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Sprechi pubblici, l’ultima moda travestirsi da privato

Sprechi pubblici, l’ultima moda travestirsi da privato

Sergio Rizzo – Corriere della Sera

Sale sulle ferite, le parole con cui Salvatore Nottola ha commentato pubblicamente giovedì 26 giugno il dilagare delle società pubbliche. Non solo al centro, dove il magma ribollente assume ormai dimensioni incontenibili. Il loro numero, intanto. Nessuno sa esattamente quante siano, considerando che «esse», spiega il procuratore generale della Corte dei conti, «sono soggette a frequenti modifiche dell’assetto societario». L’ultima rilevazione della stessa Corte ha censito 50 società partecipate dallo Stato: ma va tenuto conto che queste «a loro volta partecipano ad altre 526 società». Per un totale di 576 partecipazioni dirette e indirette. Poi ci sono quelle degli enti locali, e qui il numero sale vertiginosamente. Siamo infatti a quota 5.258. Alle quali, precisa ancora Nottola, «vanno aggiunti 2.214 organismi di varia natura» come «consorzi, fondazioni…» per una cifra complessiva che tocca quota 8.048.

I confini finanziari di tale universo sono sterminati. «Il movimento finanziario delle società partecipate dallo Stato, costituito dai pagamenti a qualsiasi titolo erogati dai ministeri nei loro confronti ammonta a 30,55 miliardi nel 2011, 26,11 miliardi nel 2012 e 25,93 nel 2013». Totale in tre anni 82,6 miliardi: come il costo annuale degli interessi sul nostro enorme debito pubblico. Ancora. «Il peso delle società strumentali sul bilancio dei ministeri», rimarca Nottola, «è stato di 785,9 milioni nel 2011, 844,61 milioni nel 2012 e 579,41 milioni nel 2013». Totale in tre anni, 2 miliardi 205 milioni: come la metà dell’Imu prima casa. «Quanto agli enti partecipati dagli enti locali», sottolinea il procuratore della Corte dei conti, «un terzo è in perdita». E non è molto difficile comprendere il perché. La ragione del proliferare di queste società tanto a livello centrale quanto locale ha ufficialmente a che fare con l’«esigenza di snellezza dell’azione amministrativa». Traduzione: siccome la burocrazia è lenta e inefficiente, allora ci si traveste da soggetti privati.

Peccato soltanto che questo abbia una serie di conseguenze piuttosto singolari. La prima è quella che portano con sé le società cosiddette in house, quelle controllate dal soggetto pubblico e costituite per erogare servizi in esclusiva a favore dell’azionista: l’effetto evidente, argomenta Nottola, è che la loro attività viene sottratta completamente alla concorrenza. Ma è niente al confronto di altri indigeribili riflessi. Come certe «scelte indotte da logiche assistenzialistiche o dall’intento di eludere i vincoli di finanza pubblica, specialmente riferibili all’attività contrattuale e alle assunzioni di personale». È sempre il procuratore generale della Corte che parla: «Tale enti spesso ricorrono, e la forma privatistica glielo consente, a reperire risorse lavorative all’esterno della struttura pubblica ricorrendo ad assunzioni e al conferimento di incarichi di prestazioni professionali e di consulenza esterna». Il travestimento da privato consente di aggirare in questo modo, per esempio, il blocco delle assunzioni stabilito per la pubblica amministrazione, per giunta evitando i concorsi. Le cronache degli ultimi anni, del resto, sono piene di scandali grandi e piccoli che si inseriscono in questo capitolo. Basti ricordare la famosa vicenda della “parentopoli” al Comune di Roma. Di fronte a tutto ciò, dice chiaramente Nottola, le armi a disposizione sono alquanto spuntate. «La carenza dei controlli favorisce episodi di cattiva gestione, non di rado di illeciti anche penali, i cui effetti dannosi si riflettono sul bilancio degli enti conferenti». In ultima istanza, quindi, sulle tasche dei contribuenti. Non vi chiedete perché finora nessuno abbia voluto mettere mano a una riforma radicale di questo sistema, imponendo regole chiare e controlli ineludibili. La risposta, ahimè, sarebbe scontata.

