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Panico da manovra, l’Istat imbarazza R.

Panico da manovra, l’Istat imbarazza R.

Marco Bertoncini – Italia Oggi

La recessione segnalata dall’Istat non è stata certo ben accolta dalla maggioranza. Il timore diffuso, anche nel governo, è la manovra. Da decenni si procede, talora anche più volte in uno stesso anno, con «manovre correttive» che si traducono in incrementi fiscali, mascherati da ritocchi, rimodulazioni, redistribuzioni, ma nella sostanza consistenti in intacchi al portafogli. Ovviamente se il governo Renzi ricorresse a una manovra, verosimilmente robusta (dell’aumento impositivo si è già servito, ma è sfuggito alla pubblica opinione), addio discontinuità.

In effetti, le reazioni subito emerse nella maggioranza hanno badato a ridimensionare o smentire il ricorso alla manovra. Che ci siano problemi di coperture, tuttavia, è evidente: del resto, parla da sé il recente scontro proprio su buchi nelle casse tra palazzo Chigi, da un lato, e la Ragioneria dello stato col sovrappiù del commissario alla revisione della spesa pubblica, dall’altro.

Sul piano strettamente politico, sarà interessante vedere come reagirà Fi. Sono noti i (pur cauti) tentativi di apertura verso R. da alcuni esponenti del movimento berlusconiano: se gli abbiamo dato un aiutone per riforme e italicum, perché non dargli un aiutino per l’economia? C’è una riserva mentale: aiutiamolo anche per la giustizia, per vedere che cosa ci può essere concesso.

Ovviamente Renato Brunetta ha immediatamente rilanciato le polemiche contro la conduzione economica attuata da Renzi&Padoan. Finora il Cav ha lasciato fare al capogruppo dei deputati nelle sue giornaliere (e tutt’altro che campate in aria) offensive. Le nuove cifre lo spingeranno ad avallare ancor più la campagna specifica contro il governo o, all’opposto, a meditare una possibile intesa?

La recessione e le clausole più favorevoli

La recessione e le clausole più favorevoli

Mario Sensini – Corriere della Sera

Ne avrebbero fatto volentieri a meno, ma né Matteo Renzi né Pier Carlo Padoan si strappano i capelli davanti al brutto dato del Pil. Buon viso a cattivo gioco? Può darsi, ma forse c’è anche un’altra spiegazione. Quel meno 0,2% è la conferma che l’Italia è ancora in recessione. E di quelle «circostanze eccezionali», contemplate dai Trattati Ue, che consentono un allentamento del piano di risanamento dei conti pubblici. Il governo Renzi le ha invocate già ad aprile, per giustificare il maggior debito dovuto al pagamento degli arretrati dello Stato, e per spostare il pareggio strutturale di bilancio dal 2015 al 2016. Sono le stesse «circostanze» che restano oggi, e che anzi si aggravano: la crescita, negativa, sempre molto al di sotto del prodotto potenziale, la scarsa liquidità delle imprese, la necessità di varare imponenti riforme strutturali. Se erano motivi validi ad aprile, a maggior ragione lo sono ora. Quella di un ulteriore rinvio del pareggio è una strada percorribile. Il presupposto c’è, mai in base ai nuovi accordi Ue bisognerà rispettare alcune altre condizioni. La prima è quella di mantenersi sempre al di sotto del 3% del deficit. Poi bisogna rispettare la regola della spesa e quella del debito. Sulla prima non dovrebbero esserci problemi, a patto che i tagli previsti si facciano. Per stare a posto anche con il debito, invece, bisognerà fare alcune dismissioni. Nienete di impossibile, comunque, tenuto conto che la stessa crisi dalla quale l’Italia non esce dopo una raffica mostruosa di manovre correttive (solo quelle fatte dal 2011 a oggi pesano sui conti 2014 per 67 miliardi) è di per sé una buona carta da giocare per avere dalla Ue più flessibilità. Resta, tuttavia, un’ultima condizione, la più importante: il gradimento dei mercati, che al di là dei Trattati, può vanificare ogni strategia.  

