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Dal “benaltro” al “ditino alzato”

Dal “benaltro” al “ditino alzato”

Il Foglio

Il giorno prima dicevano che sarebbe stato necessario “benaltro”. Il giorno dopo affermano con la stessa sicumera che bisognava fare “di più e di meglio”. Gli indiziati sono i soliti: confindustriali, sindacati, opinionisti vari. Molti fra loro – non tutti, ben inteso, infatti Repubblica ieri per esempio titolava a tutta pagina “Articolo 18, vince Renzi” – non sembrano essersi accorti che due sere fa, alla direzione nazionale del Partito democratico, il segretario del principale partito della sinistra ha sostenuto che “l’imprenditore ha il diritto di licenziare”, lo ha ripetuto ieri in inglese al Washington Post nel caso non si fosse capito, e il partito in questione ha votato compatto una mozione per riformare di conseguenza il mercato del lavoro italiano. La minoranza ha fatto la minoranza, perfino in maniera meno granitica e originale di quanto ci si potesse attendere da politici così esperti.

Ma il punto resta: se la delega sarà approvata in Parlamento, e se il governo scriverà i decreti promessi, il mercato del lavoro sarà un po’ più flessibile di prima e perfino l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – concentrato legislativo di un’ideologia ormai fuori dal tempo – sarà completamente superato per i licenziamenti motivati da ragioni economiche. Sia chiaro: non fossero esigenti per definizione, i commentatori – noi inclusi – avrebbero poco da commentare. Ma dopo che per mesi si è tentato di sviare l’italiano medio, sostenendo che scalfire ancora l’articolo 18 era poi piccola cosa, diventa incomprensibile la puntigliosità riformatrice e simil-thatcheriana del giorno dopo. Proprio adesso che, a riforma politicamente acquisita, sarebbe perfino legittimo parlare di “benaltro” – dal welfare alla contrattazione aziendale – e su questo incalzare il governo.

Insistere, insistere, insistere

Insistere, insistere, insistere

Il Foglio

Mentre si inasprisce il dissenso nell’ala minoritaria del Pd e nei sindacati sull’abrogazione dell’articolo 18, abrogazione che il premier Renzi pone nel Jobs Act col contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, arrivano i dati sulla disoccupazione in agosto. Anche in Italia, come in Europa, la disoccupazione ha registrato una flessione. Rispetto ad agosto del 2013, da noi, la riduzione dei disoccupati e dello 0,9 per cento, mentre a livello europeo è dello 0,4. Rispetto a luglio, in Italia vi è una diminuzione di 2,4 punti, mentre nell’Unione europea vi è una sostanziale stabilità. Certo, il nostro tasso di disoccupazione è comunque più alto della media del Vecchio continente: è al 12,3 per cento, contro il livello medio dell’11,5 per cento. Ma la nostra riduzione è maggiore, nonostante che la dinamica del nostro pil non sia positiva, a differenza di quella europea che è di modesta crescita.

La spiegazione della nostra migliore performance sta nell’effetto benefico della riforma dei contratti a termine, attuata nei mesi scorsi. E ciò indica che la strada della liberalizzazione del mercato del lavoro, che Renzi persegue nonostante i mal di pancia nel Pd e nella Cgil, è quella giusta. D’altra parte, l’Istat informa che ad agosto la disoccupazione giovanile e aumentata di 0,7 punti rispetto all’agosto del 2013: 88 mila giovani occupati in meno in un anno, a un tasso del 44 per cento. Un record negativo su cui soffia Camusso per guadagnare un titolo sui giornali. Eppure il premier ha ragione a dare battaglia per il nuovo contratto privo di articolo 18: mira a eliminare la discriminazione a danno dei giovani, e chi lo avversa pensa solo al posto degli anziani.

Italia in recessione e senza lavoro

Italia in recessione e senza lavoro

Francesco Di Frischia – Corriere della Sera

L’Italia avrà un deficit pari al 3% del prodotto interno lordo per quest’anno e del 2,9 nel 2015. Che nel 2014 la tanto attesa ripresa dell’economia non fosse possibile, al di là di qualche piccolo segnale positivo, lo ha confermato ieri sera l’aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) 2014-2016, approvato dal Consiglio dei ministri. Del resto le primissime stime dell’Istat diffuse ieri indicavano un dato negativo del Pil anche per il terzo trimestre di quest’anno.

