, quando D’Alema decise di partecipare alla manifestazione “per il lavoro” indetta dai sindacati confederali. Era di fatto una manifestazione contro il governo, e sembrò bizzarro che il segretario del maggior partito della maggioranza vi partecipasse. Letteralmente circondato da un robusto servizio d’ordine che impediva a chiunque anche soltanto di avvicinarsi, D’Alema sfilò in testa al corteo insieme a Cofferati. Il quale, come ogni vincitore che si rispetti, si mostrò magnanimo: «Una forza politica che ha insediamenti radicati nella società sa che l’occupazione e il lavoro sono un’esigenza profonda per tutti’». Peccato che proprio D’Alema avesse dimostrato giusto un mese prima come quell’“esigenza profonda” non potesse più essere soddisfatta dal sindacato e dal suo sistema di relazioni, protezioni, leggi e burocrazie. Quel triste 22 marzo 1997 si chiude, simbolicamente e praticamente, la stagione riformista della sinistra italiana.

Gli storici discuteranno sui motivi di una sconfitta così veloce e bruciante, se cioè sia dipesa dai rapporti di forza allora dominanti (Prodi si reggeva su Bertinotti, e il suo modello di relazioni sociali è sempre stato quello della concertazione), o dalla mancanza di coraggio politico di D’Alema. Quel che è certo è che siamo ancora lì – salvo che i “garantiti” sono ormai non più di un quarto di chi lavora. Spetta dunque a Renzi completare l’opera, o per meglio dire mettere finalmente al centro la grande questione dell’uguaglianza e dei diritti sociali, oggi calpestati da un sistema di cui il sindacato è parte integrante. E c’è da scommettere che gli andrà meglio.

Gli irriducibili del posto fisso

Gli irriducibili del posto fisso

Giancarlo Mazzuca – Il Giorno

Il Belpaese sembra, in questi giorni, spaccato in due tra i sostenitori dell’abolizione di quell’articolo, il 18, che è sulla bocca di tutti, e tra coloro, guidati dai redivivi Camusso e Bersani che dicono.«Non passa lo straniero!». Che, nella fattispecie, ha le sembianze di Matteo Renzi. L’aspetto paradossale della vicenda è che molti non sanno neppure cosa nasconda davvero questo famigerato articolo e trattano della materia come se discettassero sul sesso degli angeli. Ma, al di la di questa specie di derby tra favorevoli e contrari, cosa ne pensano realmente gli italiani?

Renato Mannheimer mi ha girato un sondaggio molto interessante. Anche gli interpellati dalla ricerca si dividono a metà ma, soprattutto tra i giovani, prevalgono coloro che dicono “niet” all’abolizione. Se il 45% dei nostri connazionali è, infatti, contrario alla cancellazione dell’articolo, i pareri negativi salgono al 55% nella fascia d ‘età compresa tra i 25 e i 34 anni. Ancora: se il 43% è d’accordo sul fatto che l’eliminazione delle rigidità contrattuali agevolerebbe la ripresa economica, il 47% non è per niente convinto. Non solo: l ‘idea che la misura di Renzi possa favorire l’assunzione delle nuove leve trova oppositori soprattutto al Sud, dove i tassi di disoccupazione giovanile sono maggiori.

E allora? L’impressione è che si faccia tanto polverone sul nulla o quasi. Al di là della battaglia ideologica, che si sia combattendo anche all’interno del Pd, non sembra proprio che l’abolizione sia in grado di fare voltare pagina al Paese. Se è vero, infatti, che il 39% degli interpellati dall’Ispo sostiene che il provvedimento permetterebbe di compiere passi avanti, il 48% è di parere esattamente opposto. La percentuale dei fans alla fine del «18» cresce al 46% a patto che la misura abrogativa venga sostenuta da validi ammortizzatori sociali per i licenziati. Ma anche in questo caso, i contrari al provvedimento di Renzi si attestano al 40%. Insomma, il mito del «posto fisso» resta più che mai intatto. Soprattutto, strano a dirsi, tra le nuove generazioni.

Come riscrivere l’articolo 18 senza ideologie

Come riscrivere l’articolo 18 senza ideologie

Massimo Baldini – Il Secolo XIX

L’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970 serve davvero per aumentare l’occupazione? Oppure avverrà l’esatto contrario, visto che gli imprenditori saranno liberi di licenziare? Rispondere a queste domande è difficile, anche perché la riforma che pare il governo abbia in programma non riguarda solo l’articolo 18, ma tutta la normativa su rapporti di lavoro e ammortizzatori sociali.

Nel nuovo sistema, per i nuovi assunti vi sarebbero solo due contratti di lavoro dipendente: a termine e a tempo indeterminato a tutele crescenti. Con il primo si pagherebbero contributi più alti, cosi da limitarlo ai soli casi in cui vi siano ragioni effettive per un rapporto di durata fissa. Peraltro, si prevede una prima fase di ampia flessibilità. Passato un certo numero di anni, le tutele aumentano, e il punto è proprio questo: tra le tutele deve esservi anche l’articolo 18? Oppure in caso di licenziamento c’è solo (oltre al sussidio di disoccupazione) un indennizzo monetario?

