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Resistenze antindustrialiste

Resistenze antindustrialiste

Il Foglio

Mentre il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, annuncia una mobilitazione contro il Jobs Act, con il motto “resistere, resistere, resistere”, anche la sinistra giudiziaria si mobilita. Non sembra un caso che le due “resistenze” convergano. Il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, agita dietro le spalle della Camusso la linea ancora più oltranzista di resistenza, dicendosi pronto addirittura a occupare le fabbriche. Tutto perché il governo promette di affrontare il tema dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nei decreti attuativi previsti dalla delega, mediante una disciplina del contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti che lo renda più conveniente degli altri contratti. Ciò ha un valore simbolico e pratico non da poco. Comporta la distruzione del modello dell’unità sindacale, lo strumento cardine del patto neo corporativo fra Cgil e Confindustria.

Uil e Cisl si sono dissociate dalla Cgil e Matteo Renzi per ora non ha fatto alcuna concessione alle richieste della Cgil che, evidentemente, non è più l’interlocutore privilegiato del nuovo Pd. E l’effetto di ciò sulla Confindustria è evidente: ora anch’essa non è più un’interlocutrice privilegiata della Cgil. Tuttavia sulla linea oltranzista si colloca pure la magistratura giustizialista, dopo che il premier ha rotto la sacralità del corpo giudiziario a partire dalla contestazione delle lunghe ferie estive. Ma questo è solo un piccolo antipasto: nella corporazione dei giudici c’è chi si allarma per la possibile sottrazione di competenze in materia di lavoro connessa all’indebolimento dell’Articolo 18, per esempio, o addirittura chi tema responsabilità civile e separazione delle carriere. Perciò anche su questo fronte s’alzano barricate.

C’è infatti qualcosa di più sostanzioso della minaccia di scioperi: i processi per danno ambientale e per corruzione, a carico di grandi imprese, che possono entrare in crisi (vedi Ilva di Taranto, Tirreno Power, acciaierie ThyssenKrupp, già condannate a Torino per disastro ambientale). Ma ci sono anche i processi per corruzione per il Mose e per l’Expo di Milano che comportano il rischio che si blocchi la procedura semplificata per le grandi opere del decreto sblocca Italia appena varato. E poi ci sono i processi all’Eni per corruzione internazionale che coinvolgono l’ad appena nominato da Matteo Renzi, Claudio Descalzi. Resistere, resistere, resistere. Speriamo lo faccia pure Palazzo Chigi.

Jobs Act: altro che Thatcher, questo è riformismo europeo

Jobs Act: altro che Thatcher, questo è riformismo europeo

Giorgio Tonini – Europa

Alla fine, dopo settimane nelle quali l’attenzione si era concentrata sul dibattito interno al Partito democratico, tra gli stucchi e gli ori di palazzo Madama, è andato in scena l’ennesimo atto del copione Grillo-contro-Renzi, apparentemente il più duro e aspro, in effetti il più favorevole al premier e al Pd. È vero, i grillini sono riusciti a rovinare lo spot mediatico dell’approvazione in prima lettura del Jobs Act a Roma, in contemporanea con lo svolgimento del vertice europeo sul lavoro a Milano. Il voto di fiducia, originariamente previsto nel pomeriggio di ieri, è slittato alla tarda serata. Ma per riuscire nel suo intento, il gruppo di opposizione più arrabbiato ha dovuto mandare in onda un reality autolesionistico: la dimostrazione plateale, prodotta dal solito, sguaiato e a tratti squadristico ostruzionismo d’aula, dell’assoluto vuoto di proposte e dell’altrettanto clamorosa assenza di visione del movimento grillino, rispetto al nodo politico cruciale del nostro tempo, quello della riorganizzazione delle regole che presiedono al mercato del lavoro, in vista di un rilancio della crescita e dell’occupazione.

Il disegno di legge delega proposto dal governo, discusso per mesi in commissione e ora trasformato in un maxiemendamento, sul quale è stata posta la questione di fiducia, ha finito così per risaltare ancor più come una via al tempo stesso obbligata e creativa, concreta e coraggiosa. I consensi raccolti da Renzi al vertice di Milano, a cominciare da quelli del presidente del parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, stanno lì a dimostrarlo. In effetti, il disegno di legge Poletti rappresenta una svolta, culturale prima ancora che politica, sul tema cruciale della regolazione del mercato e dei rapporti di lavoro.