Pil in calo, tutti chiedono una scossa al governo

Pil in calo, tutti chiedono una scossa al governo

Avvenire

I dati resi noti dall’Istat sul Pil in calo. O meglio sullo stato di recessione, hanno aperto un dibattito intenso e molto vasto. Impossibile riassumerlo in tutti i sui aspetti. In sintesi politici, economisti e imprenditori chiedono una scossa al governo per uscire dalla recessione. E dal governo si fa sapere che si andrà avanti con decisione per fare le cose che vanno fatte:

” Un dato negativo, ma ci sono anche aspetti positivi, la produzione industriale sta andando molto meglio e i consumi continuano seppur lentamente a crescere”. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan commenta il dato sul Pil del secondo trimestre e punta sul positivo e sulle cose da fare. “Se ne esce – dice Padoan – continuando con la strategia del governo, riforme strutturali, semplificazioni, aumento della competitività”. Il ministro poi assicura ancora una volta che non ci saranno manovre autunnali.

“Certo questi dati sul Pil non ci fanno stare contenti, ma tutto quello che stiamo mettendo in campo lo stiamo facendo proprio perché ci rendiamo conto della straordinaria urgenza della situazione – spiega  il ministro allo Sviluppo economico Federica Guidi – Ma i primi segnali di inversione di tendenza ci sono: ad esempio  sono tornati a salire i mutui per le famiglie. E  questo di solito è un dato che precede una ripresa su più larga scala. Anche il credito al consumo sta migliorando e gli stock di crediti per le piccole e medie imprese si sono stabilizzati” Sulla necessità di attrarre investimenti, Guidi ha poi ha sottolineato che la frammentazione che abbiamo oggi non funziona: senza spendere un euro di più dobbiamo accorpare le strutture esistenti, dall’Ice a Invitalia, e renderle più efficienti. Quindi, puntare ad avere una cura maniacale nell’attrarre investimenti con una attenzione alle esigenze di ogni azienda.

 

“Dal 2007 al 2010 – fa notare Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – il Dpef veniva presentato tra giugno e settembre. Pertanto, i tecnici avevano maggiori livelli di certezza statistica che consentivano di avvicinarsi più puntualmente al dato reale di crescita di quell’anno. Dal 2011, invece, l’Ue ha obbligato il Governo in carica a presentare il Documento di Economia e Finanza ad aprile. Questa anticipazione ha reso il lavoro dei tecnici molto più arduo – sostiene Bortolussi – con il risultato che la forbice si è allargata e gli obbiettivi di bilancio sono stati raggiunti solo attraverso manovre correttive redatte in autunno”.

“Sapevamo, come ho sempre detto, che il problema nostro è del secondo semestre, gli effetti li vedremo nel secondo semestre quindi non c’è bisogno di allarmarsi”. Così il sottosegretario Graziano Delrio, uscendo da Palazzo Chigi, valuta i dati sul Pil, sostenendo che “questo secondo trimestre era abbastanza scontato che avesse un’inerzia simile al primo, ma sono più preoccupato del dato complessivo europeo”.

“Il nostro senso di responsabilità ci porta a dare un contributo decisivo in materia di riforme. Ma non possiamo non rilevare l’inadeguatezza di Renzi e del suo governo di fronte alle vere esigenze del Paese”. Lo afferma il senatore Maurizio Gasparri (FI).

 “È evidente che non possiamo affrontare le difficoltà che si I dati disastrosi del Pil sono una nuova mazzata su un’economia che già soffriva di stagnazione, disoccupazione e chiusura di migliaia di imprese.” Lo sostiene in una nota Marco Venturi, presidente della Confesercenti: È un’Italia in quarantena da 11 trimestri, mentre aumenta il rischio di gettare al vento anche il 2014″. “Se il 2014 terminasse con un -0,3% di Pil, secondo nostri calcoli l’aggravio di spesa pubblica sarebbe nell’ordine di 10-15 miliardi di euro, ovvero preziose risorse sottratte alla crescita. Anche sul fronte dei consumi ci troveremmo nuovamente a mal partito con una prevedibile flessione nel 2014 di circa 814 milioni di euro”, aggiunge Venturi: “è inutile girarci attorno, siamo all’allarme rosso. Bisogna reagire in fretta”.

“Il dato del Pil relativo al secondo trimestre comunicato oggi dall’Istat va oltre ogni previsione negativa e unito a quello del I trimestre mostra un Paese in recessione. A questo punto bisogna assolutamente accelerare ogni investimento pubblico e provare rapidamente a raddrizzare la barca per chiudere l’anno con un segno di crescita positiva”. Lo affermaGuglielmo Epifani, presidente della commissione Attività Produttive della Camera, secondo il quale “Tutto il Paese si deve concentrare attorno al tema dell’economia e dell’occupazione”.

