Matteo Renzi

Nel Jobs Act la mossa per abbattere l’ultimo tabù

Nel Jobs Act la mossa per abbattere l’ultimo tabù

Dario Di Vico – Corriere della Sera

Finora l’attenzione di merito sul Jobs act governativo si è concentrata quasi esclusivamente sulla riscrittura dell’articolo 18, cannibalizzando così un’altra scelta di grande discontinuità contenuta nel provvedimento sostenuto da Matteo Renzi: il salario minimo. In molti Paesi, europei e non, è in vigore da tempo, basta pensare allo Smic dei cugini francesi. In Italia, invece, l’introduzione del salario minimo è stata vista sempre come fumo negli occhi dai sindacati, gelosamente attaccati alla tradizione del contratto nazionale.

In linea di principio non c’è contraddizione tra una legge che stabilisca il salario minimo e un Ccnl stipulato tra le parti, ma in una fase di forte polarizzazione del sistema industriale finisce per rappresentare un’alternativa. Le differenze di mercato e di capacità di creazione di valore non sono più solo tra settori: passano all’interno dello stesso comparto. Dopo sei anni di Grande Crisi la distanza tra un’azienda che esporta stabilmente e un’altra che vivacchia di domanda interna è diventata abissale, come altrettanto ampia è la differenza tra industrie technology o labour intensive. Nello stesso settore metalmeccanico ci sono elettrodomestici e auto, che in virtù del basso valore aggiunto delle lavorazioni sono molto sensibili al costo del lavoro, ma anche le macchine utensili, in cui il livello delle paghe non è certo il principale dei problemi.

Con l’introduzione del salario minimo il contratto nazionale verrebbe fortemente limitato mentre ne uscirebbe esaltata la contrattazione aziendale. Il minimo stabilito per legge avrebbe poi un’altra valenza: far emergere il lavoro sommerso e combattere il caporalato in settori nei quali la rappresentanza sindacale tradizionale è evaporata e vige la pratica degli appalti al massimo ribasso. Si pensi, ad esempio, ad un business di grande rilievo come la logistica dove si è andato creando un far west di rapporti illegali, Cobas, false cooperative, sfruttamento degli extracomunitari e ricatto dei lavoratori. Costretti a retrocedere al datore di lavoro una parte del salario nominale stampato sulla busta paga. È chiaro che in situazioni come questa il salario minimo non è la panacea (servono anche tanti ispettori del lavoro!) ma potrebbe segnalare – specie agli stranieri – che le istituzioni non sono né cieche né sorde.

I compiti a casa dell’Italia

I compiti a casa dell’Italia

Bruno Vespa – Il Mattino

A scuola i primi della classe non sono mai stati troppo popolari, a meno di una visibile generosità nei confronti dei compagni. Angela Merkel non ha questa fama. Perciò la risposta piccata («Fate i compiti a casa») all’annuncio che la Francia sarebbe rientrata soltanto nel 2017 nel limite del 3 per cento tra deficit annuale e prodotto interno lordo non è stata gradevole. Non siamo sicuri peraltro che l’invito – apparentemente senza destinatario – non riguardasse anche l’Italia, che resta sotto il 3 per cento, ma non scende vicino al 2 come avrebbe dovuto e soprattutto ha rinviato al 2017 l’applicazione del pareggio di bilancio. (La lettera inviata dalla Banca centrale europea a Berlusconi il 5 agosto 2011 anticipava al 2013 questo vincolo previsto inizialmente per il 2014). A parte un debito pubblico elevatissimo (ma di cui abbiamo sempre pagato le rate degli interessi), l’Italia ha i conti più in ordine della Francia, a cominciare dall’avanzo di bilancio pubblico positivo, (più entrate che spese, al netto degli interessi) che la mette in testa alla classifica del G7 insieme proprio con la Germania. Sulla Francia pesa inoltre il tabù delle 35 ore, del tutto anacronistico nel mondo globalizzato, la mancata riduzione della spesa pubblica di 50 miliardi, un mercato del lavoro senza i vincoli del nostro articolo 18, ma complessivamente ancora ingessato.