Attraverso il Jobs Act, governo Renzi e Partito democratico propongono al paese un nuovo patto per il lavoro, basato su un nuovo compromesso tra impresa e lavoratori, tra flessibilità e sicurezza. L’inadeguatezza dell’attuale sistema di regole, nato sull’onda dell’autunno caldo di quasi mezzo secolo fa, beninteso una pagina gloriosa della nostra storia, ma per l’appunto parte di un mondo che non c’è più, quello della fabbrica taylorista, è da tempo sotto gli occhi di tutti, almeno di tutti coloro che vogliano guardare con occhio limpido alla realtà.

Si tratta di una inadeguatezza che ha prodotto nel tempo esiti drammatici: siamo in coda a tutte le classifiche per livello di produttività, per livelli salariali netti, per tasso di occupazione. Siamo da anni e anni il paese che cresce meno quando gli altri crescono e che arretra più gravemente quando gli altri arretrano. Dunque, non c’è tempo da perdere, c’è da stringere, subito, un patto nuovo. Il Jobs Act è questo, un nuovo compromesso, che rimuova, da un lato, gli ostacoli che si sono ammassati negli anni a quella che Schumpeter chiamava la «distruzione creativa»: vecchie imprese e vecchi posti di lavoro che muoiono perché non servono più, mentre se ne creano di nuovi, per rispondere a nuovi bisogni, perché solo in questo modo si generano efficienza e produttività, in definitiva reddito e ricchezza per il paese. E che dia vita, dall’altra parte, ad una nuova generazione di diritti e di strumenti di tutela, pensata per una nuova generazione di lavoratori, che sempre meno potrà limitarsi a pensare se stessa nel posto di lavoro e sempre più dovrà organizzare la sua lunga marcia nel mercato del lavoro.

Per questo il vecchio articolo 18, quello del 1970, in parte sopravvissuto nella riforma Fornero, non serve più, mentre è necessario e urgente dar vita al welfare che ancora ci manca: un sistema universale di assicurazione contro il rischio disoccupazione, insieme ad un sistema di ricollocazione del lavoratore che perde il lavoro, verso un altro lavoro, attraverso l’organizzazione dell’incontro tra la domanda e l’offerta. Altro che thatcherismo, questa è la nuova socialdemocrazia europea, quella della quale il Pd fa parte. Da leader.

L’atlante mondiale delle economie: l’Italia scende dalla “top 10”

L’atlante mondiale delle economie: l’Italia scende dalla “top 10”

Danilo Taino – Corriere della Sera

È difficile per chi ha superato i 30 anni. Dobbiamo però ridisegnare nelle nostre menti l’atlante de mondo economico. Ieri, il Fondo monetario internazionale ha pubblicato una mappa interattiva (google.com/publicdata) dalla quale si ricava che l’ordine mondiale misurato in termini di Prodotto interno lordo (Pil) a parità di potere d’acquisto sarà, alla fine del 2014, questo: prima economia, la Cina con 17.632 dl dollari; seconda, quella degli Stati Uniti, 17.416 terza l’indiana, 7.277 miliardi. Seguono Giappone, Germania, Russia, Brasile, Francia, Indonesia, Regno Unito. All’ undicesimo posto il Messico, con 2.143 miliardi e al dodicesimo l’Italia, 2.066 miliardi di dollari.

Questa classifica è una novità, non paragonabile agli anni passati. Pil a parità di potere d’acquisto significa che si stabilisce un basket di prodotti e servizi e si guarda quante unità di una certa valuta servono per comprarlo, in ogni Paese; poi si registra quanti dollari servono per comprare il basket e sulla base del rapporto tra i due si corregge il Pil nominale. È una misura discutibile come tutte ma realistica: racconta a quanti beni e servizi corrisponde un singolo Pil.

L’Italia è insomma fuori dalle prime dieci economie. Qualcuno (per esempio il Financial Times) ha anche immaginato un G7 di Paesi emergenti: ha scoperto che un gruppo formato da Cina, India. Russia, Brasile, Indonesia, Messico, Turchia avrebbe un Pil più alto di quello del G7 tradizionale formato da Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada: 37.800 miliardi contro 34.500.

