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E ora sistemate i conti

E ora sistemate i conti

Francesco Forte – Il Giornale

Adesso il premier Renzi non ha alibi per dilazionare le riforme economiche. Vi aveva anteposto la ambiziosa (e in parte opinabile e perfettibile) riforma costituzionale che ridimensiona il Senato e ridà allo Stato poteri che ora condivide con le «autonomie» regionali e comunali, con conseguenti veti e dilazioni. L’ostruzionismo alla riforma costituzionale dei nemici casalinghi di Matteo, che lo stava impelagando, è caduto non solo perché Ferragosto incombe, ma soprattutto a causa del supporto di Berlusconi. Ora Renzi ha la bici con la gomma davanti sgonfia: e dal primo settembre deve pedalare sulla strada delle riforme economiche. I tempi sono stretti, perché da ottobre l’Italia è sotto esame della Commissione europea, con la Merkel che l’attende al varco. Ma in primo luogo perché la Spagna ha ripreso a crescere, come l’Irlanda, mentre noi stentiamo. E ciò genera un debito altissimo, in rapporto al Pil: sfiora il 135 per cento. Berlusconi dovette dimettersi perché il rapporto debito/Pil nel 2011 era al 118% e poteva salire a 120. Fra Monti, Letta e un pochino di Renzi, in 32 mesi, lo hanno fatto crescere di 15 punti: quasi mezzo punto di Pil al mese, un bel record. Ciò è dovuto a una terapia errata fatta di maggiori imposte, in particolare sul risparmio e su chi fa più fatica e ha più meriti nel guadagno. Ciò doveva far quadrare il bilancio e ridurre il rapporto debito/Pil. Ma questo tipo di politica fiscale (con annessa guerra ideologica all’evasore vero, presunto o potenziale) ha generato depressione anziché crescita. La ripresa non c’è anche perché a queste errate scelte si sono aggiunte la riforma Fornero del mercato del lavoro che lo ha irrigidito e una politica populista e insieme neomercantilista fatta di bonus discriminati a lavoratori a basso reddito e di premi fiscali a favore di singoli settori di imprese o di singoli tipi di investimenti. E non si è privatizzato nulla. Agli eccessi di giustizialismo non si è risposto con semplificazioni e depenalizzazioni, ma con nuovi commissari. Anche Renzi ha fatto alcuni di questi peccati. Ma ha iniziato alcune riforme e prese di posizione contro lo strapotere dei sindacati e contro la adozione dei tecnocrati come surrogato alla responsabilità di chi governa. Ora che ha questa bicicletta, Renzi pedali. La più urgente riforma riguarda il mercato del lavoro. Una drastica, a modo suo, l’ha fatta la Spagna. Ed ora essa riparte bene, anche con nuove fabbriche estere di auto. Invece Fiat se ne va dall’Italia, innanzitutto perché incontrano veti e inghippi i contratti di lavoro aziendali Marchionne: un modello che essa adotta a Detroit e altrove in America. Si dia piena validità a questi contratti, anche se ciò dispiace alla Camusso e al capitalismo neocorporativo, che si intreccia con sindacato in cambio di favori di Stato. Occorre anche il ripristino delle partite Iva e di altri contratti della legge Biagi abrogati da Monti. Bisogna eliminare tutta l’Irap sui costi del lavoro. Le Regioni possono avere un contributo sanitario regionale equivalente, riducendo i contributi previdenziali diversi da quelli per pensioni e invalidità: costa 12 miliardi; lo si può fare in tre anni. Bisogna tagliare selettivamente la spesa improduttiva. Ciò a partire dalle sovvenzioni sia correnti che di investimento alle 8mila imprese pubbliche. L’investimento in infrastrutture si può fare meglio con un maggior ricorso a mercato. Sono da sfoltire anche le sovvenzioni ai privati. Riforme già note: non occorrono commissari e dossier. Renzi non ha più argomenti per evitare tali «compiti»: se i suoi non lo sosterranno, sa a chi può chiedere il voto.

Caro Renzi, aveva ragione Cottarelli

Caro Renzi, aveva ragione Cottarelli

Maurizio Belpietro – Libero

Ci sono voluti pochi giorni per capire chi avesse ragione tra Carlo Cottarelli e Matteo Renzi. Il dubbio che il commissario alla spending review avesse esagerato nel descrivere lo stato di salute dei conti pubblici è stato dissipato ieri da due notizie. La prima è la marcia indietro del governo sul prepensionamento di 4 mila insegnanti e sul tetto dell’età pensionabile per i primari, ossia sull’emendamento che proprio Cottarelli aveva dichiarato senza alcuna copertura, sostenendo che fosse stato finanziato con un generico quanto inesistente taglio di prossime spese.