Fare impresa. La mappa dei disagi

Fare impresa. La mappa dei disagi

Marco Biscella – Il Sole 24 Ore

Fare impresa in Italia – come ci ricordano le classifiche internazionali – è molto difficile, ma in Sicilia e in Umbria gli imprenditori incontrano disagi «molto alti», mentre è il Trentino-Alto Adige la regione italiana che li fa «soffrire di meno». E se è vero che un ambiente sfavorevole all’impresa è un denominatore comune per il Mezzogiorno (cinque delle sei regioni del Meridione-Isole occupano i primi sei posti di questa classifica negativa), è altrettanto vero che le performance di Puglia, Abruzzo, Toscana, Lazio, Campania e Sardegna lasciano intravvedere alcuni segnali positivi che per il Centro-Sud che rappresentano una «vera sorpresa».

A fotografare la mappa delle criticità del contesto economico, con particolare attenzione alle piccole imprese, attraverso l’analisi e il trend di 12 indicatori, è l’Indice di disagio imprenditoriale 2014, giunto alla terza edizione e curato da Fondazione Impresa. «A livello generale – afferma Daniele Nicolai di Fondazione Impresa – Sicilia e Umbria presentano il grado di disagio imprenditoriale più alto, collocandosi nettamente al di sopra della media italiana (52,9), con punteggi rispettivamente pari a 64,2 e 63,5. Segue poi un gruppo di sette regioni, cinque del Sud e due del Centro, il cui indice di disagio è “alto”, con punteggi superiori di almeno quattro punti rispetto alla media, intorno alla cui soglia ruotano invece Puglia e Lombardia, mentre in un range di punteggi compresi tra 48,8 e 43,3 si ritrovano, con un disagio definito “medio basso”, cinque regioni del Nord (Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto, Liguria e Piemonte), l’Abruzzo e la Toscana. Infine, nella parte bassa della classifica, ovvero nelle posizioni in cui il disagio imprenditoriale risulta inferiore, ritroviamo la Valle d’Aosta, che con 38,1 punti presenta un disagio “basso”, e il Trentino Alto Adige, che con 26,4 punti è la regione più virtuosa, con un indice di criticità “molto basso”».

Al di là della classifica, è interessante analizzare le dinamiche temporali rispetto al 2013, che penalizzano soprattutto l’Umbria (dal quarto “sale” al secondo posto tra le regioni più disagiate, affossata soprattutto dai tassi d’interesse praticati alle imprese fino a 5 addetti e dal credit crunch alle piccole aziende) e la Basilicata (dal 6° al 3° posto, colpa del deficit da banda larga e dalla più bassa quota di imprese innovatrici).

Al contrario, le variazioni più sensibili in positivo riguardano la Toscana (che “scende” dal 12° al 17° posto, quindi nella parte “meno cattiva” della graduatoria) e l’Abruzzo, che con il suo 15° posto (era al 19° l’anno scorso) occupa «un ranking migliore rispetto a quanto fanno registrare regioni del Nord come Lombardia (pesano l’elevato numero di fallimenti e condizioni più sfavorevoli nell’accesso ai finanziamenti per le piccole aziende), Emilia-Romagna (stretta creditizia più soffocante) e Veneto (forte riduzione delle piccole imprese attive). Sempre al Nord va segnalato il buon risultato del Piemonte, spinto dal calo delle procedure concorsuali e dalla quota di imprese innovatrici».

A far da zavorra alla Sicilia concorrono i risultati negativi in nove indicatori su 12 e le performance peggiori riguardano «il sensibile calo delle imprese attive (-6,48% dall’inizio della crisi), abbinato a una profonda recessione: dal 2008 al 2013 sono andati persi 11,6 punti percentuali di Pil».
Alto tasso di sopravvivenza delle imprese, recessione meno pesante e bassi tassi di interesse, invece, sono gli atout del Trentino-Alto Adige (in questi tre indicatori è la migliore), che si conferma di gran lunga come la regione meno critica per gli imprenditori, tanto da raccogliere un Indice di disagio imprenditoriale pari sostanzialmente alla metà della media italiana.