Serve la riforma, non uno scalpo

Serve la riforma, non uno scalpo

Federico Fubini – La Repubblica

Dopo la fiducia sul Jobs Act in Senato, archiviato il vertice di Milano, Matteo Renzi pub fermarsi un attimo a misurare lo spread che forse oggi conta di più. Non è finanziario, è politico e psicologico. E aiuta a capire chi alla fine riuscirà, e chi no, a districarsi in questa interminabile crisi dell’euro. Ciò che rivela quello spread è che non ce la stanno facendo tanto i Paesi che, per dirla nel gergo di Bruxelles, “hanno fatto le riforme”. Ne stanno uscendo meglio quelli che, piuttosto, si sono detti dall’inizio: questa crisi è frutto in primo luogo dei nostri limiti, ce la siamo creata con le nostre mani, dobbiamo innovare su noi stessi per liberarcene. A restare indietro sono gli altri, quelli che per anni si sono esercitati a dare sempre e solo la colpa agli altri – a chiunque altro – e ora affrontano trasformazioni importanti senza sapere perché, o verso dove.

Dev’essere questa la sfumatura che mette oggi l’Irlanda e la Spagna in traiettoria di ripresa, ma la Francia e l’Italia ancora in mezzo alla palude. Ovunque in questi quattro Paesi si sentono argomenti anche molto validi su ciò che la Germania e la Banca centrale europea dovrebbero fare e non fanno. Ma c’è una qualità della reazione mentale allo shock che fa la differenza, ancor più se declinata sulla scena che abbiamo sotto gli occhi: i voti di fiducia in Senato su una riforma ancora imprecisata dei contratti di lavoro permanenti; le pressioni e le attese a Berlino, i giudizi di Bruxelles, le tensioni nella Bce sul futuro di un potenziale ordigno finanziario chiamato Italia; e nel Paese, la fine dell’illusione che il tempo sia comunque dalla nostra parte.

A Roma c’è un premier sempre più costretto a muoversi fra questi campi di forza, ciascuno intento a catturarlo nella propria gravitazione. Nel governo tedesco si è ormai convinti («sulla base dell’esperienza», nota il ministro Wolfgang Schaeuble) che i Paesi fragili affrontano il cambiamento solo se vincolati a farlo. Può essere un modo più o meno elegante per dire che solo la troika funziona su gente come noi, o per alzare l’intensità della sorveglianza e delle relative condizioni, o magari solo il segnale che la Germania non ha fretta: può lasciare l’Italia nella sua agonia economica, finché non capirà che deve cambiare strada.

Poi c’è il cantiere aperto della riforma del lavoro, con il passaggio drammatico di ieri. È senz’altro legato alle pressioni europee, perché Renzi di colpo ha affrontato l’articolo 18 e la disciplina dei licenziamenti dopo aver spiegato a lungo che queste cose contavano poco. Ha cambiato rotta solo dopo i suoi contatti estivi con i leader europei. Il risultato è che ieri, con François Hollande e Angela Merkel a Milano, a Roma è andato in scena il più strano dei voti di fiducia: il Senato ha delegato il governo a riformare i contratti sulla base di un testo che non ha una sola parola sul punto più delicato, il regime dei licenziamenti economici e disciplinari. In realtà Giuliano Poletti, il ministro del Lavoro, ha delineato in aula un percorso: nei nuovi contratti (non negli esistenti) i licenziamenti economici non prevedono il reintegro per decisione giudiziaria, mentre nei casi disciplinari la possibilità di reintegro sarà delimitata. E sarebbe ingeneroso sostenere che la delega votata ieri è in bianco, perché il testo contiene un disegno equilibrato: dal welfare alle politiche attive di formazione e collocamento, fino alla pulizia nella giungla delle forme di precariato, i passi avanti si vedono e dovevano arrivare già anni fa, decisi magari da chi oggi protesta.

Resta però l’impressione di un colossale corto circuito fra ciò che si fa e le ragioni per le quali si cerca di farlo. Forzando i tempi e il dibattito, facendo leva sul timore di molti senatori di andare a casa se cade il governo e si va al voto, il premier ha preferito mettere parti del suo stesso partito spalle al muro in nome di un simbolo: l’articolo 18. Anche la transizione ai negoziati sui salari in azienda è sul tavolo, è anche più importante dell’articolo 18, ma semplicemente non se ne parla perché come totem funziona piuttosto male. Non riescono a brandirlo né i riformatori, né i loro nemici. Pier Carlo Padoan ripete spesso che le riforme approvate fanno bene all’economia solo se su di esse «c’è consenso: non sono uno scalpo da offrire, ma un’innovazione da spiegare e da condividere. Quella del lavoro, così com’è, ha molti aspetti positivi. È ora di parlarne, e mettere scalpi, simboli e totem nel posto che li attende da tempo: il solaio.