 “Il Paese è da ricostruire, ma non servono altre manovre, piuttosto ci vogliono investimenti in nuove fabbriche e infrastrutture”. Così l’economista Giacomo Vaciago commenta il calo del Pil nel secondo trimestre e il ritorno dell’Italia in recessione. “Il 12 febbraio scorso – spiega l’economista – una settimana prima di lasciare Palazzo Chigi, Enrico Letta ha scritto: l’Italia è ancora fragile, ma è pronta per essere ricostruita. Quella dichiarazione la sottoscrivo in pieno. Fragile vuol dire che quando ci sono guai in giro per il mondo, vedi l’Ucraina a un tiro di schioppo, l’Italia ne subisce le conseguenza. Da ricostruire vuol dire che dobbiamo rimboccarci le maniche, fare gioco di squadra e smetterla di litigare stupidamente in Senato per far ripartire l’economia a ricostruire il Paese”. “Ma attenzione – precisa Vaciago – ricostruire non vuol dire fare manovre e dunque continuare a flagellarci, ma significa fare investimenti. Il Paese non cresce da venti anni e va indietro da cinque. È stato come un terremoto, abbiamo perso il 20% delle nostre fabbriche. Dobbiamo ricostruirle e fare nuove infrastrutture, andare avanti”.
“La recessione in atto dell’economia italiana – che purtroppo si colloca in un quadro europeo complessivamente stagnante – richiede lo stimolo di straordinarie riforme strutturali rivolte a  cambiare il mercato del lavoro, il sistema tributario, la pubblica amministrazione con particolare riguardo alla giustizia”. Ha invece detto in una nota Maurizio Sacconi, capogruppo al Senato del Nuovo Centrodestra aggiungendo che “il ceto politico non può fuggire dalle proprie responsabilità. Esso deve, al contrario, incoraggiare a fare cose che in condizioni migliori possono risultare più difficili. Questa è l’ora delle grandi scelte”.
“In questa fase più che interventi di riforma strutturale, sono necessari maggiori stimoli alla domanda che coinvolgano l’Europa: politiche per il sostegno della congiuntura nei paesi core e rimodulazione del percorso di consolidamento del fiscal compact nei periferici”. È quanto sostiene il capo economista di Nomisma, Sergio de Nardis.
 “Diventa sempre più complesso, garantire il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione entro il 21 settembre così come annunciato nei giorni scorsi dal Governo”. È quanto osserva il presidente di ImpresaLavoro Massimo Blasoni.  “Con questi numeri il governo rischia di trovarsi le mani legate – sostiene Blasoni – da un lato ha molte meno risorse libere da impiegare per lo sblocco dei crediti della Pubblica amministrazione, dall’altro non potrà ricorrere agevolmente a nuovo debito per procurarsi le dotazioni necessarie al pagamento completo di queste somme, così come immaginato in un primo momento. Il rischio concreto è che, anche per il 2014, le imprese saranno costrette a ‘subire’ costi indotti dall’inefficienza pubblica del cattivo pagatore statale per sette miliardi di euro: una tassa occulta che rischia di diventare insostenibile”.
“Dalla caduta non si salva neppure l’agricoltura”, nota il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino, secondo il quale il settore “paga anche gli effetti del clima, sempre più segnato da eventi estremi. Serve uno scatto in avanti dal governo, con misure strutturali a sostegno dei redditi delle famiglie e provvedimenti attenti ai bisogni reali delle imprese settore produttivo, neanche l’agricoltura che nei primi tre mesi dell’anno era stato l’unico comparto a crescere con un aumento del 2,2% del valore aggiunto. Purtroppo la situazione di stagnazione del Paese, con i consumi fermi e la deflazione a sottolineando come il quadro dei consumi delle famiglie sia completamente negativo anche per quanto riguarda gli alimentari”.
Bisogna essere tutti i giorni sulla stampa internazionale per spiegare ciò che l’Italiaha detto e fatto, dimostrare quanto abbiamo resistito alla crisi senza chiedere aiuto a nessuno e con numeri impressionanti: basta vedere gli interessi sul debito. Nessun altro Paese Ue può reggere il paragone”. Fa notare l’economista Alberto Quadrio Curzio in un’intervista: “L’Italia ha dimostrato nella crisi una capacità di resistenza straordinaria che è quella tipica dei maratoneti. È l’unico Paese dell’Eurozona che ha sopportato manovre di finanza pubblica senza nessun cappello protettivo dal punto di vista dei poteri spettanti alla Commissione e al Consiglio d’Europa”.
“Ma con queste manovre correttive – continua l’economista – il nostro Pil è andato dov’è andato: perché con una pressione fiscale al 54% del Pil c’è poco da fare crescita”. Adesso, oltre alla strada europea, c’è un’altra “strategia per attuare la tempistica del maratoneta: procedere sollecitamente con la spending review per riallocare la spesa Tutti gli spazi di risparmio che riuscissi ad ottenere, li metterei in un rilancio infrastrutturale del Paese. E accanto alla spending penso alle privatizzazioni i cui proventi almeno in parte dovrebbero spingere gli investimenti infrastrutturali”.
Pil, Blasoni: “Con questi numeri impossibile pagare i debiti della PA entro il 21 settembre”

