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Si poteva raddoppiare il taglio Irap riorganizzando il sistema di contributi alle imprese

Si poteva raddoppiare il taglio Irap riorganizzando il sistema di contributi alle imprese

NOTA

Tra trasferimenti correnti e contributi in conto capitale il Friuli Venezia Giulia ha erogato nel 2013 al sistema della imprese 230 milioni di euro suddivisi tra contributi erogati ad aziende private e trasferimenti concessi ad aziende pubbliche. Una cifra consistente, pari allo 0,62% del PIL regionale e sensibilmente superiore.
Un paper di Paolo Ermano dell’Università di Udine ha analizzato per ImpresaLavoro il fenomeno ed, elaborando dati SIOPE, ha ricostruito la composizione di questi dati. Nel 2013 – al netto dei contributi per servizi sanitari – la nostra Regione ha trasferito complessivamente 108 milioni di € ad imprese private (56 milioni in trasferimenti correnti e 52 in contributi in conto capitale) e 121 milioni di € ad imprese pubbliche (34 milioni di € in trasferimenti correnti e 87 milioni di € in conto capitale).

tabella 1

Elaborazione ImpresaLavoro su dati SIOPE. www.siope.it

E’ tanto o poco? Secondo il Centro Studi fondato da Massimo Blasoni si tratta di una cifra di tutto rispetto che in rapporto al PIL regionale è tre volte quanto eroga la Regione Veneto e cinque volte quanto distribuisce la Lombardia anche se con il nostro 0,62% siamo dietro tutte le altre regioni speciali, esclusa la Sardegna (0,51%). Il Trentino Alto Adige, infatti, eroga risorse alle imprese per il 2% del proprio PIL, la Valle d’Aosta per l’1,06%, la Sicilia per lo 0,78%.

tabella3

Per capire l’impatto di queste misure basta confrontarle con due tasse regionali, l’IRAP e l’addizionale IRPEF. Partiamo da quest’ultima che, secondo la Corte dei Conti, ha generato nel 2013 196 milioni di euro derivanti dalle aliquota all’1,23% per i redditi sopra i 15.000€ e dello 0,70% per i redditi sotto tale soglia. L’IRAP regionale ha garantito nel 2013 un gettito di 681 milioni, di cui 440 da aziende private.
Durante il dibattito su Rilancimpresa, la Regione ha più volte spiegato di non essere in grado di andare oltre il taglio dell’IRAP di circa 7 milioni di euro previsto nel provvedimento in discussione. Secondo ImpresaLavoro, invece, un’ipotesi di revisione del sistema dei contributi alle imprese avrebbe permesso di estendere sensibilmente i beneficiari del taglio, fino a raddoppiarne l’impatto.
E’ questo, infatti, il vero tema in discussione. Il dibattito sulla fuga delle imprese Regionali in Carinzia o in Slovenia ruota intorno a due fattori: di là le imposte sono più basse e c’è meno burocrazia. Tagliando con decisione l’IRAP il Friuli Venezia Giulia potrebbe diventare fiscalmente competitiva, quantomeno rispetto alle altre regioni italiane e ridurrebbe il divario fiscale con Slovenia e Carinzia semplificando il sistema e immettendo risorse senza la necessità di dedicare ore preziose alla burocrazia per richiedere un contributo.
Scarica il paper di Paolo Ermano per ImpresaLavoro “Dare a tutti per dare meglio“.

Così il Piano Juncker può  sbloccare la trattativa Ue-Tsipras

Così il Piano Juncker può sbloccare la trattativa Ue-Tsipras

Giuseppe Pennisi – IlSussidiario.net

La prima notizia è senza dubbio buona: il tanto temuto “mal di Grecia”, ossia il contagio della crisi finanziaria ed economica greca, al resto dell’eurozona, non avverrà – oppure se ci sarà, sarà in forma molto limitata blanda e l’Italia non ne sarà, come si era temuto, il vettore. I mercati internazionali hanno reagito con calma e souplesse alle richieste ad alta voce del nuovo Governo della Repubblica ellenica, anche a quelle del pittoresco ministro delle Finanze Yanis Varoufakis. E, soprattutto, la Banca centrale europea ha detto chiaro e tondo a tutti che “misure monetarie straordinarie” non vuole dire accettare in garanzia, per nuovi prestiti, titoli che domani possono essere carta straccia.

La seconda notizia è abbastanza buona. I nuovi governanti della Repubblica ellenica hanno iniziato la trattativa con quello che, in termini di “teoria dei giochi”, si chiama un gioco a ultimatum: un duello in cui una delle due parti deve soccombere (quale quello tra Don Giovanni e il Commendatore nelle varie versioni del mito del burlador de Sevilla). Ma appena la Bce ha mostrato non un bazooka ma un regolamento (e una dose di buon senso) hanno fatto marcia indietro, nonostante ad Atene (e non solo) le piazze si agitassero. Ciò vuol dire che si sta aprendo un negoziato che verosimilmente sarà lungo e difficile.

Le parti in causa sono numerose: i 19 Stati membri dell’eurozona, gli altri dieci dell’Unione europea, la Commissione europea, la Bce, il Fondo monetario internazionale e il resto del mondo in trepida e nervosa attesa. Ciascuna parte deve massimizzare due obiettivi: “la reputazione”, nel senso del rispetto delle regole nei confronti di tutti gli altri, e “la popolarità” nei confronti del proprio elettorato. Il Prof. Pier Carlo Padoan, attualmente ministro dell’Economia e delle Finanze dell’Italia, è un maestro di “teoria dei giochi multipli a più livelli” e potrebbe dare lezioni in materia. Potrebbe anche avere un ruolo centrale nella trattativa. Tuttavia, le divergenze tra gli obiettivi sono tali e tanti che è arduo prevedere che venga svolta unicamente sulla base della logica economica.

La terza notizia non è affatto buona. L’affaire Grecia ha scoperchiato la pentola di tutte le contraddizioni di un’unione monetaria (l’unica che io rammenti) effettuata non come conseguenza di un’unione politica, anche solamente confederale, ma come disegno puramente a tavolino tra Governanti di Paesi con storie, tradizioni, culture, strutture economiche profondamente differenti nella speranza che il resto arrivi come conseguenza del Trattato di Maastricht e degli accordi intergovernativi a esso successivi.

Gli esiti sono stati tali che ne sono nati movimenti che guardano con diffidenza (per parlare in toni gentili) alla moneta unica. La ripresa in atto nel Nord America e l’andamento abbastanza buono dell’economia mondiale mostrano che l’eurozona è il “grande malato” e che dal 2010 le difficoltà in cui versa non possono essere attribuite alla crisi dei mutui subprime venuta dagli Stati Uniti, ma, come ha chiaramente scritto la Banca d’Italia, a “una crisi del debito sovrano europeo”. Per risolverla, sarebbe auspicabile una conferenza dei debitori (numerosi) e dei creditori (pochi) e un metodo condiviso per procedere. È difficile pensare che un’assise del genere possa essere convocata in tempi brevi, anche e soprattutto poiché manca un metodo condiviso.