Matteo Renzi ha subito espresso la propria solidarietà a Hollande ricordando di guidare il più votato partito europeo e di rispettare il vincolo del 3 per cento. Questa mossa lascia intendere che i due paesi nelle prossime settimane rammenteranno alla prima della classe che compiti a casa pesanti come quelli assegnati alle nazioni in difficoltà, se non svolti un poco alla volta, rischiano di ammazzare anche lo studente più volenteroso. (E l’Italia lo è più della Francia). Ma proprio perché ha il debito così alto, l’Italia deve presentarsi al confronto con i compiti fatti meglio della Francia, più forte di noi per ragioni storiche, politiche, strategiche e perché l’euro è nato da un accordo tra Mitterrand e Kohl per dimenticare il sangue procuratosi a vicenda negli ultimi due secoli.

Qui casca l’asino della riforma del lavoro. Per chetare la sinistra del suo partito, Renzi ha promesso che nel nuovo statuto del lavoro si potranno reintegrare, oltre ai lavoratori discriminati, anche quelli licenziati per ragioni `disciplinari’. Questa normativa può essere scritta in tanti modi diversi,da quella che non lascia margini interpretativi a quella che consente di vanificare l’intera riforma dell’articolo 18. Il Nuovo centrodestra ha già fatto sapere al presidente del Consiglio che su questo punto sarà inflessibile, anche perché sente il fiato sul collo di Forza Italia, a sua volta costretta ad irrigidirsi da una rivolta interna antigovernativa che va ben al di là del caso Fitto (basta leggere in controluce i franchi tiratori nelle elezioni alla Corte costituzionale). Se vuole presentarsi al vertice sul lavoro dell’8 ottobre con un testo non ancora votato, ma radicalmente diverso dal passato, Renzi sarà costretto stavolta ad ascoltare più Alfano che Bersani. Guai a sedersi al tavolo in cui ciascuno presenterà i compiti a casa con un tema scritto con calligrafia cattiva e incomprensibile.

Renzi ha perso le forbici

Renzi ha perso le forbici

Francesco Forte – Il Giornale

Dove è finita la spending review, il taglio delle spese che doveva essere effettuato nella legge di stabilità triennale 2015-2017? Dalla montagna di Matteo Renzi è saltato fuori il topolino. Aveva assicurato un taglio di spese per 16 miliardi. Poi lo ha diminuito a 13. Per il 2015 è di soli 5. Mentre per il 2016 niente riduzioni: sono state infatti approvate le cifre del “bilancio tendenziale”, quello che si forma automaticamente, ossia che i singoli ministeri e Regioni, Province e Comuni hanno preventivato per conto proprio. Con in più una deroga al patto di stabilità degli enti locali che consentirà di sforare il loro deficit in certi (numerosi) casi.

Se il risultato fosse una legge di stabilità che genera crescita, questo mancato taglio di spese e questo invito agli enti locali a spendere potrebbero essere accettabili come mezzo per mettere benzina nel motore dell’economia. Ma la previsione di crescita del Pil per il 2015 è meschina: +0,6 per cento contro il -0,3 del 2014, periodo per il quale il premier aveva, sino a pochi mesi fa, assicurato che ci sarebbe stata una crescita grazie agli 80 euro in busta paga. Dunque il governo ammette che la sua legge di stabilità non avrà effetti positivi, nonostante la manovra espansiva che la Bce di Mario Draghi ha già messo in campo e nonostante la svalutazione dell’euro del 10 per cento, misura che dovrebbe stimolare le nostre esportazioni e ridurre le nostre importazioni.

Non si può neppure dire che il mancato taglio delle spese, ossia l’affossamento della spending review del commissario Cottarelli (rispedito a Washington), sia giustificato dall’esigenza di agevolare la riforma del mercato del lavoro, che causa proteste sindacali e divisioni politiche nel Pd. Quest’ultima sta annacquandosi. La Bce ha purtroppo rinviato a dicembre le misure di credito diretto alle imprese perché il disegno di legge delega sul lavoro, già vago, rischia di peggiorare. Draghi continua a dire che senza le riforme l’ampliamento del credito all’economia è poco efficace, perché non c’è abbastanza convenienza a investire. E, insieme alla riforma del lavoro, raccomanda di tagliare le spese per ridurre le imposte.

Invece con la legge di stabilità attuale c’è un rischio di aumento preoccupante delle imposte. Il testo governativo, infatti, viola le regole europee sulla riduzione del deficit di bilancio per il 2015 e per il 2016. Per il 2015 lo sforamento è di 5,5 miliardi di euro. Per il 2016 potrebbe aggirarsi sui 16, in caso di peggioramento. Ciò viene tamponato con l’utilizzo della clausola di salvaguardia, che contempla l’aumento dell’Iva e di altre imposte indirette per 16 miliardi. L’aumento dell’Iva ordinaria dal 22 al 23% può portare nelle casse pubbliche 5 miliardi di euro. Vi è dunque il rischio di una maxi manovra con l’aumento delle aliquote del 10% e del 4%, di accise sulla benzina eccetera.