L’articolo 18 è già stato modificato due anni fa dal governo Monti: in breve, oggi non si può licenziare per motivi discriminatori (sesso, opinioni politiche o sindacali, ecc.), ma se vi sono ragioni economiche il licenziamento è ammesso pagando un indennizzo (da 1 a 2 anni di stipendio). Il lavoratore può ricorrere al giudice, il quale può imporre la reintegra al lavoro se ritiene falso il motivo economico. La riforma del 2012 ha sicuramente ampliato la possibilità di licenziare, ma si ritiene che vi siano ancora molti margini di ambiguità nella norma che rendono incerto l’esito di un contenzioso. Molti quindi suggeriscono di precisare meglio nella legge cosa si intenda per motivo economico, in modo da ridurre l’incertezza interpretativa.

Qualsiasi riforma dovrà comunque mantenere la possibilità di ricorso al giudice, come in tutti i Paesi europei, per ottenere il reintegro se davvero c’è discriminazione o puro arbitrio. Si tratta quindi di scrivere meglio una norma ancora confusa, avendo comunque in mente che quando ci sono valide ragioni (un cambiamento della domanda, la necessità di una diversa competenza) è sbagliato e miope cercare di salvare con una sentenza un posto di lavoro non più giustificato da esigenze effettive dell’azienda. Riscrivere la norma in questo senso è sicuramente difficile, e richiede anche il contributo dei sindacati, ma vi sono margini per farlo in modo da soddisfare tutte le sensibilità della maggioranza. Invece sembra si preferisca usare l’articolo 18 per l’ennesimo scontro interno al Pd.

La modifica dell’articolo 18, da sola avrà effetti modesti. È solo un ingrediente, per quanto importante, di un ben più ampio insieme di riforme per un mercato del lavoro più moderno (ed anche più equo), dalla semplificazione dei contratti all’allargamento degli ammortizzatori, alla fine degli eccessi della cassa integrazione in deroga, le quali a loro volta si inseriscono in un processo di cambiamento che deve rendere il Paese più favorevole all’attività imprenditoriale e al lavoro. Oggi solo 56 persone su 100 tra 15 e 64 anni hanno un’occupazione, quasi 10 punti in meno della media europea. Se vogliamo aumentare questa percentuale servono all’Italia sia politiche per aumentare la domanda che riforme. Quella del mercato del lavoro è una delle più importanti, e sarebbe un peccato se finisse travolta da polemiche ideologiche.

L’articolo 18 protegge anche fannulloni e ladri

L’articolo 18 protegge anche fannulloni e ladri

Massimo Tosti – Italia Oggi

Coloro i quali hanno superato i 60 probabilmente ricorderanno un film (del 1970) intitolato comma 22, tratto da un romanzo di successo. Un capitano dell’aviazione americana impegnata nel Mediterraneo durante la Seconda guerra mondiale (sconvolto dalla morte di tanti compagni d’armi, e non trovando alcun senso nella guerra) tenta di farsi esonerare dal servizio, facendosi passare per pazzo, ma viene bloccato dal Comma 22 del regolamento che recita: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo». Ecco, capita qualcosa del genere con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che prevede il reintegro dei licenziati in Italia. Le aziende in difficoltà non possono licenziare nessuno (neppure gli assenteisti cronici), ma senza questa possibilità molte aziende oggi sono in affanno e, fra l’altro, non riescono a sostituire i fannulloni (o i ladri) con uno dei milioni di giovani condannati alla disoccupazione perenne. Il cane si morde la coda, esattamente come nella regola prevista nel film.

L’articolo 18 che affida ai giudici la decisione di reintegrare i reprobi nel posto di lavoro è oggetto di scontri viscerali dal 1970 (l’anno in cui lo Statuto dei lavoratori divenne legge dello Stato). Quel comma è un totem (e un tabù) da allora. Oggi, sull’articolo 18, si giova il futuro del Pd (e dell’Italia). L’anima (di minoranza) del Partito democratico che rivendica le proprie origini comuniste ha annunciato una possibile scissione anti-Renzi. Alle prossime elezioni il Pd nostalgico del passato potrebbe coalizzarsi con Sel e spezzoni di 5 Stelle, mentre quello renziano potrebbe rinforzare il patto con il centrodestra (inclusa Forza Italia). Il risultato (probabile) è che il vecchio Pd perda le elezioni lasciando campo libero a Renzi per realizzare le sue riforme, lo «svolta» Italia e lo «sblocca» Italia. Rosy Bindi ha lanciato l’anatema contro il premier, definendolo l’erede di Margareth Thatcher e dimenticando (di proposito) Tony Blair, il laburista che seguì il percorso avviato dalla lady di ferro. Perché altrove la sinistra ha saputo rinnovarsi, abbandonando i totem e le ideologie spazzate via dalla storia.