Nel breve periodo preverrà un approccio multi-bilaterale, termine elegante per dire di fare sì che tutti “salvino la faccia”, senza incorrere in costi eccessivi, quali il Piano Marshall per la Grecia che qualche anima bella ogni tanto evoca. Una soluzione potrebbe essere quella di allungare le scadenze del debito greco e dare un’allocazione speciale degli investimenti del “piano Juncker” alla Repubblica ellenica. Il prolungamento delle scadenza pare, in ogni caso, necessario per evitare un vero e proprio default: i greci lo presenterebbero al loro pubblico come una riduzione del debito (in sostanza lo è), i “duri e puri” direbbero ai loro elettori che non si è fatto alcun taglio ma soltanto somministrato un dosaggio di vitamine e antibiotici, le anime belle (poche e dubbiose come le vergini nelle processioni delle Pasque greche e non solo) inneggerebbero (a torto) alla flessibilità.

Un’allocazione straordinaria del “piano Juncker” non danneggia alcun partner della Grecia (principalmente poiché il pipeline di progetti di qualità ed effettivamente cantierabili non è affatto pieno) e permetterebbe al Governo greco di annunciare di avere portato fresh money a casa. Nel complesso si metterebbe una pezza. Sempre che non ci sia l’intenzione di acquistare un nuovo paio di pantaloni.

Riscoprire la cultura del lavoro

Riscoprire la cultura del lavoro

Maurizio Ferrera – Corriere della Sera

Per il mercato del lavoro italiano il 2015 potrebbe davvero essere l’anno di svolta. Grazie alla ripresa dell’economia, le imprese dovrebbero tornare ad assumere. E il Jobs act le incentiverà a offrire occupazione stabile, disciplinata dal nuovo contratto a tutele crescenti. Secondo gli esperti, entro la fine dell’anno questo tipo di contratto sarà adottato per circa la metà delle nuove assunzioni. Non si tratterà solo di un cambiamento di regole. Gradualmente si affermerà una nuova logica di rapporti fra imprese, lavoratori e Stato: più simile a quella degli altri Paesi europei, più efficace e inclusiva. È una grande scommessa, che sarà vinta solo nella misura in cui ciascuno capirà qual è la posta in gioco e come interpretare bene la propria parte. Per le imprese, tornare ad assumere in forma stabile significa recuperare la cultura del lavoro (quello dei propri dipendenti) come investimento, come un fattore produttivo che va coltivato dall’interno.

Le statistiche segnalano che negli ultimi vent’anni in Italia non si sono registrati molti progressi, ad esempio, in termini di addestramento on the job o di formazione permanente. I dipendenti precari sono stati poi relegati su binari secondari, spesso utilizzati come risorsa «usa e getta». Non è un caso che i lavoratori italiani si sentano molto meno impegnati e coinvolti nell’organizzazione aziendale rispetto ai loro colleghi Ue. Lo scarso successo (sinora) dell’apprendistato e di tutte le forme di raccordo fra scuola e imprese è, almeno in parte, un segnale di poca attenzione per l’insostituibile ruolo che i datori di lavoro devono giocare nel contesto educativo e culturale dal quale reclutano il proprio capitale umano.

Anche per i lavoratori è necessario un cambiamento di mentalità. Veniamo da una tradizione in cui il posto fisso a vita è stato per generazioni l’obiettivo più ambito. Ancora oggi, a dispetto del precariato, l’Italia è il Paese Ue in cui la durata media del rapporto di lavoro è più lunga (15 anni) e in cui il numero di impieghi nel corso della vita è il più basso: due, rispetto ai quattro della Francia e ai cinque della Danimarca. Si tratta di una media che sconta l’inamovibilità del nostro pubblico impiego e l’onda lunga dell’articolo 18. Ma l’aspettativa del tempo indeterminato a vita è ancora molto radicata, anche fra i giovani. Contrariamente a quanto è successo nei Paesi nord europei, l’avvento della flessibilità in Italia ha coinciso con la precarizzazione, ossia uno stato di perenne insicurezza, frequenti interruzioni di reddito, «intrappolamento» nei settori meno qualificati del mercato del lavoro. Non sarà facile recuperare il significato positivo della parola flessibilità e convincere i giovani che – se si svolgono in contesti adeguati – la mobilità territoriale, il cambiamento del posto di lavoro o delle mansioni non sono un dramma e anzi possono diventare un’occasione di crescita. Senza questo salto culturale, le nuove logiche occupazionali sottese al Jobs act non potranno dare i frutti sperati. Per ottenere effetti virtuosi dalla riforma deve cambiare soprattutto lo Stato. Non so se il governo Renzi ne sia pienamente consapevole, ma la sfida è enorme.

La flessibilità non degenera in precarietà solo se l’amministrazione pubblica è in grado di fornire efficienti servizi di ricollocazione e formazione. Il nostro deficit inizia dalle scuole: la metà degli studenti italiani dichiara di non aver ricevuto alcun consiglio e consulenza mirata sui percorsi lavorativi post licenza e sulle proprie potenzialità. Negli altri Paesi questa è la norma per la quasi totalità degli allievi. La metà, di nuovo, dei lavoratori italiani dichiara che, in caso di perdita del posto di lavoro, la probabilità di trovarne un altro è molto bassa. Il dato medio Ue è inferiore di venti punti. Il segnale è chiaro: i servizi per l’impiego sono totalmente inadeguati rispetto alle esigenze di un mercato del lavoro flessibile. Difficile pensare di poterci allineare in tempi rapidi ai modelli nordici. Ma è urgente avviare un processo di riforma almeno simile a quello seguito da Francia e (soprattutto) Germania.

Qualche settimana fa l’Economist ha aperto una discussione sulla crescente diffusione del «lavoro a rubinetto»: la produzione di servizi in forma completamente decentrata da parte di mini-imprese capaci di sfruttare app, cellulari e tecnologia. Sarebbe la fine del lavoro dipendente come l’abbiamo conosciuto finora. È uno scenario futuribile da rivista settimanale, ma anche un segnale di quanto rapidamente l’economia stia cambiando grazie al progresso delle conoscenze. Vista dall’Italia, l’epoca del lavoro a rubinetto sembra un film di fantascienza. Ma non possiamo tirarci indietro rispetto alle concrete sfide di adattamento che oggi ci si pongono davanti. Rimbocchiamoci le maniche e facciamo uno sforzo collettivo per oltrepassare la soglia della flexicurity. Sarebbe un grande successo, e basterebbe per almeno una generazione.