La precedente settimana, quando il Parlamento aveva votato il provvedimento, il ministro della Pubblica amministrazione era stato zitto, lasciando intendere di essere favorevole alla misura. Ma poi, vista la denuncia del super commissario il quale ha di fatto dato le dimissioni beccandosi pure un poco gratificante saluto dal premier, ecco la retromarcia di Palazzo Chigi e di Marianna Madia. Segno evidente che le critiche erano fondate, altrimenti il presidente del Consiglio avrebbe tirato dritto. E allo stesso tempo prova concreta che la spending review è diventata la madre di tutte le spese, in quanto annunciando futuri tagli si dà via libera a costi immediati che prossimamente graveranno sullo stato di salute della contabilità nazionale e dunque sulle spalle dei contribuenti.

Tuttavia non c’è solo l’episodio di ieri a confermare che Cottarelli ha ragione e Renzi torto. E dunque che i tanto sospirati risparmi sulle uscite dello Stato sono solo sospirati ma non destinati a tradursi in realtà. L’altra notizia della giornata è che la sanità pugliese si prepara ad assumere 2.500 persone. Ad annunciarlo è stato il governatore della Regione che poi è pure il numero uno di Sinistra ecologia e libertà. Evidentemente, non contento di essere a capo di un sistema sanitario tra i più costosi d’Italia, tanto da dover approfittare della solidarietà del fondo sanitario da cui incassa 487 euro pro capite, Nichi Vendola vuole pure assumere. E poco importa che – come segnalava ieri il Sole 24 Ore – dal 2007 al 2013 il disavanzo della regione sia stato di 1 miliardo e 312 milioni, cioè uno dei più pesanti tra quelli registrati in Italia: il governatore prima di ritirarsi dalla politica preferisce fare un’altra infornata di medici e infermieri. Pazienza se questo si tradurrà in un aumento del ticket, che, sempre come segnalava il quotidiano confindustriale, sarà presto preso in esame con una revisione del contributo richiesto agli ammalati in base al reddito. Di questo passo altro che servizio sanitario nazionale, presto avremo il servizio sanitario fiscale, nel senso che per essere curati bisognerà presentare la dichiarazione dei redditi insieme con la carta di credito, mentre gli indigenti – e dunque la maggior parte degli immigrati – avranno cure gratis: tanto il ticket lo paga chi guadagna e versa le tasse.

È questo il fantastico mondo della spending review, che dopo le parole di Cottarelli è stata ribattezzata Spending di più. Del resto, l’operazione di rimettere in equilibrio i conti del welfare, facendo sparire il fondo sanitario che grava sulle regioni virtuose (Lombardia tra le prime) a favore di quelle che invece sono spendaccione, ha poche speranze di successo. La chiusura del rubinetto che ogni anno toglie alle Regioni meritevoli per dare a quelle che non meritano avrebbe dovuto avvenire nel 2013 e invece con i ritmi adottati da diversi governatori l’addio al sistema di finanziamenti a fondo perduto alle sanità colabrodo arriverà nel 2066. Sì, avete capito bene: fra cinquant’anni, parola della bibbia salmonata diretta da Roberto Napoletano. C’è da stupirsi dunque se in Italia continuano ad aumentare le tasse? Ovvio che no. La logica conclusione dei tagli alla spesa non fatti è il Fisco che diventa sempre più vorace.

E a proposito di imposte si segnala che è in dirittura d’arrivo un nuovo siluro: la riforma del catasto, ovvero la revisione degli estimi che venerdì scorso ha ricevuto il via libera dalla commissione Finanze del Senato. Sempre secondo il solito Sole 24 Ore in molte città si registreranno rincari d’imposta, in quanto tra i valori catastali attuali e quelli di mercato che si vorrebbero adottare c’è una differenza che in qualche caso sfiora il 300 per cento. Ma a rischiare di più a quanto pare non sono i proprietari di attici, ma chi possiede un’abitazione di categoria A3, cioè quelle considerate economico popolari. Essendosi queste case rivalutate di molto nel corso degli anni, l’Agenzia delle entrate si prepara a battere cassa. E ovviamente con i soliti metodi molto gentili, dato che nonostante il cambio al vertice nulla è cambiato. Insomma, Cottarelli ha ragione. Governo, Parlamento e Regioni spendono senza tagliare e ai soliti noti tocca pagare. Ma almeno ora è chiaro chi devono ringraziare.

GIUSEPPE PENNISI (Presidente Board Scientifico): serve un cambio di passo

GIUSEPPE PENNISI (Presidente Board Scientifico): serve un cambio di passo

Il Documento del Centro Studi Impresa Lavoro tratta, in modo originale, un tema non nuovo: gli effetti drammatici dei ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese sulla competitiva complessiva del sistema produttivo  italiano. Sono state proposte varie soluzioni. Il Documento ne delinea le principali.
Ma, nonostante , in seguito ad accordi con il resto della maggioranza e con il maggiore partito di opposizione, il Governo attualmente in carica abbia adottato misure per affrontare il problema, si tratta di provvedimenti parziali, la cui applicazione è molto più lenta di quanto anticipato dall’Esecutivo medesimo.
Se non c’è un cambiamento di passo, gli esiti non saranno positivi: sotto il profilo micro-economico molto imprese si troveranno in serie difficoltà tanto da dover chiudere i battenti, sotto il profilo settoriale si rischia la sparizione di interi settori prodottivi, sotto il profilo macro-economico, aumenta il pericolo di deflazione e prolungata recessione ove non depressione con un aumento del disagio sociale.
Giuseppe Pennisi, Presidente del Board Scientifico del Centro Studi ImpresaLavoro
PA, il ritardo nei pagamenti costa alle imprese 6 miliardi