In base alle nuove stime di Palazzo Chigi, il rapporto tra debito e Pil si attesterà al 131,7% nel 2014 e al 133,4 nel 2015: il pareggio strutturale di bilancio slitta così al 2017, un anno in più rispetto alle previsioni del Def illustrate dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan ad aprile. Per quanto riguarda il Pil, il governo Renzi ipotizza nel 2014 un dato negativo (-0,3%), per poi crescere dello 0,6% il prossimo anno grazie «all’impulso positivo della Legge di Stabilità», spiega il ministro Padoan secondo il quale nel Def il tasso di disoccupazione si attesterà al 12,6% nel 2014 e al 12,5% nel 2015.

Altre cattive notizie per l’occupazione vengono dall’Istat che «nonostante qualche segnale positivo», non vede «nel mercato miglioramenti significativi». Preoccupa soprattutto il tasso della disoccupazione giovanile: ad agosto è pari al 44,2% (+ 1% rispetto a luglio e +3,6 nel confronto tendenziale), facendo così registrare il peggior risultato dal 1977. Piccolo segnale positivo arriva dal tasso di disoccupazione generale che ad agosto si attesta sul 12,3%, facendo segnare una piccola diminuzione in termini congiunturali (0,3) e rispetto agli ultimi 12 mesi (0,1): i senza lavoro sono 3 milioni e 134 mila (82 mila in meno rispetto al mese precedente). In pratica ci sono 32 mila occupati in più rispetto a luglio, fa notare il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e il numero dei disoccupati diminuisce del 2,6%.

Altro indicatore che spinge l’Italia in deflazione è l’indice nazionale dei prezzi al consumo che a settembre diminuisce dello 0,3% rispetto ad agosto e dello 0,1 se lo si paragona a settembre 2013. In questo quadro a dir poco negativo il Cnel definisce «una ipotesi irrealizzabile» una discesa del tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi (7% nel 2007) perché questa operazione «richiederebbe la creazione da qui al 2020 di quasi 2 milioni di posti di lavoro».

Tre buchi aperti dal Tfr in busta

Tre buchi aperti dal Tfr in busta

Massimo Fracaro e Nicola Saldutti – Corriere della Sera

La liquidazione, per chi ancora ce l’ha, rappresenta da sempre per i lavoratori una retribuzione differita. Una sorta di polizza sul futuro da usare per comprare una casa per le vacanze, far studiare i figli, aiutarli a mettersi in proprio. Il governo, alle prese con la necessità di rilanciare la crescita, sta studiando la possibilità di anticipare l’utilizzo di questo risparmio e, dal primo gennaio 2015, restituirlo direttamente in busta paga (si parla al 50%, forse in via transitoria e per scelta volontaria).

Un cambiamento epocale, con l’obiettivo di rimettere in moto la macchina inceppata dei consumi. Una finalità senza dubbio condivisibile che però suscita alcuni dubbi, da dissolvere in fretta. La coperta del Tfr (Trattamento di fine rapporto o liquidazione) non può, infatti, bastare a servire due padroni: i consumi e i risparmi degli italiani. Addirittura tre se si considera che, in base alla legislazione attuale, il Tfr è considerato il principale strumento di finanziamento della previdenza integrativa. Pochi l’hanno utilizzato a questo scopo. Se il fine è quello di mettere più soldi in busta paga, la strada maestra resta quella di ridurre le tasse.

Il premier Matteo Renzi ha già chiarito che la riforma potrà partire solo dopo la firma di un protocollo tra l’Associazione bancaria (Abi), la Confindustria e il governo. Un accordo che dovrebbe garantire alle piccole imprese i finanziamenti necessari a coprire l’esborso. E qui si cominciano a delineare i primi ostacoli. Gli accantonamenti annuali per il Tfr ammontano a 25 miliardi, secondo i calcoli di Alberto Brambilla, l’autore della norma sul trasferimento del Tfr nei fondi pensione. Di questi, 5,2 confluiscono nella previdenza complementare, 6 vengono versati dalle imprese con più di 50 dipendenti all’Inps e ben 14 sono finanziamenti per le piccole imprese. Con quel Tfr si costruiscono capannoni, si fa ricerca.

Mettendo il Tfr in busta paga si aprirebbero, senza interventi compensativi, tre buchi: all’Inps verrebbero a mancare tre miliardi l’anno, i fondi pensione potrebbero contare su meno risorse e la previdenza integrativa continuerebbe ad avere vita stentata. E le aziende, all’improvviso, si vedrebbero private di una fonte di credito decisiva, proprio mentre la politica dei prestiti non è delle più agevoli. L’allarme dei piccoli c’è già, bisogna ascoltarli. Da chiarire anche quale sarà il trattamento fiscale di queste somme ricevute in anticipo. Dovrà essere analogo a quello attuale; la liquidazione non può fare cumulo con gli altri redditi, altrimenti l’unico a guadagnarci sarebbe il Fisco. Con buona pace dei consumi.

