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Una zona frana al posto di “Dublino”

Una zona frana al posto di “Dublino”

Davide Giacalone – Libero

In tutta Europa si affronta il problema dell’immigrazione ipnotizzati dal pendolo dell’emotività. In Italia c’è un sacco di gente che su quel pendolo si culla, compiacendosi delle cose che dice e alimentando un buonismo e un cattivismo che sono i gemelli dell’inutilità. Ricordando che il saldo previdenziale e fiscale, oltre che produttivo, dell’immigrazione regolare è attivo, quindi ci guadagniamo, ritengo che affrontare la questione, freddamente e ragionevolmente, sia possibile. A patto di non perseverare in tre colpe e dedicarsi a tre rimedi.

La prima colpa è dell’Onu. L’Africa e il Medio Oriente non sono problemi europei, ma globali. Il Paese che investe di più, in Africa, è la Cina. Se la fuga dalle guerre e dalla miseria ha una sponda geografica in Europa, e segnatamente in Italia, questo non attribuisce a quest’area l’esclusiva del problema. È evidente che i profughi non dovrebbero essere soccorsi mentre affogano, ma già quando scappano. L’Onu ha grandi uffici lussuosi e tanti esponenti pronti a far la morale a tutti, ma non ha campi raccolta dove servono e quanti ne servono. Non è una mancanza, è una colpa.

La seconda colpa è europea: con Schengen si è raggiunto un grande e positivo risultato, descrivendo frontiere comuni, ma il regolamento di Dublino (ex Convenzione), che dovrebbe regolare l’immigrazione, è un fallimento. Perderemo Schengen, se non sapremo rimediare. Ed è una colpa europea anche discutere di Triton e Mare Nostrum, magari con l’occhio solo ai costi, perché nessuna di queste soluzioni potrà mai funzionare. ed entrambe diventano collaborazionismo con gli schiavisti, se non hanno alle spalle una comune amministrazione dei migranti.

La terza colpa è italiana: persi nelle baruffe demagogiche sembriamo non vedere che i due poli, del respingimento e dell’accoglienza, sono privi di senso. I migranti di oggi sono già più del doppio del picco 2011, nonché dieci volte la media di questo secolo.Affrontarli con gli strumenti culturali dell’accoglienza e del respingimento è come presentarsi con una pinza nel mentre vien giù una diga.

Veniamo ai rimedi. Il primo rimedio è la sincerità. Il contrasto alle guerre tribali e agli attacchi fondamentalisti consiste nel far la guerra ai nemici della civiltà e della convivenza. In molti casi questa è anche la precondizione per rendere efficaci gli aiuti allo sviluppo. Noi (Europa e Occidente) non possiamo far la guerra a tutti. Si tratta di rendere noto cosa intendiamo e possiamo fare, evitando che alle parole non corrispondano i fatti. Le guerre sono brutte, ma perdere la credibilità è peggio. Perde credibilità anche chi, dopo avere combinato disastri in Libia, usa le stragi per regolare conti petroliferi.

Il secondo rimedio consiste nel predisporre le retrovie dei salvataggi. Noi non potremo mai accettare di assistere alla morte dei migranti. Non per bontà ipocrita, ma perché il giorno in cui l’avremo accettato saremmo già finiti. Come civiltà. Quindi, comunque si chiami la missione, continueremo a salvare migliaia di persone. E poi? Questo è il punto su cui è necessaria l’Unione europea: poi li si porta sulla terra ferma, in zona Ue che non sia sotto una sola giurisdizione nazionale, li si identifica, si destinano i profughi alla loro residenza finale, si accolgono i migranti “economici” che si ritengono utili e si riportano tutti gli altri al punto di partenza. In sicurezza e con determinazione. L’infezione italiana non è l’immigrazione, ma la tolleranza della clandestinità, e il regolamento di Dublino ci designa quali depositari di quell’infezione. Va cambiato subito. Anche per chiarire ai trafficanti che mescolare profughi e clandestini non potrà più portare loro profitti lordi di sangue.

Terzo rimedio: attacco alla Flotta dei barconi. Spetterebbe al governo locale, in difetto del quale è un diritto di chi è minacciato da quelle barche, ed è un atto d’umanità verso quanti ne riempiono e ne riempiranno le stive. Non serve a nulla invocare l’intervento europeo o gemere perché si è rimasti soli. Serve indicare la soluzione possibile. Mettere più soldi negli errori già in atto serve solo a prolungare lo strazio e annegare nelle parole inutili.