PA, il ritardo nei pagamenti costa alle imprese 6 miliardi

Metronews – 4 agosto 2014

UDINE. Il ritardo dei pagamenti ai fornitori della PA ha finora determinato un costo del capitale a carico delle imprese italiane di oltre 6 miliardi di euro all’anno, pari a quasi 30 miliardi nel periodo 2009-2013. Il dato emerge da una ricerca (scaricabile interamente dal sito www.impresalavoro.org) realizzata dal centro studi di ispirazione liberale “ImpresaLavoro” di Udine, promosso dall’imprenditore Massimo Blasoni e il cui board scientifico è presieduto dal professor Giuseppe Pennisi (economista, consigliere del Cnel e docente all’Università Europea di Roma, già Banca Mondiale e dirigente generale dei Ministeri del Bilancio e del Lavoro).

Lo studio di “ImpresaLavoro” sottolinea come ci si debba peraltro accontentare in questo campo di una stima prudenziale, dal momento che le stesse amministrazioni pubbliche non dispongono di una sistematica e organizzata documentazione sui crediti dei propri fornitori e sulle fatture associate, a causa delle insufficienze nei sistemi di contabilizzazione delle transazioni. Finora, infatti, le stime sulla dimensione del fenomeno si sono basate sull’impiego di metodologie statistiche e di indagini campionarie. «Quel che invece si sa con certezza – osserva il presidente Massimo Blasoni – è che i pagamenti del committente pubblico italiano arrivano in media dopo 170 giorni dal ricevimento della fattura, mentre i fornitori privati di norma pagano dopo 60 giorni. Questo mismatching di uscite ed entrate aggrava la situazione finanziaria di migliaia di imprese, esponendole nei casi più gravi al rischio default. Il fenomeno ha assunto rilevanza maggiore a seguito dell’attuale situazione di congiuntura economica, la quale ha provocato anche una riduzione del credito concesso dalle banche alle imprese, con conseguente aggravio della situazione finanziaria di queste ultime».

Secondo le stime prudenziali di “ImpresaLavoro”, l’ammontare per il 2013 è di circa 74,2 miliardi di €, pari a circa il 4,8% del PIL. Lo stock di debito commerciale della nostra PA risulta in calo: nel 2010, esso aveva toccato la cifra record di 87,3 miliardi di euro, pari al 5,5% del PIL. La diminuzione dello stock è dovuta alla riduzione della spesa pubblica relativa all’acquisto di beni e servizi, nonché dei tempi di pagamento concordati con i fornitori. Non è quindi diminuito il ritardo medio nel pagamento delle fatture.

La ricerca di “ImpresaLavoro” rivela inoltre come, a livello europeo, sia in termini nominali che relativi, l’Italia risulti essere il Paese col maggiore stock di debito. Già dal 2010, ha infatti il peggior rapporto tra debiti commerciali e PIL, superando tanto la Spagna quanto la Grecia, le uniche in Europa (a parte l’Italia) a superare il 3% in questo rapporto. Per un’impresa italiana che lavora con PA, l’incidenza di questi costi sulla singola fornitura risulta così pari al 4,2%: un dato circa 4 volte superiore a quello sostenuto da un’impresa francese (1,2%) e circa 7 volte superiore a quello sostenuto da un’impresa tedesca (0,6%).

Massimo Blasoni(Presidente ImpresaLavoro): «Schiacciati dalla burocrazia, chi crea lavoro è senza voce»

Massimo Blasoni(Presidente ImpresaLavoro): «Schiacciati dalla burocrazia, chi crea lavoro è senza voce»

