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Che fine ha fatto il Piano Juncker?

Che fine ha fatto il Piano Juncker?

Giuseppe Pennisi – Formiche

Che fine ha fatto il Piano Juncker per rilanciare l’anemica economia europea? Se ne parlò molto con tanto clamore lo scorso novembre quando venne presentato. Si sarebbe trattato di un programma  ambizioso di 315 miliardi di euro, nell’arco di tre anni a partire dal giugno 2015, per promuovere l’occupazione e la crescita.

La Commissione europea (Ce) ha proposto un Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis), che sarà istituito in stretto partenariato con la Banca europea per gli investimenti (Bei), ma la Ce di proprio ha messo sul piatto solamente 21 miliardi di euro (anche se una cinquantina di miliardi di euro sono stati in parte “promessi” ed in parte “impegnati” tra novembre e metà febbraio). Al Fondo sarà associato un organismo di consulenza – lo European Investment Advisory Hub – che aiuterà gli Stati dell’Ue a mettere a punto i progetti più efficaci. Il Fondo dovrebbe costituisce, secondo i comunicati della Ce, “il fulcro dell’offensiva sugli investimenti” del Presidente Juncker, che mobiliterebbe almeno 315 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati in tutta l’Unione europea. Saranno sostenuti soprattutto gli investimenti strategici, ad esempio nella banda larga e nelle reti energetiche, e le imprese di dimensioni più piccole.

La proposta istituisce inoltre un Polo europeo di consulenza sugli investimenti per contribuire all’individuazione, la preparazione e lo sviluppo di progetti in tutta l’Unione. Una riserva di progetti di investimento europei migliorerà infine l’informazione degli investitori sui progetti esistenti e futuri. Infine, secondo alcune interpretazioni, gli investimenti del Piano Juncker non verrebbero contabilizzati ai fine di parametri quali il rapporto tra l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni ed il Pil, sarebbe, quindi, un cavallo di Troia per quella golden rule (esenzione della spesa pubblica in conto capitale dal computo del vincolo al deficit annuale) a cui diversi governi (quello italiano in prima linea) mirano da tempo. Con il doppio obiettivo di illustrare il Piano (vero fiore all’occhiello di una Ce che appare sempre più pallida e sbiadita) il vice presidente della Ce, Jirki Katainen, sta facendo un road show che entro settembre lo porterà in 28 Paesi. In gennaio ha visitato per due giorni Roma ed incontrato esponenti del governo, dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali.

Già allora è stato sottolineato che sul Piano permangono seri dubbi. Agli occhi della Ce, l’Italia è tra i Paesi che più hanno bisogno di un rilancio degli investimenti pubblici e privati per sostenere la ripresa economica, scalfire il pericolo della deflazione, aiutare la riduzione del debito. L’obiettivo del Feis è di attirare capitale privato. Molti investitori però sono cauti all’idea di partecipare all’iniziativa, anche se il Feis si sobbarcherebbe i rischi insieme al settore privato (assumendosi la prima perdita, ndr). C’è una differenza nel profilo di rischio tra i prestiti della Bei e i prestiti del Feis. A questo riguardo, per dotare il bilancio comunitario di un cuscinetto di liquidità, la Ce intende creare un fondo di garanzia che attraverso contributi regolari provenienti dal proprio  bilancio dovrebbe raggiungere gli otto miliardi di euro entro il 2020. L’obiettivo della Commissione è sempre di assicurare al Fondo un effetto leva di 15. Troppo? Molti lo temono. L’esecutivo comunitario nota però che il recente aumento di capitale della Bei ha generato un effetto leva di 18.

Altro nodo riguarda il governo del Feis. Bruxelles vuole che la selezione dei progetti sia nelle mani di esperti indipendenti, mentre gli Stati membri vogliono influenzare le scelte, e per certi versi condizionano i loro versamenti nel capitale iniziale ad assicurazioni su questo fronte. La trattativa già in gennaio era in salita. Un colpo al Piano è stato inferto il 23 febbraio dal presidente della Bei Werner Hoyer: “Se vogliamo tornare a crescere abbiamo bisogno di un’azione regolatoria per rendere l’Europa un ambiente più favorevole alla imprese di come è oggi”. Ciò sarebbe molto più importante di un’azione sugli investimenti pubblici.

Tanti progetti, poche certezze. Tanti impegni pubblici, pochi privati. Ma soprattutto poca innovazione. Il Piano Juncker lascia più di qualche perplessità alla Bei, l’istituto chiamato a un ruolo centrale nell’attuazione della strategia dell’esecutivo di Bruxelles. Ma al di là dei numeri di rito, è sugli scenari futuri che si concentra l’attenzione della Bei. “L’obiettivo del 2015 è passare dalla ripresa economica al rilancio della competitività attraverso investimenti e innovazione”, sottolinea Hoyer. Ma a Lussemburgo – sede della Bei – non mancano perplessità. “Non vedo abbastanza progetti per il settore privato”, ammette Hoyer. Un problema, visto che serve il coinvolgimento dei privati perché il piano Juncker funzioni. “Vedo progetti orientati principalmente verso il settore pubblico”.

Ma c’è di più. “Si è evidenziato tanto il gap di investimenti, ma in Europa c’è un problema maggiore di gap di innovazione”. Il gap dii investimenti in innovazione, da sola, vale, secondo la Bei, 130 miliardi di euro, circa la metà del piano Juncker (che vale 315 miliardi). L’innovazione oggi la fanno le imprese, dunque i privati. Per cui a detta della Bei “occorre fare in modo che progetti privati in ricerca e sviluppo, quelli che permettono di avere innovazione, possano avere accesso agli strumenti finanziari dell’Ue”.

