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L’impresa di resistere in un paese stanco

L’impresa di resistere in un paese stanco

Claudio Magris – Corriere della Sera

Nel Tramonto dell’Occidente – libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo per il suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici – Spengler annunciava che la civiltà occidentale – per lui sostanzialmente germanica – esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta. Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi. Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza – già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino – né dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano. Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà, nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.

È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese. La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione. Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza. Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.

Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione. Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato – con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità, i suoi ideali – la vita del Paese dal Dopoguerra (l’antifascismo e i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sé tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi. L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese.

L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacché la politica è la vita della Polis, della comunità. Un Paese senza. Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso. Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret. La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà».

Una manovra di “soli” 16 miliardi il Tesoro fa i conti con la flessibilità

Una manovra di “soli” 16 miliardi il Tesoro fa i conti con la flessibilità

Valentina Conte – La Repubblica

Troppo presto per brindare, visti anche i primi malumori della Merkel. Ma l’ipotesi di una moratoria biennale sul Six pack, la possibilità cioè per l’Italia di non dover incidere brutalmente col bisturi sui conti 2014-2015, risparmierebbe al Paese di certo una legge di Stabilità lacrime e sangue. Nessuna procedura di infrazione, dunque, se il deficit strutturale non è “close to balance”, vicino allo zero, il prossimo anno. Nessuna bacchettata se il percorso di riduzione del debito pubblico parte nel 2016, dodici mesi dopo. Più margini per fare politiche espansive e provare a rianimare il paziente, dopo la cura da cavallo. E cioè a far ripartire la crescita. Insomma, anziché una maxi manovra da 25 miliardi, ad ottobre l’Italia potrebbe evitare altri tagli draconiani o maggiori tasse per 8-10 miliardi. Una cifra pari quasi al costo del bonus degli 80 euro per il 20 1 5. Non male. 

«Un accordo di questo tipo sarebbe un aiuto importante, è evidente», riflette Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia. «Eviteremmo i rischi di inflazione. Resteremmo sotto il 3% nel rapporto deficit-Pil. Le manovra sarebbe meno complicata, da 15-16 miliardi anziché 23-25, coperta dalla spending review. E saremmo in grado di mantenere tutte le promesse, come il bonus, oltre a scongiurare tagli alle detrazioni fiscali. Non dover fare la correzione da almeno mezzo punto di Pil aiuterebbe, certo». Fermo restando, ricorda Zanetti, che oltre alla moratoria «è anche tempo di rivedere, nelle sedi tecniche europee, il Pil potenziale dell’Italia». Così com’è – pari a zero – «ci penalizza e rende gravosi gli aggiustamenti dei disavanzi strutturali».

Per ora vediamo se l’intesa sin qui solamente abbozzata e informale tra Juncker e la commissione Ue uscente reggerà alla prova (tedesca) dei fatti. «Sarebbe però sbagliato vedere la moratoria come una concessione da scambiare ad esempio con minori tutele per i lavoratori», avverte Stefano Fassina, ex viceministro pd dell’Economia. Quell’obiettivo di riduzione dello 0,5% annuo del deficit strutturale, cioè al netto del ciclo economico avverso, «è assolutamente irrealistico, in uno scenario di recessione come l’odierno». Tra l’altro fissato con un’inflazione al 2%, mentre ora l’Eurozona si avvia alla deflazione. «Il Six pack non si applica punto. E non per concessione, ma perché il quadro è diverso». Sorpresa per la svolta europea che si prefigura, Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, ne soppesa però i vantaggi per l’Italia. «Una corda che si allenta, indubbiamente. Gli sforzi per l’aggiustamento del bilancio strutturale si sposterebbero al 2016. Non saremmo insomma costretti a modificare il tendenziale già ora, con la legge di Stabilità di ottobre. Un passo avanti imponente che tuttavia scavalca anche i possibili margini di flessibilità annunciati da Mario Draghi a Jackson Hole e inquadrati “nei limiti del fiscal compact”, le regole di riduzione del debito pubblico”. Qui siamo ben oltre». 

Sarà per questo che la Merkel è in ansia. «Se ci concederanno davvero questo margine, l’impatto sarà minimale sulla recessione», avverte però Luigi Guiso, economista e docente al Luigi Einaudi Institute for Economics and Finance. «Attenzione poi a non farne un uso cattivo. Il bonus da 80 euro doveva essere finanziato con tagli alla spesa. Allentare questo processo e magari usare la nuova flessibilità per coprire quello sconto fiscale potrebbe essere controproducente. Lo sconto ci toglie qualche castagna dal fuoco nell’immediato, certo non ci aiuta a uscire dalla crisi».