Eppure il commissario Cottarelli, prima di andarsene, aveva reso pubblico un diligente studio sulle società partecipate dagli enti locali, che sono 7.700, con mezzo milione di dipendenti. Dal documento risulta che i deficit ufficiali di bilancio sfiorano i 2 miliardi. C’è un ulteriore deficit occulto di quasi 18 miliardi ripianato con sovvenzioni degli enti locali. Dallo studio del commissario alla spending review si evince che nel giro di un biennio si potrebbero ricavare risparmi di 4-5 miliardi, pur senza liberalizzazioni thatcheriane. Inoltre, c’è una ampia area di risparmio di spesa che riguarda lo Stato, gli enti previdenziali, le imprese e gli enti del settore pubblico. Cottarelli, nell’autunno del 2013, considerava come obbiettivo minimo una riduzione della spesa di 22 miliardi di euro fra il 2015 e il 2017 e riteneva possibili ulteriori risparmi con scelte politiche.

Renzi ha licenziato Enrico Letta, ha piazzato i suoi nel governo, nelle imprese e negli enti pubblici. Poi ha licenziato Cottarelli, dicendo che i tagli li faceva lui. Però ha abbassando l’asticella a 5 miliardi. E ora paventa la minaccia di nuove imposte per 18 miliardi, sostenendo che con maggiori tagli di spesa creerebbe depressione, mentre è vero il contrario, soprattutto se, insieme a ciò, si riducono in misura sostanziale le imposte sul costo del lavoro delle imprese. Come l’Irap.

Poche chiacchiere, servono i fatti

Poche chiacchiere, servono i fatti

Piero Ostellino – Corriere della Sera

Deve essere stata una bella soddisfazione – per molti italiani – apprendere che Renzi «alza la voce con la Merkel». Hanno certamente provato un brivido d’orgoglio – «finalmente gliele abbiamo cantate chiare» – pur augurandosi, lo spero, non si riveli analogo a quello provato dai loro nonni ai tempi in cui il capo del governo proclamava «spezzeremo le reni alla Grecia»; salvo prenderle, poi, di santa ragione persino dalla piccola Grecia. Io, che sono sufficientemente vecchio per ricordare sia le rodomontate del duce, sia, per averle vissute, le «dure repliche della storia» subite dall’Italia fascista e parolaia, non sono entusiasta di Renzi, come non lo ero, per tradizione familiare, di Mussolini. Resto dell’opinione che il ragazzotto fiorentino sia una sorta di Mussolini minore, tanto parolaio e velleitario quanto impotente.

Matteo Salvini, il segretario della Lega, dice che, se a Renzi non piace l’austerità imposta dalla Merkel all’Europa – incidentalmente, nell’interesse della Germania – o la ritiene sbagliata, deve evitare di adottarla. Il presidente del Consiglio, però, replica che, anche se la politica della Merkel fosse sbagliata, l’Italia la seguirebbe per dimostrare la propria coerenza. Ahimè, un’altra affermazione mussoliniana: «l’Italia andrà, coerentemente, fino in fondo». E, infatti, siamo affondati… Per tradizione antifascista della mia famiglia, e per formazione culturale, non mi piace l’idea di essere governato da un Mussolini minore.

Caro Renzi, lasci perdere le affermazioni tipo «l’Italia farà sentire la sua voce» – tra l’altro, questa, una fissazione della nostra politica estera – e vada al sodo. Sono disposto a credere che lei stia facendo, come dice Panebianco, un’operazione culturale – ciò che i suoi critici definiscono chiacchiere – prima che fattualmente riformista per cambiare la sinistra. Poiché sostengo da sempre che la nostra sinistra è culturalmente vecchia e, in quanto tale, di danno al Paese, approvo, caro Renzi, persino questo suo «riformismo da convegno». Di solito, in questi convegni, i politici dicono ciò che essi stessi dovrebbero fare, ma poi non fanno. Le auguro ugualmente di avere successo. Realisticamente, però, mi piacerebbe che lei facesse ciò che le suggerisce Salvini. Dica che «questa Ue» non le piace; che ne sogna un’altra – possibilmente, non una parodia dell’Unione Sovietica come l’attuale -, ne proponga la riforma e faccia in modo che l’Italia sia, europeisticamente, meno coerente, ma, machiavellianamente, più concreta. Se ha letto Machiavelli al liceo, ma se lo è scordato, almeno da fiorentino, lo rilegga. Male non le farà.