Senza Paura – Il nuovo libro di Davide Giacalone

Senza Paura – Il nuovo libro di Davide Giacalone

Davide GiacaloneSenza Paura - Davide Giacalone

 

 

 

 

Davide Giacalone
SENZA PAURA
Rubbettino editore
Prima edizione Ottobre 2014
292 pagine
€ 15,00
ISBN 978-88-498-4209-8

 

Siamo più ricchi, ma con la paura d’impoverirci. Viviamo in un mondo più aperto e libero, ma con la paura d’essere invasi. Ci siamo lasciati alle spalle la carneficina dei nazionalismi, ma timorosi di smarrire la sovranità. Dalla famiglia alla sessualità, dalle informazioni che ci arrivano all’ambientalismo, sembra che non sia consentita altra lettura che quella negativa e catastrofica. Penitenziale a colpevolista. La fine dei tempi paurosi ha fatto sorgere la paura del tempo che ci attende. Il tramonto delle ideologie ha fatto sorgere il vuoto delle idee. Eppure basta mettere il naso fuori dai luoghi comuni, dai buonismi privi di senso e dai cattivismi senza senno, per accorgersi che viviamo in un mondo migliore, con più opportunità. Basta guardare i numeri reali della nostra economia, per accorgersi che il declinismo è una superstizione. Basta considerare i fondamentalismi per accorgersi della superiorità della nostra civiltà. Le paure possono trasformarsi in rancori, desideri di rivalsa, voglia di vendette sociali. Sprofondandoci. A dissolverle non servono ottimismi di maniera, ma documentati e razionali elementi della realtà.
Davide Giacalone, opinionista per Rtl 102.5 e «Libero», è autore di saggi ed inchieste. Con Rubbettino negli ultimi anni ha pubblicato: Non stop Views (2007), Una voce alla radio (2008), Good morning Italia! (2009), Terza Repubblica (2010), Sveglia! (2011), L’Italia dei 1000 innovatori (con A. Cianci 2011) e Rimettiamo in moto I’Italia (2013).

 

 

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Rimesse dei lavoratori stranieri in Italia

Rimesse dei lavoratori stranieri in Italia

Ho letto con un certo timore i dati diffusi da “ImpresaLavoro” sulle rimesse degli immigrati in Italia verso i loro paesi d’origine, quindi verso le loro famiglie rimaste a casa. Il timore deriva dal fatto che contemporaneamente un mio libro, “Senza Paura”, arrivava in libreria e vi sono molte pagine dedicate all’immigrazione e a quelle rimesse. Chi ragiona con i dati vuole sempre quelli più aggiornati e vive nel timore che i nuovi smentiscano i ragionamenti fatti sulla base dei vecchi. Mi è andata bene: vi ho trovato delle conferme.
Il libro parte dall’osservazione di diversi fatti e aspetti della nostra vita collettiva, cercando di capire il perché quel che potrebbe essere visto positivamente finisce con lo scatenare delle paure. Avendoci lavorato a lungo, non trovo sportivo riassumerlo in poche parole. Ma per quel che riguarda l’immigrazione la sintesi è questa: potrebbe essere e in effetti è una risorsa positiva, capace di aiutare la crescita economica, senza per questo rubare il lavoro ad altri, ma l’incapacità di gestire il fenomeno, l’inettitudine nel fronteggiare la clandestinità, il prevalere di letture ottuse e ideologiche, vuoi che sia il buonismo dell’accoglienza o il cattivismo della chiusura, tutto questo lascia che siano non governati fenomeni di sicurezza ed ordine pubblico. E siccome il disagio si scarica sui quartieri più disagiati, mentre i vantaggi si sentono in quelli più ricchi, va a finire che le sirene d’allarme suonano più forte delle campane a festa. Ed ecco che quel che dovrebbe portare bene porta, invece, paura.
A questo si aggiunga il perdurare di scene inaccettabili nei mari a sud della Sicilia. Entrano più clandestini dalle frontiere nord dell’Europa che non da quelle di mare, ma la differenza è sostanziale: in quelle di terra si può contrastare il fenomeno, anche in modo ruvido, senza che nessuno si faccia del male; in quelle di mare non solo non si può respingere nessuno, ma spesso lo si deve salvare. E’ una trappola, che noi abbiamo perfezionato annunciando che la Marina Militare è pronta a prendere a bordo tutti, con il risultato che i barconi dovevano prima almeno arrivare ad una costa, ora è sufficiente che superino le acque territoriali da dove sono partiti. Detta in modo brutale: ci siamo messi a collaborare con i delinquenti, allargando il loro lurido traffico alle spalle di disperati. Rimediare è possibile, conciliando umanità e sovranità, soccorso e fermezza. La soluzione c’è. Ma per quella vi rimando al libro.
Link alla scheda del libro
Il gioco delle parti