 Matteo Basile – Il Giornale

«Di economia dovrebbe parlarne chi l’economia la conosce davvero perché la fa. Chi si ostina a fare impresa e a creare lavoro nonostante tutto». Questa l’idea di base che ha spinto Massimo Blasoni a creare un centro studi di ispirazione liberale in grado di catalizzare imprenditori, ricercatori e studiosi capaci di analizzare la situazione del Paese e capire il modo di uscire dalla stagnazione in cui langue il Paese. Un board scientifico con nomi di primissimo livello, un direttore – Massimo Bressan – di 32 anni, due sedi (a Roma e a Udine) e tanta voglia di metterci la faccia e fare la propria parte anziché limitarsi a coltivare l’orticello.
Blasoni è imprenditore del Nord Est “da manuale”: partito da zero è ora a capo di un’impresa nel settore delle residenze socio-sanitarie con 40 filiali, 1.300 dipendenti e fatturato e utili in costante aumento. Ma dopo alcune esperienze in politica che non lo hanno entusiasmato perché, spiega, «troppi sembra vivano sulla Luna», ha deciso di darsi da fare diversamente. Già il nome scelto per il Centro Studi dice tutto: impresa e lavoro. Facile no?
«In Italia fare impresa è difficilissimo. Paghiamo più tasse, abbiamo meno credito dalle banche e operiamo in un Paese senza infrastrutture e con una burocrazia insopportabile. Vogliamo dare voce a chi fa impresa: in primis partite Iva e piccoli artigiani che sono il vero tessuto sociale dell’Italia».
Come imprenditore ha successo. Chi glielo fa fare?
«Serve un grande impegno perché senza chi fa impresa andiamo incontro a un futuro fatto di giovani disoccupati, di aziende fallite e di imprese cedute all’estero. La strada è questa, dobbiamo invertirla e farlo in fretta».
Proprio voi «imprenditori-evasori-nemici dello Stato»?
«Magari anche uscendo da questi stereotipi senza senso. l’evasione va colpita duramente. Ma il binomio imprenditori-evasori è fuori dalla logica. I nemici sono altri».
Uno è senz’altro la burocrazia.
«L’Italia sembra divisa tra controllori e controllati. Troppo spesso sembra che in Italia ci siano più attività di ispezione che attività che producono. Non è più accettabile».
Eppure adesso c’è Renzi il nuovo, il giovane, il risolutore…
«Abbiamo verificato quel che ha detto e quel che ha fatto. Finora non ha mantenuto niente di ciò che ha promesso e tutti gli indicatori sono in peggioramento».
Quindi bocciato senza appello?
«Lui fa il politico di professione, mi pare che per il momento non abbia compreso la terribile situazione dell’economia. Per nulla».
La situazione è nera, quale sarebbe la prima e più urgente misura da adottare?
«È necessario ridurre le imposte alle aziende. Questo significherebbe creare posti di lavoro da subito. L’economia non riparte con misure omeopatiche come gli 80 euro ma solo con una vera e forte contrazione delle tasse per le imprese».
NASCE IMPRESALAVORO: ridare voce a chi fa impresa

NASCE IMPRESALAVORO: ridare voce a chi fa impresa

Si chiama ImpresaLavoro e punta ad essere un centro studi di respiro nazionale e di ispirazione liberale, capace di “rimettere al centro del dibattito i temi dell’economia e del lavoro”. L’idea è dell’imprenditore udinese Massimo Blasoni che ha presentato oggi, anche su alcuni quotidiani nazionali, la sua ultima iniziativa. Il nome già dice molto perché, come scritto nella presentazione del Centro Studi, “le difficoltà che attraversa l’impresa italiana sono anche le difficoltà dei lavoratori italiani”, due mondi questi che rappresentano “le componenti fondamentali del nostro tessuto produttivo”.
Per Blasoni l’obiettivo è duplice: “da un lato – spiega – far parlare di economia chi l’economia la fa davvero riportando l’attenzione sui temi che veri che riguardano il nostro paese: c’è davvero qualcuno che pensa che i tanti giovani disoccupati o le partite iva che stanno chiudendo per colpa di una crisi senza precedenti siano interessati a conoscere le modalità di elezione dei nostri senatori? Credo piuttosto che dovremmo occuparci  con maggior attenzione di quel che davvero soffoca il nostro paese: burocrazia, tasse, regole che scoraggiano gli investimenti”. Poi c’è l’aspetto politico: “il centro nasce anche come luogo di aggregazione dei tanti ancora convinti che la ricetta liberale in economia sia la migliore e che si possa fare di più e meglio di quel che sta facendo Renzi: il debito continua a correre, la spesa pubblica cresce senza freno, le tasse hanno toccato livelli record. E’ difficile dire che il Presidente del Consiglio, politico da sempre, abbia la reale percezione di quel che sta accadendo nel paese”.
 Per “svegliare” la politica ImpresaLavoro produrrà ricerche e studi sul quadro economico italiano ed europeo, svolgerà un attento fact-checking sui provvedimenti economici del governo e soprattutto farà parlare gli imprenditori, attraverso focus mirati sui problemi di chi fa impresa in Italia. E proprio sul tema del rapporto tra Imprese e Pubblica Amministrazione si concentrerà il primo studio, in uscita il 4 Agosto.
A dirigere il centro ci sarà un altro udinese, Simone Bressan, mentre tra il board scientifico spiccano nomi di assoluto rilievo: Giuseppe Pennisi (economista, membro del CNEL ed editorialista), Salvatore Zecchini (Tor Vergata), Luciano Pellicani (Luiss di Roma) e Cesare Gottardo (Università di Udine). Accanto a loro un team di ricercatori per la parte relativa alla finanza d’impresa  e da Carlo Lottieri (Istituto Bruno Leoni) per l’ambizioso progetto di un atlante fiscale europeo.
SCARICA I GRAFICI E LE TABELLE DEL NOSTRO PAPER

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Debiti Commerciali della Pubblica Amministrazione: confronto con gli altri paesi europei. 