Risparmi nella PA: con Consip costi medi in calo del 22% e risparmi per 2,6 miliardi di euro

Risparmi nella PA: con Consip costi medi in calo del 22% e risparmi per 2,6 miliardi di euro

Il Sole 24 Ore

Gli acquisti in convenzione da parte della Pa fanno bene al bilancio dello Stato. Quanto, ce lo dice oggi l’ultima rilevazione condotta dalI’Istat per conto del Mef su 21 categorie merceologiche che finiscono ogni anno nel “carrello della spesa” delle amministrazioni pubbliche: utilizzare le convenzioni Consip per comprare sedie, scrivanie, ma anche servizi di telefonia, laptop e gas da riscaldamento o il noleggio di una fotocopiatrice permette un risparmio medio del 22% sui prezzi di mercato. E l’adeguamento di tutte le Pa al prezzo Consip per questi beni e servizi consentirebbe un risparmio annuo di 2,6 miliardi di euro.
Tra le categorie dove il risparmio di prezzo ottenuto da Consip è più elevato ci sono la telefonia fissa e mobile, rispettivamente con il 71,4% e il 39,4%, le stampanti, con oltre il 70%, i fotocopiatori a noleggio con il 45,3%, i pc desktop con il 35,9%, le centrali telefoniche con il 29 per cento. In particolare, la rilevazione registra un discreto risparmio nella gestione degli acquisti di pc portatili di fascia base con un prezzo fuori convenzione di 570 euro, e in convenzione di 434: un risparmio che supera il 23 per cento.Anche il pacchetto Office per le amministrazioni costa il 10% in meno se acquistato in convenzione. Arrivano a costare meno della metà anche gli sms, con uno sconto del 57% se acquistati con la convenzione Consip. Ovviamente, il risparmio effettivo è legato anche ai volumi di acquisto complessivo annuo della Pa per la singola categoria merceologica. In altre parole, il forte risparmio possibile grazie alla convenzione Consip per l’acquisto di laptop e desktop (entrambi superiori al 35%) incide su un volume di spesa annuo che nel 2013 è stato rispettivamente di 35 e 110 milioni di euro, mentre il 4,5% medio di risparmio che è possibile ottenere sull’acquisto delle forniture di gas naturale incide su una spesa complessiva che si aggira sui 2 miliardi di euro/annui.

La rilevazione Istat, giunta all’11esima edizione, ha l’obiettivo di stimare i prezzi medi pagati dalle amministrazioni pubbliche per l’acquisto di un paniere merceologico di beni e servizi e di confrontarli con le condizioni economiche ottenute da Consip con le sue gare. L’edizione 2013 della rilevazione pubblicata il 13 giugno scorso sul sito del Dipartimento dell’Amministrazione generale del ministero dell’Economia è stata condotta attraverso un questionario inviato a un campione di 1.200 amministrazioni pubbliche, un numero rimasto pressochè stabile rispetto alle edizioni precedenti.

Scommessa da 80 euro

Scommessa da 80 euro

Davide Giacalone – Libero

La scommessa degli 80 euro, fin qui, si dimostra vincente dal punto di vista elettorale e perdente sul fronte dei consumi, che non sono aumentati. Lasciamo da parte gli opposti fronti del partito preso, talché per i tifosi del governo sarebbe stata una grande svolta e per gli oppositori una gran presa in giro. I primi potrebbero sostenere che è ancora presto per valutare, i secondi devono prendere atto che il bonus c’è, in determinate buste paga (e che il provvedimento somiglia a quello sulle pensioni minime, alzate d’ufficio dal governo Berlusconi). È più interessante cercare di capire il perché questo modo di procedere non è in grado di risolvere alcun problema.