Pil, Blasoni: “Con questi numeri impossibile pagare i debiti della PA entro il 21 settembre”

NOTA DEL CENTRO STUDI IMPRESALAVORO

L’Italia è in recessione tecnica: il Prodotto Interno Lordo, così come certificato dall’Istat, diminuisce per il secondo trimestre di fila e fa registrare un dato peggiore di quello già negativo stimato dai principali analisti. Non è un numero “freddo”, quello che stiamo commentando, ma un fatto reale che produrrà conseguenze reali: senza crescita finiranno per peggiorare tutti gli indicatori di finanza pubblica (rapporto deficit/pil, debito/pil, ecc) e saranno ancor più ristretti i margini di manovra che il governo italiano avrà per mettere in campo misure utili a stimolare la crescita.
C’è poi un aspetto che riguarda molto da vicino lo studio che ImpresaLavoro ha presentato lunedì sul costo che le aziende sostengono per i ritardi di pagamento dello Stato: con questi numeri il governo rischia di trovarsi le mani legate. Da un lato ha molte meno risorse libere da impiegare per lo sblocco dei crediti della Pubblica Amministrazione, dall’altro non potrà ricorrere agevolmente a nuovo debito per procurarsi le dotazioni necessarie al pagamento completo di queste somme, così come immaginato in un primo momento.
«Diventa sempre più complesso, insomma, garantire il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione entro il 21 settembre così come annunciato nei giorni scorsi dal Governo» osserva il presidente di ImpresaLavoro Massimo Blasoni. «Il rischio concreto è che, anche per il 2014, le imprese saranno costrette a “subire” costi indotti dall’inefficienza pubblica del cattivo pagatore statale per 7 miliardi di euro: una tassa occulta che rischia di diventare insostenibile per un sistema produttivo già fortemente provato dalla difficile congiuntura economica, dalla stagnazione dei consumi e dalla stretta creditizia».
Non basta più tirare a campare

Non basta più tirare a campare

Giuliano Cazzola – Il Tempo

Quando Giulio Tremonti, ancora “folgorante in soglio”, osò affermare che con la cultura non si mangia, fu subissato giustamente di critiche. Eppure, adesso, tutti sembrano voler credere che la manomissione del Senato potrà risolvere i problemi dell’economia e riavviare uno sviluppo che non decolla. Del resto, che cosa possiamo aspettarci da un premier che, pochi giorni or sono, ha dichiarato: «Che la crescita sia dello 0,30, dello 0,80 o dell’1,5% non fa alcuna differenza per le persone»? Oggi l’Istat farà la fotografia dei principali indicatori economici del Paese. Come reagirà il governo se i trend saranno – come si teme – peggiori del previsto? Molti dei nodi dei nostri problemi possono essere sciolti a Bruxelles. Ma il governo italiano è davvero impegnato, grazie al turno di presidenza, a mettere in cantiere nuove regole e politiche innovative o si accontenta di sistemare Federica Mogherini al posto di Lady Pesc, soltanto per avere l’occasione di un giro di poltrone in patria? Certo, è in arrivo la conversione in legge del decreto competitività che dovrebbe sbloccare finanziamenti in opere pubbliche, ma il Jobs act è slittato in autunno. E la questione dimenticata del Mezzogiorno? L’economia sommersa ha un peso decisivo in quelle realtà. E riesce a taroccare anche le statistiche sull’occupazione. L’evasione fiscale è la condizione per la sopravvivenza di pezzi di economia. Non sarà, allora, che la società meridionale non è in condizione di attenersi a regole, anche contrattuali, forzatamente uniformi? Tutti ne siamo consapevoli; ma piuttosto che accettare una realistica diversificazione, al limite del dumping sociale, preferiamo chiudere un occhio e tirare avanti così.