Qui serve un cambio di strategia politica. La Bei coopera con i commissari interessati, vale a dire Jyrki Katainen (Crescita e investimenti), Pierre Moscovici (Affari economici) e Valdis Dombrovskis (Euro), ma è il caso “iniziare a collaborare di più con Frans Timmermans e Kristalina Georgieva”, commissari rispettivamente per la Migliore legislazione e il Bilancio. “Il Feis per gli investimenti da solo non risolve i problemi”, sottolinea Hoyer. “Se vogliamo tornare a crescere abbiamo bisogno di un’azione regolatoria per rendere l’Europa un ambiente più favorevole alla imprese di come è oggi”.

Perché Hoyer parla solamente adesso? Le ragioni sono almeno tre:

a) Da un lato, a Bruxelles ed in alcuni capitali europee (tra cui Roma) non si è mai voluto ammettere che sette anni di recessione hanno avuto effetti deleteri sulla preparazione di progetti. Le imprese combattevano per sopravvivere più che per ampliare gli impianti esistenti o crearne di nuovi. La spesa in conto capitale si è fatta sempre più piccola: in Italia è passata dal 3% del Pil negli Anni Ottanta a meno dell’1% e appena il 20% dell’apposito fondo per la progettazione creato nel 1999 è stato utilizzato. Quindi, semplicemente mancano i progetti “pronti”, “cantierabili” e con effettive ricadute positive sull’economia del Paese.

b)  Da un altro, la nuova crisi greca (e l’opposizione nei confronti dell’unione monetaria crescente in molti Paesi) ha reso tutti più cauti. La  alma dei mercati finanziari viene interpretata come la quiete prima della tempesta. Su ciò pesa la situazione degli istituti di credito; le voci della possibile istituzione di una bad bank non incoraggiano certo ad investire.

c) Da un altro ancora, la situazione ad Est (leggi Ucraina) e nel Mediterraneo (leggi Libia). Nessuno ha sino ad ora smentito le stime che un eventuale intervento in Libia contro l’Isis costerebbe 15 miliardi di euro al mese, che cadrebbero in gran misura sui contribuenti europei, spiazzando altri obiettivi. In questo quadro, il Piano è quanto meno una “vittima collaterale”.

Ranking della Libertà Fiscale in Europa

Ranking della Libertà Fiscale in Europa

INDICE DELLA LIBERTÀ FISCALE IN EUROPA

Indicatori analizzati
1. La struttura e il peso della tassazione in termini percentuali rispetto al PIL, inclusi i contributi sociali (punteggio massimo attribuito: 30 punti)
2. La struttura della tassazione intesa come Implicit Tax Rate (ITR) in percentuale del reddito imponibile su lavoro, capitale e consumo (punteggio massimo attribuito: 30 punti)
3. La complessità amministrativa del sistema fiscale in termini di procedure burocratiche e impegno di risorse umane (punteggio massimo attribuito: 30 punti)
4. Livello di decentramento fiscale, l’autonomia fiscale ed impositiva dei governi locali rispetto al governo centrale, il grado di responsabilizzazione dei livelli di governo (punteggio massimo attribuito: 10 punti)
RANKING GENERALE

ranking tabella 1

DETTAGLIO INDICATORI

pressione fiscale

itr

complessità sistema fiscale

 

livello decentramento fiscale

Indice della Libertà Fiscale 2015 – GLI AUTORI

Indice della Libertà Fiscale 2015 – GLI AUTORI

Pierre BESSARD (Svizzera) dirige l’Institut Constant de Rebecque di Losanna e il Liberales Institut di Zurigo.
Alexander FINK (Germania) insegna economia all’università di Lipsia.
Petar GANEV (Bulgaria) è senior researcher dell’Institute for Market Economics di Sofia.
Pierre GARELLO (Francia) insegna economia all’università di Aix-Marseille e direttore delle ricerche dell’Institut for Research in Economic and Fiscal issues (IREF).
Dan JOHANSSON (Svezia) insegna economia alla Örebro University ed è ricercatore per l’HUI di Stoccolma.
Kaetana LEONTJEVA (Lituania) è un’analista del Lithuanian Free-Market Institute (LFMI) di Vilnius.
Arvid MALM (Svezia) è un dottorando in economia del Royal Institute of Technology (KTH) di Stoccolma.
Pavol MINARIK (Repubblica Ceca) insegna al CEVRO Institute di Praga.
Pietro MONSURRÒ (Italia) è ricercatore all’università Sapienza di Roma e fellow dell’Istituto Bruno Leoni (IBL) di Torino.
Radu NECHITA (Romania) insegna economia all’università di Cluj-Napoca.
Mikael STENKULA (Svezia) è un ricercatore dell’Institute of Industrial Economics (IFN) di Stoccolma.
Alex WILD (Regno Unito) è direttore delle ricerche della TaxPayers’ Alliance di Londra.
INDICE DELLA LIBERTÀ FISCALE 2015

INDICE DELLA LIBERTÀ FISCALE 2015

ABSTRACT

La ricerca promossa da ImpresaLavoro, avvalsasi della collaborazione di ricercatori e studiosi di dieci diversi Paesi europei, si è proposta di monitorare la “questione fiscale” in Europa muovendo dall’assunto che la crisi che sta conoscendo il Vecchio Continente sia difficilmente comprensibile senza una riflessione su questo tema di primaria importanza. Da qui l’idea di elaborare un Indice della libertà fiscale, che aiuti a comprendere la drammaticità della situazione e la necessità di vere riforme che riducano la presenza dello Stato nella vita produttiva e allarghino gli spazi di libertà.