Due elementi sono evidenti a occhio nudo: 1. gli 80 euro non sono 80, chi ha di meno (quindi una maggiore propensione a consumare ogni centesimo che incassa) prende nettamente meno; 2. il bonus arriva in contemporanea non solo con gli aggravi fiscali relativi alla casa e al risparmio, ma anche in una caos tributario che delude, quando non cancella, ogni speranza di potere avere più reddito disponibile. Già questo tandem è bastevole a far passare ogni voglia di pedalare. Ma, anche qui, si potrebbe ottimisticamente sperare che una volta passate le scadenze fiscali, ove i soldi risparmiati non siano da quelle vaporizzate, passa anche la paura e tornano i consumi. Ed è qui, forse, che si nasconde l’errore più grosso.

L’Italia non è un insieme d’individui, ma di famiglie. Quando il presidente del Consiglio presentò questa iniziativa l’argomentò dicendo: una madre potrà andare una sera in più a mangiar fuori con le amiche. Ha ragionato, insomma, considerando quella madre come un individuo che fa i conti per sé. Nella realtà, però, quella madre (con il padre, i figli e i nonni) vive in un gruppo familiare, che ha visto, in questi anni, notevolmente scendere il reddito disponibile. Sicché il bonus va a compensare parte della perdita, non a creare un di più che sarà gradevole spendere.

Confesercenti ha calcolato che, dal 2008 a oggi, i pensionati hanno perso 1.419 euro di reddito. Circa 118 al mese. I nuclei familiari in cui ci sono dei pensionati sono anche fortunati, nel senso che hanno un cespite sicuro, ma 118 meno 80 fa pur sempre 38: mancano ancora 38 euro. Ci vorranno 17 mesi e mezzo per recuperare quel che si è perso. Sempre ammesso che non si continui a perdere e facendo finta che siano davvero 80. Con questo ritmo ne riparliamo nell’ottobre del 2015.

Confcommercio fa osservare che le nuove imprese che aprono sono la metà di quelle che hanno chiuso e chiudono. Considerando il reddito di quell’attività commerciale come componente di un reddito familiare ecco che cresce la distanza fra quel che si è perso e quel che si riprende. Con quella cresce anche la distanza temporale per recuperare, ammesso che sia mai possibile farlo. Ma se proiettiamo così avanti nel tempo gli sperati effetti del bonus da (meno di) 80 euro ecco che si entra in uno spazio nel quale non solo non è affatto detto che si stabilizzi, dato che le coperture trovate sono relative solo ed esclusivamente al 2014, ma c’è anche il rischio, negato a parole ma concreto nei numeri, che altri aggravi fiscali giungano a correggere i conti pubblici, oggi sbilanciati verso un deficit superiore al previsto (anche perché il prodotto interno lordo cresce di un terzo, quindi due terzi in meno, rispetto alle previsioni governative).

Il tutto assumendo che la crescita dipenda dalla ripresa della domanda interna, laddove sarebbe corretto considerare che la domanda interna dipenda dalla crescita. Che non è un gioco di parole, o il cane che si morde la coda, ma il cuore della scelta politica da farsi: tagliare le spese pubbliche per alleggerire la pressione fiscale sul mondo produttivo, quindi rilanciando la produttività e premiando l’Italia che ha continuato a correre ed esportare; oppure usare quei tagli (che siccome non ci sono diventano maggiore peso fiscale) per premiare i consumatori, senza alcuna contropartita produttiva. Il governo, con il bonus, ha imboccato la seconda strada. Credo sia corretta la prima. E se questo mio ragionamento non è sballato non serve a nulla attendere, se non a perdere tempo.

Matteo Renzi potrebbe rispondere: non sono così sprovveduto, e con me i miei consiglieri e ministri (oddio…), ho usato il bonus per avere maggiore forza e ora che l’ho avuta posso varare quelle riforme destinate a rendere credibile la prima strada. Magari fosse vero. Escluderei di accendergli un cero, ma sarei disposto al monumento equestre. Magari fosse. Gliecché, al momento, le riforme sono annunci, o abbozzi bozzolosi, e le tasse sono realtà. Così procedendo i conti non torneranno mai.