L’amaca

L’amaca

Michele Serra – La Repubblica

L’articolo 18, ben al di là dei suoi meriti e dei suoi demeriti, è diventato il capro espiatorio dello scontro finale (inevitabile) tra il mondo del posto fisso e quello della mobilità. Che nel primo ci fossero più garanzie per chi lavora e nel secondo di meno, è perfettamente vero. Ma che il secondo possa sentirsi più garantita grazie all’articolo 18, è abbastanza falso. Lo stesso concetto di reintegro, mettendo l’accento, più che sui diritti violati, sul posto di lavoro inteso quasi come ‘luogo di residenza’, evoca un assetto del lavoro precedente 1’attuale.

È piuttosto convincente quello che scrive (sul Post) Ivan Scalfarotto: in Inghilterra il concetto di reintegro non esiste, ma in caso di licenziamento per ragioni discriminatorie la legge ha la mano molto pesante con il datore di lavoro riconosciuto colpevole. Certo, la la giustizia è veloce e la discriminazione (razziale, religiosa, politica, sessuale) è colpa grave. Da noi il lavoratore licenziato per ingiusta causa rischia di restare a casa senza stipendio e in attesa di una sentenza e di un risarcimento economico che arriveranno dopo anni. Ma mettere mano alla precarietà, alla disoccupazione, alla sottoccupazione è davvero tutt’altra materia rispetto a un provvedimento bandiera nato quando si licenziava per cacciare dalle fabbriche i sindacalisti e i comunisti. Ora dalle fabbriche è stata cacciata una generazione quasi al completo, e la vera ‘ingiusta causa’ è la fuga dei capitali dal mondo della produzione, è la morte del lavoro. Non riguarda più solamente le ‘avanguardie di classe”. Riguarda tutti.

Cambiare tutto senza cambiare nulla

Cambiare tutto senza cambiare nulla

Tito Boeri – La Repubblica

La mediazione via sms all’interno del Partito Democratico, di cui ha dato conto questo giornale sabato scorso con il testo dei messaggini fra Matteo Renzi e Sergio Chiamparino, rischia di rendere il Jobs Act del tutto inefficace nell’incoraggiare incrementi di produttività e più assunzioni con contratti a tempo indeterminato. Speriamo che, mettendo da parte i cellulari, e affrontando il merito dei problemi, vi si ponga rimedio.

La direzione Pd lunedì ha approvato a larga maggioranza, non prima di deflagranti polemiche e minacce di scissione, un ordine del giorno che mantiene in vigore, fin dal primo giorno di vita di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la reintegrazione del lavoratore in caso “di licenziamenti ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie”. Questo significa che i licenziamenti individuali continueranno a essere fin da subito molto costosi, trattando un neo-assunto come un lavoratore già presente da 20 anni nell’azienda. In barba a quelle “tutele crescenti con l’azienda aziendale” cui fa esplicitamente riferimento l’emendamento governativo al disegno di legge delega recentemente approvato dalla Commissione Lavoro al Senato. Vediamo di capire perché.

Oggi un datore di lavoro che volesse licenziare un dipendente può addurre sia ragioni di natura disciplinare (legate al comportamento del lavoratore) che economica (legate alla performance dell’impresa). Se il giudice ritiene che queste motivazioni siano infondate (si parla di “manifesta insussistenza” nel caso di licenziamenti economici), può imporre la reintegrazione del lavoratore. Si vuole ora mantenere questa possibilità per i soli licenziamenti disciplinari. Ma il confine fra licenziamenti economici e licenziamenti disciplinari è molto sottile. I datori di lavoro avranno, nel caso in cui questa modifica entrasse in vigore, l’incentivo a perseguire solo la strada dei licenziamenti economici, anche nel caso di comportamenti opportunistici di un proprio dipendente, dato che, almeno sulla carta, i licenziamenti economici costano di meno dei licenziamenti disciplinari. Mentre un lavoratore licenziato per ragioni economiche potrà sempre far valere davanti al giudice il fatto che l’azienda volesse in realtà punirlo per il proprio comportamento. In questo caso, anche se il difetto del lavoratore fosse documentabile, ma l’impresa avesse altri modi di “punire” il lavoratore senza licenziarlo (ad esempio cambiando gli orari di lavoro), il giudice potrà imporre all’azienda il reintegro del dipendente. Si tratta perciò di una modifica marginale, del tipo di quella imposta dalla Legge Fornero con il principio della “manifesta insussistenza”, che viene peraltro in questo caso introdotta solo per i nuovi assunti, mentre la legge Fornero cambiava le regole per tutti i lavoratori.