I nemici di Renzi

I nemici di Renzi

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Ora è conclamato: l’Italia ha perso un altro anno. Il settimo, da quando ebbe inizio nell’estate del 2007 la più lunga e grave crisi economico-finanziaria che il mondo abbia conosciuto nell’ultimo secolo. Le cui conseguenze risultano così gravi – 10 punti di pil persi, il 25 per cento della produzione industriale evaporata – solo per noi, Grecia a parte. E nulla fa presagire che nel 2015 la musica cambi. Tutto questo non lo dicono i gufi ma il ministro Padoan, che ha parlato di un quadro congiunturale gravemente deteriorato. Peccato che andasse detto prima, anziché discettare sulla ripresa a portata di mano. Cosa non solo infondata, ma gravida di conseguenze negative, perché ha significato rinviare a data da destinarsi gli interventi più radicali, quelli capaci di invertire la rotta, i quali, più si rinviano, e più le mancate scelte ci riconsegnano un paese profondamente sconvolto nei fondamenti della sua società e della convivenza civile, con una quota di economia di mercato inferiore al passato e un problema di assistenza pubblica terrificante.

Tutto questo, naturalmente, non può essere messo in conto a Renzi. Per età e perché gli manca il passato. Ma a lui e al suo governo possono invece essere addebitate due cose: di aver sbagliato le previsioni e quindi l’approccio iniziale, e di avere mostrato un eccesso di fragilità e dilettantismo nello svolgimento quotidiano dell’azione di governo, laddove la politica diventa – o dovrebbe diventare – buona amministrazione. Hai voglia ora di dire che la Merkel è cattiva perché vuole l’austerità e impertinente perché ci tratta come studenti a cui chiede di fare i compiti a casa. Hai voglia di evocare lo spettro della Troika in nome della sovranità violata. Per sostenere certe tesi, anche quando sono giuste, occorre avere la necessaria credibilità, e Palazzo Chigi in questo difetta.

Tuttavia, Renzi viene accusato di tutt’altro: di essere nemico dei lavoratori, di muoversi in combutta con Berlusconi, di frequentare quel “sola” di Marchionne, di praticare il “metodo Boffo” contro chi dissente. Prendete la vicenda dell’articolo 18. Invece di dire “guarda che quella del reintegro, pur simbolica, è questione marginale e ciò che conta è una revisione, all’insegna della semplificazione e della delega alla contrattazione aziendale, dell’intera materia dei contratti e del mercato del lavoro”, no, si rispolverano vecchi linguaggi (i padroni) e consunte parole d’ordine (giù le mani dai diritti). Nessuno che lo sfidi sulla modernità, tutti a piagnucolare sulla conservazione di miti arrugginiti. E senza neppure avere l’intelligenza politica di capire – questo da D’Alema francamente non me lo aspettavo – che così la sinistra si condanna a una definitiva emarginazione e regala a Renzi gli strumenti per la definitiva conquista del voto moderato.

Che abbia o meno in testa le elezioni anticipate – io credo di si – l’aver alzato il tiro su un tema ideologicamente dividente come quello dell’articolo 18 e trovarsi la reazione che abbiamo visto, per il premier è stato come vincere alla lotteria. Ora il provvedimento – annacquato fino a lasciar le cose come stanno ma presentato come la rottura senza compromessi con il passato – passerà al Senato grazie all’uscita dall’Aula di un numero sufficiente di forzisti, così Renzi potrà dire all’Europa di aver fatto, da segretario del Pd per giunta, quello che nessuno prima di lui aveva mai osato fare o era mai riuscito a fare; potrà marcare una rottura a sinistra che gli servirà per dire al Quirinale che il Parlamento è una palude da cambiare con il voto; e infine potrà evitare di dover far emergere il cambio di maggioranza perché Berlusconi formalmente rimarrà all’opposizione. Caro Bersani, questa è quasi peggio del tuo (ancor oggi inspiegabile) tentativo di fare accordi con Grillo.