Tagli, privatizzazioni e immobili. Ora il governo deve accelerare

Tagli, privatizzazioni e immobili. Ora il governo deve accelerare

Enrico Marro – Corriere della Sera

Manca un miliardo dalla spending review. In ritardo il processo di vendita di Poste

Europa o non Europa, flessibilità o non flessibilità del patto di Stabilità, su tre capitoli il governo è in ritardo rispetto ai suoi stessi obiettivi: taglio della spesa pubblica (spending review), privatizzazioni, dismissioni immobiliari. Il primo capitolo è fondamentale per tenere il deficit sotto il 3% del Prodotto interno lordo, specialmente e quest’ultimo, come possibile, crescerà meno dello 0,8% previsto dall’esecutivo per il 2014. Ils econdo e terzo sono importanti per mandare quel segnale atteso dall’unione Europa sulla capacità dell’Italia di invertire l’andamento del debito pubblico, in crescita anche quest’anno (135% del Pil). Ecco perché è su questi tre fronti, che insieme valgono 15-16 miliardi, che il governo dovrà accelerare, fin dai prossimi giorni. A sei mesi dalla fine dell’anno, infatti, meno di un terzo del bottino appare assicurato.

Spending review

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan continua a ripetere che il commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli prosegue il suo lavoro. Resta il fatto che mentre il Def (Documento di economia e finanza) del governo indica per il 2014 l’obiettivo di tagliare 4,5 miliardi la spesa pubblica, il governo ha deciso finora tagli per 3 miliardi e mezzo. Manca quindi all’appello un miliardo. Cottarelli, parlando qualche giorno fa in audizione alla Camera, lo ha ammesso, aggiungendo che non sono per ora previsti altri tagli. Il commissario ha quindi spiegato che si sta concentrando sulla riuscita delle decisioni prese, per esempio sulla riforma della spesa per beni e servizi della Pubblica amministrazione. Basti pensare che ben 2,1 miliardi dovrebbero venire da questa voce in sei mesi, 700 milioni a carico delle amministrazioni centrali ed il resto da Regioni ed enti locali. Risultati per nulla scontati. Allo stesso tempo Cottarelli dovrebbe suggerire al governo i 17 miliardi di tagli per il 2015 e i 32 miliardi per il 2016 indicati nello stesso Def e necessari a garantire il mantenimento del bonus da 80 euro per i lavoratori dipendenti a basso reddito e a finanziare l’ulteriore taglio del cuneo fiscale: Irap per le imprese ed eventuale estensione del bonus a incapienti (redditi fino a 8mila euro), compresi pensionati e partite Iva. Nessuno ha capito come si potranno fare tagli così grandi senza intaccare il perimetro dello Stato sociale (pensioni, sanità, assistenza). Ed è appena il caso di ricordare le resistenze incontrate rispetto ai tentativi di riorganizzare le forze di polizia e le forze armate.

Privatizzazioni

Anche qui gli obiettivi del governo Renzi sono ambiziosi. Basti dire che l’esecutivo Letta, prudentemente, aveva stimato per il 2014 e per gli anni seguenti introiti da privatizzazioni pari a circa lo 0,5% del Pil, cioè 7-8 miliardi all’anno. Renzi e Padoan, nel Def, hanno alzato l’asticella allo 0,7% del Pil nel periodo 2014-2017, cioè circa 11 miliardi all’anno. Una goccia rispetto a un debito pubblico che viaggia oltre 1.200 miliardo, ma un passo necessario verso Bruxelles e utile, secondo il governo, ad avere «uno Stato più leggero». Per il momento però è stata avviata solo la vendita del 40% di Poste e del 49% dell’Enav. Si stima un incasso di 4-5 miliardi nel primo caso e di un miliardo nel secondo. Ma è difficile che i soldi arrivino entro la fine dell’anno. Ci sono state le elezioni e il cambio dei vertici delle Poste (Caio al posto di Sarmi) e quindi un certo ritardo è comprensibile. Ma le difficoltà non sono finite. Sia per le Poste sia per la società di assistenza al volo sono stati individuati gli advisors ma per le Poste deve ancora essere sciolto il nodo della valutazione, che dipende tra l’altro dalla nuova convenzione con Cassa depositi e prestiti (ancora da chiudere, che dovrebbe assicurare un miliardo e mezzo l’anno alla società per 5 anni) e dai contributi pubblici per il servizio universale (700 milioni all’anno chiesti da Poste) subordinati alle decisioni che l’Authority per le comunicazioni prenderà a fine luglio. L’Enav, invece, è ancora in attesa del rinnovo dei vertici, dopo due anni di commissariamento per lo scandalo appalti. L’assemblea, già rinviata due volte, è aggiornata per ora all’8 luglio.