Se uno su dieci diventa povero

Se uno su dieci diventa povero

Tito Boeri – La Repubblica

Con la pubblicazione ieri da parte dell’Istat dei dati sulla povertà nel 2013, cominciamo ad avere un quadro abbastanza completo di cosa è successo alla distribuzione dei redditi in Italia in questa interminabile crisi. Bene chiarire subito che è stato uno shock senza precedenti nella storia repubblicana. Il reddito medio è calato in sei anni del 13 per cento, riportandosi ai livelli di un quarto di secolo fa. Per ritrovare un potere d’acquisto medio comparabile dobbiamo risalire al 1988, per capirci l’anno del disgelo fra Stati Uniti e Unione Sovietica, con la visita di Ronald Reagan a Gorbaciov nel freddo inverno moscovita. Bene che i politici e coloro che fanno informazione si ricordino di questo meno 13% nel commentare le prese di posizione delle rappresentanze di interessi che lamentano il calo dei redditi delle categorie da loro rappresentate. Nelle ultime settimane, ad esempio, abbiamo assistito ad un florilegio di comunicati che lamentavano il crollo dei redditi dei pensionati proprio mentre partiva la campagna di Cgil-Cisl-Uil per estendere ai pensionati il bonus di 80 euro del governo Renzi. Ma anche i dati più allarmanti (quelli rilasciati da Confesercenti) segnalavano un calo dei redditi dei pensionati inferiore al 10 per cento, quindi ben al di sotto di quello vissuto dall’italiano medio in questo periodo. Se poi si guardano i dati dell’Istat, ci si rende conto che quello dei pensionati è l’unico gruppo sociale i cui redditi siano addirittura aumentati almeno durante la prima parte della crisi, nella Grande Recessione del 2007-9, e come la fascia di età al di sopra dei 65 anni sia l’unica in cui la povertà non è aumentata in questi lunghi anni di crisi.

La cosa forse più sorprendente che si impara leggendo le statistiche (lo fa in dettaglio Andrea Brandolini su lavoce.info) è il fatto che in Italia, a differenza che in molti altri paesi, le disuguaglianze non sono aumentate, se non marginalmente, durante la crisi. C’è stato come uno spostamento verso il basso dell’intera distribuzione dei redditi, senza che le forti disuguaglianze che la caratterizzavano in partenza siano sensibilmente aumentate. Non ci sono oggi ragioni in più di quelle che c’erano prima della crisi per preoccuparsi di queste disuguaglianze. Ce ne sono invece molte di più per preoccuparsi della povertà assoluta, delle persone che vivono al di sotto di standard di vita decorosi, raddoppiate in sei anni, passando da meno di 3 milioni a più di 6 milioni. Lo ha certificato ieri l’Istat sulla base di dati sulla spesa delle famiglie, peraltro in coerenza con i dati sui redditi del rapporto Caritas.

Un altro luogo comune che viene fortemente messo in discussione da queste statistiche è quello sul ridimensionamento della cosiddetta classe media. Non c’è stata una polarizzazione dei redditi, con uno schiacciamento di chi sta in mezzo. Nel calo generalizzato dei redditi, la quota di reddito nazionale del 60 per cento di persone che hanno redditi superiori a quelli del 20 per cento più povero e inferiori a quelli del 20 per cento più ricco della popolazione è rimasta praticamente invariata dal 1985 ad oggi. C’è stato addirittura un incremento della percentuale di persone che appartengono alla classe media, definita come persone che guadagnano meno del doppio e più di tre quarti di chi si posiziona esattamente a metà nella distribuzione dei redditi. Questo perché non pochi far quanti erano inizialmente nelle parti alte della distribuzione sono scesi al di sotto del 200 per cento del reddito mediano, finendo così per approdare nella cosiddetta middle class. Questa al contempo ha perso famiglie che dalla classe media sono scivolate in condizioni di povertà.