I segnali di una ripresa con i piedi d’argilla

I segnali di una ripresa con i piedi d’argilla

Stefano Manzocchi – Il Sole 24 Ore

Nel districarci tra le recenti previsioni economiche per il nostro Paese, e parafrasando Mao Tze Tung, potremmo dire: grande è la confusione sotto il cielo, speriamo che la situazione divenga eccellente. Nelle ultime settimane si sono susseguiti molti aggiornamenti delle stime del Pil italiano nel 2015/16, accompagnati da interpretazioni e comunicazioni che talvolta sono apparse piuttosto discordanti. Il mestiere del previsore economico di questi tempi è arduo: per anni le stime della crescita italiana (e in generale europea) sono state riviste al ribasso trimestre dopo trimestre. La crisi finanziaria, il lento deleveraging, la brusca contrazione del commercio mondiale nel 2009, e poi le difficoltà ancora irrisolte dell’Eurozona e delle sue politiche economiche che ci hanno condotto in deflazione.

Tutto ha contribuito a frustrare le aspettative (le speranze?) di una ripresa sostenuta e generalizzata. Per comprendere le pene del previsore, occorre tener conto di almeno tre aspetti. In primo luogo, il potenziale di crescita dell’Italia e dell’Europa appare modesto rispetto a qualche decennio fa, e inferiore a quello di altre macro-aree mondiali. La crescita potenziale è quella che si stima quando c’è pieno impiego dei fattori produttivi, e dipende dalla crescita degli input e della loro produttività. Ci si riferisce qui alla cosiddetta Produttività Totale dei Fattori (PTF), che in Italia ristagna da molto tempo: nei 12 anni prima della crisi è diminuita dello 0,14% in media annua, mentre aumentava anche di 2 o 3 punti l’anno in tutti gli altri Paesi Ue eccezion fatta per la Spagna (-0,18%).

L’aumento della PTF è favorito da molti elementi, ad esempio innovazione, progresso tecnico, introduzione di nuovi beni e servizi, buone istituzioni e giusti incentivi per gli attori economici. Rilevano a tal proposito la qualità del capitale umano, lo sviluppo del sistema finanziario locale, le infrastrutture di trasporto che ad esempio sembrano dar conto di circa il 10% della dinamica della competitività manifatturiera in Italia.

Ma le stime della crescita potenziale sono di scarso aiuto quando si tratta di fare previsioni a medio termine per un Paese, o un Continente, dove l’output gap (scostamento del Pil effettivo da quello potenziale) è così pronunciato come in questa fase. L’Italia è sotto di un decimo rispetto al Pil degli anni pre-crisi, e di un quarto se consideriamo la produzione industriale, secondo le valutazioni più accreditate. Quanto di tale scostamento dipende dal vuoto di domanda generatosi dopo la crisi, o invece dagli “shock strutturali” che hanno investito la nostra economia rendendo meno competitive le nostre risorse strumentali ed umane? Tra questi shock, non possiamo trascurare l’avvento della moneta unica che ha cristallizzato l’enorme surplus commerciale tedesco che grava tuttora sui destini dell’Eurozona, nonostante i proclami della Commissione Ue di sanzionarlo.

L’ulteriore difficoltà per il previsore è che la crescita potenziale e i divari di competitività sono interconnessi: la stasi della nostra PTF dal 1995 ha deteriorato nel profondo la competitività dell’industria italiana che all’esplodere della crisi globale si è scoperta più vulnerabile di altre. E sarebbe illusorio immaginare che il mercato interno da solo possa nel medio termine sostenere l’industria: remano contro la nostra demografia, tecnologia e distribuzione del reddito.

Stretto tra tendenze della crescita potenziale, output gap e divari di competitività, il previsore economico ha spesso un compito difficile. Anche gli sviluppi recenti, come il crollo del prezzo del petrolio, si possono leggere in modo opposto: come stimolo alla crescita per la maggior competitività delle imprese importatrici di energia e per la spinta ai consumi per via dell’aumento del potere d’acquisto; oppure come ulteriore tassello di un quadro deflazionistico assai preoccupante per un’economia che “danza” su oltre 2000 miliardi di debito pubblico (si veda la nota di Nomisma del 16 gennaio 2015 – Insidie petrolifere). Gli spunti di ripresa sembrano tuttavia confermati dalla batteria di indicatori che Il Sole 24 Ore pubblica in questo numero e che provengono da fonti diverse, anche se non mancano come sempre segnali discordanti. La sensazione complessiva è che molte condizioni sistemiche per un’inversione di tendenza della congiuntura si siano materializzate, come confermano i principali istituti di ricerca italiani e internazionali. Ma la fragilità dell’Eurozona ha radici profonde, e senza nuovi sviluppi istituzionali e una diversa rotta delle politiche comunitarie, le prospettive economiche sono tuttora esposte a molte incertezze che possono minare la fiducia degli operatori.

Enel, è vera privatizzazione?

Enel, è vera privatizzazione?

Giuseppe Pennisi – Formiche

Se le cose vanno come desiderato al Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) ed a Palazzo Chigi, la vendita del 3-6% di quote Enel potrebbe essere presentato come ‘il fiore all’occhiello’ delle privatizzazioni. Verrebbe effettuata in tempi brevi: il collocamento inizierebbe la settimana del 9 febbraio e verrebbe completato entro la fine del mese, anche in quanto ci sarebbero investitori internazionali interessati all’acquisto. Il provvedimento porterebbe “cassa” (si stima sino a due miliardi di euro) senza fare perdere allo Stato il controllo di quello che è, in sostanza, il protagonista della produzione dell’energia elettrica. Al termine della cessione il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), oggi azionista con il 31,2%, si troverebbe a scendere al 25% circa. Il secondo azionista di peso, dopo l’azionista pubblico, resterebbe People’s Bank of China con una quota del 2 per cento.

Più importati dei due miliardi (eventuali), che appena scalfirebbero l’irta montagna del debito pubblico, la misura sarebbe una prova concreta che il governo intende andare avanti seriamente con il piano di privatizzazioni (di fatto fermo da circa tre anni) almeno per quanto nelle competenze dello Stato centrale. La cessione di quote Enel arriva, inoltre, in un momento particolarmente propizio: in una fase in cui il calo domanda pesa sui ricavi (per ben 75,8 miliardi), l’Ebitda è in linea con gli obiettivi, e soprattutto l’indebitamento scende a 38 miliardi da 44,57 in settembre, nonostante i maggiori investimenti. Ciò indica che il management è stato in grado di cogliere le opportunità del ribasso internazionale ed europeo dei tassi d’interesse e d’effettuare buone operazioni di rifinanziamento, oltre che di portare a termine cessioni di controllate all’estero (Egp France e le attività in El Salvador). Un terzo elemento è il desiderio di numerosi investitori, piccoli e grandi, di porre i propri risparmi in collocamenti a lungo termini con poco rischio, rendimenti non elevati ma con caratteristiche di permettere di dormire tra due cuscini: i risparmi delle famiglie italiane sono arrivati a 3800 miliardi nonostante la tassazione sia cresciuta, secondo il Centro Studi “ImpresaLavoro” da 6,9 miliardi nel 2011 a 15,9 miliardi stimati nei documenti di finanza pubblica per il 2015, e l’investimento nell’attore principale di un mercato oligopolista pare avere le caratteristiche appropriate.