Ma la stessa cosa si puo dire delle stroncature che sono piovute addosso a Renzi da qualche miliardario annoiato che vuole fare politica senza pagare il dazio della raccolta del consenso, o da qualche esponente della “società civile” che si arroga il diritto di compilare la pagella dei buoni e dei cattivi. Non ho visto analisi approfondite, elaborazioni programmatiche fuori dal coro dei soliti bla-bla. Costoro, invece di ergersi a giudici, invece di imbarcarsi in operazioni personali senza alcun radicamento nelle culture politiche, elitarie e probabilmente di scarso successo, farebbero meglio a finanziare, sostenere, creare dei think tank capaci di contribuire alla qualità culturale del dibattito pubblico, di influenzare (alla luce del sole) i media e i decisori, di selezionare classe dirigente, di creare efficaci collegamenti internazionali, di lavorare sulla mentalità collettiva e in particolare far maturare nella borghesia la coscienza del suo ruolo sociale. Gli esempi esteri non mancano, basta copiare. Insomma, Renzi ha tanti (troppi) difetti, ma se i suoi nemici sono questi, viva Renzi.

Per l’Europa il tempo di una svolta è adesso

Per l’Europa il tempo di una svolta è adesso

Guido Gentili – Il Sole 24 Ore

Dire che l’Europa è sull’orlo del collasso è dire poco. Più realisticamente si potrebbe notare che nel collasso si è già auto-catapultata da anni, a cominciare dagli errori di gestione sul caso-Grecia. O, forse, bisognerebbe ammettere che la scommessa di partire da un’unione monetaria per arrivare a quella politica, cioè il contrario esatto di quello che storia, economia e logica suggerivano, è perdente e presenta il suo conto tremendo.

Fatto è che dopo lo “strappo” sul bilancio della seconda economia dell’eurozona, la Francia, hanno parlato la terza (cioè l’Italia) e la prima (la Germania). «Io sto con Hollande, noi rispetteremo il vincolo del 3% ma Parigi ha ragione», ha detto il premier Renzi in trasferta a Londra dove ha saldato un nuovo asse anti-austerity con la Gran Bretagna di David Cameron, paese che è fuori dall’eurozona. «Dovete fare i compiti e rispettare gli impegni», ha tagliato corto la Cancelliera tedesca Angela Merkel rivolta a Parigi e Roma. «Non ci tratti da scolari», ha risposto Renzi. Ecco, questa è oggi l’Europa. Non bastasse, da Napoli è arrivata la conferma, via Bce, che la politica monetaria, nell’eurozona dei maestri e degli studenti discoli, non può fare da supplente e risolvere problemi che non sono alla sua portata, come più volte ricordato da Mario Draghi. I mercati hanno preso atto, Milano è caduta a picco.

Delle due l’una. O l’Europa, Berlino in testa, mette in campo una nuova politica economica che a partire dagli investimenti necessari e da una riconsiderazione delle regole di governance sia capace di ribaltare le prospettive dell’economia reale o collassa definitivamente. Mercoledì 8 ottobre si terrà a Milano il vertice europeo sul lavoro. Siamo nel semestre di presidenza europea a guida italiana, cioè della coppia Renzi-Padoan, sul quale erano state costruite, sbagliando, aspettative di successo enormi. Il minimo che si possa fare ora è lavorare per una sterzata, chiara nei modi, nei tempi e nelle risorse, a favore della crescita. Il minimo, che è poi la vera enormità, per non condannarsi al crac, nell’interesse dell’Europa e anche del nostro.

Con un occhio al quadro interno

Con un occhio al quadro interno

Stefano Folli – Il Sole 24 Ore

Può esistere oggi un’alleanza in funzione anti-austerità fra le cancellerie europee che soffrono il rigore tedesco? Fino a ieri era un’ipotesi di scuola e anche ora, nonostante le apparenze, non sembra che una tale svolta sia a portata di mano. Ma la mossa di Parigi che decide di non rispettare il parametro del deficit ha una portata politica e Renzi l’ha colta al volo. Con una sottolineatura che però fa tutta la differenza: a differenza della Francia, dice il presidente del Consiglio, l’Italia intende rispettare il vincolo del 3 per cento. Questo significa che non c’è una vera alleanza strategica fra due capitali che hanno problemi molto diversi: se ci fosse, le conseguenze sui mercati sarebbero poco piacevoli per entrambe (lo ha spiegato bene Carlo Bastasin su queste colonne).