INDICE

Dalla parte dei produttori Massimo Blasoni
Le tasse che distruggono l’economia europea Simone Bressan e Carlo Lottieri
Indice della libertà fiscale

TASSAZIONE E LIBERTÀ IN DIECI ECONOMIE D’EUROPA

BULGARIA a cura di Petar Ganev (BULGARIA_ENG; BULGARIA_ITA)
FRANCIA a cura di Pierre Garello (FRANCE_ENG; FRANCIA_ITA)
GERMANIA a cura di Alexander Fink (GERMANY_ENG; GERMANIA_ITA)
ITALIA a cura di Pietro Monsurrò (ITALY_ENG; ITALIA_ITA)
LITUANIA a cura di Kaetana Leontjeva (LITHUANIA_ENG; LITUANIA_ITA)
REPUBBLICA CECA a cura di Pavol Minárik (CZECH REPUBLIC_ENG; REPUBBLICA CECA_ITA)
ROMANIA a cura di Radu Nechita (ROMANIA_ENG; ROMANIA_ITA)
SVEZIA a cura di Dan Johansson, Arvid Malm e Mikael Stenkula (SWEDEN_ENG; SVEZIA_ITA)
SVIZZERA a cura di Pierre Bessard (SWITZERLAND_ENG; SVIZZERA_ITA)
REGNO UNITO a cura di Alex Wild (UNITED KINGDOM_ENG; REGNO UNITO_ITA)

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Ranking
Infografiche
Autori

Rassegna stampa

Il Giornale
Formiche
Il Foglio.it
L’Intraprendente
Bocciofile e club privati: il business del non profit

Bocciofile e club privati: il business del non profit

Enrico Lagattolla – Il Giornale

Che orrore, il denaro. Molto più nobile «la crescita culturale e civile dei propri soci». Magari annaffiata da un paio di birre. Diciamo pure inondata da 40mila birre ogni anno, con ricarichi sulla singola pinta anche del 400 per cento. Perché non profit è bene, ma profit è pure meglio. Ed è così che il circolino emiliano tutto dibattiti e umanesimo è finito nei guai con gli 007 del Fisco. Hai voglia a dire che il lucro è roba da turbo-capitalisti se hai 2mila e 500 tesserati, una media di 800 consumazioni a serata e un giro d’affari di 370mila euro. Ovviamente in nero. Non puoi. Non regge. Eppure lo fanno in molti. Centinaia, migliaia di associazioni smascherate ogni anno dall’Agenzia delle entrate. È il grande business dei furbetti del Terzo settore, un mercato sconfinato e ricchissimo fatto di regole poco chiare e di approfittatori che ci sguazzano. È qui che piovono contributi pubblici e donazioni private, è qui che si ottengono agevolazioni fiscali e appalti dedicati. Ed è qui che si affollano gli sciacalli dell’«utilità sociale» e delle tragedie.

Colossale imbroglio
È solo dal 2009, anno in cui l’Agenzia delle entrate ha dato il via al censimento degli enti non commerciali e delle onlus, chelo Stato ha cominciato a fare ordine nel mondo delle associazioni e del volontariato. Fino ad allora l’Erario era andato alla guerra con le pistole giocattolo. Morale: una colossale evasione. E la riprova si è avuta l’anno successivo. Nel 2010, incrociando i dati nella neonata anagrafe del Terzo settore con le migliaia di controlli effettuati dal Fisco, sono emersi proventi non dichiarati per oltre 230 milioni di euro. Nel 2012, ultimo dato disponibile, le imposte recuperate hanno superato i 350 milioni, con una previsione di crescita per il biennio 2013-2014. E naturalmente la truffa si è consumata con fantasia tutta italiana. Bed&breakfast spacciati per centri di assistenza socio-sanitaria, circoli di sostegno agli anziani che nascondevano case d’appuntamento, locali per scambisti che difendendo «i diritti e le libertà dei diversi orientamenti sessuali, senza discriminazione, distinzione di sesso e ceto sociale», facevano soldi alla faccia dei contribuenti onesti e delle vere organizzazioni che contribuiscono a tenere in piedi il Paese.

Gli esiti delle attività di controllo svolte ogni anno dall’Agenzia delle entrate sono il racconto tragicomico di un magma di profittatori e furbetti più o meno grandi, quando non si tratta di veri e propri banditi. Da nord a sud, senza distinzioni di latitudine. Ci sono circoli per il golf piemontesi – alcuni anche decisamente esclusivi – che hanno avuto accesso ai fondi del 5 per mille. Ci sono ristoranti travestiti da associazioni, come quelli scoperti in anni recenti a Salerno. Un bel business per evasori totali che avevano nascosto al Fisco ricavi per 800mila euro. E sempre nel Salernitano era finito sotto controllo anche il litorale, dove avevano scoperto che un rinomato circolo – ovviamente non profit – era in realtà un ristorante con servizio di attracco e rimessaggio barche. 0 nelle Marche, dove un’associazione per promuovere «lo sviluppo e la conoscenza della scienza optometrica» era di fatto un laboratorio oculistico, vendeva prodotti e se li faceva pagare. A Torino, poi, un bel gruppetto di (presunte) bocciofile promuovevano sul web serate mangerecce, mettendo online menu e coupon per cenare a prezzi scontati, mentre un anonimo club privato era in realtà una palestra per clienti selezionatissimi a cui venivano offerte anche sauna, bagno turco e vasca idromassaggio. In Lombardia, invece, il Fisco aveva deciso di dare un’occhiata a una ventina di maneggi – pardon, associazioni sportive dilettantistiche operanti nel settore dell’equitazione -, col risultato che tutte tranne una (una!) nascondevano una vera e propria attività commerciale. L’Iva evasa? Quasi un milione di euro. Persino una guaritrice emiliana si era fatta una onlus su misura. Altro che fattura. Più che magia nera, magia in nero.