Il 26 gennaio al ministero dell’Economia e delle Finanze si è tenuta una riunione con il comitato per le privatizzazioni e gli advisor (Equita e Clifford Chance) per mettere a punto la strategia. In allerta sarebbero anche le banche già individuate per il consorzio di collocamento, una decina in tutto, tra i maggiori player internazionali e italiani, incluse Banca Imi e Unicredit. L’operazione dovrebbe prendere forma in tempi brevi. La tipologia di operazione su cui si sta lavorando è quella di un book building accelerato, che consentirebbe la realizzazione di un collocamento lampo da chiudere nel giro di alcune ore. Nell’ottica di chi ritiene che le privatizzazioni non debbano essere solamente o principalmente uno strumento di breve periodo per “fare cassa”, ed innescare energie nuove nell’azionariato oggi e domani anche nel gruppo dirigente, è doveroso chiedersi perché il Mef non abbia colto questa occasione per cominciare a mettere ordine in un mercato caratterizzato da liberalizzazioni incompiute, molteplicità di attori pubblici e privati, nonché nazionali ed europei, ed una regolamentazione incompleta ed in cui vari aspetto si accavallano.

In Italia, abbiamo l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, Terna (proprietario della rete e responsabile della trasmissione e del dispacciamento di energia elettrica, il Gestore dei servizi energetici, principalmente per gli incentivi alle fonti rinnovabili), l’Acquirente unico, garante di ultima istanza della fornitura alle famiglie ed alle piccole imprese. A livello europeo per l’Agenzia per la cooperazione tra i regolatori nazionali, in cui concorrono autorità statali incorporate nel processo regolatorio europeo. In breve, un vero e proprio labirinto. Una guida efficace sono i 22 saggi raccolti nel volume a cura di Alberto Clò, Stefano Clò e Federico Botta “Riforme elettriche tra efficienza ed equità”, Bologna Il Mulino, 2014. Ha pienamente ragione Sabino Cassese nel sottolineare che siamo in una fase di transizione, con un mercato che continua ad essere oligopolistico, con molte e complesse nuove regole. Ciò non vuol dire che il riassetto del settore (eliminando ad esempio duplicazioni ed accavallamenti), debba essere simultaneo alla cessione di quote, ma dovrebbe, per mostrare un nesso, avvenire nei prossimi mesi. Allora sarebbe una ‘vera’ privatizzazione con una ricaduta istituzionale sul funzionamento del mercato.

La Puglia è terza in Italia per fondi alle imprese

La Puglia è terza in Italia per fondi alle imprese

La Gazzetta del Mezzogiorno

Tra trasferimenti correnti e contributi in conto capitale ogni anno le Regioni italiane trasferiscono al sistema delle imprese circa 6 di euro, suddivisi tra contributi erogati ad aziende private e trasferimenti concessi ad aziende pubbliche. Una cifra consistente, pari allo 0,36% del Pil nazionale. Lo rivela una ricerca del Centro studi «ImpresaLavoro», evidenziando che – nel dettaglio – a fare la parte del leone è il Trentino Alto Adige, che trasferisce annualmente al suo sistema delle imprese circa 762 milioni di euro, seguito dalla Sicilia con 683 e dalla Puglia, con 591 milioni.

Sulla base del Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici del Ministero delle Finanze, gli ultimi dati disponibili certificano che nel 2013 le Regioni italiane hanno trasferito complessivamente 3,3 miliardi di euro a imprese private (1 miliardo in trasferimenti correnti e 2,3 miliardi in contributi in conto capitale) e 2,5 miliardi di euro a imprese pubbliche (1,1 in trasferimenti correnti e 1,4 miliardi in conto capitale). E dal punto di vista dei contributi che ogni regione eroga rapportati alla popolazione, il Trentino Alto Adige risulta ancora di gran lunga il territorio più generoso: con 736 euro per ogni cittadino residente quasi doppia la Valle d’Aosta che si classifica al secondo posto. Terza la Basilicata con 200 euro a cittadino e quarto il Friuli Venezia Giulia, che trasferisce ogni anno alle sue imprese 186 euro per cittadino residente. Molto meno generose sono la Toscana (37 euro), la Lombardia (41 euro) e il Lazio (42 euro).

Anche con riferimento al Pil Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Basilicata si confermano le regioni in cui vengono erogati più contributi alle imprese: nelle province di Trento e Bolzano, infatti, la contribuzione regionale ad aziende pubbliche e private raggiunge i 2 punti di Pil: il doppio di quanto avviene in Valle d’Aosta e Basilicata e 20 volte l’impatto che queste misure hanno in regioni importanti come Lombardia, Toscana, Lazio e Veneto.

Quanto alla composizione dei contributi al sistema delle imprese, diviso tra aziende private e imprese pubbliche, Liguria ed Emilia-Romagna primeggiano nel primo caso: in Liguria quasi il 93% dei contributi erogati finisce al pubblico mentre in Emilia-Romagna le aziende di stato si portano a casa l’82% del totale. Terza, anche in questo caso, è la Puglia con il 64% dei contributi erogati, seguita dalla Campania con il 63,5% e dalla Sardegna con il 54,1%. Al contrario, si dimostrano particolarmente attente al sistema delle aziende private Molise, Campania e Sicilia che stanziano a loro favore rispettivamente il 94,4%, il 90,7% e l’86% delle risorse disponibili per contributi alle imprese.

Pedinamento video e dossier, il detective incastra i fannulloni

Pedinamento video e dossier, il detective incastra i fannulloni

Giacomo Susca – Il Giornale

«Con questa crisi, mi dica chi può permettersi di pagare qualcuno che non lavora o che fa finta di lavorare… eliminare le mele marce è questione di sopravvivenza. Se rubi lo stipendio, o te ne vai o l’azienda chiude». Il concetto, messo così, è brutale e pare quasi scontato. Però non viene dal politico anticasta o dal tecnico del ministero a caccia di tagli. Parlano i nuovi professionisti chiamati in causa nella lotta all’assenteismo. Sono gli investigatori privati: rappresentano l’ultima frontiera esplorata da quegli imprenditori, ma anche da quei dirigenti di società partecipate, che mai come ora si sentono «abbandonati dallo Stato».

Nel privato il fenomeno dell’assenteismo è più circoscritto rispetto alla giungla del pubblico impiego – i dati dell’Inps dicono che i certificati di malattia trasmessi nel 2013 sono aumentati in questo settore «solo» dell’1,1% rispetto al 2012: in valore assoluto sono stati 11.869.521, con 8,9 milioni di «eventi di malattia», che si traducono in genere dai 2 ai 10 giorni di assenza consecutivi. Ma i responsabili di impresa non hanno più tempo (e denaro) da perdere, per cui hanno preso a farsi «giustizia» da soli, assoldando detective e consulenti di intelligence pur di stanare i fannulloni ancora a libro paga. Se le istituzioni latitano e la morsa dei controlli si allenta, bisogna darsi da fare in proprio.