Quella che appare una convergenza anti-tedesca è più che altro una congiuntura vissuta da ogni paese a suo modo e in base a specifiche convenienze. Il governo socialista di Parigi deve puntellare se stesso e tenere a bada l’estrema destra di Marin Le Pen. E il nostro Renzi, cui invece il consenso interno non manca, si gioca una partita fatta di rapide incursioni e di frasi memorabili. La sentenza di ieri («Non siamo scolari a cui si deve impartire una lezione») è ovviamente indirizzata ad Angela Merkel ed è resa possibile dal varco aperto da Hollande. Quindi, nel momento in cui fa capire che la questione del deficit divide Parigi da Roma e che l’Italia intende attenersi nella sostanza all’ortodossia europea, Renzi dimostra di voler sfruttare fino in fondo l’occasione mediatica offerta dalla mossa francese.

Non solo. C’è un terzo soggetto sul palcoscenico ed è l’inglese Cameron che ieri ha incontrato il collega italiano. Anche il governo di Londra, come è noto, ha bisogno di recuperare terreno nell’opinione pubblica e di tenere a bada i laburisti. Senza cedere troppo terreno ai nazionalisti di Farage, ossia – grosso modo – all’equivalente britannico di quel partito anti-euro che in Germania sta creando non pochi pensieri alla Merkel. Vale la pena ricordare che poco tempo fa la stampa inglese espresse grande delusione verso il premier italiano che aveva rinunciato a sostenere la campagna di Cameron contro la nomina di Juncker a presidente della Commissione. Il che significa che anche in questo caso, al di là delle dichiarazioni di facciata, non esiste un’ipotesi di asse strategico con la Gran Bretagna, paese che fra l’altro non aderisce all’euro.

In parole povere, Renzi si è affrettato a cavalcare anche a Londra l’onda provocata dal colpo di coda francese. La Merkel registrerà il sussulto, ma è dubbio che voglia o possa cambiare qualcosa nelle politiche europee. Vedrà quello che vedono tutti: e cioè che la polemica Francia-Italia-Gran Bretagna è la somma di tre diversi risentimenti. Tutti a vario titolo giustificati, ma insufficienti nel loro insieme a imporre una virata a Berlino. Tanto più che l’ascesa degli anti-euro potrebbe indurre la Cancelliera a indurire l’atteggiamento verso i partner, non ad addolcirlo con il rischio che gli elettori tedeschi la prendano male. Come dire che ognuno recita una parte con la mente rivolta alla politica interna. Renzi su questo terreno non è da meno degli altri. Così nel giorno in cui i mercati si mostrano assai delusi dall’intervento di Draghi, il nostro premier si prepara a un’altra pagina della sua personale battaglia combattuta con un occhio e mezzo all’elettorato. È dubbio che egli riesca a cambiare verso all’Europa, ma certo dopo il passo francese il palcoscenico è più animato.

Renzi non si accodi a Hollande

Renzi non si accodi a Hollande

Domenico Cacopardo – Italia Oggi

Renzi sembra quella di accodarsi alla Francia nel chiedere flessibilità per il bilancio 2015 e seguenti. Una tentazione diabolica per un cattolico praticante (sempre Renzi) che si batte il petto tutte le domeniche. È come recarsi alle corse dei cavalli e puntare sul perdente. Una follia. Quando è cominciata l’avventura presidenziale di Renzi, l’abbiamo scritto con insistenza: era necessario creare un fronte dei paesi per i quali necessitano misure speciali di sostegno, in modo che la Merkel e l’Europa fossero costretti a trattare. Invece no. A Bruxelles il nostro «boy-scout» s’è pavoneggiato di un’intesa, tutta da verificare, con la cancelliera tedesca e ha inciso come può incidere un piccolo moscerino sulla pelle di un cavallo da tiro.

Quando s’è trattato di discutere gli incarichi nella Commissione si è autolimitato designando l’inesistente Mogherini che, in quanto tale, è stata accettata dopo qualche piccolo mal di pancia. Se Moscovici, commissario francese agli affari economici, mette le mani avanti evocando le difficoltà che incontrerà sul dossier francese, figuriamoci la nostra commissaria (alta) alla politica estera e di sicurezza. Dobbiamo confessare che, leggendo i triboli della Francia, abbiamo pensato ai risolini a proposito dell’Italia (dell’Italia, non di Berlusconi) del duo Sarkozy-Merkel in una famosa conferenza stampa e non ci siamo dispiaciuti delle difficoltà transalpine.