Questo non è un paese per giovani

Questo non è un paese per giovani

Ilvo Diamanti – La Repubblica

Temo che l’immagine di Renzi cominci a risultare inadeguata per raffigurare il Paese. Troppo “giovane” e “giovanile”. Troppo spavalda e, perfino, esagerata. Rispetto a un Paese che sembra viaggiare – e guardare – in direzione contraria. Cioè, verso il passato. Perché l’Italia mi sembra un Paese sempre più rassegnato. Che ostenta un ottimismo triste, attraversato da rabbia diffusa. È un Paese di pensionati, con tutto rispetto per chi la pensione se l’è guadagnata, dopo anni e anni di lavoro. Però, è difficile non rilevare le tensioni continue intorno al sistema pensionistico. Dal punto di vista sociale e politico. Perché l’età di accesso alla pensione si è “allungata”, per contenere il costo della previdenza pubblica, in una società sempre più vecchia. Dove i pensionati sono oltre 7 ogni 10 occupati. Ma, in questo modo, l’ingresso nel mercato del lavoro per i più giovani si è ulteriormente ristretto. Così la generazione dei padri – e, talora, dei nonni – sessantenni vorrebbe andare in pensione. Ma non ci riesce. Neppure quando il governo, come ha fatto nelle scorse settimane, lo prevede. Ad esempio: per gli insegnanti (cosiddetti) “quota 96”. Che a 61 anni abbiano maturato 35 anni di contributi. Perché, dopo l’annuncio, si scopre che non ci sono le coperture, le risorse. Un po’ com’è avvenuto per gli “esodati”. Un’invenzione linguistica. Participio passato di un verbo che non c’è. Coniato per significare quelle persone sperdute, in “esodo” verso la pensione. Ma rimasti per strada. Pre-pensionati senza pensione. A causa di im-previsti legislativi. Esistono ma non si vedono. Sono “pensionandi”. In attesa che lo Stato trovi le risorse per “pensionarli” davvero, dopo la chiusura anticipata del rapporto di lavoro, negoziata con l’impresa.

D’altronde, l’Italia è un Paese schiacciato dalla spesa pubblica. Dal debito pubblico. Nonostante che il pubblico impiego sia in costante calo. Il 7% in meno negli ultimi 5 anni. Ma circa il 20%, per quel riguarda gli statali. Con l’esito, paradossale, che la spesa pubblica non è calata. Al contrario. Perché, come ha annotato Tito Boeri, alcuni giorni fa su queste pagine, “gli stipendi pubblici in meno si sono trasformati in pensioni in più da pagare, sempre a carico del contribuente”.

Questo Paese di esodati, pensionandi e aspiranti pensionati, come può avere e, prima ancora, “immaginare” il futuro? Al massimo: il presente. Ma, più facilmente, il passato prossimo. Nell’Italia di oggi, nonostante Renzi, il futuro: è ieri. Al massimo, stamattina. D’altronde, non per nulla, questo Paese per vecchi, come io stesso ho rilevato altre volte, sta perdendo e ha già perduto i suoi giovani. Che sono pochi e sempre di meno, visto che i tassi di natalità, in Italia, sono fra i più bassi dell’Occidente. Mentre i tassi di occupazione giovanile scendono e quelli di disoccupazione crescono continuamente.

I giovani: sono “esodati” anche loro. Visto che si contano circa due milioni di Neet, un altro neologismo per significare una popolazione fuori dalla scuola e dal lavoro. Dunque, anch’essa sperduta. Tra le pieghe dell’impiego temporaneo e informale. Protetta dalle famiglie, che offrono loro un ancoraggio, in attesa di una stabilità imprevista e imprevedibile. I giovani. Se ne vanno dall’Italia, se e quando possono. Sempre più numerosi. In particolare, durante i corsi di laurea. Utilizzano l’Erasmus, programma che prevede alcuni mesi di studio presso università straniere in convenzione con quelle italiane. Ma poi, dopo la laurea, ripartono di nuovo. Proseguono la loro “formazione” in altre università straniere. E spesso trovano impiego. Altrove. Perché l’Italia è un Paese di pensionati dove i giovani “esodano”. Soprattutto i “laureati”. Che sono sempre meno. Il 20% della popolazione fra 25 e 34 anni. Cioè, la metà della media Ocse. D’altronde, il saldo fra giovani laureati che escono e vengono, in Italia, è negativo (-1,2%, secondo un Rapporto di Manageritalia). Il peggiore della Ue.

Così, siamo diventati un paese di vecchi, attraversato da inquietudini e paure. Perché, quando si invecchia, crescono e si diffondono anche le paure. E ci si difende dagli altri, chiudendosi in casa. Guardando tutti con crescente sospetto. In Italia, più di due persone su tre diffidano di chi hanno di fronte (Oss sulla Sicurezza, Demos-Oss. Pavia-Fond. Unipolis). Perché ci potrebbero “fregare”. In particolare, preoccupano – e spaventano – gli stranieri che affollano l’Italia, in numero crescente. Perché sono tanti, sempre di più, quelli che arrivano. Con ogni mezzo. In particolare, dal Nord dell’Africa. Non per “piacere”, ma spinti da paure ben più immediate e drammatiche delle nostre. Le guerre, la fame, i conflitti. Fuggono dal loro mondo che è lì, a un passo dal nostro. E intraprendono viaggi brevi ma, spesso, infiniti. Perché finiscono in modo tragico. In fondo al mare. Ai nostri mari che assomigliano a cimiteri liquidi, dove si depositano, a migliaia, i corpi di migranti che tentano di scavalcare il muro che li separa da noi. Il Mare Nostrum che ormai è divenuto un Mare Mostrum. Quel tratto di mare: è un muro, una barriera. Costruita con le nostre paure, per difendere la nostra solitudine, la nostra vecchiaia infelice. Per coltivare la nostra indifferenza.