Tra queste incertezze tornano dunque a galla sia le altre privatizzazioni elencate nel Def sia quelle nuove ipotizzate di recente, prima fra tutte quella di Ferrovie dello Stato, visto che al nuovo presidente Marcello Messori il Tesoro ha affidato anche il compito di studiare un’eventuale quotazione in Borsa, mente il vecchio piano di privatizzazioni già prevedeva la cessione del 60% di Grandi stazioni in mano alle Fs. Per il resto il menu contempla quote di quote di Eni e di Enel senza scendere sotto il controllo pubblico, Stm (colosso dei semiconduttori partecipato al 50% dal Tesoro e al 50% dalla Francia) e quote di società detenute indirettamente attraverso Cdp quali Sace (vendita del 60%), Terna, Fincantieri (l’operazione è partita in queste settimane ma sta andando meno bene del previsto), Cdp Reti (49%), Tag (89% del gasdotto).

Dismissioni immobiliari

Qui l’obiettivo del governo non pare ambizioso. Si tratterebbe infatti di portare in cassa 500 milioni l’anno. Eppure il traguardo sembra lontanissimo. La legge di Stabilità 2014 del governo Letta prevede un programma straordinario di cessione di immobili pubblici, in particolare caserme ed altri edifici della Difesa non più utilizzati. Ma il piano non è decollato, nonostante il ministro della Difesa Roberta Pinotti avesse annunciato la vendita di 385 caserme. Per sbloccare la situazione sono allo studio norme per superare gli ostacoli burocratici. E non è ancora decollata Invimit, la società del Tesoro costituita nel maggio 2013 per la valorizzazione e la cessione di immobili pubblici. La società guidata da Elisabetta Spitz ha ottenuto a ottobre l’autorizzazione della Banca d’Italia alla gestione collettiva del risparmio e lo scorso marzo ha istituito un fondo di investimento in due comparti, dove è previsto l’apporto di immobili delle amministrazioni centrali e locali, la loro valorizzazione e il collocamento di quote sul mercato secondario.

Per accelerare su privatizzazioni e dismissioni Padoan ha convocato una riunione dei vertici del ministero nei prossimi giorni. Anche sul fronte della spending Cottarelli potrebbe annunciare qualche novità. Ci vuole una scossa, visto che il bottino di una quindicina di miliardi da privatizzazioni e spending previsto per il 2014 è lontano. E se non si corre ai ripari lo spettro della manovra aggiuntiva, ancora ieri negata dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta («non ci sarà, la escludiamo»), potrebbe prendere forma.

Mangiasoldi di Stato

Mangiasoldi di Stato

Alessandro Sallusti – Il Giornale

Nell’ultimo anno sono stati scritti fiumi di inchiostro per analizzare il fenomeno Grillo e quello dell’astensionismo. Si tratta di diversi milioni di voti in libera uscita da quella che è chiamata la «politica tradizionale». E giù spiegazioni sociologiche, a volte antropologiche. A mio avviso la questione è molto ma molto più semplice, e solo in piccola parte ha a che fare con il disgusto per gli scandali grossi e piccoli che la politica ha offerto alle cronache. L’esempio del doppio canone Rai per artigiani, commercianti e partite Iva è illuminante.