Ammontare debiti commerciali

Debiti Commerciali della Pubblica Amministrazione in rapporto al Pil: confronto con gli altri paesi europei. 


Debiti commerciali pil

 

Giorni medi per il pagamento dei debiti commerciali della Pubblica Amministrazione: confronto con gli altri paesi europei. 

Giorni di pagamento

 Costi a carico delle imprese italiane.  

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Contarelli

Contarelli

Davide Giacalone – Libero

I soldi non ancora risparmiati sono stati già impegnati e spesi. Lo sapevamo e lo scrivevamo prima che lo ricordasse il commissario alla revisione della spesa, Carlo Cottarelli. I soldi per onorare le promesse già fatte non ci sono. In autunno servirà una correzione dei conti per un minimo di 15 o 20 miliardi, ma che nessuno osi chiamarla manovra o stangata. Chiamiamola rottamazione delle assicurazioni date, così si continua il viaggio verso l’avvenire. Tutto questo è il meno, anche perché scontato, mi preoccupano ancora di più i soldi che non sono ancora stati incassati, derivanti dall’equivoco capitolo delle “privatizzazioni”. Come si pensa di utilizzarli? Perché se andranno a equilibrare le partite correnti, a finanziare la spesa, anziché ad abbattere il debito, avremo assicurato la rovina d’Italia. Quella che dovrebbe essere un’arma vincente rischiamo di puntarcela alla tempia, inebetiti dal suo fugace effetto stupefacente.

Nel novembre dell’anno scorso scrivevamo che se il lavoro di Cottarelli fosse andato a buon fine (e ce lo auguravamo), avrebbe inevitabilmente comportato scelte politiche. Al tecnico si chiede la conoscenza, al politico spetta la decisione. Quello di cui finge d’accorgersi Matteo Renzi, quindi, ci era chiaro e lo chiarivamo fin dall’inizio. Scegliere significa discernere fra interessi contrapposti e rompere con le costose e improduttive retoriche in voga. Fin qui, invece, i tagli alla spesa pubblica si sono applicati seguendo due scuole: a. i tagli lineari (il copyright è di Gordon Brown), ciechi e deprecati, ma funzionanti; b. i risparmi dovuti a maggiore efficienza. Nessuno dei due approcci sfiora il problema italiano: troppa spesa, per troppe cose, cui si aggiungono mostruosi interessi sul debito. Noi non dobbiamo (solo) risparmiare, dobbiamo sopprimere funzioni pubbliche disfunzionali. Invece si pensa di rendere pubbliche e rette da spesa pubblica anche le banche del seme. Che la sinistra insegua lo statalismo, cullante e sepolcrale, è frutto di una cultura. Sbagliata. Che faccia lo stesso la destra è frutto di vuoto culturale.

Per questo mi fanno paura quelle privatizzazioni che, per altro verso, auspico. Già è capitato: noi chiediamo vendite e ci ritroviamo con svendite; noi chiediamo più mercato e ci ritroviamo con più mercanti. Se si vendono altre azioni Eni, o una quota della società delle reti, se si punta alla quotazione di Poste o di RaiWay, e così via, dove finiscono i proventi e che si fa del resto? Perché quella roba è patrimonio pubblico, pagato dai contribuenti, ed è bene che sia ben valorizzata e, se venduta, che il ricavo vada massicciamente ad abbattere il debito pubblico, che grava sui contribuenti. Semmai una parte agli investimenti. Neanche un centesimo alla spesa corrente. Ma se, giusto per retare a un esempio, la Rai pensa di usare l’incasso per finanziare un baraccone che andrebbe sbaraccato e venduto nel suo insieme, allora occhio, perché si prepara una gigantesca opera di depredazione e dilapidazione. Al termine della quale saremo più poveri e più indebitati, salvo avere goduto una breve parentesi d’equilibrio nei conti pubblici.

Per evitare che tutti i conti finiscano in contarelli, per evitare che ci si accorga dell’ovvio con mesi e anni di ritardo, direi che non si vende nulla se prima non sono disponibili: 1. il piano generale delle dismissioni; 2. il metodo che si intende seguire (pezzo a pezzo, società di partecipazioni, mandato unico a vendere, etc.); 3. l’impegno non derogabile su come usare i soldi incassati. Si aggiunga che vendere non deve servire solo a far cassa, ma anche mercato. Attirando capitali per investire nella creazione di ricchezza. Da questo punto di vista il decreto “competitività”, che modifica il diritto societario e trasforma la capacità di voto delle azioni, per le società quotate, introducendo il “voto plurimo”, serve a blindare gli assetti esistenti, quindi va in direzione opposta. Con quel meccanismo dall’estero investiranno solo in rendite, portandoci via ricchezza, ma non lo faranno in produzione. E’ un tema tecnico e noioso, ma se chi mette soldi non conta per quanti soldi ci mette semplicemente li mette altrove.