Noi, l’estremo confine d’Europa. Ultima frontiera di una civiltà senza più civiltà. Senza più pietà. Senza più futuro. Perché se fai partire i tuoi giovani (più qualificati) e tieni lontani quelli che vorrebbero entrare, dal Sud ma anche dall’Occidente, i poveri e i disperati, ma anche i più istruiti e specializzati: che futuro vuoi avere? Al massimo un passato. Sempre più incerto, anch’esso. E annebbiato. Come la memoria. Per questo la rappresentanza, o meglio, la “rappresentazione” offerta da Renzi, oggi, mi appare inadeguata. Troppo giovane e giovanile. Troppo giocosa. Rispetto al Paese: rischia di proporre uno specchio deformante. Difficile predicare la “crescita” se siamo in “declino” – demografico. Se i giovani sono pochi e quando possono se ne vanno. Non basterà, di certo, un gelato a farli rientrare. Né a farci ringiovanire tutti. Più facile, piuttosto, che lui, il premier, rispecchiandosi nel Paese, invecchi presto.

Se le semplificazioni rimangono una bandiera

Se le semplificazioni rimangono una bandiera

Antonello Cherchi – Il Sole 24 Ore

Semplicità: dovrebbe essere questa la parola che regola il vivere in Italia. Sono così tante le norme che della semplificazione hanno fatto la loro bandiera, che pensare il contrario apparirebbe paradossale. E invece è proprio così: il nostro Paese continua a essere ingessato dalla burocrazia e ad avere tanto bisogno di una profonda opera di snellimento.

Anche il decreto legge sblocca-Italia, approvato venerdì dal Consiglio dei ministri, ritorna sull’argomento e presenta una nuova serie di semplificazioni. Prima ancora – per rimanere al passato meno lontano – ci aveva provato il Governo Monti, che alla questione aveva dedicato un decreto legge ribattezzato proprio Semplifica-Italia. Se si scorre il decreto del Fare varato da Letta si incontrano misure per rendere più facile la vita alle imprese, ai contribuenti, ai lavoratori, per velocizzare le verifiche dell’Inps.
Non si può escludere che alcuni di quegli interventi abbiano sortito l’effetto annunciato. Nel complesso, però, è arduo sostenere che il confronto di tutti i giorni con la burocrazia sia meno faticoso. Di certo, non è così semplice come lascerebbero presupporre i tentativi legislativi adottati per renderlo tale.
D’altra parte, per una misura di semplificazione, ce ne sono altrettante (e anche di più) che introducono nuovi adempimenti. Il sospetto è che il saldo non sia mai pari a zero, ma i nuovi oneri finiscano per sopravanzare quelli cancellati.

Un modo per tenere questo tipo di contabilità ci sarebbe, ma come racconta la relazione sul primo anno di applicazione del taglia-oneri, non tutti i ministeri hanno tenuto fede all’impegno e, per di più, quelli che si sono adoperati lo hanno fatto in maniera a dir poco svogliata: hanno presentato un bilancio in pari, smentito però dagli imprenditori, a cui la misura è rivolta. Della quantificazione monetaria dei nuovi adempimenti, poi, neanche l’ombra. Ed è anche così che la burocrazia si alimenta: una disposizione nata all’insegna della semplificazione, si trasforma essa stessa in un onere. Richiede uffici che vi lavorino, relazioni annuali da presentare, programmi da definire, come quello recente con le nuove linee guida per la misurazione e la riduzione dei tempi e degli oneri amministrativi. Basta scorrerlo per capire come l’intera operazione abbia scarsissime probabilità di riuscire.

Non è certo l’unico caso. Con l’Air (Analisi di impatto della regolamentazione) e la Vir (Valutazione di impatto della regolamentazione) qualche anno fa si è cercato di andare anche più a fondo e di fare le pulci ai nuovi provvedimenti legislativi, così da capirne la reale necessità e quantificarne l’impatto finanziario. Invece, talvolta le nuove leggi ne sono sprovviste o quando li hanno sono come compitini di uno scolaro distratto. Sono diventati oneri tra gli oneri.