Soldi senza controlli
Eccola qui, l’altra faccia del non profit. Il lato oscuro del Terzo settore, che stando all’ultimo report dell’Istat – pubblicato nel novembre dello scorso anno – dà lavoro a oltre 650mila persone, ha un giro d’affari di circa 67 miliardi di euro, un fatturato superiore a quello dell’intero settore della moda made in Italy e rappresenta da solo il 4,3% del Pil nazionale. Capito quanto vale questa torta? Una gigantesca fortuna che fa gola anche ai più spregiudicati. Quanto costino allo Stato gli enti non commerciali, invece, lo si legge in un documento ufficiale della Corte dei conti, sezioni riunite in sede di controllo, presentato alla Commissione affari sociali della Camera dei deputati il 21 novembre del 2014: «Audizione sul disegno di legge» relativo alla riforma del Terzo settore. Un mondo «frammentario e disorganico», lo definisce la Corte. Ebbene, stimano i giudici contabili, le ricadute del settore non profit sulla finanza pubblica superano il miliardo di euro, per oltre i due terzi riconducibili al 5 per mille e alle agevolazioni Ires, e per la quota residua agli sconti Irpef, Iva e prelievo sugli immobili. Si tratta insomma di una bella sforbiciata alle imposte dirette (detassazione dei redditi) e a quelle indirette (Iva, imposta registro, bollo), di adempimenti semplificati e misure di sostegno economico. Un miliardo di euro. Un miliardo di buoni motivi per sedersi al tavolo e tentare di prendersene una fetta.

Ma a chi va quella più grossa e a chi le briciole? Si crea, è scritto ancora nel documento, una «indubbia situazione di vantaggio per gli organismi di maggiori dimensioni e più strutturati, in grado di investire in attività promozionali» così da orientare i contribuenti. Dall’altro, una «dispersione eccessiva, in favore di una pletora di beneficiari». Ma non è tutto. Perché il sistema così come è concepito determina «costi di gestione non indifferenti, un rallentamento delle procedure di erogazione e il rischio di indebolire l’istituto, trasformandolo in un inutile contributo a pioggia». E in effetti, a scorrere l’infinito elenco delle onlus che hanno avuto accesso all’ultimo 5 per mille – sono state 34.581 nel 2012, ultimo dato disponibile, e ben 3.034 quelle escluse -, le sproporzioni sono enormi. Si va dai 55 milioni di euro destinati all’Associazione italiana per la ricerca sul cancro ai 0,09 centesimi finiti nelle casse di Militello Rosmarino, comune di mille e 300 abitanti in provincia di Messina, dai 10,3milioni di Emergency ai 2 euro e 94 centesimi della «Dieta mediterranea Onlus» di Ostuni, dagli 8 milioni di Medici senza frontiere aí 12 euro scarsi del Motoclub Enduro Piemonte.

E fin qui, tutto più che comprensibile. Ma poi si scopre che i destini dei terremotati Abruzzesi e quelli dei felini randagi («Mondo gatto») muovono a medesima solidarietà i contribuenti, che per i primi hanno destinato 54mila euro e per i secondi 52mila. Che l’Accademia della Crusca (42mila euro per custodire e coltivare la lingua italiana) prende meno di un terzo di «Save the dogs and other animals», onlus animalista che porta a casa 135mila euro. O ancora, che la Fondazione italiana del notariato – la cui imprescindibile missione è quella di «formare e migliorare le qualità professionali e culturali dei notai italiani» – riceve la bellezza di 343mila euro, che la Fondazione rinnovamento dello Spirito santo – la quale «persegue in particolare lo scopo di sensibilizzare, orientare e far comprendere l’azione e le finalità dello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita» – ha ricevuto dallo Stato 164mila euro, che sono stati 134mila quelli versati all’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (il cui scopo è «portare avanti iniziative a tutto campo in difesa dei diritti degli atei e degli agnostici»), mentre l’Admo – l’Associazione donatori midollo osseo, una cosetta con cui si cura la leucemia – si è dovuta accontentare di 73mila. O infine, che Fondazione Slow Food per la biodiversità ha ricevuto 67mila euro, che 37mila sono andati alla Federazione italiana amici della bicicletta e 36mila al Naga, l’associazione di assistenza sanitaria e per i diritti dei cittadini stranieri, rom e sinti. Sono troppi per curare dei nomadi? Punti divista. A Palazzolo Milanese, che non è nemmeno una città ma un quartiere del piccolo Comune di Paderno Dugnano, l’«Asilo del cane» ne ha avuti 70mila.