Le indagini sulle «corna» sono il retaggio di un passato imprigionato ormai quasi solamente in vecchi film; oggi è sufficiente un’occhiata al cellulare e ai social network per smascherare un partner infedele. L’infedeltà e la scorrettezza ben più difficili da individuare e punire sono quelle del dipendente fraudolento o scansafatiche. Il core business delle agenzie investigative, che negli ultimi anni registrano tassi di crescita anche a doppia cifra come dimostrano alcune indagini delle Camere di commercio, si è decisamente spostato sul terreno aziendale. Basta fare un giro sui principali motori di ricerca in internet per rintracciare almeno una cinquantina di società specializzate a Milano e a Roma, ma pure all’interno dei distretti più produttivi, come in Veneto, Toscana, Emilia-Romagna. In tutto il territorio nazionale sono 600-700 le realtà che operano soprattutto in questo specifico ambito.

Dove non arrivano le leggi, l’ispettore Inps o il medico fiscale, è l’investigatore privato a verificare se le astensioni dal lavoro per motivi di salute o personali non nascondano in realtà malcostume e truffe. «Il 40% delle nostre indagini aziendali si concentra sull’assenteismo dei dipendenti. L’obiettivo è raccogliere prove documentali che possano essere utilizzate in giudizio dall’azienda che intende procedere al licenziamento del dipendente per giusta causa, oppure seguire vie extragiudiziali come la richiesta di risarcimenti o di dimissioni», spiega Marzio Ferrario, ceo dell’agenzia Phersei. La Cassazione, con la sentenza 25162 dello scorso novembre, è tornata a occuparsi della materia: ha ribadito che è legittimo il licenziamento del dipendente che, in malattia, «nei giorni di assenza compiva attività logicamente incompatibili con la patologia stessa – come sollevare una bombola a gas, cambiare una ruota, prendere in braccio la figlia». E i giudici hanno sdoganato definitivamente l’utilizzo degli 007: «È legittimo il ricorso a un’agenzia investigativa da parte del datore di lavoro per assumere queste informazioni», naturalmente nel rispetto delle norme sulla privacy.

«Nel 2014 i mandati per contrastare l’assenteismo sono cresciuti del 7%. Si rivolgono a noi aziende italiane, ma anche straniere con interessi commerciali in Italia – raccontano Francesco e Davide Castro, padre e figlio, responsabili dell’agenzia Vigilar Group -. Non possiamo fare i nomi delle aziende per due motivi: sia per il contratto di riservatezza che ci lega al cliente, sia perché si preferisce non far sapere ai propri dipendenti che potrebbero essere “attenzionati” o sorvegliati». Si tratta comunque di grandi gruppi aziende del settore automobilistico, case di moda e di lusso, multinazionali farmaceutiche e dell’energia. Il modus operandi delle agenzie può essere riassunto così: imprenditori e capi ufficio del personale espongono il loro «problema», che corrisponde a un nome e cognome, il lavoratore o la lavoratrice sospettata di fare imbrogli con malattie o permessi.

Dopo una prima fase di indagini preliminari sul soggetto (con l’utilizzo di fonti aperte, compresi colleghi e conoscenti, e altre più strettamente confidenziali), partono i primi sopralluoghi e quindi il «controllo diretto» (anche con il più classico dei pedinamenti), svolti in alcuni casi da una squadra di due o più detective. Vengono scattate foto e girati video per fornire elementi di prova incontrovertibili; infine, gli investigatori riportano l’esito delle indagini in un dossier che potrà essere utilizzato in un’eventuale azione legale. «I servizi di surveillance hanno durata variabile, ma solitamente in 4-5 giorni siamo in grado di fornire un quadro completo della situazione», conferma Davide Castro.

Il risultato è che se ne vedono di tutti i colori: il dipendente assente per malattia che malato non è, ufficialmente influenzato va in palestra o alle terme; c’è chi dice di avere un braccio rotto e poi vince il torneo di tennis in Brianza. E poi ci sono quelli che approfittano dei congedi in virtù della legge 104, ovvero dei permessi retribuiti per assistere un familiare portatore di handicap.
Ma invece di stare accanto alla madre disabile, si concedono una giornata di shopping, vanno al parrucchiere, qualcuno è stato sorpreso a farsi una gitarella in una città d’arte a 500 chilometri di distanza dal domicilio. «Per non parlare di quel “lavoratore” che andava a trovare una escort con una certa frequenza…», ricorda divertito un investigatore romano. In una diversa forma di assenteismo rientrano i casi di dipendenti che sarebbero al lavoro ma in realtà fanno altro, «attività non inerenti all’interesse dell’azienda». Come l’informatore scientifico che non rispetta gli appuntamenti in agenda e si dedica ad altri affari: «Ce n’era uno che passava le giornate a coltivare campi di kiwi…», confida divertito un altro detective. I sospetti «mirati» dei datori di lavoro vengono confermati dalle indagini sul campo nel 90% dei casi. Una singola agenzia con un buon parco clienti e di dimensioni medio-grandi, in un anno può contribuire al licenziamento per giusta causa anche di 50 «furbetti» a vario titolo. Attenzione, non solo semplici impiegati col vizietto di imboscarsi, ma pure top manager. Secondo l’osservatorio sulle investigazioni di Axerta Investigation Consulting, «nell’83% delle indagini svolte il lavoratore tiene un comportamento scorretto, il 92% mette in atto comportamenti che compromettono la guarigione e l’8% si mette in malattia per fare un altro lavoro». Dal punto di vista delle aziende, lo sforzo economico di affidarsi alle agenzie vale «l’impresa» – appunto – in termini di indennità di malattia o di stipendi risparmiati.

Il pregiudizio inganna, ma a volte anche la statistica. Gli studi incrociati tra i paesi Ue e Ocse inquadrano l’Italia, a sorpresa, tra i livelli più bassi di assenteismo. O meglio, succede che da noi è minima l’assenza media ma massimo il differenziale tra pubblico e privato. L’Inps nell’ultimo rapporto certifica che nel 2013 sono stati trasmessi dalla pubblica amministrazione 5.983.404 certificati medici. Considerando che gli statali in servizio sono oltre 3,3 milioni, significa una media di 1,8 certificati a testa, tornati a crescere a un tasso del +27% in due anni. E le prime indiscrezioni sui dati 2014 confermano la tendenza, visto che sono saliti ancora del 9,4%. I dipendenti del settore pubblico si assentano per malattia circa dieci giorni all’anno contro i sei del privato. Qualche meccanismo si deve essere inceppato, visto che almeno fino al 2011 gli effetti positivi della riforma Brunetta si erano visti, avendo portato a una riduzione media dei giorni di assenza per malattia pari al 31,1%. La rivoluzione della legge 133 del 2008, a quanto pare, è già un ricordo e oggi siamo punto e a capo. L’impatto delle misure va esaurendosi col tempo insieme al loro effetto deterrente.