Dagli Usa all’Italia aspettando la vera ripresa

Dagli Usa all’Italia aspettando la vera ripresa

Fabrizio Galimberti – Il Sole 24 Ore

Prima c’era la crisi finanziaria, poi la Grande recessione, poi la crisi da debiti sovrani, ora i tremori geopolitici da Ucraina, Gaza e Medio Oriente… Non c’è pace per l’economia mondiale e diventa difficile discernere, nella nebbia del ciclo, il ruolo dei fattori strutturali, congiunturali e politico-militari.
L’analisi deve partire dagli Stati Uniti, e non solo perché sono tuttora – ma di poco – la più grossa economia del mondo. Nella costellazione delle economie gli Usa sono ancora la stella polare, che segna la direzione del ciclo internazionale. E questo sia per fattori reali – l’assorbimento dell’export diretto verso il più grande mercato del pianeta – che per fattori di fiducia – il mondo guarda all’America per confortarsi e ignorare i tristi epigoni di una supposta “stagnazione secolare” che dovrebbe invischiare le economie avanzate.

Allora, qual è lo stato di salute dell’economia americana? Buono, grazie. Gli Usa furono colpiti da una recessione diversa dal solito, una recessione che riguardava i fondi e non i flussi, una recessione da eccesso di debito che aveva incrinato i bilanci, specie delle famiglie. Questa balance sheet recession – recessione da bilancio – richiede una terapia lunga, ché il solo modo di uscirne è quello di raddrizzare il bilancio riducendo il debito, cioè risparmiando di più e consumando di meno. Una terapia ammirabile e nobile dal punto di vista della singola famiglia, ma che, praticata su vasta scala, toglie carburante alla caldaia dell’economia. Ora, tuttavia, i bilanci delle famiglie sono stati risanati, il debito è tornato a livelli fisiologici e la ricchezza, grazie ai tassi d’interesse bassi che sostengono il valore delle obbligazioni, all’effervescenza dei mercati azionari che continuano a macinare record e alla ripresa dei prezzi delle case, è a livelli tali da confortare i consumi. C’era però un problema in questa vicenda. Per contenere la recessione lo Stato si era doverosamente sostituito al settore privato nello spendere e nello spandere, e i deficit risultanti avevano poi costretto il settore pubblico a tirare anch’esso la cinghia.

La lentezza della ripresa americana è dipesa proprio da questo “uno-due”: sia le famiglie che lo Stato avevano un problema di risanamento del bilancio, e sia le une che l’altro dovevano faticosamente risalire la china del deficit andando cauti nella spesa. Ma, come per i conti delle famiglie, anche i conti pubblici negli Stati Uniti hanno mostrato rapidi miglioramenti e le previsioni dei saldi per l’anno in corso continuano a migliorare: il deficit federale viene visto oggi al 2,9% del Prodotto interno lordo. Sgombrato il campo, quindi, dalla fatica del risanamento dei bilanci, l’evoluzione dell’economia viene a dipendere dalle forze spontanee del ciclo, che negli Stati Uniti continuano a essere vive e vitali: il progresso tecnico non si arresta, la fucina dell’innovazione è sempre accesa, le condizioni monetarie sono permissive ed è ampia la disponibilità di lavoro e di capitale. La Borsa americana è fin troppo contenta (e naturalmente, spuntano come funghi le cassandre che annunciano “il grande crollo del 2014”), ma in fondo riflette, pur con qualche esagerazione, l’evoluzione dei profitti che sono, in quota di Pil, vicini ai livelli massimi del dopoguerra.

“L’altra metà del cielo” – i Paesi emergenti – sono in realtà più della metà, ché quest’anno c’è stato lo storico sorpasso: hanno oltrepassato il 50% dell’economia mondiale. Dietro a questo sorpasso ci sono quei fattori fondamentali che, fortunatamente, continuano a spingere la crescita: voglia di crescere, catch-up delle tecnologie, disponibilità di manodopera a basso costo, abbraccio dei valori di mercato e gradi di libertà delle politiche monetarie e di bilancio.

Cruciale è il ruolo della Cina, i cui problemi sono di una varietà che tutti vorrebbero avere: problemi da troppa crescita. Il rallentamento in corso nell’economia del Celeste impero – si fa per dire: dal +10% al +7/7,5% – non è segno di crisi incipiente: è un desiderabile scalar di marcia da una velocità di crociera insostenibile. Un giorno la Cina avrà una vera crisi, ma sarà dovuta a ragioni politiche, a una rivendicazione di libertà civili che mancano all’appello, adesso che le libertà economiche sono state in gran parte conquistate. Ma per adesso non ci sono grossi ostacoli a una crescita che si sta spostando verso la domanda interna e la faretra delle politiche economiche ha dentro molte frecce che possono essere utilizzate per sostenere l’espansione.

Per restare in Asia, quali sono le prospettive del Giappone? In un certo senso, la situazione giapponese ha alcune analogie con quella dell’Italia. La “terza freccia” all’arco del governo guidato da Shinzo Abe – le riforme strutturali, che avrebbero dovuto seguire le due frecce di politiche monetarie e di bilancio espansionistiche – stentano a carburare, come succede in Italia, dove purtroppo anche le prime due frecce non sono state di supporto alla crescita. Ma l’impressione è che la “Abenomics” costituisce un cambiamento di regime irreversibile e il Giappone ha una buona probabilità di tornare a crescere.