Comprare il consenso elettorale con la spesa pubblica è costume deprecabile e non nuovo. Comprare l’omertà sulle reali condizioni dei conti pubblici e sulle conseguenze del loro mancato risanamento, usando soldi derivanti da patrimonio per occultarle, è costume altrettanto immondo. E disperato. Una grossa parte degli italiani amano essere ingannati, sperando che nulla cambi. Ma a pagare il conto è solo l’altra parte, quella che ancora ci consente d’essere la seconda potenza industriale d’Europa. Sono italiani in minoranza e in crescente difficoltà. Fregarli ancora significa suicidare la nostra sovranità economica. Dopo di che quella politica sarà solo la pacchiana rappresentazione di un Parlamento combattente e irrilevante.

Bancomat obbligatorio, flop nei negozi: in regola meno del 50%

Bancomat obbligatorio, flop nei negozi: in regola meno del 50%

Michele Di Branco – Il Messaggero

Avrebbe dovuto essere l’asso nella manica gettato sul tavolo per contribuire a sconfiggere l’evasione fiscale. Ma a poco più di un mese di distanza dalla riforma voluta dal governo Renzi che rende obbligatori i pagamenti elettronici per importi sopra i 30 euro (se richiesto), l’operazione non è affatto decollata. Solo 6-700 mila esercenti, tra quelli chiamati a farlo, si sono dotati del Pos Mobile che consente di accettare le carte di credito e debito operanti sui circuiti internazionali MasterCard, Visa e Maestro. E questo significa che sui 5 milioni di operatori che dovrebbero essere coinvolti nell’operazione appena 2-2,2 milioni sono in regola. Dunque secondo le stime di Confesercenti e Cna siamo ben al di sotto del 50%. E se si scende nella platea dei negozianti al dettaglio la percentuale crolla ancora.

Palazzo Chigi è convinto che la riforma funzionerà. Ma intanto i numeri parlano di un flop. Che è frutto essenzialmente di due problemi: il fatto, non da poco, che non sono previste sanzioni per chi trasgredisce e il fardello dei costi per l’installazione e la gestione dei Pos che affligge in particolare gli esercenti di medio-piccola grandezza. Si può arrivare fino a mille e cinquecento euro di spesa nell’arco di un anno per un’azienda con un volume di transazioni bancomat o carta di credito da 50 mila euro. Vale a dire i 150 euro necessari per l’installazione l’attivazione, più i costi di gestione mensili che possono arrivare fino a 80 euro. E infine il carico finale da circa mille euro delle commissioni sulle transazioni. Di regola, con le banche si negozia un’aliquota dell’1,5-2% in favore di queste ultime sul volume degli incassi. Ma ci sono anche formule, alternative, che prevedono una commissione di 0,25-0,40 euro sulla singola transazione. Proprio i costi sono lo scoglio contro il quale rischia di infrangersi la diffusione della moneta elettronica. Un esempio su tutti: i tabaccai. Per un bollo di 300 euro il guadagno per l’esercente è di un euro, ma se il pagamento avviene con bancomat il costo che il tabaccaio deve sostenere è di 3 euro. L’Abi garantisce che proprio grazie alla diffusione del sistema «i prezzi praticati dagli istituti si ridurranno».
Confesercenti spiega che un’applicazione inflessibile della legge costerebbe 5 miliardi l’anno per le imprese tra oneri di esercizio e commissioni e parla di innovazione «che rischia anche di essere inutile visto che il 70% degli italiani non ha intenzione di cambiare le proprie abitudini di pagamento». Ragionamenti di tenore simile dalle parti della Cna. «È innegabile l’importanza della tracciabilità – afferma Mario Pagani, responsabile del dipartimento delle politiche industriali – ma non si può ignorare l’impatto in termini di costi sulle attività che hanno prodotti di basso valore. Servirebbero incentivi o sgravi fiscali per favorire il passaggio anche culturale alla moneta elettronica e sarebbe anche opportuno alzare la soglia minima almeno a 50 euro per ammortizzare i costi». E dire che la riforma non è piombata affatto in maniera imprevista visto che le novità è prevista da una legge del 2012.

I governo sbaglia i conti, tutte le tasse in arrivo

I governo sbaglia i conti, tutte le tasse in arrivo

Renato Brunetta – Il Giornale

Se anche Eugenio Scalfari invoca la Troika, ancorché nella versione buona (per una politica economica espansiva, e non restrittiva), vuol dire che le cose vanno proprio male per l’economia italiana. Se è vero che il problema è di tutta l’eurozona, l’Italia è comunque il fanalino di coda: basta fare il confronto con Grecia e Spagna, che fino a un anno fa erano messe peggio di noi.