Quei 363 enti pubblici a carico dello Stato

Quei 363 enti pubblici a carico dello Stato

Claudio Marincola – Il Messaggero

Che ci fa la presidenza del Consiglio nello stesso calderone di Afragol@net srl? E l’Agenzia del demanio con l’azienda del cavalier Marco Rossi Sidolì? L’Istituto Ville Tuscolane con il Cnel o con il Cnr? Fanno parte della stessa famiglia, una grande famiglia allargata: 363 amministrazioni arcinote o misconosciute tenute insieme da un filo. Tutte, grandi o piccole, sono inserite nel conto economico consolidato della Pubblica amministrazione. Avrebbero dunque l’obbligo di seguire le stesse regole di bilancio, programmare le entrate, pianificare le uscite, monitorare e rispettare i tetti di spesa per gare, retribuzioni, consulenze, etc, etc. Ogni anno l’Istat, che ne fa parte, aggiorna l’elenco pubblicandolo sulla Gazzetta ufficiale ai sensi della legge 3l dicembre 2009, n.196. Elenco che anziché diminuire misteriosamente si espande come il polistirolo (nel 2013 erano 293). Risultato: orientarsi in questo dedalo di enti – autorità amministrative indipendenti, strutture associative, federazioni sportive, istituti di ricerca, amministrazioni locali, camere di commercio, consorzi di bonifica, fondazioni, spa, enti di previdenza – è quasi impossibile. La trasparenza – a parte qualche eccezione – è un optional. Link che rimandano ad altri link fino a perdersi nel vortice nero del web. Sarà un caso ma la “controllabilità” della spesa – ferita che sanguina, all’origine dell’emorragia del nostro debito pubblico – e la verifica degli andamenti della finanza, passa proprio da questa giungla.

La giungla
C’è l’Accademia della Crusca; il Museo storico della Liberazione; la Federazione italiana bocce; la Fondazione Biennale di Venezia; il Festival dei Due Mondi; lo storico Cnr, fondato nel 1923 e ora sottoposto alla vigilanza del Miur; il Cnel, svuotato ormai di fondi e tra non molto anche di personale; l’Enit, che si occupa di turismo ma sta per essere rivoltato come un calzino; quel che resta dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, persino Equitalia, e l’Agenzia per le Entrate ma anche Itcity.it, una partecipata del comune di Parma. E poi c’è il Fondo edifici di culto. Un fondo immobiliare nato nel 1866 per gestire il patrimonio della Chiesa, 750 edifici religiosi, abbazie, basiliche, incamerati dallo Stato e sparsi per la Penisola. Fino al 1932 il Fondo ricadeva sotto il ministero di Grazia e giustizia, dal 1932 è passato al ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. C’è di tutto e di più, insomma.

Esodati e felici
Poteva mancare in questo gigantesco rassemblement la Resais spa? Cos’è? Fu creata dalla Regione Sicilia per assorbire i dipendenti degli enti Azasi, Ems ed Espi (l’ex Fiera del Mediterraneo). Un’azienda partecipata al 100% e nata per ricollocare il personale in esubero: ha la mission di accompagnare fino alla pensione i dipendenti che non hanno ancora i requisiti. Qualche tempo fa erano 257, retribuiti con lo stipendio base e lasciati a casa. “Oneri sociali” a tutti gli effetti che avrebbero potuto essere spalmati in altri settori della PA, in uffici dove il personale è carente. Alcuni lo hanno chiesto e ottenuto. Altri no. Così che «Resais» a Palermo e dintorni fatalmente è diventato «un sogno», l’aspirazione segreta a una condizione umana e sociale di dipendente messo da parte ma stipendiato. Un esodato felice. Nata come si diceva per accompagnare i lavoratori alle panchine dei giardinetti pubblici, Resais può utilizzare gli ammortizzatori sociali a tempo indeterminato o quasi. Il primo a concepire questa lampada di Aladino fu nel 1986 l’allora presidente dell’Ars, Nicolais. Si era pensato di chiuderne l’attività nel 2020. Poi sono arrivati i 50 dipendenti dell’ex Fiera. Potevano restare fuori? No. E l’orologio è stato spostato al 2030. Pazienza se in questo modo c’è chi usufruirà di scivoli decennali.

La grande mamma
Mai avuto dubbi. La PA è una grande mamma – o forse una manna – che costa milioni e milioni. E nessuno che muova un dito, che si stupisca. Anzi. Il 4 giugno dello scorso anno una delegazione di lavoratori della Resais spa marciò verso l’Ars al grido di «giù le mani dallo stipendio»; fu ricevuta da Mariella Maggio, vice presidente della commissione Lavoro; chiese e ottenne l’applicazione della legge regionale 26/2012, la garanzia della salvaguardia occupazionale e il recupero delle spettanze arretrate.

Il sottotetto
Che non si dica che certe cose accadono solo in Sicilia. Ci mancherebbe. Della grande famiglia fa parte anche l’Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura. La cassaforte del ministero delle Politiche agricole in cui transitano 5 miliardi di euro è al centro di varie inchieste e interrogazioni parlamentari (l’ultimo caso è l’indagine della Procura di Roma su una presunta maxitruffa sui contributi). Come tutti gli enti sottoposti ai controlli l’Agea è tenuta a rispettare i tetti delle retribuzioni. I due dipendenti di prima fascia guadagnano rispettivamente 214.199 mila euro e 166.546 mila euro l’anno, compresa l’indennità di risultato. Più di loro guadagna il direttore generale del Consiglio per la ricerca in agricoltura, il Cra, anch’esso nell’elenco Istat. Essendo il tetto fissato a 240 mila euro lordi – scrive nella sua interrogazione il deputato di Sel Zaccagnini- la dirigente si è ridotta lo stipendio di 42 euro e 97 centesimi l’anno, attestandosi nel più congruo “sottottetto” di 239.957,03 euro lordi. Quando si dice: spending review.