E in Europa? C’è, se pure su scala più modesta rispetto all’Italia, la stessa discrasia fra indicatori di fiducia e indicatori reali. Ma recentemente – e in questo caso la spiegazione è più geopolitica che economica – anche gli indicatori di fiducia mostrano segni di ripensamento. Segni specialmente evidenti in Germania, più vicina e più esposta alle preoccupanti vicende in Ucraina.

In conclusione, l’economia internazionale sta subendo i contraccolpi delle tensioni: fra rumor di sciabole e conflitti sanguinosi, l’economia segna il passo, anche se i fattori di crescita rimangono intatti. L’Italia – che il passo lo segna da molti anni – potrà vedere una vera ripresa solo se il resto del mondo riprende il cammino.

Le case nel labirinto dei prelievi locali

Le case nel labirinto dei prelievi locali

Raffaele Lungarella – Il Sole 24 Ore

Anche quest’anno i proprietari di immobili sono costretti ad aspettare l’autunno per sapere esattamente quanto pagheranno di imposte. Ma nelle prossime settimane potrebbero delinearsi anche diverse novità per il fisco immobiliare, destinate a riflettersi pure nel 2015.
Nel giro di dieci giorni i Comuni sono chiamati a deliberare le aliquote della nuova Tasi, l’imposta sui servizi comunali indivisibili che può colpire le prime case, ma anche – a scelta dei Comuni – tutti gli altri immobili (addossando all’inquilino, nel caso di fabbricati locati, una quota tra il 10 e il 30% del tributo).
Di fatto, poco meno di 2.200 Comuni su 8mila hanno deliberato le aliquote Tasi in tempo per il pagamento dell’acconto. Ora i Comuni ritardatari devono accelerare: entro il 10 settembre devono approvare e inviare le loro decisioni al sito internet del dipartimento delle Finanze, per consentirne la pubblicazione entro il 18 settembre e dare la possibilità ai contribuenti (che non l’hanno già fatto a giugno) di versare l’acconto entro il 16 ottobre. Il saldo, per tutti deve essere pagato entro il 16 dicembre. Termine entro il quale dovranno versare, in un’unica soluzione, l’imposta anche i contribuenti dei Comuni che continueranno a non deliberare: in questo caso per il calcolo si applicherà l’aliquota dell’1 per mille. Entro quella data dovrà essere versato anche il saldo dell’Imu (che si applica su tutti gli immobili diversi dalle abitazioni principali non di lusso).
Il prossimo 31 dicembre è una data importante per chi vuole ottenere il massimo vantaggio dai bonus sui lavori edilizi. Fino a quella data il l’ecobonus, relativo alle singole unità immobiliari, porta in dote una detrazione fiscale del 65% della spesa sostenuta; nel 2015 la percentuale passa al 50 per cento. Per le ristrutturazioni edilizie la detrazione passa dal 50% al 40 per cento. Attenzione, però: il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, ha annunciato che con la legge di stabilità per il 2015 si lavorerà per la proroga di entrambe le misure (in un primo tempo, invece, sembrava che la proroga del 65% potesse finire già nel pacchetto “sblocca-Italia”) .
Una spinta per rimettere in moto il mercato della casa è attesa anche dalle norme annunciate che permetteranno di portare in detrazione, per alcuni anni, una parte del prezzo di acquisto di una casa nuova o completamente ristrutturata a condizione che l’acquirente la affitti a canone concordato. Se funziona si dà una mano a smaltire lo stock di appartamenti invenduti accumulato con la crisi e si aumenta l’offerta di case in affitto a canone contenuto. Molto dipenderà però dalla formulazione finale del testo di legge, che dovrà passare attraverso la conversione del Parlamento.

Pil, consumi, investimenti: il barometro delle economie

Pil, consumi, investimenti: il barometro delle economie

Chiara Bussi – Il Sole 24 Ore

L’atleta americano sembra aver ritrovato slancio. L’eterno rivale cinese continua a correre, ma non viaggia più a pieni giri come prima. L’allievo giapponese, invece, fatica a rialzare la testa. E il Vecchio continente? Arranca sotto la spinta del mix letale tra recessione, deflazione e disoccupazione alle stelle. L’economia mondiale si presenta così alla prova d’autunno, con i nuovi rischi geopolitici in Ucraina e in Medio Oriente che si sommano alle incognite già esistenti. Tanto che a fine luglio il Fondo monetario internazionale ha ridimensionato le stime per l’anno in corso: il Pil mondiale crescerà del 3,4%, appena lo 0,2% in più rispetto al 2013. Una ripresina, insomma, con una forbice che va dal 7,4% della Cina all’1,1% dell’Eurozona e dove l’Italia secondo i pronostici rischia di essere la maglia nera tra i big, con una crescita di appena lo 0,3 per cento. E non sono da escludere ulteriori revisioni al ribasso nei prossimi mesi.