L’immigrazione non è invasione, ma basta assistenzialismo

L’immigrazione non è invasione, ma basta assistenzialismo

Carlo Lottieri

La questione dell’immigrazione è tornata al centro delle cronache e, nell’imminenza di importanti elezioni, è diventata pretesto di opposti populismi.
Da un lato, a sinistra, si difende l’idea di un’immigrazione assistita, statizzata, a carico dei contribuenti, con l’idea che non si dovrebbe porre alcune limite all’arrivo di lavoratori e famiglie da Africa, Asia e America latina. Sulla base di logiche egualitarie e sostanzialmente illiberali, si afferma la tesi che i cittadini dell’Occidente, in generale, e dell’Italia, in particolare, avrebbero non soltanto l’obbligo morale di aiutare chi sta peggio, ma anche l’obbligo giuridico-politico di destinare le risorse provenienti dalle imposte a porre le basi per l’accoglienza e l’ospitalità di chiunque venga a vivere da noi.
Al populismo socialista si contrappone, sempre più, un populismo di segno opposto che è alimentato dalla stessa spesa assistenziale a favore dei nuovi arrivati. I centri di accoglienza sono ormai al centro della battaglia politica di chi, come Matteo Salvini, vede nel contrasto alla “invasione” la maniera più semplice per fare della Lega Nord un partito nazionale. In questo caso, si lascia intendere che meno immigrati vi sono e meglio è. Il progetto è quello di un’Italia solo italiana, anche sulla base della tesi – economicamente indifendibile – che gli immigrati sottrarrebbero posti ai lavoratori indigeni.
In questa situazione un progetto autenticamente liberale dovrebbe chiedere di “depoliticizzare” il tema. Bisogna riconoscere che una buona immigrazione può solo avvantaggiarci (basti pensare all’aiuto che tante famiglie ricevono dall’arrivo di badanti filippine, ucraine o romene), ma al tempo stesso si deve comprendere che la spesa pubblica in tema di immigrazione è benzina buttata sul fuoco degli odi razziali e della xenofobia.
Qualche elemento essenziale va ricordato. La maggior parte dell’immigrazione ha luogo tramite voli aerei ed aeroporti, o anche grazie a bus e treni. Silenziosamente, senza richiamare l’attenzione di giornalisti e senza suscitare tensioni di opposta natura, ogni giorno migliaia di persone fanno scalo in Italia con visti turistici e poi entrano in clandestinità. Nel suo insieme, l’immigrazione illegale è un fenomeno che non si risolve, allora, con la militarizzazione delle coste e il respingimento dei barconi.
In secondo luogo, bisogna tenere a mente che quanti arrivano via mare spendono somme rilevanti e in tal modo finanziano organizzazioni criminali. Bisognerebbe utilizzare quelle risorse in altro modo, incanalandole verso una gestione diversa della selezione di chi vuole venire da noi e facendo sì che non siano più i contribuenti a sostenere l’onere dell’ospitalità dei migranti. Chi arriva deve sapere che dovrà saper badare a se stesso e quindi dovrà utilizzare le molte migliaia di euro che oggi dà a chi senza scrupoli li carica sui barconi per acquistare un biglietto aereo e per gestire quelperiodo di tempo cercherà un lavoro, una casa e tutto il resto.
Lo Stato ponga legge semplici e chiare per gestire la selezione dei nuovi arrivati, e poi le faccia rispettare. Ma non spenda più soldi per un assistenzialismo che non aiuta gli stessi assistiti. Nemmeno ci si deve illudere che il flusso verso l’Europa si possa totalmente annullare, sebbene la crisi economica oggi abbia fatto sì che il numero degli italiani che se ne va è superiore a quello degli stranieri che vengono da noi.
È necessario comprendere che esistono già individui e realtà sociali che possono e vogliono farsi carico dei costi dell’accoglienza. In primo luogo, sono disposti a pagare – al punto che oggi finanziano la medesima criminalità che gestisce lo spostamento illegale di esseri umani – i migranti stessi, ma oltre a loro ci possono essere imprese pronte a dare opportunità a queste persone che vengono da lontano. È già così, se si considera il rapporto – in particolare – tra molte imprese agricole e i loro dipendenti pakistani o indiani, ma anche le famiglie che ospitano al proprio interno quelle donne che si prendono cura dei nostri anziani.
Per giunta, se qualcuno vuole aiutare per generosità o anche perché infatuato dal mito egualitarista può sempre farlo: non già chiedendo allo Stato di intervenire, ma sostenendo di tasca propria quegli enti filantropici, religiosi e no, che già oggi sono attivi nel sostegno agli immigrati.
Una società chiusa è una società morta. L’esigenza di aprirsi al dialogo, al commercio, alla globalizzazione e ai contributi più diversi implica anche la capacità di vedere nell’immigrazione una opportunità. Ma oggi l’assistenzialismo e la burocrazia hanno statizzato questo fenomeno, hanno creato talora perfino disparità di trattamenti, non di rado hanno dato argomenti a chi parla alla pancia di tanti solo sulla base di calcoli elettoralistici.
Dobbiamo invece aprirci al mondo sulla base di regole chiare e comportamenti responsabili, che tengano conto delle esigenze delle imprese e che non scarichino anche stavolta sui contribuenti oneri di solidarietà che non hanno alcuna valida giustificazione. Se la buona immigrazione è un gioco “a somma positiva” (che avvantaggia quanti vengono da noi e quanti, tra di noi, sanno valorizzare il lavoro e le intelligenze dei nuovi arrivati), non si capisce perché non possa alimentarsi da sé e abbia bisogno di poggiare su meccanismi redistributivi.
Su questi temi, nel corso degli ultimi trent’anni, sono stati commessi molti errori: dal momento che quasi ogni parte politica ha inseguito il consenso delle scelte demagogiche invece che orientarsi verso decisioni razionali, davvero in grado di favorire un migliore futuro per tutti. C’è bisogno che a destra e a sinistra si affermi insomma un linguaggio diverso e prenda corpo un modo più responsabile di trattare le questioni. Nel mondo dei voli low cost e delle imprese globali non si può più continuare a ragionare nei termini nazionalistici e statocentrici di questa vecchia destra e di
questa vecchia sinistra.
La crisi frena gli immigrati. Mandano meno soldi a casa