Per quanto il legislatore possa definire con precisione i licenziamenti disciplinari (“la qualificazione specifica della fattispecie” cui fa riferimento il testo approvato lunedì), con questa mediazione si crea una forte asimmetria fra licenziamenti illegittimi di diversa natura, aprendo lo spazio al contenzioso. Nei paesi Ocse, la norma è quella di trattare tutti i licenziamenti illegittimi allo stesso modo, indipendentemente dalle ragioni inizialmente addotte dalle imprese. Da noi, invece, si mettono paradossalmente in una posizione di vantaggio i lavoratori coinvolti in un procedimento disciplinare rispetto a quelli coinvolti in una crisi aziendale di cui non hanno colpa alcuna. Se il licenziamento viene considerato legittimo, non riceveranno nulla come pure i lavoratori che hanno perso il lavoro per motivi economici. Se, invece, il licenziamento venisse considerato dal giudice senza giusta causa, il lavoratore licenziato per questioni disciplinari potrà essere reintegrato sul posto di lavoro, a differenza di chi ha avuto la sfortuna di trovarsi in un’azienda in crisi. Gli incentivi sono perversi: per aumentare la produttività bisognerebbe proprio scoraggiare i comportamenti opportunistici.

A chi oggi deve creare lavoro in Italia importano due cose. Primo, vuole essere rassicurato sul fatto che un eventuale errore nella selezione dei candidati, inevitabile quando si assume per le prestazioni più complesse richieste dalla stragrande maggioranza dei nuovi lavori, questo errore fosse rimediabile con costi certi e contenuti, tipo una compensazione monetaria fissata per legge. Secondo, vuole essere sicuro che il dipendente si impegnerà a svolgere sempre meglio le proprie mansioni “imparando facendo”. Il Jobs act uscito dalla direzione del Pd non cambia nulla su questi due piani. Di più, non viene neanche a sanare la contraddizione introdotta dal decreto Poletti che, permettendo di fatto un periodo di prova di tre anni, scoraggia qualsiasi assunzione a tempo indeterminato e la stessa conversione dei contratti temporanei in contratti permanenti, come certificato dai dati sulle comunicazioni obbligatorie raccolti dal ministero di cui Poletti è titolare.

È sconcertante, infine, che materie così importanti, che riguardano milioni di lavoratori, vengano negoziate via sms. Credevamo che con la nuova politica, l’arte del confronto, della mediazione e della ricerca del consenso, fosse un’altra cosa.

Spesa PA, contratti al setaccio per un piano di risparmi da 7 miliardi

Spesa PA, contratti al setaccio per un piano di risparmi da 7 miliardi

Andrea Bassi – Il Messaggero

La lettera a firma congiunta inviata a sindaci e governatori dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli e dal super-commissario anticorruzione Raffaele Cantone per segnalare gli sprechi negli acquisti è stata solo «l’antipasto». Nei prossimi mesi tutti i contratti siglati da Comuni, Regioni, Asl e da tutte le altre articolazioni della macchina pubblica, saranno messi al setaccio attraverso l’incrocio di quattro banche dati: quella dell’Authority di vigilanza sui contratti (oggi Anac), quella della Consip, la società per la razionalizzazione della spesa, il Siope e il Sicoget, che sono due database gestiti dalla Ragioneria dello Stato e registrano tutti i giorni ogni spesa pubblica. Chiunque sarà pescato a pagare un bene o un servizio più della Consip (il decreto sui benchmark è stato appena pubblicato) o ad un prezzo più alto di quello di riferimento che sarà presto stabilito dall’Anac, sarà costretto a rinegoziare il contratto e ad adeguarlo ai prezzi di riferimento. Il governo va avanti sulla strada della spending review, dalla quale conta di ricavare nel 2015 fino a 7 miliardi di euro attraverso risparmi ed efficienze. Un obiettivo possibile? «Certo», spiega a Il Messaggero Domenico Casalino, amministratore delegato della Consip, «ma ad alcune condizioni». Quali è presto detto. «Si dovrebbe introdurre una norma», dice Casalino, «che obblighi tutti gli enti ad effettuare una programmazione annua dei loro fabbisogni di acquisto di beni e servizi».