Tra le tante ombre si intravedono però alcuni spiragli di luce. La settimana scorsa la raffica di dati macroeconomici provenienti dall’altra parte dell’Atlantico ha portato buone notizie. Dopo la doccia fredda del primo trimestre da aprile a giugno il Pil americano ha segnato un balzo del 4,2 per cento. Non solo: i consumatori guardano con ottimismo agli sviluppi dell’economia e i prestiti alle aziende sono in netta accelerazione. Un test per verificare se esistono davvero buone prospettive per il terzo trimestre arriverà questa settimana con l’indice di fiducia del settore manifatturierio (previsto per domani) e con i dati sulle vendite di auto, in agenda per mercoledì.

Nei prossimi mesi gli occhi dei mercati saranno comunque ancora puntati sulla Fed. A ottobre, come preannunciato, calerà il sipario sul quantitative easing, il massiccio programma di acquisto di titoli di Stato, e il focus si sposterà sulla tempistica di un possibile rialzo dei tassi atteso nella seconda metà del 2015. Il numero uno della Fed, Janet Yellen, al simposio di Jackson Hole ha però scelto la strategia della prudenza e ha chiarito che la stretta potrebbe arrivare prima solo se i dati sul mercato del lavoro registrarenno un ulteriore miglioramento.

Dall’altro capo del mondo la Cina continua a correre, ma rallenta il passo. Il Pil del secondo trimestre ha segnato un rialzo del 7,5%, lo 0,1% in più rispetto ai tre mesi precedenti, ma ben lontano dalla performance a due cifre dei primi anni Duemila. L’obiettivo del governo è arrivare a una crescita «intorno al 7,5%» e puntare sui consumi interni. Nell’ultima pagella sullo stato di salute dell’economia cinese il Fmi ha però invitato il governo a evitare un eccessivo rallentamento. «L’andamento del Pil cinese nei prossimi mesi – sottolinea Ferdinand Fichtner, responsabile previsioni e politica economica del Diw di Berlino – è una delle grandi incognite per l’economia mondiale, perché non è chiaro se si tratti di un andamento pilotato o meno».

Il Giappone sembra aver definitivamente archiviato la deflazione che l’ha flagellato per una quindicina d’anni e il livello dei prezzi ha imboccato la via del rialzo. Il grattacapo principale per il premier Abe è ora la ricerca della via della crescita, dopo il segno negativo (-1,7% su base trimestrale e -6,8% annualizzzato) registrato nel secondo trimestre. Una contrazione così spiccata non si vedeva dal marzo 2011 ed è stata innescata dal crollo dei consumi di oltre il 5% scatenato dal rialzo progressivo dell’Iva. Il dato va di pari passo con una produzione industriale fiacca e investimenti in calo. Un duro colpo per l’Abenomics, l’ondata di riforme avviata da premier e Banca centrale nel 2012, con un quantitative easing su modello della Fed e numerosi propositi finora rimasti incompiuti. «L’unico modo che il governo ha per reagire a questa situazione di stallo – osserva Fichtner – è tenere la barra dritta e attuare le riforme annunciate».

In salita sarà nei prossimi mesi anche la strada della Zona euro. «Temo che dovremo convivere con la debolezza dell’area ancora per un po’», sottolinea l’economista di Diw. La spirale negativa del Pil è una minaccia sempre più concreta e nel secondo trimestre non ha risparmiato neppure la Germania. Come ridare vigore alla crescita? Fichtner non ha dubbi: «La strada è una sola: occorre ripartire dagli investimenti privati con la creazione di un nuovo Fondo europeo focalizzato sui prestiti alle Pmi, partendo dalla piattaforma già esistente alla Bei, la Banca europea per gli investimenti».

Se la mancata crescita toglie il sonno ai governi, gli ultimi dati hanno visto materializzarsi anche lo spettro della deflazione in Italia e Spagna. L’attenzione è ora rivolta alle prossime mosse della Bce e alla possibilità di un maxi-acquisto di titoli di Stato su modello della Fed. Per gli economisti di Intesa Sanpaolo la probabilità di un’azione in questa direzione resta però bassa ed è difficile che si avveri prima del nuovo anno. Ulteriori indicazioni potrebbero arrivare giovedì nella riunione dell’Eurotower. Comunque vada, in molti angoli del mondo l’autunno sarà rovente.

La sfida della crescita, l’importanza delle riforme

La sfida della crescita, l’importanza delle riforme

Mauro Calise – Il Messaggero

Sul lavoro che sta compiendo il governo Renzi resta ancora da capire quanto il premier sia davvero bravo nel gestire i dossier più scottanti, dal lavoro all’economia e alla giustizia. Per non parlare dei fascicoli aperti a tempo indeterminato, come le grandi riforme che sono, per definizione, incompiute. Tutti continuano a ripetere che i risultati tardano a venire, come se tutti ce l’avessero in tasca, la ricetta miracolosa. Dimenticando che i predecessori hanno fallito pur disponendo di maggioranze bulgare: politica per Berlusconi, tecnica per Mario Monti, bipartisan per Enrico Letta. E che i pari-grado all’estero versano in acque ben peggiori: Hollande continua a cambiare i titolari dei ministeri chiave, e a scendere in picchiata nei sondaggi. Ma a Renzi, anche per la giovane età, tocca almeno un esame al giorno. E i voti si van facendo più severi. Al premier, però, tutto questo non dispiace. Anzi, gli va a pennello. Ciò che conta, per i prossimi mesi, non è sfornare improbabili vittorie sul fronte dei dati duri di una ripresa economica che – Draghi ce l’ha fatto capire – non darà frutti prima di un paio di anni. Ma restare ben piantato al centro dei riflettori mediatici, tenendone saldamente il monopolio. Inventandosi ogni giorno un evento, un cambiamento di agenda, uno slogan accattivante. O un repentino cambio di passo, da sprinter a maratoneta. 