Il gioco delle parti

Giuseppe Pennisi, presidente del board scientifico di ImpresaLavoro, è stato docente di Economia al Bologna Center della John Hopkins University e alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. È Consigliere del Cnel e insegna all’Università Europea di Roma.

Due settimane cruciali per la politica economica italiana ed europea. Quella che sta per concludersi è stata dominata dalle tematiche del lavoro. In Italia, si è arrivati, non senza tormenti, all’approvazione da parte del Senato della legge quadro sulla regolamentazione di base dei rapporti di lavoro, che prevede un’ampia e per alcuni aspetti poco chiara delega al Governo. A livello europeo, la conferenza dei Capi di Stato e di Governo tenuta a Milano l’8 ottobre ha riguardato i problemi occupazionali nell’UE. In ambedue i casi si è fatto molto chiasso senza concludere un granché.
Ma se ci aspettavamo ‘molto rumor per nulla’ dalla conferenza europea (un’occasione essenzialmente mediatica da cui non si attendavano risultati concreti), ben altre erano le aspettative riposte dagli osservatori sulla legge quadro sul lavoro. E invece, alla prova dei fatti, la sua sostanza è stata essenzialmente ‘delegata’ a decreti ancora da predisporre e per i quali sono stati dati principi e criteri estremamente laschi. Il vivace dibattito in Senato (con il contemporaneo ricorso al voto di fiducia) è così servito all’esecutivo essenzialmente per ‘fare ammuina’ in occasione della conferenza europea: da un lato per dare l’impressione che qualcosa si stia facendo sul piano delle riforme strutturali relative all’economia reale; da un altro, sopratutto, allo scopo di distrarre sia all’interno sia all’estero dal duro lavoro necessario in questo fine settimana e nei primi giorni della prossima per mettere a punto il disegno di legge di stabilità con una ‘manovra’ di almeno 20 miliardi che impedisca che l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni salga oltre 3% del Pil, quanto meno nel preventivo del bilancio e dei conti pubblici. Un obiettivo che, stando ai rumor che provengono dal Palazzo, sarebbe ancora molto lontano.
Hanno ‘fatto ammuina’, e molto volentieri, anche i nostri partner europei (i quali, con l’eccezione di Hollande, avrebbero volentieri evitato un viaggio a Milano per una breve riunione inconcludente a quindici giorni circa da un Consiglio Europeo in cui la crescita dovrebbe essere all’ordine del giorno). Per ingraziarsi l’opiste, tutti hanno pensato di dare grandi pacche sulle spalle al Presidente del Consiglio italiano, dispensandogli sorrisi di incoraggiamento. Non solo. A Matteo Renzi è stata fatta anche balenare la possibilità (non la probabilità, e ancor meno la certezza) di non contabilizzare il cofinanziamento ai progetti europei ai fini dei parametri di Maastricht e del Fiscal Compact. Un ammiccamento che non è costato loro grande sforzo, dal momento che uno studio di Chatham House, che verrà presentato la settimana prossima a Londra, conclude che in Italia i ‘progetti cantierabili’ si contano sulle dita di una mano. Ed è facile pronosticare un repentino cambiamento di clima quando la prosisma settimana prossima la nostra legge di stabilità giungerà a Bruxelles, sottoposta a un esame molto rigoroso e niente affatto benevolo.
La verità è che in Europa tutti già conoscono la dura realtà con cui si devono misurare tanto Palazzo Chigi quanto via XX Settembre: restare entro il tetto di un indebitamento della pubblica amministrazione del 3% del Pil è poco più di una finzione. Già alla prima ‘trimestrale di cassa’ si annunceranno sforamenti, accusando ‘il destino cinico e baro ’. A fine 2015, il disavanzo sarà probabilmente attorno al 5% del Pil, non molto differente da quello della Francia. Uno scenario che ci vedrà fatalmente sottoposti alle procedure di infrazione da parte della tanto aborrita troika: Banca centrale europea (Bce), Commissione Europea (CE) e Fondo monetario internazionale (Fmi).
Ma se tutti sanno già tutto, perché insistere in questo pirandelliano ‘gioco delle parti’? In 15 mesi – si spera – si può varare una nuova legge elettorale ed andare alle urne. Peccato che in Italia nessuno voglia farlo. E i partner europei temono il caos di elezioni politiche in Italia (con una normativa in parte dichiarata non conforme alla Costituzione) poiché le analisi disponibili considerano il nostro Paese come il più ‘contagioso’, dopo la Spagna, sui mercati europei.
Tfr, tutto e subito