Uno dei principali problemi che si frappone alla razionalizzazione della spesa sono le continue proroghe ai contratti in essere. «Spesso sindaci e assessori, spiega Casalino, «vengono informati che un contratto sta per andare a scadenza solo pochi giorni prima che questo accada, e a quel punto l’unica strada resta la proroga». Una programmazione annuale con un piano delle gare da fare, insomma, permetterebbe di superare questo ostacolo. La seconda condizione e che «si parta subito con la riduzione delle centrali d’acquisto». Matteo Renzi ha preso l’impegno a ridurle da 32 mila a sole 35. La norma che prevedeva il taglio, tuttavia, è slittata al 2015. «Bisogna recuperare il tempo perduto», aggiunge Casalino, «il cronoprogramma prevedeva per quest’anno la riduzione delle centrali d’acquisto, per il prossimo la messa a bando delle gare e per il 2016 i risparmi». La montagna della spesa per beni e servizi (132 miliardi) è ancora alta, ma la scalata e cominciata. La Consip presidia 40 miliardi di questa spesa con 16 miliardi di gare in corso. Alla fine dell’anno riuscirà a garantire 5 miliardi diretti di risparmi, che salgono a 8 miliardi se si considerano le altre efficienze (ogni gara in meno che viene bandita da un Comune o da una Regione lo Stato risparmia tra 50 e 500 mila euro).

Intanto ieri sulla spending review è intervenuto anche il commissario Cottarelli. «Stiamo lavorando», ha detto ascoltato in audizione al Senato, per inserire in legge di Stabilità «una proposta organica di riordino delle partecipate locali». Del pacchetto delle sue proposte ancora non è certo cosa sarà inserito: la scelta, ha sottolineato, «spetta alla politica». Nel suo dossier il commissario aveva stimato risparmi possibili per 500 milioni di euro il primo anno e di 2-3 miliardi a regime nel triennio. Cottarelli ha anche proposto di mettere un limite di nove anni agli incarichi dei manager pubblici per evitare che si consolidino posizioni.

Raggiro Tfr

Raggiro Tfr

Davide Giacalone – Libero

Tutti a guardare il valzer del 18, distraendosi dalla tarantella del Tfr. Il 18, dopo annunci, rinculi e ripartenze somiglia sputato a quello che è in vigore. Ma mentre quella danza rischia di produrre ben poco, un elefante entra in cristalleria e nessuno se ne cura. Mi riferisco all’idea di mettere il Tfr (trattamento di fine rapporto) in busta paga. Idee di questo tipo possono venire solo a chi vuol far crescere il gettito fiscale avendo l’aria di far regali e diminuire le tasse.

Un paio di nozioni, per ancorare le parole ai fatti. Per il lavoratore il Tfr è un risparmio forzoso che da luogo a un reddito differito. Sono soldi suoi, ma li avrà alla fine. Punto essenziale: sono tassati in maniera agevolata, meno del reddito, che non concorrono a definire nella sua base imponibile. Per il datore di lavoro il Tfr si iscrive al passivo nello stato patrimoniale e in dare nel conto economico. Un accantonamento contabile. Sono uscite solo i Tfr effettivamente pagati. Con la riforma del 2005 il dipendente può scegliere di destinare il proprio Tfr alla previdenza complementare: continua a non prenderlo, ma lo accantona da un’altra parte. Con la finanziaria del 2007 si è stabilito che tutte le aziende sopra i 50 dipendenti devono versare il resto del Tfr, quello non optato per diversa destinazione dai lavoratori, in un fondo complementare dell’Inps.

Veniamo al dunque: cosa succede se il Tfr lo si trova in busta paga? Per rispondere si dovrebbe sapere cosa esattamente il governo intende dire, il che, al momento, è materia da cartomanti. Ma, comunque la si giri, le sorprese saranno sgradevoli. Intanto, se il Tfr lo si paga ogni mese è come dire che è stato abolito. Un reddito differito che non è più differito è solo un reddito. A che aliquota viene tassato? Perché se rimane la tassazione agevolata, pur venendone meno il presupposto, ne deriva che il reddito è tassato in modo diverso a seconda delle sue componenti. Che non solo non è una semplificazione fiscale, ma una complicazione mortale. Se, invece, come sembrerebbe logico, è tutto tassato secondo le aliquote Irpef, allora vuol dire che si aumenta il prelievo fiscale. Ma non basta, perché entrando il Tfr in busta paga tutti quelli che si trovavano poco sotto ai margini della soglia per avere gli 80 euro (26mila euro) si vedranno togliere il bonus. Tirate le somme, non solo pagheranno più tasse, ma perderanno la restituzione di una loro parte. Detto in modo ruvido: riceveranno soldi loro e perderanno il regalo governativo. Per non dire di quelli che saliranno di scaglione Irpef, candidati a subire una grattugiata fiscale. Per evitare un simile flagello, che si tradurrebbe in minore reddito disponibile nonostante il falò del risparmio forzato, occorre una normativa specifica. Di cui non solo nessuno ha parlato (non rientra fra gli annunci che fanno tendenza), ma che è complicatissima da scrivere e applicare. Ove mai ci si riuscisse, resterebbero alcune altre, macroscopiche ingiustizie.