Ed ecco serviti tutti quelli che si erano adagiati sull’immagine di un Renzi obbligato a correre, costantemente proteso al sorpasso delle sue stesse iniziative. Il premier, da oggi, rallenta. Si prende tutto il tempo necessario a rimettere in pezzi un Paese scassato da cima a fondo. Da piè veloce Achille a tartaruga. Tanto, per dirla con Zenone, chi è in grado di superarlo? L’asso nella manica di Renzi resta questo: non ha concorrenti. Non c’e nessuno oggi in grado di sfidarlo sul grande palcoscenico mediatico, prima ancora che su quello politico. Ed è questa la principale dote di cui il premier ha dato prova straordinaria. Una gestione geniale, impeccabile della comunicazione personale col grande pubblico trasversale. 

In questo, gli va dato atto, è andato oltre lo stesso Berlusconi, che certo l’ex sindaco ha studiato in ogni minimo dettaglio. Il Cavaliere aveva un suo partito e proprie reti televisive. Renzi agisce da battitore libero. Si è inventato tutto da solo. E chi pensa che questa capacità non rientri tra le qualità di uno statista, non ha capito niente di quello che è successo in questi ultimi decenni. Col passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella incentrata sul leader. E sulla sua capacità di catturare l’immaginario collettivo. 

Rientra in questo stesso scenario anche la scelta, difesa coi denti, di ottenere per la Mogherini – una renziana d’acciaio – il ruolo di portavoce agli Esteri dell’Unione Europea. Una scommessa che riguarda la possibilità che, nel caotico panorama internazionale che si va sempre più surriscaldando, si creino spazi per sortite – coraggiose, fuori dal coro – ad alto potenziale di impatto sulla opinione pubblica, italiana e più in generale occidentale. E’ improbabile che il premier si faccia illusioni che nostre eventuali proposte riescano a condizionare play-maker ben più pesanti, come gli Usa o la Germania. Ma al carnet del suo agenda-setting, fino ad oggi ristretto all’ambito nazionale, Renzi ha aggiunto un teatro a visibilità illimitata. Schierando una donna giovane, con mestiere e temperamento, che suscita curiosità e simpatia. All’immagine di un’Europa impantanata nel proprio passato, non potrà che giovare questa incursione di futuro.

Massimo Blasoni: «Per tornare sani servono 28 anni, non mille giorni»

Massimo Blasoni: «Per tornare sani servono 28 anni, non mille giorni»

Chiara Daina – Il Fatto Quotidiano

La risposta per le rime a Renzi arriva da Massimo Blasoni, 49 anni, imprenditore udinese, che ha comprato un’intera pagina su Il Giornale di ieri. Due tondi, una con la foto del premier come è adesso, l’altro con un fotomontaggio che lo ritrae anziano e canuto. Sotto, la scritta “Torneremo ai livelli del 2008 quando Renzi avrà 67 anni”. Non è una stima sparata a caso. All’inizio di agosto Blasoni ha fondato il centro studi ImpresaLavoro, che ha ipotizzato il conto e di cui fa parte anche Salvatore Zecchini, presidente del gruppo di lavoro dell’Ocse su Pmi e imprenditoria.
Come è venuto in mente di comprare una pagina di giornale?
«Volevo comunicare a Renzi con un linguaggio schietto e mediatico come il suo. Il governo aveva previsto un livello di crecita del Pil dello 0,8 per cento. Balle. Per tornare ai livelli pre-crisi, considerando una crescita media tra il 2008 e il 2014 dello 0,3%, ci serviranno altri 24 anni».
Cosa le fa più paura?
«Quella di Renzi è solo una politica degli annunci. La pressione tributaria non è diminuita. Nessuna semplificazione burocratica per le imprese e nessuna facilitazione per l’accesso al credito. Imsomma, zero segnali di ripresa, nonostante le belle parole. Lo sa quanto costano i ritardi nei pagamenti della Pa alle imprese?».
Quanto?
«Cinque miliardi di euro l’anno. Lo abbiamo calcolato nella nostra prima ricerca».
Lei ha votato Renzi?
«No, anche se all’inizio gli davo fiducia. Ma di riforme vere finora neanche l’ombra. Renzi è un politico di vecchio corso con una faccia da giovane. Ma noi l’abbiamo già invecchiato».
Giuseppe Pennisi – Consigli a Renzi: le tre mosse che valgono più dello sblocca-Italia

Giuseppe Pennisi – Consigli a Renzi: le tre mosse che valgono più dello sblocca-Italia