Tfr, tutto e subito

Davide Giacalone – Libero

Cancellare il Tfr, restituendolo ai lavoratori, è una riforma seria e strutturale. Renderne volontario l’incasso minimale e rateale, mantenendone l’obbligatorietà dell’accumulazione, è una via di mezzo insipida, che somiglia a un trucco contabile. Evitiamo di fare come con le pensioni, cui mettono mano tutti quelli che passano, meglio cambiamenti stabili.

L’allarme da noi lanciato la scorsa settimana, avvertendo che se il Trattamento di fine rapporto smette di essere un risparmio forzoso e un reddito differito entra a far parte del reddito attuale, quindi dell’imponibile, e entrandovi porta sia all’aumento delle tasse da pagare che alla perdita del bonus 80 euro, fu accolto con fastidio, ma era così fondato che ora sento i governativi sperticarsi a dire: non sappiamo ancora come si farà, perché dobbiamo ancora discutere i dettagli (alla faccia dei dettagli!) tecnici, ma il Tfr in busta paga non porterà né più tasse né alla perdita del bonus. Bravi, ci siate arrivati: il pericolo esiste. Aggiungo: le soluzioni che avete in mente sono barocchismi impraticabili.

Per ottenere quel risultato, infatti, si dovrebbe avere una busta paga in cui alcune parti del reddito non solo non contribuiscono a comporre l’imponibile (ai fini delle aliquote), ma manco il reddito (ai fini del bonus). Per essere partiti volendo semplificare, direi che non s’ebbe la fortuna di chi buscò ponente per il levante. Leggo che l’aliquota sul Tfr incassabile sarà del 23%, ovvero la più bassa. Non voglio crederci, perché sarebbe disperazione fiscale. L’aliquota che si paga, oggi, è una media di quella subita negli ultimi cinque anni, quindi il 23% è la più bassa. Oggi calcolata su un montante maggiore, perché il Tfr non solo si accumula, ma si rivaluta (l’agevolazione fiscale riguarda la base imponibile, discorso diverso). Cederlo oggi al 23% significa aver la fregola d’incassare subito il meno, non avendo il tempo di aspettare domani il più. Disperazione, appunto.

Girate la frittata, che è meglio. Primo passo: si abolisce il Tfr. Fine della trasmissione: ciascuno si trova i propri guadagni in busta paga e ne fa quello che gli pare, risparmiandone una parte o sbafandosi il tutto. Viva la libertà. Secondo passo: smaltire lo stock di Tfr accumulato, che sono soldi dei lavoratori. Vero, ma utilizzati dal depositario come fossero debiti a lunga scadenza, tali, quindi, che se devono essere restituiti subito provocano il crollo delle casse che li contengono. Come si fa? Mettendo a fuoco i tre problemi che si creano: a. nel pagamento della previdenza integrativa; b. nelle casse dell’Inps; c. nelle casse delle aziende sotto i 50 dipendenti. Il primo problema (che, detto fra parentesi, dimostra quanto la volontarietà in accoppiata con l’obbligatorietà non funzioni, infatti a quella destinazione s’è rivolta una minoranza di lavoratori, a meno che non si facciano le riforme nella speranza che falliscano) si affronta con una norma transitoria che consenta di riversare il capitale, o parte di esso, alle stesse condizioni di rivalutazione (o migliori) nel fondo privato. Quelli sono contratti privati, quindi serve una norma d’accompagnamento. Terzo passo: i buchi nei bilanci, invece, si coprono con garanzia della Cassa depositi e prestiti. Dicono dal governo: dovranno essere le banche a dare i soldi e in tal senso faremo una convenzione. Convenzionino quel che credono, ma le banche non vogliono e non possono dare soldi in compensazione di cassa bruciata. Basta farsi spiegare Basilea. Ridicono: ma la Bce ha messo a disposizione i soldi. No, sono finalizzati agli investimenti, non alle partite di giro per i regali governativi. Senza contare che gli interessi di mercato, pagati alle banche, sono superiori a quelli assicurati dal Tfr (1,5% più il 75% dell’inflazione, che non c’è). Se la Cdp garantisce il buco, invece, ci guadagna, perché pagherebbe il denaro meno di quel che le aziende e l’Inps sono già predisposte a retribuirlo.