Intanto sembra escluso che i lavoratori pubblici trovino il Tfr in busta paga, perché questo aumenterebbe il deficit statale. Così, però, non solo non si eliminano i lavoratori di serie A e B (che non spariscono neanche per il 18, visto che la mediazione sembra consistere nel conservarlo per chi già lo ha), ma si creano altre differenziazioni. Così come si penalizzano quanti hanno destinato il Tfr a fondi complementari, perché incassarlo, quindi saltare il versamento, equivale a violare un accordo contrattuale, il che crea danni. Puoi proteggere quelli del fondo Inps, tanto oramai è dato per scontato che lo Stato ne ripiani i buchi, ma non lo puoi fare per gli altri. Così come non puoi proteggere le imprese che si vedrebbero portar via l’accantonamento con il quale, spesso, garantiscono i prestiti destinati agli investimenti. Dice Renzi che si devono fare accordi con le banche, ma egli vive in un mondo fantasioso, dimentico dei vincoli che sulle stesse banche gravano: se prestano soldi per compensare cassa bruciata impattano direttamente nei limiti previsti da Basilea 3 e si chiede loro maggiore patrimonializzazione. Chi ce li mette, quei soldi?

Morale della favola: non solo i contorni della faccenda sono a dir poco nebbiosi, non solo c’è il forte rischio che si traduca in un autogol, per i presunti beneficiari, ma se anche le cose andassero per il meglio il risultato sarebbe quello di aumentare il reddito indirizzato ai consumi (in gran parte bollette, che, difatti, possono permettersi di aumentare) diminuendo il capitale destinabile agli investimenti. L’esatto contrario di quel che si dovrebbe fare. Il tutto per evitare quella che sarebbe la giusta dottrina: diminuire le tasse sul lavoro, per diminuirne il costo e aumentarne il valore, non prendere i soldi accantonati e passarli subito al tritacarne fiscale.

Un sindacato fuori dalla realtà

Un sindacato fuori dalla realtà

Gaetano Pedullà – La Notizia

L’Italia non funziona perché buona parte della classe dirigente è completamente dissociata dalla realtà. Abbiamo parlamentari che bloccano le Camere settimane intere per votare due giudici della Corte costituzionale mentre il Paese segna uno dopo l’altro tutti i record negativi di Pil, disoccupazione, disperazione. Non ci mancano i magistrati, che nel disastro della giustizia hanno dedicato anni di lavoro e spaventose risorse pubbliche solo per processare Ruby e gli affari di Berlusconi sotto le lenzuola.

E che dire del sindacato, con la signora della Cgil Camusso che ieri l’ha sparata più grossa del solito, sostenendo che attorno ai sindacati e alla loro battaglia per salvare l’articolo 18 sta crescendo il consenso. Quale consenso signora? E sulla base di quale riscontro afferma quello che dice? Forse domani arriverà il soccorso amico di qualche sondaggista, ma se guardiamo i numeri che contano questi ci dicono che gli iscritti alle confederazioni sono al minimo storico. Numeri veri – come il 40% dei consensi arrivati a Renzi per fare le riforme o il 44% di giovani disoccupati frutto delle politiche imposte dai sindacati – contro numeri sognati. Un sindacato fuori dal mondo.

Il grande imbroglio dei signori delle autostrade

Il grande imbroglio dei signori delle autostrade

Giorgio Ragazzi – Il Fatto Quotidiano

La produzione industriale è crollata, migliaia di imprese chiudono, ma c’è un settore che non conosce crisi: le autostrade. Nel 2012-13 il traffico è diminuito del 10% ma, grazie agli aumenti tariffari, gli introiti complessivi da pedaggi sono persino aumentati. Dal 2010 i pedaggi (in media) sono cresciuti del 15%, il doppio dell’inflazione del periodo. Come si spiega?

La regolamentazione tariffaria si è sviluppata in modi contorti negli ultimi due decenni (si veda il mio libro (Signori delle Autostrade, il Mulino, 2008) con la sovrapposizione di sempre nuove norme, lasciando scegliere alla concessionaria quale sia per lei più conveniente. La convenzione di Autostrade per l’Italia (ASPI) prevede incrementi tariffari senza alcuna relazione col livello di profitto. La maggior parte delle altre concessionarie si è avvalsa della facoltà di richiedere il “riequilibrio del piano economico-finanziario”, facoltà introdotta con la delibera Cipe 39/2007. All’inizio di ogni periodo regolatorio (ogni 5 anni) si definisce, su proposta della concessionaria, un piano economico-finanziario che deve prevedere incrementi di tariffa tali da assicurare alla concessionaria, sulla base delle previsioni di costi e ricavi, una “congrua remunerazione” sul capitale investito. Lo Stato assicura comunque a queste imprese un “congruo” profitto, al riparo anche da ogni possibile “rischio traffico”. Sul capitale proprio investito il rendimento assicurato è di 4 punti sopra il rendimento medio dei buoni del Tesoro decennali: davvero ottimo, per i tempi che corrono, e a rischio zero.