Anche se è guerra di numeri. Il ministero della Pubblica amministrazione ne ha diffusi di nuovi la settimana scorsa, secondo cui le assenze sarebbero calate del 5% nel 2014 ma da questo conteggio restano fuori comparti chiave e ad «alta densità» di assenteismo come la scuola. Ogni anno le indennità di malattia riconosciute alle aziende costano all’Inps qualcosa come due miliardi di euro. E Confindustria ha calcolato che «portando l’assenteismo nel settore della Pa sui livelli più bassi delle imprese private si risparmierebbero oltre 3,7 miliardi di euro di spesa, attraverso un minor fabbisogno di personale». O quanto meno, a parità di costi, un minore assenteismo aumenterebbe l’efficienza e la qualità dei servizi. Numeri da capogiro per abbattere i quali si fa poco o niente.

Esemplare il caso dei vigili urbani di Roma. La magistratura ha aperto un’inchiesta sulla «sbornia di Capodanno» per capire se l’ammutinamento fosse premeditato e se ci sia stata la regia dei sindacati. Uno specchio della difficoltà a prendere provvedimenti incisivi. Ecco un’altra prova: in tutto il 2013 sono 220 i dipendenti della pubblica amministrazione licenziati in seguito a quasi settemila procedimenti disciplinari. Eppure sono appena 99 gli allontanamenti legati ad assenze ingiustificate o non comunicate nei tempi previsti. Altri 1.400 lavoratori (si fa per dire…) se la sono cavata con una sospensione, che si traduce in giornate senza stipendio, più raramente settimane. Finora hanno sempre pagato in pochi (uno ogni 15mila!).

Adesso il governo torna all’attacco brandendo il disegno di legge Madia, che ripropone il licenziamento senza preavviso per la falsa attestazione della presenza in servizio o l’assenza ingiustificata con falso certificato medico. Insomma, si tenta di riscrivere quelle regole che negli ultimi non si è quasi mai riusciti ad applicare. E questo i fannulloni, di Stato e no, lo hanno capito molto bene.

Enti, fondazioni e authority: il collocamento dei non rieletti PD

Enti, fondazioni e authority: il collocamento dei non rieletti PD

Sergio Rizzo – Corriere della Sera

Di esperienza sul campo ne aveva da vendere. Era lui che dagli schermi di Video Calabria conduceva Calabria Verde, trasmissione d’inchiesta sull’agricoltura calabrese. A Francesco Laratta detto Franco mancava solo un adeguato riconoscimento istituzionale. Mai dire mai: a settembre del 2014 ha avuto un posto nel consiglio di amministrazione dell’Ismea, l’istituto pubblico per i servizi nel mercato agricolo. Trombato alle politiche del 2013, il coordinatore regionale di Areadem, componente del Pd che fa riferimento a Dario Franceschini, è stato uno degli ultimi ex onorevoli del partito di maggioranza a trovare una ricollocazione. Sia pure come semplice consigliere di un ente statale non di primo livello. Non si può lamentare. A causa di un ricambio generazionale senza precedenti il giorno dopo le elezioni ben 165 onorevoli democratici della scorsa legislatura si sono trovati senza seggio.

Considerando le componenti esterne, vedi i radicali che facevano parte del gruppo Pd, o quanti rimasti fuori dal Parlamento per scelta personale che certo non aspirano alla poltroncina di una società pubblica, si riducono a 135. Ma sono comunque un esercito. E chi si aspettava cambiamenti con la nuova stagione politica deve ricredersi. Perché la realtà dei fatti è ben diversa dalle dichiarazioni di principio. Tanto più che nel 2013 è intervenuto un fatto nuovo e non trascurabile: l’impossibilità per gli ex onorevoli di riscuotere il vitalizio prima dei sessant’anni. Così pure in questi due anni si è assistito a una strisciante e metodica opera di risistemazione dei parlamentari bocciati o esclusi dalle liste. E se il termine «riciclati» può apparire in qualche caso esagerato, vero è che una buona metà ha avuto un incarico pubblico o ha intercettato un ruolo legato in qualche modo alla politica.

In sei sono stati ricandidati o rieletti in altri partiti, salvo poi (qualcuno) rientrare nel Pd. Altrettanti hanno avuto incarichi nelle amministrazioni locali, e non parliamo soltanto dei sindaci di Roma (Ignazio Marino) o di Catania (Enzo Bianco): ma anche di Giovanni Lolli, assessore alla Ricostruzione della Regione Abruzzo, e di Alberto Fluvi, capo segreteria dell’assessore al Bilancio della Toscana Vittorio Bugli. Sono per ora tredici, invece, i destinatari di incarichi di partito. E anche qui c’è incarico e incarico, perché una cosa è fare come l’ex senatore Fabrizio Morri il segretario provinciale a Torino o come l’ex deputato Stefano Graziano il presidente del partito in Campania, e un altro conto essere direttore generale del gruppo pd alla Camera, qual è Oriano Giovanelli. In cinque si sono trasferiti al governo con ruoli che vanno da viceministro dell’Economia (Enrico Morando), a consigliere del ministro della Giustizia Andrea Orlando (Guido Calvisi), a capo della segreteria tecnica del sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi segreti Marco Minniti. Quest’ultimo è il caso di Achille Passoni, ex senatore di provenienza Cgil, marito della neoeletta senatrice Valeria Fedeli, già sindacalista Cgil e ora vicepresidente di Palazzo Madama.

Ancora. A diciotto ex parlamentari del Pd sono stati attribuiti incarichi in fondazioni, authority, enti e organismi pubblici di vario tipo. Sia pure con enormi differenze fra ruoli simbolici e posti di grande potere. Mario Cavallaro è diventato presidente del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria. Antonello Soro, presidente dell’Autorità garante della privacy. L’ex senatrice e insegnante Marilena Adamo, presidente della Fondazione scuole civiche del Comune di Milano. L’ex segretario della Cisl e già viceministro Sergio D’Antoni, presidente del Coni Sicilia. L’ex deputata Rosa De Pasquale, direttore dell’ufficio scolastico della Toscana: nomina alla quale la Corte dei conti, come ricordato dal Fatto Quotidiano , ha rifiutato la registrazione. L’ex senatore Carlo Chiurazzi, trombato alle Politiche 2013, presidente del Consorzio di sviluppo industriale di Matera. Mariapia Garavaglia, consigliere della Fondazione Arena di Verona. L’ex onorevole Federico Testa, commissario dell’Enea. L’ex ministro Luigi Nicolais, presidente del Consiglio nazionale ricerche: nomina che al pari di quella di Soro ha preceduto di poco le elezioni. Idem per Giovanna Melandri, passata direttamente da Montecitorio alla presidenza del Maxxi. Giovanni Forcieri, che ha preso il suo posto, era presidente dell’Autorità portuale di La Spezia. E su quella poltrona è stato ricollocato senza alcuna difficoltà dopo la breve parentesi parlamentare. Mentre troviamo Luciana Pedoto, laureata in Economia e specializzata in «epidemiologia dei servizi sanitari», ex segretaria di Giuseppe Fioroni ed ex onorevole non rieletta, all’Istituto nazionale di astrofisica. È responsabile di trasparenza e anticorruzione.