Questo vuol dire che l’Italia, dal governo Monti in poi, ha sbagliato tutto. Con l’aumento stellare della tassazione casa (triplicata); la controriforma del mercato lavoro; la riforma sbagliata delle pensioni; l’aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese, per quanto riguarda Monti e Letta. E con il riformismo confuso, impotente, clientelare, inadeguato del governo Renzi: basti pensare al Jobs act; alla controriforma Madia della Pubblica amministrazione; allo sconquasso dei conti pubblici causato dal “bonus Irpef” di 80 euro; alla Spending review impantanata e alla svendita, senza logica e senza un piano, dei propri gioielli di famiglia (si veda, da ultimo, la cessione del 35% del capitale sociale di Cdp Reti, che contiene il 30% di Snam e il 29% di Terna, al gruppo che controlla le reti energetiche cinesi). Su quest’ultimo punto, del programma di dismissioni del ministro Vittorio Grilli, per un punto di Pil, pari a 16 miliardi, si è persa traccia. Così come restano ad oggi irrealizzati gli 11 miliardi all’anno di dismissioni contenuti nel Def 2014 di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

In quasi 3 anni, passati invano, 3 distinti governi, tutti caratterizzati dal fatto di non essere stati eletti dal popolo, non hanno voluto, o non sono stati capaci di fare le cose che si dovevano fare, guarda caso contenute nella lettera che il 26 ottobre 2011 il governo Berlusconi inviò, ricevendo tanti applausi, ai presidenti di Commissione e Consiglio europeo. Misure di modernizzazione e rilancio dell’economia italiana in parte approvate a novembre 2011 con il maxiemendamento alla Legge di stabilità per il 2012 (ultimo atto del governo Berlusconi), ma poi, purtroppo, a causa dei tanti cambi di esecutivo, non attuate (si pensi alla mobilità obbligatoria per il pubblico impiego). Oggi le cose da fare sono chiare a tutti, perfino a Eugenio Scalfari, che invoca la Troika, delegittimando, di fatto, Renzi.

I dati parlano chiaro: per mantenere gli impegni presi con l’Europa nel 2014 mancano tra 29 e 32 miliardi di euro. E per mantenere le promesse che Renzi ha fatto agli italiani bisognerà trovare altri 37 miliardi nel 2015.

IL PIANO BERLUSCONI PER USCIRE DALLA CRISI

1) Attacco al debito pubblico ed elezione diretta del presidente della Repubblica: due facce della stessa medaglia, per una strategia credibile

Innanzitutto, per sopperire alla più grave debolezza italiana e rafforzare la nostra posizione in Europa, si rende necessario, dunque, un intervento straordinario, ma duraturo, di aggressione del debito pubblico. Una riduzione strutturale del debito sovrano dell’ordine di 400 miliardi (circa 20-25 punti di Pil) in 5 anni: 100 miliardi derivano dalla vendita di beni pubblici per 15-20 miliardi all’anno (circa 1 punto di Pil ogni anno); 40-50 miliardi (circa 2,5 punti di Pil) dalla costituzione e

cessione di società per le concessioni demaniali; 25-35 miliardi (circa 1,5 punti di Pil) dalla tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute all’estero (5-7 miliardi all’anno); 215-235 miliardi dalla vendita di beni patrimoniali e diritti dello Stato disponibili e non strategici ad una società di diritto privato, che emetterà obbligazioni con warrant. Altro che svendite per fare cassa. Il segnale strategico che si vuol dare con un piano di questo tipo è quello di aumentare l’efficienza, la produttività e la competitività dell’economia italiana; ridurre il peso dello Stato; liberare risorse oggi patologicamente impiegate per il servizio del debito. Vendita del patrimonio pubblico immobiliare, al centro come in periferia, liberalizzazioni e privatizzazioni delle Public utilities, riduzione del peso delle industrie pubbliche, sdemanializzazione nel territorio, emersione del sommerso, per trasformare il capitale morto, come direbbe l’economista peruviano Hernando De Soto, in capitale vivo. E per avere, come vedremo, lo spazio necessario e sufficiente per ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese, innescando così il circuito virtuoso meno debito-meno tasse-più crescita.

Ma l’attacco stabile e duraturo al debito pubblico, da solo, non basta: per scongiurare l’incertezza e l’ingovernabilità e per avere un’Italia credibile in Europa e sui mercati finanziari, ad esso occorre

accompagnare una parallela verticalizzazione delle istituzioni, che preveda l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e assicuri una guida stabile e democraticamente legittimata alla politica italiana. Altro che l’attuale riforma del Senato. Attacco al debito ed elezione diretta del presidente della Repubblica: due facce della stessa medaglia. Un doppio segnale fortissimo. L’operazione nel suo complesso avrebbe in sé tutta la forza, tutta l’etica, di una vera rivoluzione: si avvierebbe

finalmente un meccanismo positivo di modernizzazione del paese per essere europei a 360 gradi, che i mercati non potrebbero non apprezzare, sia da un punto di vista finanziario sia da un punto di vista di credibilità politico-istituzionale. Un grande, decisivo investimento collettivo nel senso di dare certezze, agli italiani innanzitutto, ai nostri severi (ed egoisti) partners europei, ai mercati, per tirare fuori il paese dalla crisi, dal pessimismo, dall’autolesionismo, dai suoi errori e dalle sue strutturali inefficienze: debito e cattiva politica. Una grande occasione non solo per l’Italia, maanche per tutte quelle forze politiche e sociali che se ne faranno interpreti.