Il torto
Per non far torto a nessuno va citata a questo punto anche l’Inea, l’Istituto di economia agraria che finanzia le ricerche economiche. L’articolo 32 della Legge di stabilità ne prevede la fusione con il Cra. Ma l’accorpamento non fermerà 1’indagine avviata dalla Procura di Roma sulle consulenze esterne affidate tra il 2007 e il 2010. PA che vai “pasticcio” che trovi? Non sempre. Ci sono anche le eccellenze. La Fondazione Gioacchino Rossini Opera festival; l’Istituto culturale ladino; 1’Agenzia per l’Italia digitale (che si regge con un finanziamento di 1 milione 721.669 euro). In questo spaccato che racconta il nostro Paese da cima a fondo non poteva mancare l’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Discorso a parte meriterebbero infine i consorzi di bonifica, istituiti dal duce. Li accusano di essere trasformati in poltronifici. Vorrebbero chiuderli. Ma la grande famiglia non abbandona nessuno.

Liberalizzazioni dimezzate, così funziona la lobby del rinvio

Liberalizzazioni dimezzate, così funziona la lobby del rinvio

Paolo Baroni – La Stampa

È solo un caso se in Italia, che ha il numero di farmacisti più alto d’Europa, ben 79mila contro i 72mila della Francia o i 52mila della Germania, non si riesce più a fare passi avanti sul fronte delle liberalizzazioni di farmaci e farmacie? Dal 2006, ovvero da quando il decreto Visco-Bersani ha aperto la prima breccia istituendo le parafarmacie, in questo campo l’apertura alla concorrenza s’è fermata. Ci aveva provato Monti nel 2011 a proporre di rendere libera la vendita dei medicinali di fascia C, ma poi ha dovuto fare dietrofront. E stessa sorte tocca ora a Renzi, che pure l’altro giorno ha iniziato a incrociare le spade con molte lobby varando un disegno di legge che interviene in tanti settori e intacca molti privilegi. Una cura di cui l’Italia ha particolarmente bisogno se si considera che il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa con un indice di apertura alla concorrenza del 66%, stima l’Istituto Bruno Leoni, contro il 94% del Regno Unito. Solo Grecia e Lussemburgo fanno peggio di noi.

Medicina amara
Non solo sulle farmacie non si passa, ma non è passata nemmeno la richiesta avanzata a suo tempo dall’Antitrust di aumentare la diffusione di prodotti equivalenti, misura che oltre a disturbare i farmacisti non fa piacere nemmeno agli industriali del settore che sfornano prodotti “firmati” ben più cari. Cassate pure le proposte che puntavano ad aumentare il numero dei punti vendita. Potenza della lobby forse oggi tra le più potenti del Paese, ma non certo l’unica ad essersi attivata in queste settimane. Non importa che anche nelle parafarmacie e nei corner dei supermercati sia presente un farmacista e non importa che per questo genere di prodotti (antidolorifici e anti infiammatori) serva comunque la ricetta medica: è bastato evocare il rischio di favorire un abuso di farmaci su larga scala, e tirare il ballo il ministro della Salute Lorenzin (che non ha indugiato un attimo a schierarsi coi farmacisti, anziché coi loro clienti), per stroncare ancora una volta l’idea di sbloccare la vendita dei farmaci di fascia C.

Uber resta al palo
I taxisti non hanno dovuto fare lo stesso can-can. O meglio è bastata bloccare Torino per mezza giornata per mandare a “quelli di Roma” un messaggio chiaro: volete che vi blocchiamo il Paese nell’anno dell’Expo? Detto fatto, l’articolo che doveva fare cadere le barriere che ostacolano l’attività di Uber o dei noleggi con conducente è svanito. Rinviato ad una legge delega già prevista dal Milleproroghe, si è affrettato ad assicurare il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi. Intanto la questione è stata rinviata.

Salvi porti e aeroporti
Rinviata anche la riforma del porti che, tra l’altro, avrebbe certamente guastato molti affari a tante autorità semplicemente impedendo a questi enti di gestire direttamente l’attività portuale o di farlo indirettamente attraverso società controllate che svolgono attività industriali o commerciali (altra richiesta specifica dell’Antitrust). Anche in questo caso Lupi ha spiegato di aver in cantiere una legge ad hoc avendo così buon gioco nel pretendere lo stralcio. Mai entrate nel menù nemmeno le richieste dell’Antitrust sugli aeroporti (gestione aree commerciali messe a gara) e sul trasporto pubblico locale.

Il muro di Comuni
L’Antitrust nella sua segnalazione annuale, che ha fatto da guida al lavoro dei tecnici del ministero dello Sviluppo, tra l’altro aveva evidenziato «la necessità di intervenire nei servizi pubblici locali e nelle società pubbliche al fine di superare quel “capitalismo pubblico” che non consente di raggiungere adeguati livelli di efficienza e di qualità dei servizi». Ed in particolare, nel comparto del trasporto locale, proponeva aprire a imprese diverse dai concessionari pubblici servizi di carattere commerciale come i trasporti turistici e i collegamenti con porti, aeroporti e stazioni ferroviarie, prevedendo anche la possibilità di fornire servizi in sovrapposizione alle linee gestite in regime di esclusiva. Niente da fare anche in questo caso in cui non è difficile intravedere lo zampino del “partito dei sindaci”, sempre geloso delle attività delle partecipate. Come del resto sui rifiuti, le cui attività di raccolta andrebbero messe una buona volta a gara.