Competenze a parte, su cui pure ci sarebbe molto da dire, il punto è il metodo con cui vengono fatte certe scelte. Le società e le aziende pubbliche, per esempio. Pure lì, dove secondo i piani del governo dovevamo assistere a tagli impietosi, si è assistiti all’inesorabile migrazione degli ex. Di Pier Fausto Recchia alla guida di Difesa servizi abbiamo parlato in varie occasioni. Come dell’assunzione a Invitalia di Costantino Boffa dopo selezione ministeriale ad hoc. Poco, invece, si è detto delle nomine della Regione Lazio alle presidenze delle Ipab: all’Istituto Sacra Famiglia è stato collocato Jean Léonard Touadi; a Santa Maria in Aquiro, Massimo Pompili. Oppure della designazione di Sandro Brandolini alla vicepresidenza di Cesena Fiera. O dello sbarco di Maria Leddi al posto di amministratore unico di Ftc holding, serbatoio di partecipazioni del Comune di Torino. E dei tre incarichi all’ex deputato Ivano Strizzolo: presidente dei revisori della Unirelab srl, società del ministero dell’Agricoltura (di cui figura procuratore Silvia Saltamartini, sorella l’ex portavoce alfaniana Barbara Saltamartini al tempo stretta collaboratrice dell’ex responsabile di quel dicastero Gianni Alemanno) nonché sindaco di Istituto Luce e Postecom.

La presidenza di un’altra società delle Poste, la compagnia aerea postale Mistral Air, è toccata a Massimo Zunino. Il quale, uscito dalla Camera, ha costituito anche una società di consulenza, la Klarity innovaction consulting, insieme a due suoi colleghi di partito rimasti anche loro senza seggio. Ovvero, Michele Ventura e Andrea Lulli. Modo alternativo, sembrerebbe, con cui può fruttare la ricca esperienza parlamentare. Un po’ come è capitato a coloro che hanno assunto per strade diverse incarichi «privati» ma non proprio estranei alla storia politica di ciascuno. L’ex ministro Giulio Santagata, prodiano senza se e senza ma, è consigliere delegato di Nomisma, la società di consulenza fondata da Romano Prodi.

Due mesi fa l’ex prefetto e senatore Luigi De Sena è stato cooptato nel consiglio del Colari, la società di smaltimento dei rifiuti che fa capo a Manlio Cerroni, come garante degli accordi con la municipalizzata romana Ama. Per non parlare degli incarichi di curatore fallimentare (Cinzia Capano) o di liquidatore di cooperative sociali (Ezio Zani, subentrato a Soro e poi trombato alle elezioni). E senza contare chi, rieletto, al seggio ha preferito il «privato»: la senatrice Rita Ghedini, ora presidente di Legacoop Bologna.

Ecco come uscire dall’euro senza far scoppiare l’Europa

Ecco come uscire dall’euro senza far scoppiare l’Europa

Renato Brunetta – Il Giornale

Yanis Varoufakis. Chi è costui? A volte bastano poche parole, per capire chi si ha di fronte. E la descrizione di se stesso fatta nel suo profilo Twitter ci dice chi è il nuovo ministro delle Finanze greco: «Economista, ho scritto testi accademici per anni senza che nessuno si accorgesse di me, fino a che non sono stato spinto nella scena pubblica dall’incapacità dell’Europa di gestire una crisi inevitabile». E noi diciamo, sempre con poche parole: per salvare la Grecia servono 10-15 miliardi. Così come ne bastavano 50 nel 2010, e la storia avrebbe avuto un corso diverso. Ma oggi gli effetti di scelte sbagliate da parte dell’Europa potrebbero avere effetti ancor peggiori di quelli che abbiamo visto negli anni della crisi, perché ai problemi economici e finanziari si aggiungono possibili guerre molto vicine a noi, dall’Ucraina alla Serbia, fino alla minaccia dell’Isis.

Oggi il nuovo governo greco illustrerà il suo programma al Parlamento. L’Europa, ancora tedesca, chiede che sia diverso da quello con cui Tsipras ha vinto le ultime elezioni. Come può un premier appena eletto seguire un programma diverso? Da quello che Tsipras dirà oggi dipenderanno le decisioni dell’Eurogruppo di martedì e del Consiglio europeo di mercoledì. L’Europa si trova a un punto di svolta. Viva l’euro, viva l’Europa. Ma quella amata dai suoi cittadini, non temuta. Non l’Europa emotiva, della deterrenza, dei drammi (anche solo minacciati) o delle costrizioni ma l’Europa solidale, coesa, unita. Non si pone, almeno per ora, il tema dell’uscita della Grecia dall’euro, ma non per questo non bisogna parlarne né sapere come si fa. Finora ha prevalso la vulgata per cui dall’euro non si può uscire, o salta tutto. Invece basta solo attuare bene la procedura, con i tempi necessari. Senza drammi dalla moneta unica si può uscire. E anche la reazione dei mercati può essere meno dura di quanto si immagini.

Lo prevede l’articolo 50 del Trattato, che rimanda, per la procedura puntuale, all’articolo 218. Una procedura tutta burocratica, di ping pong tra le istituzioni europee, che dura 2 anni. Ma lo Stato che ne fa richiesta è considerato fuori dall’Unione da subito, anche nel periodo in cui la procedura è ancora in corso. Amen. Si può uscire dall’euro restando nell’Unione? La dottrina dice che si può. Ci sono 4 vie alternative: referendum sull’euro; uscita unilaterale mediante modifica dei Trattati; recesso dall’Eurozona in base agli articoli 139 e 140 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue); recesso dai Trattati europei secondo il Diritto internazionale. Quest’ultima è la strada più facile, e basta addurre come unica motivazione il cambiamento delle condizioni economiche e politiche rispetto al momento in cui il Trattato era stato firmato. La Gran Bretagna non ha l’euro ma ha indetto per il 2017 un referendum per uscire anche dall’Unione. Non è escluso, pertanto: che si possa uscire dall’Unione senza uscire dall’euro; che si possa uscire dall’euro senza uscire dall’Unione; che si possa uscire contemporaneamente dall’Unione e dall’euro. È un atto di sovranità che, conformemente alle proprie regole costituzionali, ciascuno Stato può fare. Senza drammi.

Azzardiamo con qualche perversa malizia un’ipotesi che potrebbe avere più fondamento di quanto sembra. E se Stati con monete diverse dall’euro (si pensi alla Cina, al Giappone, ma soprattutto agli Stati Uniti d’America, in perenne conflitto con la Germania) decidessero di «appoggiare» l’uscita di uno dei paesi dell’Eurozona dalla moneta unica? Chi ci dice che non riuscirebbero a mantenere calmi i mercati? Poniamo, poi, che questo Stato sia la Grecia, presa da noi ad esempio in quanto molto chiacchierata nelle ultime settimane: se Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis dimostrano che uscire dall’euro si può, e che in due, tre anni il paese ricomincia a prosperare grazie a una moneta diversa e senza aver subito traumi, che posizione prenderanno i partiti degli altri paesi dell’Eurozona chiamati a votare, magari nel 2018, come l’Italia?