2) Riduzione della pressione fiscale

Una volta avviato il piano di riduzione strutturale del debito pubblico, andrebbe parallelamente avviato un grande piano di riduzione della spesa pubblica, destinando le risorse così ottenute alla riduzione, di pari importo, della pressione fiscale. Nel programma elettorale 2013 della coalizione di centrodestra, che 10 milioni di italiani hanno votato, Berlusconi ha proposto di ridurre di 80 miliardi in 5 anni (16 miliardi all’anno) la spesa pubblica corrente (attualmente pari a circa 800 miliardi) e di ridurre di pari importo la pressione fiscale. Con l’ambizioso obiettivo di portare la nostra economia a crescere a un ritmo di almeno il 2%, stimolando così i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Con più gettito e più risorse per gli ammortizzatori sociali. Quindi più benessere. Se si riduce di 16 miliardi all’anno la spesa pubblica, di pari importo andrebbe ridotta la pressione fiscale, con provvedimenti per 8 miliardi all’anno a favore delle famiglie e per altri 8 miliardi all’anno a favore delle imprese. Il tutto per portare, in 5 anni (durata di ogni legislatura) dal 45% al 40% la pressione fiscale in Italia.

3) La politica economica europea

Questa è la vera Spending review: attacco strategico e strutturale al debito pubblico, taglio strutturale della spesa corrente, e pari riduzione della pressione fiscale per le famiglie e per le imprese. Cui aggiungere la richiesta, a livello europeo, non di una generica “maggiore flessibilità”, che non porta a niente, ma di una nuova politica economica nell’intera area dell’euro. A partire dalla reflazione in Germania; le riforme simultanee in tutti gli Stati dell’eurozona; l’accelerazione sulle 4 unioni: bancaria, di bilancio, politica e economica (significa Euro bond, Union bond, Stability

bond, Project bond). Solo in questo modo potranno crearsi le condizioni per consentire alla Banca centrale europea di utilizzare al massimo gli strumenti di politica monetaria previsti dal suo Statuto. Fino al Quantitative easing all’europea, di cui abbiamo tanto bisogno. Anche per deprezzare l’euro di almeno il 20%, in modo tale da far riacquistare competitività all’intera eurozona. E per questa strada “domare” i mercati.

4) Riforma del mercato del lavoro, Tfr in busta paga e pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione

Infine, la riforma del mercato del lavoro. Tutto parte dalla lettera della Bce al governo italiano del 5 agosto 2011, ove, pur riconoscendo gli sforzi dell’esecutivo Berlusconi sul tema e, in particolare, la giusta direzione in cui andava l’accordo del 28 giugno 2011 tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali, si chiedeva l’introduzione di una vera flessibilità nel mercato del lavoro, attraverso “un’ulteriore riforma del sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi a livello di impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”, nonché “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi”.

Realizziamo questi due punti, fondamentali per far funzionare veramente il mercato del lavoro, e avremo il plauso non solo dell’Europa e dei mercati, ma soprattutto dei nostri giovani, delle nostre famiglie, delle nostre imprese. A tutto questo andrebbe aggiunto uno stimolo immediato per riportare liquidità (fino a 6 miliardi di euro) nelle casse delle imprese e nelle tasche dei lavoratori, da un lato riassegnando alle aziende con più di 50 dipendenti la quota di Tfr non utilizzata per la previdenza complementare (attualmente accantonata presso l’Inps), dall’altro consentendo a tutti i

lavoratori di poter reclamare, in costanza di rapporto di lavoro e senza doverla giustificare, una anticipazione fino al 100% del proprio Trattamento di fine rapporto. Per quanto riguarda le imprese, il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione, per i 64 miliardi ad oggi restanti, fornirebbe ulteriore liquidità, di cui mai come oggi c’è bisogno. Insieme al Tfr, una manovra espansiva di politica economica.

Questo è il piano Berlusconi contro l’autunno nero che verrà. Renzi lo adotti per uscire dalla crisi. Se c’è stato e c’è ancora dialogo sulle riforme istituzionali, per le quali l’apertura di credito del presidente Berlusconi nei confronti del presidente Renzi è stata grande e generosa; e se la riforma elettorale è ancora in discussione (anche se dobbiamo ricordare che la gente non vive né di riforma del Senato né di riforma elettorale), dopo il fallimento della sua strategia di politica economica, Renzi mostri la stessa generosità che con lui ha avuto Berlusconi in tema di riforme costituzionali. Adotti il suo piano. Uno scambio alla luce del sole, per il bene del paese.