La crisi frena gli immigrati. Mandano meno soldi a casa

La Gazzetta dello Sport

Crisi per tutti, pure per ciò che chiamiamo «rimesse». Il frutto di lavoro e sacrifici, le somme che i lavoratori stranieri in Italia spediscono verso i Paesi di origine spesso attraversi piccole finanziarie: negli ultimi dieci anni hanno raggiunto la vertigine di 60 miliardi di euro. Eppure, a leggere un’analisi del Centro Studi «ImpresaLavoro» su elaborazione di dati Bankitalia, si scopre che anche questo settore è in sofferenza.

Nel dettaglio, esplorando la ripartizione anno per anno, ecco che le difficoltà complessive del sistema Italia portano a ridurre le rimesse spedite da questi lavoratori alle loro famiglie di origine: dai 7,394 miliardi del 2011 ai 6,833 miliardi del 2012 (-7,6%) e giù fino ai 5,533 miliardi del 2014 (-38%), il livello più basso dal 2007. Utile anche allargare il campo alla geografia dell’immigrazione in Italia: gli immigranti che hanno trasferito più risorse in patria li trovi in Lombardia (un miliardo e 119,4 milioni), poi ci si trasferisce nel Lazio (985,1 milioni) prima di risalire al nord: Toscana (587,1 milioni), Emilia-Romagna (459,7 milioni), Veneto (426,3 milioni).

«ImpresaLavoro» ha dovuto navigare in un mare magnum di dati e numeri: nello studio elaborato, contempla cittadini di 176 nazionalità differenti venuti da queste parti per lavorare. Quanto alle diverse nazionalità, si scopre che il flusso maggiore di denaro è partito dall’Italia direzione Romania: 876 milioni guadagnati qui e spediti in patria. E dopo i lavoratori romeni, immancabili, i cinesi (819 milioni). Più distanziate, le comunità del Bangladesh (360), delle Filippine (324), del Marocco (250), del Senegal (245), dell’India (225), del Perù (193), dello Sri Lanka (173) e dell’Ucraina (144).

L’Italia è divisa dall’economia

L’Italia è divisa dall’economia

Massimo Blasoni – Metro

Sono trascorsi appena quattro anni dalle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia eppure nessun Paese europeo ha una coesione territoriale peggiore della nostra. Dopo oltre un decennio di processo federalista coesistono di fatto due realtà separate da un profondo divario socio-economico: da una parte il Centro-Nord, che presenta indicatori in linea con quelli di Francia, Germania e Regno Unito; dall’altra il Mezzogiorno, che soffre tassi di disoccupazione sempre più simili a quelli della Grecia.