Avevamo accennato ai Trattati. L’articolo 50 del Tfue recita testualmente: «1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. 2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. 3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine. 4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano. 5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49».

Chiaro. E l’articolo 218 lo è ancor di più. Ne riportiamo solo stralci: «(…) Il Consiglio autorizza l’avvio dei negoziati, definisce le direttive di negoziato, autorizza la firma e conclude gli accordi. (…) La Commissione (…) presenta raccomandazioni al Consiglio, il quale adotta una decisione che autorizza l’avvio dei negoziati e designa, in funzione della materia dell’accordo previsto, il negoziatore o il capo della squadra di negoziato dell’Unione. (…) Il Consiglio (…) adotta la decisione di conclusione dell’accordo: a) previa approvazione del Parlamento europeo (…) ovvero b) previa consultazione del Parlamento europeo. (…). Uno Stato membro, il Parlamento europeo, il Consiglio o la Commissione possono domandare il parere della Corte di giustizia circa la compatibilità di un accordo previsto con i trattati. In caso di parere negativo della Corte, l’accordo previsto non può entrare in vigore, salvo modifiche dello stesso o revisione dei trattati».

Ecco come si esce dall’Unione europea e, perché no, dall’euro. È scritto nei Trattati. Basta applicarli, se si vuole. E se si è forti/credibili abbastanza per farlo. La decisione è tutta politica. Quanto alla Grecia, siamo sicuri che tutto questo non accadrà. Il «problema» greco è oggi, ancora una volta, drammatizzato in termini di immagine, ma è contenuto nella sostanza dei numeri. Il punto è uno e uno solo: l’Europa non deve di nuovo sbagliare. Non c’è tempo da perdere. Si affronti la questione, con freddezza, subito. O sfuggirà nuovamente di mano. In questo caso il precedente c’è: a ottobre 2009, quando è emerso il buco dei conti pubblici di Atene sarebbero bastati poco più di 50 miliardi per risolvere l’emergenza. Invece sappiamo tutti com’è andata.

Errare è umano, con quel che segue. L’Europa oggi è a un punto di svolta. Non si può più insistere con la filosofia (sbagliata) dei compiti a casa. L’Europa oggi deve cogliere l’occasione per cambiare se stessa, realizzando quelle riforme da anni ormai annunciate, ma ferme al palo: l’unione economica, l’unione politica, l’unione bancaria e l’unione di bilancio. Argomenti che si trascinano stancamente a causa delle resistenze sempre dei soliti paesi. E deve cambiare la mission della Bce, oggi anch’essa troppo condizionata dagli interessi dei partner più forti (leggi: Bundesbank), affinché diventi una vera banca centrale (che funga, cioè, da prestatore di ultima istanza per gli Stati), al pari di tutte le altre principali banche centrali mondiali. E smettiamola, una volta per tutte, di farci del male.

Da Natale a Carnevale

Da Natale a Carnevale

Davide Giacalone – Libero

Il falso in bilancio va perseguito, ma anche il bilancio falso di comunicazioni governative contraddittorie. A Natale ci hanno detto che si depenalizzano le fatture false sotto i mille euro e che la soglia di punibilità penale per l’evasione fiscale passa da 50 a 150mila euro. Poi hanno messo tutto in un inesistente congelatore, continuando il presidente del Consiglio (giustamente) a difendere il senso di quelle norme. A Carnevale ci dicono di avere trovato un accordo in virtù del quale il falso in bilancio è sempre perseguibile d’ufficio, naturalmente in sede penale. Il fatto è che la depenalizzata fattura falsa diventa reato sia che la iscriva sia che non la iscriva a bilancio, perché lo falsa in entrambe i casi. E se i soldi che la società doveva al fisco sono stati sottratti mediante maggiori iscrizioni di spese o minori di entrate (perché se i conti sono in regola, allora non è evasione, ma un errore o la mancanza di soldi per pagare, cosa che già oggi i tribunali non puniscono come infedeltà fiscale), non serve a nulla depenalizzare sotto certe soglie se poi la procura rientra in casa contestando il falso in bilancio.

Non sono questioni formali, ma due politiche opposte. Preferisco la natalizia, ma temo la carnevalata. Posto che il reato di falso in bilancio, al contrario di quanto molti ripetono, non è mai stato depenalizzato ed è rimasto un “delitto”, nel 2001 si modificarono le regole di procedibilità. La cosa non mi convinse allora, perché così come non si può essere vergini a percentuale un bilancio non può essere vero a porzioni. Ma, comunque, fino al 2001 si procedeva d’ufficio, mentre da lì in poi si è continuato a farlo per le società quotate, mentre per le altre a querela di parte. Ovvero se qualcuno si riteneva danneggiato. Oggi altro non si farebbe che tornare al regime di prima, che non ricordo come l’era dei bilanci cristallini. L’innovazione, quindi, è un ritorno al passato. Con la particolarità che non funzionava neanche in passato.

In ogni caso: sia per l’evasione fiscale che per il falso in bilancio, non c’è ragione alcuna di difendere gli imbroglioni. Che paghino. Ma chi sono, gli imbroglioni? Non sono gli accusati di evasione o falso, bensì i condannati per tali reati. Solo che il fisco frusta con gli accertamenti e punisce poco con il recupero della supposta evasione, mentre i tribunali martorizzano con il procedimento e non condannano con le sentenze. Ci stiamo prendendo in giro, perché in un Paese in cui la giustizia non funziona la giustizia non c’è, quindi invocare procedure d’ufficio e pene più alte è giustizialismo ipocrita e satanico.

Dicono: premiamo i pentiti, nel reato di corruzione. Bello, sono favorevole. Ma il migliore trattamento per chi collabora con la giustizia è già nel nostro ordinamento, da prima che molti straparlanti nascessero, mentre per sapere se un collaborante sta dicendo il vero o rintontonendo la procura occorre una sentenza definitiva. E ci rivediamo fra dieci anni. Dicono: per evitare la prescrizione allunghiamola e facciamola decorrere dal processo. La prescrizione è un pilastro di civiltà ed è ciò che distingue una dittatura dallo Stato di diritto. Ma capisco il punto di vista: per molti quindici anni di processo sono quindici anni di stipendi; per il cittadino sono quindici anni di avvocati da pagare. Se governo e legislatori danno ragione ai primi al cittadino non resta che scappare.

Renzi aveva detto che non si sarebbe fatto influenzare dalla pressioni togate. Plaudo. È andato allo scontro, con piglio guerriero, sulle ferie dei magistrati (con un testo scritto male), ma poi consegna ai magistrati le chiavi delle aziende e il potere di decidere se il falso rilevato crea, o meno, un “danno rilevante”. Così, senza null’altro aggiungere. A piacimento dell’eccellentissima corte. Come essere severi con i pargoli perché passano troppo tempo alla play station, per poi dare loro i soldi acciocché possano comprarsi lo spinello. Strani genitori. Strani governanti.