Sono pronto a scommettere che alla Cdp storcono la bocca, perché pensano di usare i denari per crescere in potere e partecipazioni azionarie. S’appassionarono al romanzo: “Piccole Iri crescono”. Ergo, se il governo ha la forza di farsi valere, in effetti può assestare un colpo con il Tfr, restituendo ai lavoratori la libertà di consumare o risparmiare; se non ha questa forza, però, la pianti di pasticciare, perché fa la fine del gatto con il gomitolo: ruzza che è una bellezza, finché non rimane prigioniero della matassa. Il tutto ripetendo che bruciare risparmio per consumi, e non per investimenti, è un modo per diventare poveri.

Il piccone di Renzi e la verità dei fatti

Il piccone di Renzi e la verità dei fatti

Guido Gentili – Il Sole 24 Ore

Il premier Matteo Renzi, vicino alla volata finale del semestre europeo a timone italiano che oggi ospita a Milano il vertice sul lavoro, s’affaccia sul curvone decisivo. Dove non può fare errori di guida sulla strada promessa del cambiamento. Riforma del lavoro, Legge di stabilità, confronto in Europa. Sono le tre emergenze che si incrociano sullo sfondo di una congiuntura europea in peggioramento, Germania compresa. E lo scontro tra la Bundesbank, contraria alle politiche innovative della Bce, e il Fondo Monetario, che sollecita la Bce in senso inverso, alimenta tensioni e incertezze. In ogni caso, l’Italia non può contare sulla sola ciambella monetaria per tirarsi fuori dai guai.

Renzi porta a Milano l’elenco delle riforme messe in campo in questi mesi, la ripresa del confronto con sindacati e imprese, l’approvazione in un ramo del Parlamento della delega per la riforma del mercato del lavoro. È un passaggio importante, che buca un muro di conservatorismi diffusi ed è possibile che la Cancelliera Angela Merkel metta sul piatto un incoraggiamento usando una parola che le è cara in questi frangenti: “impressionante”. Ma “impressionante” lo sarà davvero, nei fatti, se al momento-chiave della stesura dei decreti non ci saranno compromessi al ribasso, articolo 18 compreso. “Impressionante” sarà la manovra del governo se la Legge di stabilità abbasserà le tasse sul lavoro in modo percepibile e comprimerà le spese. “Impressionante” sarà il risultato se l’oggetto del desiderio dei governi, il Tfr, entrerà nelle tasche dei lavoratori senza procurare danni alle imprese medio-piccole.

Un muro bucato non è un muro crollato. Se usato bene, il piccone di Renzi, in Italia come in Europa, può molto. Ma non tutto. Perché i cambiamenti si misurano con i fatti e con i numeri, molti dei quali mancano oggi all’appello della ripresa. E perché l’economia reale si muoverà se ne saranno convinti i protagonisti, a partire da famiglie e imprese. Il loro sostegno è decisivo, e non c’entra la “concertazione”. Qui si tratta anzi di nuotare in mare aperto, ciascuno con le sue braccia e le sue idee, ma nella stessa direzione.