La formula segreta del profitto garantito

Ma come viene determinato l’ammontare del capitale proprio da remunerare? Nelle concessionarie gli azionisti non hanno mai versato capitali se non per importi irrisori: tutto è stato finanziato a debito, e i debiti sono stati rimborsati coi pedaggi. Qual è dunque l’origine e come è determinato il capitale proprio da remunerare? È un mistero sepolto nei piani finanziari, rigorosamente secretati. Le rivalutazioni monetarie effettuate ancora pochi anni addietro da varie concessionarie, in particolare quelle dell’ASTM (gruppo Gavio), vengono considerate come maggior capitale proprio investito? Pare che sia questo il motivo per il quale quelle concessionarie, richiedendo il riequilibrio economico-finanziario, hanno ottenuto elevati incrementi tariffari.

Ci dicono che il motivo principale degli aumenti di tariffa sia la necessità di remunerare gli investimenti. Dai dati risulta però che di investimenti le con- cessionarie ne hanno sempre fatti molto pochi, e con ritardi di decenni rispetto ai piani concordati. Nel 2013 le concessionarie hanno incassato 4.900 milioni per pedaggi e registrato utili di 1.100 milioni ma hanno fatto investimenti per poco più di 900 milioni. La maggiore concessionaria, Autostrade per l’Italia, ha avuto un flusso di cassa operativo di 1.230 milioni ma ha investito solo 470 milioni (dato della Vigilanza). Paghiamo un altissimo scotto sulla mobilità a fronte di investimenti modestissimi.

Vediamo comunque come vengano remunerati questi investimenti. La delibera CIPE del 2007 prevede che l’incremento di tariffa debba essere determinato in modo che “il valore attualizzato dei ricavi previsti sia pari al valore attualizzato dei costi ammessi… scontando gli importi al tasso di congrua remunerazione”. Il criterio è perfetto ma la sua applicazione discrezionale. L’eventuale incremento del pedaggio dipende dalla redditività attesa dell’investimento nell’arco della sua vita utile. Sarebbe necessario aumentare il pedaggio solo se la redditività attesa dell’investimento fosse inferiore al tasso di rendimento che si intende assicurare al concessionario. Ma, in tal caso, perché l’Ispettorato autorizza investimenti non remunerativi? Se per finanziare nuovi investimenti occorre aumentare di molto i pedaggi anno dopo anno significa che si fanno pessimi investimenti o che il ministero sbaglia i conti.

Quantificare i benefici degli investimenti è difficile. Consideriamo l’investimento più rilevante, la costruzione di nuove corsie. Le concessionarie (Autostrade per l’Italia in particolare) sostengono che questi investimenti migliorano la qualita del servizio, ma non generano apprezzabili incrementi di proventi da maggior traffico e devono pertanto essere remunerati con incrementi di tariffa. Ma su una rete già tanto congestionata come quella italiana l’aggiunta di corsie parrebbe invece essenziale per sostenere ulteriori incrementi di traffico i cui proventi vanno interamente a vantaggio della concessionaria: se si quantificasse questo beneficio potrebbe non esservi bisogno di aumentare i pedaggi. Se una nuova corsia non è in grado di ripagarsi con maggior traffico nell’arco dei quasi 30 anni di vita residua di una concessione come quella dell’ASPI, perché realizzarla? E se è in grado di ripagarsi, perché concedere incrementi di tariffa?

Chissà perché i lavori sono sempre “urgenti”

In Francia e in Spagna non sono previsti incrementi di tariffa per finanziare investimenti in nuove corsie o in migliori sistemi di esazione: la scelta di convenienza viene lasciata alla concessionaria. In Italia invece gli investimenti sono proposti dalle concessionarie ma “assentiti” dal ministero che ne garantisce quindi la redditività ex ante con incrementi di tariffa. Nella logica del sistema italiano le concessionarie hanno tutto l`interesse a sottovalutare la redditività attesa dei loro investimenti per farseli remunerare con incrementi di pedaggi, visto che se poi in futuro la redditività risulterà maggiore di quella concordata con l’Ispettorato tutto il beneficio resterà acquisito alla concessionaria stessa. Gli investimenti sono poi proposti dalle concessionarie e pertanto il sistema tende a selezionare quelli che appaiono di volta in volta più utili alle concessionarie stesse piuttosto che al paese.