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Immigrazione, ecco chi invia più soldi ai Paesi di origine

Immigrazione, ecco chi invia più soldi ai Paesi di origine

Simona Sotgiu – Formiche

Il naufragio del peschereccio partito dalla costa libica con a bordo 950 migranti – numero riferito dai superstiti messi in salvo dalla Marina Militare e sbarcati a Catania – ha riaperto per l’Italia e l’Europa il dibattito su cosa sia necessario fare per impedire il ripetersi di tragedie di questa natura. La realtà, però, si scontra con il cordoglio, l’indignazione: un barcone con 200 migranti è naufragato, infatti, davanti alla costa orientale di Rodi, in Grecia, il 20 aprile.

E mentre si dibatte su quali interventi dovrebbero attuare Europa e Italia per limitare le stragi in mare, il Centro Studi Impresa Lavoro ha elaborato le cifre delle rimesse che i lavoratori stranieri inviano nei rispettivi Paesi di origine. Pochi quelli africani nelle classifiche.

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La crisi taglia le rimesse: sono ai minimi dal 2007

La crisi taglia le rimesse: sono ai minimi dal 2007

Repubblica.it

La crisi colpisce anche le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia: negli ultimi 10 anni le somme dirette verso i paesi d’origine dei migranti hanno raggiunto i 60 miliardi di euro, ma il trend rilevato da un’analisi del Centro Studi “ImpresaLavoro” su elaborazione di dati Bankitalia mostra chiari segnali di sofferenza.

Osservando la ripartizione per anno, infatti, si osserva come la crisi economica italiana abbia comportato negli ultimi anni una significativa contrazione delle somme inviate da questi lavoratori alle loro famiglie di origine: dai 7,394 miliardi del 2011 ai 6,833 miliardi del 2012 (-7,6%) fino ai 5,533 miliardi del 2014 (-38%), il livello più basso dal 2007.

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Il salvataggio “buttato via” da Tsipras e Varoufakis

Il salvataggio “buttato via” da Tsipras e Varoufakis

Giuseppe Pennisi – IlSussidiario.net

Alla riunione primaverile degli organi di governo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha detto che sta ai greci (Governo, Parlamento, società civile) dare una risposta adeguata alla grave situazione di indebitamento e crisi in cui versa il Paese. Draghi ha anche aggiunto che se la Grecia deciderà di uscire dall’unione monetaria (e o sarà di fatto esclusa a causa della reintroduzione di pesanti controlli dei cambi), “l’Unione europea si troverà in acque inesplorate”.

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Grecia, come si arrovella Mario Draghi

Grecia, come si arrovella Mario Draghi

Giuseppe Pennisi – Formiche

Chi si ricorda del romanzo di Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen “E adesso, pover’uomo?” (titolo originale Kleiner Mann, was nun?), scritto nel 1932 ma diventato popolarissimo grazie a una riduzione televisiva fattane negli Anni Sessanta con il titolo “Tutto da rifare pover’uomo”. E’ un romanzo molto più profondo di quanto non faccia pensare il titolo. Ditzen emigrò in Montenegro durante il nazismo e divenne dopo la guerra una delle penne più apprezzate di Berlino Est, ma morì nel febbraio 1947, prima che il regime, osannato negli Anni Settanta in un saggio di Barbara Spinelli, prendesse la piega che ha portato, prima al Muro e poi al suo crollo.

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Oppositori contabili

Oppositori contabili

Davide Giacalone – Libero

Da che si doveva sventare il pericolo della clausole di salvaguardia a che ci sono soldi in avanzo. Da che si scopre il tesoretto di 1.6 miliardi a che i tecnici di Camera e Senato avvertono che potrebbe diventare necessaria una correzione dei conti, per 6.4 miliardi. Da che si annuncia una valutazione prudenziale della crescita del prodotto interno lordo, fissata allo 0,7 per il 2015 (la metà della media eurozona, ma cresceremo di più, ripetono), a che si festeggia la stima fatta dal Fondo monetario internazionale, che ci vede in crescita solo dello 0,5 (un terzo dell’eurozona). Ora, a parte dotarsi di un pallottoliere, la domanda è: possibile che la sola opposizione, al governo, la facciano i contabili?

L’opposizione non è mera contrapposizione, che di quella abbondiamo. L’Italia è piena di soggetti politici che sono contro le privatizzazioni e contro le amministrazioni politiche, sicché si suppone auspichino la gestione divina. Di politicastri che protestano a fianco di chi è contro i tagli e di chi è contro le tasse. Loro sono “contro”, anche all’aritmetica e alla logica. Lasciamo perdere la coerenza. L’opposizione temibile, però, non è quella che cavalca i brontolii fagiolari (quella, quando vince, è segno che il sistema ha smollato), bensì quella che si rivolge agli elettori e dice: chi governa sta sbagliando, perché queste altre sono le cose che si dovrebbero fare. Meglio se è capace d’individuare la base sociale cui si riferisce, gli interessi che intende favorire e quelli che vorrebbe colpire. Le forze politiche che sono pro tutti sono pro niente e buon pro faccia a chi si sistema. Non la vedo, questa opposizione.