Sui soldi alle imprese Renzi è peggio di Letta

Sui soldi alle imprese Renzi è peggio di Letta

Franco Bechis – Libero

Quei poverelli delle piccole e medie imprese italiane ce l’hanno ancora lì che campeggia sul loro portale web: facciona di Matteo Renzi e titolo «Debiti PA, Renzi shock: 60 miliardi in 15 giorni». La data era quella del 26 febbraio scorso. Le povere imprese che da lunghi mesi attendevano dallo Stato i pagamenti loro dovuti, ci avevano creduto. E si capisce: il nuovo presidente del Consiglio nel suo discorso per ottenere la fiducia alle Camere aveva detto: «Il primo impegno è lo sblocco totale dei debiti della pubblica amministrazione». Poi era apparso a Ballarò, intervistato all’epoca da Giovanni Floris, e lì aveva annunciato il famoso intervento shock: «La Spagna l’ha fatto da 50 miliardi di euro. Io penso di più: 60». In quanto tempo? «Il tempo di preparare un emendamento: Diciamo due settimane».

Non è andata così, e lo sanno bene i creditori dello Stato. Quella promessa resterà la più famosa, anche perché è la prima e più clamorosa tradita da Renzi premier. In corsa ha tentato di correggere la rotta, e da Bruno Vespa aveva allungato i termini di quelle due settimane, spostate al «21 settembre giorno di San Matteo. Se mantengo la promes-sa, lei Vespa che è scettico andrà a piedi in pellegrinaggio da Firenze a Monte Senario. Se non la mantengo, so dove mi mandano gli italiani». La promessa non è stata mantenuta, ma il 21 settembre Renzi ha sostenuto il contrario, poggiandosi sulla lentezza dei conteggi della pubblica amministrazione, che erano fermi a metà luglio. Ora sono usciti i dati aggiomati al 22 settembre scorso, e il bluff del premier è stato tragicamente svelato a chiunque voglia andarselo a leggere sul sito Internet del ministero dell’Economia e delle Finanze. Con una possibilità in più: i dati sono relativi ai primi otto mesi esatti del govemo Renzi. E sono perfettamente comparabili con quelli degli ultimi otto mesi del governo guidato da Enrico Letta, perché è proprio in quel periodo che sono iniziati i primi pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. E il raffronto che Libero oggi è in grado di offrire ai suoi lettori è impietoso per il governo attuale. Perché Letta è stato due volte e mezzo più veloce e più efficace di
Renzi.

Ecco i numeri. Ad oggi nel bilancio dello Stato – grazie all’emissione di nuovi titoli di Stato dedicati – sono stati stanziati per pagare i crediti delle imprese con la pubblica amministrazione 56,839 miliardi di euro. Una cifra comunque inferiore ai 60 miliardi promessi da Renzi, ma non di molto. Solo che l’83,63% di questa somma, pari a 47,539 miliardi di euro, era già stata stanziata da Enrico Letta prima del ribaltone a palazzo Chigi. Quei soldi erano già tutti quando Renzi ha fatto le sue promesse in Parlamento e a Ballarò. Quindi non potevano fare parte dei 60 miliardi promessi, che avrebbero dovuto essere nuovi pagamenti. In otto mesi Renzi ha stanziato invece solo 9,3 miliardi di euro, pari al 16,37% dello stanziamento totale. Avere stanziato soldi non basta, però. Oltre a metterli in bilancio aumentando il debito pubblico italiano, bisogna anche metterli a disposizione di ministeri ed enti locali che sono poi quelli che materialmente debbono saldare i debiti che hanno con le imprese italiane per le commesse ricevute in passato. Di quei 56,839 miliardi stanziati solo 38,4 miliardi sono stati messi a disposizione degli enti pubblici che dovevano pagare entro il 22 settembre scorso.

Ma anche questa cifra racconta solo in parte. Perché i debiti effettivamente saldati sono ancora meno: a quella data, dopo 16 mesi (8 di Letta e 8 di Renzi) i pagamenti effettivamente avvenuti ammontavano a 31,3 miliardi di euro. Di questi Letta ne ha effettuati durante il suo governo 22,430 miliardi, e cioè il 71,67% (quasi i tre quarti) dei pagamenti totali avvenuti. In otto mesi i soldi arrivati alle imprese grazie a Renzi sono appena 8,87 miliardi di euro, pari al 28,33% dei pagamenti totali. In media il governo Letta ha pagato debiti alle imprese per 2,8 miliardi al mese. Il governo Renzi per 1,1 miliardi al mese, quindi a velocità due volte e mezza inferiore al predecessore. Dei due è Matteo il premier lumaca, Letta al suo confronto sembrava Usain Bolt, il primatista mondiale dei 100 e 200 metri…