Ania passa all’incasso
Anche norme come quelle sulle assicurazioni, che prevedono un severo giro di vite sulle truffe, anche se vengono presentate come importanti risultati a favore dei cittadini, lette con gli occhiali delle associazioni dei consumatori si trasformano in un “bel regalo” per la potentissima lobby delle assicurazioni, che questa volta sarebbe riuscita a far passare la legge scritta dalla loro associazione di categoria, l’Ania, garantendosi così un forte taglio dei rimborsi. Mentre i paventati sconti sulle tariffe rischiano di essere vanificati dall’aumento dei costi a cominciare da quelli legati all’installazione della scatola nera. Infine va detto che anche edicolanti e librai, questa volta l’anno fatta franca, ma in questo caso più che le pressioni dei settori interessati ha fatto premio la situazione ancora molto disastrata in cui versa il nostro comparto editoriale. Ovviamente la carica delle lobby non è finita. Adesso il disegno di legge arriva in Parlamento e il ministro dello Sviluppo Federica Guidi è preoccupata. Tanto più che tra la bozza iniziale e il ddl approvato venerdì si sono già persi per strada almeno 15 articoli sui 50 previsti.

Il “Jolly” da 25 miliardi in mano ad Atene

Il “Jolly” da 25 miliardi in mano ad Atene

Giuseppe Pennisi – IlSussidiario.net

La conclusione della riunione dell’Ecofin del 20 febbraio ha lasciato molte bocche amare, poiché appare difficile che nell’arco di quattro mesi, pur con il supporto dell’Ocse, il Governo della Repubblica ellenica riesca a preparare un programma di riassetto strutturale tale da convincere i partner dell’Eurogruppo. Appare ancora più difficile che i lineamenti di tale piano siamo pronti e consegnati a Bruxelles nel corso della giornata di oggi e discussi (e approvati) domani da un’altra riunione collegiale.

C’è, senza dubbio, grande attesa per quali saranno i contenuti nella lettera che entro stasera dovrebbe arrivare alla Commissione europea e all’Eurogruppo. C’è anche – occorre dirlo – una buona dose di scetticismo, almeno negli editoriali dei quotidiani economici e nelle dichiarazioni di esponenti grandi e piccoli delle istituzioni europee. L’impressione generale è che si è solamente guadagnato tempo per evitare una probabile uscita della Grecia dell’eurozona e il caos sui mercati finanziari mondiali che ciò causerebbe. La settimana scorsa – com’è noto – si è mossa anche Washington, spesso negli ultimi tempi poco attenta ai problemi europei (a ragione di quelli in altre parti del mondo) per incidere soprattutto su Atene affinché si giungesse a un accordo.

Ma se ci fossero informazioni nuove e tali da cambiare le carte in tavola? Un dato nuovo, e non irrilevante, è stato portato all’attenzione di un gruppo ristretto di economisti e specialisti di finanza, il 18 febbraio a Londra in una riunione riservata (ma non troppo) tenuta nei piani alti della torre di Morgan Stanley a Londra. Sono i calcoli di Paul B. Kazarian, economista e finanziere Usa di origine armena, che ha lavorato a lungo per Goldman Sachs prima di creare una propria finanziaria a Providence, Rhode Island, (Japonica Partners con cui ha assestato un paio di colpi fortunati). Ora, cinquantanovenne, è ricchissimo e ha un portafoglio gonfio di bonds greci (quelle che la Banca centrale europea considera quasi-spazzatura) nella convinzione che gli porteranno un’enorme guadagno. A suo avviso, il debito “netto” greco è notevolmente inferiore a quanto indicato nelle cifre ufficiali e il Paese ha tutti i numeri per rimettersi in cammino.

La materia è molto tecnica. Quindi, va spiegata con ordine. Il debito sovrano greco è stimato in 318 miliardi di euro, applicando metodologie e procedure Eurostat che sono essenzialmente le stesse di quelle applicate da Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Ocse. Kazarian sostiene che se ciò che in ballo è il fallimento della Repubblica ellenica, al fine di valutare la consistenza effettiva del debito e il suo peso sull’economia occorre impiegare strumenti di contabilità aziendale, per l’appunto gli International accounting standard (Ias), in vigore da diversi anni negli Usa e in Europa.

Gli Ias hanno due colonne: il dare e l’avere. Nella colonna del dare, soprattutto, tengono conto del valore attuale dell’indebitamento. I numerosi riassetti del debito greco effettuati dal 2010 fanno sì che il valore attuale dell’indebitamento sia inferiore al debito nominale computato da Eurostat e altri. Sino a questo punto, il ragionamento di Kazarian tiene: è confermato indirettamente dal fatto che – come notato su queste pagine – il servizio del debito incide sul Pil greco meno di quanto non incidano i servizi del debito di Italia, Spagna e Portogallo sui relativi prodotti nazionali.

La colonna dell’avere contiene stime del valore del patrimonio pubblico greco: dai beni demaniali, alle partecipazioni statali, a beni culturali (quali il Partenone). Ritengo che non si debba tenere conto della colonna dell’avere, sarebbe come se nella contabilità dell’indebitamento italiano si computassero i 3800 miliardi di euro di risparmi delle famiglie e anche il valore del Colosseo e del Duomo di Milano. Se ci sofferma però sul dare, il peso del debito greco scende di 20-25 miliardi di euro. E un percorso di riassetto strutturale appare maggiormente fattibile.