Si tratta di «mal italiano», cioè dell’assenza delle riforme liberamente convenute in sede europea con l’approvazione del «Fiscal compact» e delle conseguenti direttive. La cura francese aggraverà la malattia, visto che si pensa di combattere la recessione con deficit ben al di fuori del 3% tabellare. Ecco, l’inesperienza e la supponenza potrebbero condurre Matteo Renzi sulla strada del disastro. Il sistema di dichiarare «fatte» le riforme approvate, anche in semplice cartellina, dal consiglio dei ministri è ormai al capolinea.

La legge di stabilità metterà una parola definitiva, almeno per il 2015, alle evoluzioni verbali del nostro «premier»: certo, nell’attuale situazione, sarà difficile che l’Unione nomini tre commissari (la Troika) per governare il risanamento delle finanze pubbliche italiane e per aggredire il debito pubblico. La soluzione che sembra consolidarsi nei corridoi di Palazzo Berlaymont (sede dell’Ue), in vista dell’insediamento della nuova commissione, consiste in un cronoprogramma vincolante di riforme (definite nei loro contenuti minimi, in modo che il teatrino dell’art. 18 non possa più ripetersi). Rispetto a esso, il governo e il Parlamento italiani hanno solo il compito di procedere con rapidità effettiva, trasformando in modo sostanziale la struttura socio-economica della Nazione. Il mercato «tout-court», cioè la concorrenza vera, le strutture pubbliche, protette e deficitarie, il welfare, la sanità, l’idrovora regioni. Insomma un’azione seria condotta a tamburo battente, pena, appunto, il ricorso ai commissari.

Saranno capaci questo governo e questo Parlamento di affrontare e vincere la sfida? C’è da dubitarne, visto il livello e, soprattutto, i condizionamenti di un passato che non ci si decide a seppellire. La verità vera è che, comunque, fra breve il passo cambierà. Resta da capire chi sarà protagonista del cambiamento, dato che le cicale politiche italiane risultano, sin qui, incapaci di trasformarsi in formiche.

Tfr, 80 euro, gratta e vinci: è tutto un talk show

Tfr, 80 euro, gratta e vinci: è tutto un talk show

Pino Corrias – Il Fatto Quotidiano

Domandona: ma se uno riceve gli 80 euro perché sta sotto i 1.500 euro mensili e poi riceve anche l’anticipo sul Tfr, diciamo di 30 euro, coi quali però supererà i 1.500 euro mensili, le signorine cuorinfranti addette alla contabilità renziana, toglieranno gli 80 euro? Faranno finta di niente? Oppure aumenteranno di un punto la Tasi, di mezza aliquota l’Imu, per poi andare in pari con un gratta e vinci? Si dovrà ammettere che il labirinto di proposte, invenzioni, rettifiche e altri rumori di distrazione di massa nel quale siamo precipitati è sempre più appassionante. Ogni svolta contiene la sua suspense: condurrà a Bruxelles o al baratro?

Abbiamo passato l’estate a giocare con le Province e il Senato facendo finta di abolirli. Passeremo l’autunno sull’articolo 18, che non contando nulla conta moltissimo, è un simbolo, no un tabù, anzi un’icona fatta di pura ideologia anche se poi presidia un trascurabile dettaglio che passa tra un lavoratore e un licenziato. Negli intervalli pubblicitari seguiamo il torneo a ostacoli sulla Corte costituzionale. Piovono giudici dal Csm. Ignoriamo Ebola che avanza: ci siamo rotti le palle dei talk show perché finalmente li facciamo direttamente noi.

La sinistra e lo scoglio del “fare impresa”

La sinistra e lo scoglio del “fare impresa”

Mario Rodriguez – Europa

Non è per attizzare lo scontro sui massimi sistemi, le visioni del mondo, le ideologie (in accezione positiva). In un partito davvero plurale si dovrebbe preferire confrontarsi sulle conseguenze dei principi piuttosto che sui principi stessi. Ma forse il Pd non è ancora del tutto un partito plurale e allora il confronto apertosi sul Jobs Act per il suo un significato più generale, simbolico, “diciamo” di cultura politica, acquista una sua importanza. Si dice confronto sul Jobs Act ma in fondo si parla del fare impresa.