Un tipico esempio storico può essere quello dell`autostrada Torino-Milano. Negli anni 90, questa autostrada aveva tre corsie con piazzole d’emergenza ed era ampiamente sufficiente per il traffico. Allargare l’autostrada e costruire una corsia d`emergenza non era certo un investimento prioritario per il Paese, ma lo era invece per la concessionaria che, proponendo questo e altri minori investimenti è riuscita a ottenere chela concessione in scadenza nel 1999 fosse prorogata prima sino al 2014 e poi ancora sino al 2026. I lavori per la corsia di emergenza non sono ancora terminati mentre i pedaggi negli ultimi anni sono addirittura raddoppiati. Parrebbe che in questo caso gli investimenti vengano pagati due volte: prima con le proroghe della concessione e poi con gli aumenti di tariffa.

Ogni concessionaria a rischio di scadenza della concessione individua nuovi lavori “urgentissimi” che ne giustifichino la proroga: nuove corsie o nuovi tratti come il prolungamento da Parma a Nogarole Rocca che ha consentito alla Cisa di ottenere una proroga della concessione dal 2010 al 2031 (oltre a forti aumenti di tariffa). Per la Serenissima (Brescia-Padova) è assolutamente necessario costruire il tratto Piovene Rocchette-Rovigo (Valdasticco nord), anche se non pare di per se né essenziale né remunerativo, perché solo cosi potrebbe ottenere anch’essa una bella proroga della concessione già scaduta ed evitare quindi il rischio da tutte più temuto, quello che si faccia una gara per il rinnovo. Per le concessionarie non esistono investimenti a rischio: la remunerazione in tariffa è garantita e c’è sempre la possibilità di richiedere il “riequilibrio” del piano economico finanziario.

Anche quando si sbagliano di molto le previsioni di costo e di traffico, come nel caso della Asti-Cuneo, ecco che viene prospettata (dalla ASTM) una soluzione facile ed anche profittevole: accorpare quella concessione ai due tronchi (Torino-Milano e Torino-Piacenza) ed ottenere pure un’altra bella proroga per quelle due concessioni che altrimenti scadrebbero prima della Asti-Cuneo. Gli ignari utenti continueranno a pagare pedaggi sempre crescenti e le concessionarie ad incassare profitti sicuri per altri decenni. Ed è proprio per agevolare questo tipo di operazioni che è stato inserito nel decreto “sblocca Italia” l’articolo 5, che prevede appunto la possibilità di unificare tratte “attigue, interconnesse o complementari” in una nuova concessione che assicurerà comunque, anche in futuro, l`equilibrio dei conti.

I cantieri infiniti per evitare le gare

Di gare per rinnovi di concessioni in Italia non si è riusciti sinora a farne nessuna e pare che il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi sia determinato a non farne neanche in futuro, cercando di ottenere dall’Unione europea deroghe all’obbligo di rimettere in gara le concessioni scadute con l’usuale appiglio del completamento di tratte, magari previste in concessioni di 40 o 50 anni fa ottenute senza gara. Con un’inflazione ormai prossima allo zero appare sempre più inaccettabile per gli utenti e imbarazzante per il governo continuare ad aumentare di tanto i pedaggi (3,91% nel 2013 e 3,9% nel 2014). Per contenere in futuro questi aumenti è stato istituito un tavolo di lavoro tra Aiscat – l’associazione di categoria dei concessionari – e governo che considererebbe interventi in quattro direzioni: 1) prolungamento delle concessioni; 2) accorpamenti di concessioni e proroghe alle scadenze più lontane; 3) maggiori indennizzi di subentro a fine concessione; 4) slittamenti, cioè riduzioni, degli investimenti previsti.

Tutte queste misure, a fronte di una eventuale moderazione degli incrementi tariffari nei prossimi anni, hanno in comune un chiaro obiettivo: prolungare sempre di più verso un orizzonte infinito la durata delle attuali concessioni, e quindi gli utili delle concessionarie e l’onere dei pedaggi, rendendo anche sempre più difficile l’effettuazione di gare a fine concessione per il crescere degli indennizzi richiesti all’eventuale subentrante. I pedaggi, introdotti all’origine per finanziare opere come l’autostrada del Sole, sono divenuti per le concessionarie una rendita pressoché perpetua sulla quale poi lo Stato carica anche l’Iva e parte dei costi dell’Anas.