Questi dati sono molto importanti per capire i problemi distributivi che stanno di fronte alla politica economica in Italia. Nel declino economico generalizzato del nostro paese e nelle due pesanti recessioni che abbiamo attraversato sembra esserci stato un arretramento complessivo, in cui tutti i decili della distribuzione del reddito hanno subìto un peggioramento assoluto. L’Italia è un paese in cui i problemi distributivi sono al contempo sempre più marcati e sempre più difficili da risolvere perché anche chi potrebbe “dare di più” ha già assistito a una erosione del proprio reddito e, dunque, in qualche misura si sente di avere già dato. È davvero il momento di preoccuparsi per la prima volta in Italia dei più poveri, degli ultimi degli ultimi, ignorati anche dai bonus di Renzi, che ha escluso i cosiddetti incapienti e i disoccupati. Bisogna offrire protezione di base anche a chi ha meno di 65 anni. Bene che chi ci governa sia consapevole del fatto che è illusorio pensare di costruirsi le proprie fortune elettorali con trasferimenti alla classe media. Oggi la classe media è troppo numerosa (si tratta di più di 34 milioni di persone) per i nostri vincoli di bilancio: nessun governo potrà mai attuare trasferimenti (o riduzioni di tasse) sufficientemente grandi per essere percepiti da chi appartiene alla middle class. Mentre la costruzione di un efficace paracadute contro la povertà per tutti costerebbe molto meno e verrebbe apprezzata anche dall’elettore medio. La lezione della crisi è infatti che anche chi ha redditi a metà tra i più ricchi e i più poveri rischia di precipitare nell’indigenza. È una lezione che capiscono molto bene le famiglie con figli minori: ne bastano due per avere un rischio di povertà doppio rispetto a quello dell’italiano medio. Ne sono perfettamente consapevoli anche gli elettori mediani, coloro che appena al di sopra dei 50 anni sono al contempo troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per essere riassunti in caso di perdita del lavoro, per colpa di istituzioni, di regole contrattuali e regimi di contrattazione salariale che ci ostiniamo a non voler riformare.

Risparmi nella PA: con Consip costi medi in calo del 22% e risparmi per 2,6 miliardi di euro

Risparmi nella PA: con Consip costi medi in calo del 22% e risparmi per 2,6 miliardi di euro

Il Sole 24 Ore

Gli acquisti in convenzione da parte della Pa fanno bene al bilancio dello Stato. Quanto, ce lo dice oggi l’ultima rilevazione condotta dalI’Istat per conto del Mef su 21 categorie merceologiche che finiscono ogni anno nel “carrello della spesa” delle amministrazioni pubbliche: utilizzare le convenzioni Consip per comprare sedie, scrivanie, ma anche servizi di telefonia, laptop e gas da riscaldamento o il noleggio di una fotocopiatrice permette un risparmio medio del 22% sui prezzi di mercato. E l’adeguamento di tutte le Pa al prezzo Consip per questi beni e servizi consentirebbe un risparmio annuo di 2,6 miliardi di euro.
Tra le categorie dove il risparmio di prezzo ottenuto da Consip è più elevato ci sono la telefonia fissa e mobile, rispettivamente con il 71,4% e il 39,4%, le stampanti, con oltre il 70%, i fotocopiatori a noleggio con il 45,3%, i pc desktop con il 35,9%, le centrali telefoniche con il 29 per cento. In particolare, la rilevazione registra un discreto risparmio nella gestione degli acquisti di pc portatili di fascia base con un prezzo fuori convenzione di 570 euro, e in convenzione di 434: un risparmio che supera il 23 per cento.Anche il pacchetto Office per le amministrazioni costa il 10% in meno se acquistato in convenzione. Arrivano a costare meno della metà anche gli sms, con uno sconto del 57% se acquistati con la convenzione Consip. Ovviamente, il risparmio effettivo è legato anche ai volumi di acquisto complessivo annuo della Pa per la singola categoria merceologica. In altre parole, il forte risparmio possibile grazie alla convenzione Consip per l’acquisto di laptop e desktop (entrambi superiori al 35%) incide su un volume di spesa annuo che nel 2013 è stato rispettivamente di 35 e 110 milioni di euro, mentre il 4,5% medio di risparmio che è possibile ottenere sull’acquisto delle forniture di gas naturale incide su una spesa complessiva che si aggira sui 2 miliardi di euro/annui.

La rilevazione Istat, giunta all’11esima edizione, ha l’obiettivo di stimare i prezzi medi pagati dalle amministrazioni pubbliche per l’acquisto di un paniere merceologico di beni e servizi e di confrontarli con le condizioni economiche ottenute da Consip con le sue gare. L’edizione 2013 della rilevazione pubblicata il 13 giugno scorso sul sito del Dipartimento dell’Amministrazione generale del ministero dell’Economia è stata condotta attraverso un questionario inviato a un campione di 1.200 amministrazioni pubbliche, un numero rimasto pressochè stabile rispetto alle edizioni precedenti.