Mi pare particolarmente significativo che Matteo Renzi nella sua replica abbia fatto riferimento agli interventi di Soru, Scalfarotto e del ministro Poletti tutti centrati su una specifica visione del fare impresa e dell’imprenditore. E non a caso la polemica più significativa è stata attorno all’uso della parola “padrone” fatta da Massimo D’Alema. Lo scontro sul ruolo del fare impresa racchiude anche una questione forse ora in via di soluzione nella sinistra italiana e che ebbe già ai tempi del saggio su Proudhon, firmato da Craxi, un momento cruciale: un’altra sinistra non di ispirazione (più o meno) marxista è possibile. Quindi, non solo chi ha preso origine dal movimento comunista o socialista massimalista è titolato a usare il brand “sinistra”.

Per semplificare da un lato (chiamiamoli per comodità contrari al Jobs Act) c’è chi sostiene o teme che la nuova legge possa rappresentare il ritorno dell’arbitrio padronale nelle relazioni di lavoro, un’idea servile del lavoro, il ritorno all’800. E logicamente, per loro l’impresa è un meccanismo che spinge il “padrone” per sua stessa natura (dati i rapporti di forza) a schiacciare il lavoratore, a limitarne la dignità umana, lo aliena, lo rende merce. Anche se non lo si esplicita quella dei “contrari” è la visione residua di una concezione classista del rapporto capitale lavoro anche se impacchettata in una terminologia neo keynesiana. L’impresa è il luogo della “contraddizione insanabile”, è il motore unico o privilegiato della società, è il luogo dove si produce il valore ma anche l’emancipazione. E sotto, sotto c’è sempre l’idea che il ruolo del capitalista sia residuo, possa essere surrogato da un operatore collettivo, dallo stato. La società senza capitalisti può esistere e funzionare!

Dall’altro ci sono coloro (chiamiamoli per comodità favorevoli al Jobs Act) che vedono l’impresa come uno dei luoghi della generazione della ricchezza (non il solo), vedono il profitto come incentivo ad investire e misura di efficacia, non come meccanismo di sfruttamento abolibile; generatore di opportunità collettive (attraverso la fiscalità) e non solo come avidità egoistica individuale. Vedono l’imprenditore come soggetto socialmente meritorio oltre che utile, come contribuente e non come potenziale evasore. Come inventore, portatore di visioni e aspirazioni. Un innovatore capace di imporre un nuovo modo di soddisfare bisogni. Forza da imbrigliare in regole precise (per contrastare la naturale propensione a cercare posizioni di dominio o di rendita e spesso scorciatoie illecite) ma non tali da frustrarne le potenzialità. Più Schumpeter che Marx per intendersi.

Anch’egli, come i leader carismatici, forza da domare per utilizzarne il potenziale non da demoralizzare. Per questo i “favorevoli” pensano che sia opportuno che l’imprenditore abbia – soprattutto in momenti di crisi – maggiori certezze regolamentali e maggiori possibilità di fare le proprie scelte sui collaboratori e i lavoratori della sua impresa. Pensano che le valutazioni di un giudice – variabili di luogo in luogo, di soggetto in soggetto – non solo non siano all’altezza delle scelte da compiere ma non possano surrogare le decisioni manageriali.

Detta così una visione sembra tutta conflitto e lotta e l’altra tutta armonia e amore per il prossimo. Ovviamente non è così. Il sindacato, anche la Fiom di Landini, sa negoziare tenendo presenti le esigenze produttive e le scelte manageriali come nel caso Ducati. E Poletti, Soru e Scalfarotto sanno benissimo che il conflitto non solo non è eliminabile in qualsiasi società ma è utile, è fisiologico, aiuta a migliorare, difende i più deboli e contrasta arroganza e abuso di potere. Una visione democratica prevede la competizione, la cooperazione e il conflitto, riconosce le diseguaglianze e combatte le discriminazioni. E non si preoccupa solo della discriminazione sul luogo di lavoro come parte del conflitto di classe: mi licenzi perché sono sindacalizzato o lotto contro i padroni. Ma la combatte come un problema sociale di libertà individuale e autorealizzazione umana, di dignità. Le discriminazioni per ragioni di genere, razza, opinioni devono essere combattute ovunque e il ricorso alla tutela della legge deve essere diffuso in tutta la società affinché diventi costume generalizzato.

Per questo credo che il confronto sul Jobs Act serva per riprendere un cammino avviatosi con la nascita stessa del Pd e abortito con il rilancio della bocciofila: quello della costruzione di un partito di sinistra plurale e post ideologico a vocazione maggioritaria, non il partito di una classe (anche se quella operaia) ma della nazione. In questo forse sta l’importanza poetica e non solo prosaica del confronto della direzione pd.