Le imprese non incassano e Renzi si dà del buffone

Le imprese non incassano e Renzi si dà del buffone

Marco Palombi – Il Fatto Quotidiano

Alla fine al monte Senario non c`è andato nessuno e ai “Servi di Maria”, nel senso dei frati a cui appartiene il relativo convento, non è restato altro che continuare a pregare, lavorare e distillare il liquore “Gemma d’Abeto” come fanno dal 1865. Può sembrare strano, ma il tema di cui si parla è il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione. Breve antefatto. È il 13 marzo 2014 e Matteo Renzi è comodamente assiso sulle poltroncine di Porta a Porta. Bruno Vespa lo titilla sui soldi che lo Stato deve alle imprese, gli propone un suo contratto con gli italiani. Il premier rifiuta, ma s’abbandona alla promessa circostanziata: “Se entro la fine dell’estate, diciamo il 21 settembre che è San Matteo, saranno pagati tutti i debiti della Pubblica amministrazione lei (nel senso di Vespa, ndr) andrà a piedi da Firenze a Monte Senario”. E se lei perde? Chiede speranzoso il conduttore. “So dove mi mandano gli italiani…”, toscaneggia l’ex sindaco: “Il minimo che mi aspetto è che mi chiamino buffone”.

Ecco, il 21 settembre è arrivato e Vespa e Renzi non sono riusciti a mettersi d’accordo su chi aveva vinto e chi perso. Geniale la soluzione svelata dall’uomo della Rai via Twitter il 22 settembre scorso: “Matteo Renzi ha accettato sportivamente di salire con me e altre persone in data da destinarsi al santuario di Monte Senario. Entrambi siamo infatti convinti di aver vinto la scommessa”. La carovana, però, non è ancora partita: entrambi forse sono convinti di aver già fatto la scampagnata. La vita, nell’anno secondo dell’era renziana, è soprattutto una questione di opinioni e pure i frati dovranno farsene una ragione. Resta una domanda: è lecito per gli italiani, col permesso dell’interessato, definire Renzi “buffone”? Insomma, li ha pagati o no questi debiti della Pubblica amministrazione?

I numeri, si sa, sono un po’ freddi, ma lasciano poco spazio a quel tipo di dibattito in cui ci si mette d’accordo sul fatto di non essere d’accordo. Tradotto: la risposta è no, non li ha pagati tutti. Per affermarlo basta prendere per buoni i numeri presenti sul sito del ministero del Tesoro. La cifra da cui partire è la stima fornita da Banca d’Italia sui debiti di Stato e enti locali: 91 miliardi al 31 dicembre 2012, oltre la metà dei quali considerati un picco anomalo dovuto a enormi ritardi nei pagamenti delle fatture (invece di 30 giorni la P.A. pagava a 170 e a volte non lo faceva proprio). Com’è la situazione oggi? A dati aggiornati al 30 gennaio 2015, i soldi stanziati per pagare il dovuto maturato entro il 2012 – che risalgono quasi tutti ai governi di Monti e Letta – sono complessivamente 56 miliardi. Questa cifra, però, esiste solo sulla carta: le risorse effettivamente messe a disposizione degli enti debitori (ministeri, Asl, regioni, enti locali e chi più ne ha più ne metta) ammontano a 42,81 miliardi, vale a dire il 76% dello stanziamento.

E non è finita. Non tutti i soldi esistenti sono già finiti nelle tasche delle imprese: di quei quasi 43 miliardi sono stati pagati davvero 36,483 miliardi, cioè i1 65% del totale ( a ottobre si era fermi a 32,5 miliardi). Ne mancano insomma almeno una ventina persino rispetto a quanto pianificato dal governo. Nel dettaglio, lo Stato centrale ha pagato 5,7 miliardi su sette totali stanziati; le regioni 21,6 su 33; province e comuni 9 su 16,1 miliardi. I settori più colpiti sono quello della sanità e dell’edilizia: recentemente l’associazione dei costruttori (Ance) ha parlato di 10 miliardi di debiti ancora da pagare alle imprese del settore. Poi c’è l’operazione lanciata dal governo Renzi nell’aprile 2014: la certificazione dei crediti maturati entro il 31 dicembre 2013 con apposito modulo sul sito del Tesoro scontabili in banca grazie a una garanzia statale e, in alcuni casi, all’intervento di Cdp. Anche qui la situazione è in chiaroscuro: a fine 2014 risultano registrate alla piattaforma di certificazione dei crediti 20.945 imprese che hanno presentato 91.423 istanze di certificazione per un valore di quasi 9,8 miliardi di euro. Non tutte le istanze digitali, però, risultano già evase dagli enti debitori: esiste, sempre sul sito del Tesoro, una lista di “istanze senza risposta” che ne elenca a migliaia per cifre superiori al miliardo di euro.

Ecco il riassunto di un report realizzato da Impresalavoro su dati Eurostat: “Meno della metà di quanto dovuto è stato pagato: i debiti commerciali maturati dalla P.A. nel 2013 ammontano a 74,2 miliardi di euro, quindi rimangono fuori dall’intervento del governo altri 37,7 miliardi”. La brutta notizia è questa: “Sbaglia, in ogni caso, chi pensa che questi interventi contribuiscano a ridurre sensibilmente lo stock di debito complessivo che lo Stato ha nei confronti delle imprese private. I debiti commerciali si rigenerano con frequenza: liquidare i debiti pregressi di per sé non riduce pertanto lo stock complessivo”. Già nel 2014, dice il report, “stimiamo che nel 2014 siano già stati consegnati alla P. A. beni e servizi per un valore di circa 158 miliardi di euro e che, in forza dei tempi medi di pagamento, lo stock complessivo del debito rimane fermo a circa 75 miliardi”. Insomma, se il pubblico non comincia a rispettare i tempi di pagamento delle fatture, il traffico a Monte Senario – almeno quello mentale – aumenterà esponenzialmente.