Sulla legge di stabilità c’è chi pubblica riflessioni e proposte e chi presenta critiche e diversi indirizzi. Ma proprio perché le firmano quelle sono posizioni loro, non di una forza parlamentare che stia facendo il mestiere dell’opposizione. Ciò provoca (ieri accadde a destra, oggi a sinistra) il nascere di un’opposizione innaturale, interna alla maggioranza. E comporta che il vincitore di turno diventi il solo giocatore in campo, con il risultato che perde il senso della realtà e dell’equilibrio, fino a gonfiarsi più di un rospo in calore.

A destra ci sono tanti bigotti rimasti sbigottiti, sicché dicono cose insensate su famiglia, procreazione e diritti individuali. Tanti socialisti asociali travestitisi da liberisti immaginari, sicché l’opporsi risulta loro difficile, nel mentre soffrono l’invidia della prestazione. Tanti giustizialisti manettari che vestirono i panni di un garantismo credibile come il botox. Tanti padri costituenti che ieri vollero quel che oggi considerano progenie bastarda. Finché avevano l’aia seguivano giulivi la scia del becchime, ora che si ritrovano nel pollaio inscenano guerre di galli, forse anche per dimenticare d’esser capponi.

Imprese e Occupazione: in Italia la peggior coesione territoriale europea

Imprese e Occupazione: in Italia la peggior coesione territoriale europea

NOTA

Nessun Paese europeo ha una coesione territoriale peggiore della nostra. La lunga crisi economica ha infatti ulteriormente accresciuto lo storico divario socio-economico che divide l’Italia: da una parte il Centro-Nord, che presenta indicatori in linea con quelli di Francia, Germania e Regno Unito; dall’altra il Mezzogiorno, che soffre tassi di disoccupazione sempre più simili a quelli della Grecia.
L’analisi dei principali dati su imprese e occupazione evidenzia diversità territoriali molto marcate nella nostra penisola. Il tasso di occupazione registra infatti 32,2 punti percentuali di differenza tra la migliore e la peggiore regione: a Bolzano lavora il 71,4% della popolazione tra 15 e 64 anni, mentre in Calabria ha un’occupazione solo il 38,9% degli under 65. Nessun altro Paese fa peggio di noi: la differenza tra la migliore e la peggiore regione spagnola in termini di occupazione di ferma al 18,7%, in Grecia questo gap è solo del 13,9%, in Germania è fermo all’11,1% mentre in Francia è solo dell’8,5%.
Questa realtà è figlia anche della diverse condizioni che le aziende incontrano sul territorio. Avviare un’impresa a Napoli può richiedere il triplo del tempo impiegato a Milano (16 giorni contro 6), una differenza che tutto sommato può apparire sostenibile. Se osserviamo però i tempi che un’azienda deve attendere per ottenere i permessi edilizi necessari a costruire un magazzino o un negozio, ci rendiamo conto della frattura che spacca in due il Paese: se a Milano sono necessari 151 giorni (comunque inferiori ai 154 in Svizzera e ai 197 a Tokyo), a Palermo si devono invece attendere ben 316 giorni (come in Iran e addirittura peggio dei 302 in Togo).
A questa grande disparità territoriale di occupati e di tempi di risposta alle imprese fa da contraltare un costo del lavoro che, invece, cambia molto poco sul territorio nazionale. L’Italia si colloca tra i Paesi che hanno la minore disparità regionale in quanto a costo del lavoro: una situazione illogica che fa costare il lavoro in Calabria poco di meno rispetto al Piemonte. Questo elemento di rigidità contribuisce ad aumentare il divario tra regioni: a parità di costo del lavoro, infatti, le aziende continueranno a scegliere territori con livelli infrastrutturali migliori e servizi pubblici più efficienti.
Queste condizioni richiederebbero una risposta dalle istituzioni ma è proprio a livello di governance locale che si evidenzia un altro gap di non poco conto. Mentre le province di Trento e Bolzano vantano una qualità della governance locale che si assesta fra il 10% delle migliori regioni europee, il Sud e il Lazio restano invece fanalino di coda in Europa. Per comprendere plasticamente questa differenza è sufficiente constatare come la miglior regione italiana sia alla pari con la migliore regione tedesca mentre la peggiore regione italiana ristagna purtroppo al livello della peggior regione della Romania e poco sopra della peggiore regione bulgara.

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