Giuseppe Pennisi – IlSussidiario.net

Agli economisti e ai commentatori economici spetta di essere criticamente da stimolo, specialmente in una situazione come quella di oggi. Gran parte dei commenti sull’ultimo Consiglio dei ministri sono positivi. E non possono non esserlo dato che, secondo il comunicato di palazzo Chigi e gli interventi del Presidente del Consiglio e dei principali Ministri competenti per le materie trattate (non si conoscono ancora i testi dei provvedimenti), sono stati affrontati e verosimilmente risolti alcuni nodi della giustizia (specialmente di quella civile) e dell’investimento pubblico. Tuttavia, occorre chiedersi se: a) è stata data una risposta adeguata alle aspettative suscitate; b) si è tenuto conto del peggioramento della situazione economica italiana (quale risulta dalle statistiche più recenti); e, soprattutto, c) cosa può essere fatto di concreto e di attuabile nelle prossime settimane nel predisporre la Legge di stabilità.Le aspettative suscitate riguardano non solamente il vasto comparto della scuola (per il riassetto del quale ci è stato chiesto di pazientare solo alcuni giorni), ma soprattutto le inefficienze dell’azione pubblica quali risultanti del Rapporto Cottarelli (soprattutto nel comparto del socialismo municipale e regionale), abilmente centellinate dal servizio stampa di palazzo Chigi ai giornali e, quindi, all’opinione pubblica. La situazione economica riguarda l’evidente scivolamento dell’Italia dalla più lunga recessione del dopoguerra e una fase di deflazione in cui rischiamo di avvitarci su noi stessi perdendo ogni anno un po’ di reddito reale (sia nazionale, sia familiare, sia individuale).Non conosco personalmente Matteo Renzi, ma non nego di provare simpatia per questo quarantenne (alla prese con problemi gravissimi) che si atteggia a trentenne e utilizza le metodiche di comunicazione dei ventenni nella convinzione (vera o presunta) di avere esiti positivi, in tal modo, anche sugli “umori” degli ottantenni. La conferenza stampa (dal “gioco del gelato” all’ultima slide) è stato un piccolo capolavoro di quella che un tempo si chiamava “persuasione occulta”. Ha probabilmente diminuito il divario tra attese e risultati, ma i problemi restano poiché in sostanza l’esito è stato un modesto rilancio dell’investimento pubblico (ridotto, nel lasso degli ultimi dieci anni, di due terzi per rapporto al Pil) e una velocizzazione della giustizia civile, che avverrà solo se si supereranno le resistenze di varie oligarchie.Se gli esiti sono questi, ipotizzando che tra brevissimo verranno sciolti (e bene) i nodi sulla scuola, cosa deve entrare nella Legge di stabilità per tirarci fuori dalla deflazione? L’Italia ha poche frecce al proprio arco. Quelle monetarie sono in mano alla Banca centrale europea ed è da dubitare che le possa utilizzare vista l’opposizione di molti paesi (non solo la Germania) e la necessità della preliminare revisione del proprio regolamento (che la obbliga a non fare superare più del 2% l’anno la crescita del tasso armonizzazione dell’indice dei prezzi al consumo). Quelle di bilancio sono spuntate dalla decisione “politica” di contenere l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni entro il 3% del Pil anche se, giuridicamente, nella situazione di grave recessione (e di deflazione), si potrebbe superare temporaneamente il vincolo.Al Governo resta, essenzialmente, la messa in atto di misure per ridurre la spesa pubblica e renderla più efficiente (alleggerendo così quella che è una vera oppressione fiscale e regolamentare) e una strategia dell’offerta. Come? In primo luogo, i provvedimenti della spending review richiedono una cornice che può essere inclusa nella riforma della Costituzione (in discussione in parallelo alla Legge di stabilità). Si potrebbe introdurre nella Carta il fatto che: a) che tutte le leggi (e regolamenti e circolari varie) siano “a termine” (una “sunset regulation” generalizzata) e non possano essere estese con marchingegni quali il “mille proroghe” per impedire il formarsi di un Himalaya di norme (la fonte principale di sprechi e inefficienze); b) le società in disavanzo per più di tre esercizi del socialismo municipale (e regionale, nonché di quel che resta di quello provinciale) vengano messe in liquidazione forzosa, con commissari provenienti da regioni differenti da quelle in cui l’azienda ha la sede sociale.In secondo luogo, serve un’energica strategia dell’offerta basata sulla liberalizzazione dei mercati delle merci e dei servizi per spingere imprese grandi e piccole a essere più competitive, e quindi più produttive. Ci vuole una terapia shock che azzeri resistenze settoriali e morda davvero.In terzo luogo, occorre tenere conto del “convitato di pietra”, il fardello del debito pubblico che frena da anni la crescita e aggrava ora la deflazione. Non mancano proposte: prima di chiudere i battenti del Cnel si potrebbe incoraggiare un confronto, con esperti e Parti sociali, tra le varie proposte sul tappeto per giungere a un programma concreto.