Milioni di italiani si sentono – giustamente – vittime di un’estorsione di Stato ma non un partito alza un dito, nessuno ascolta la loro rabbia, non uno che provi a porre rimedio al problema. Parliamo di almeno cinque milioni di cittadini che sull’argomento sono rimasti senza rappresentanza politica. Tace quel furbetto di Renzi, che a parole promette basta tasse e basta burocrazia ma che nei fatti si guarda bene dal tutelare i contribuenti dagli esattori abusivi della Rai. Tace, dispiace dirlo, Forza Italia, probabilmente timorosa di essere accusata di volere penalizzare la Rai a vantaggio di Mediaset. In generale tacciono tutti, perché la Rai ancora prima che tv di Stato è tv della politica, quindi cosa loro. Che se poi uno ci mette la faccia rischia pure la ritorsione di non essere più invitato a Ballarò o in una delle tante trasmissioni-passerella.

Mi metto nei panni di uno dei cinque milioni di italiani costretti a pagare una nuova e ingiusta tassa occulta. Che faccio alle prossime elezioni? Semplice: punisco chi mi ha gabbato, o almeno non ha provato a difendermi come avrei meritato. Oppure risolvo il problema a modo mio, andando a ingrossare, per legittima difesa, le file degli evasori fiscali. Perché l’evasione non è solo figlia della furbizia o della disonestà. Il più delle volte è un’inevitabile risposta a una tassa eccessiva o ingiusta, come lo è quella che la Rai vuole imporre a possessori di computer teoricamente in grado di connettersi con un canale tv.

Così come è successo sulla casa, la doppia tassa sul canone è la prova che il governo Renzi fa il gioco delle tre tavolette. Taglia gli sprechi ai comuni e alla Rai e poi permette che questi si rifacciano su di noi. Non c’è quindi da stupirsi che il cinquanta per cento degli italiani non vada a votare e un altro venti scelga Grillo. Sicuramente non è la strada per risolvere i problemi, ma a volte vendicarsi può lenire il senso di abbandono e quello di ingiustizia.

La spending review inciampa sui comuni. Le centrali d’acquisto sono ferme al palo

La spending review inciampa sui comuni. Le centrali d’acquisto sono ferme al palo

Lorenzo Salvia – Corriere della Sera

È uno dei simboli della spending review. Ed è un progetto partito quando quelle due paroline inglesi erano ancora roba da convegno di esperti e non linguaggio (quasi) comune. Ma la sempre invocata riduzione delle centrali d’acquisto rischia di essere rinviata ancora una volta. Dal primo luglio, tra due giorni appena, dovrebbe riguardare più di 8mila Comuni, tutti tranne i capoluoghi di provincia. Ma – complice una norma con qualche buco – rischia di paralizzare l’attività di tutte le amministrazioni. E per questo il governo si rigira tra le mani l’ipotesi di una proroga, tutt’altro che semplice.

L’idea delle cosiddette centrali uniche di committenza nasce da un principio di buon senso: se cinque Comuni comprano le loro penne e loro matite ognuno per conto proprio le pagheranno 100; se gli stessi Comuni si mettono insieme per comprare le stesse penne e le stesse matite probabilmente le pagheranno 90. Il gruppo spunta un prezzo migliore del singolo, regola antica che applicata al bilancio dello Stato significa un certo risparmio di denaro pubblico. Per questo già il governo Monti – con il decreto Salva Italia del dicembre 2011 – introdusse la regola degli appalti di gruppo per i Comuni più piccoli, quelli al di sotto dei 5 mila abitanti. L’obbligo doveva partire dal primo aprile del 2012 ma è stato rinviato più volte e non è ancora operativo. Poi è arrivato il commissario straordinario alla spending review Carlo Cottarelli, con il suo progetto di ridurre le centrali d’acquisto di tutta la pubblica amministrazione dalle 32mila di oggi a 30/40. Il governo Renzi accelera e nel decreto legge sul bonus da 80 euro infila una norma che obbliga all’acquisto di gruppo non solo i paesini sotto i 5mila abitanti ma tutti i Comuni, con l’eccezione dei soli capoluoghi di provincia. Nel frattempo è stata eliminata anche la deroga per i piccoli appalti, che consentiva ai Comuni di muoversi da soli per le spese al di sotto dei 40mila euro. L’Anci – l’associazione dei Comuni – dice che così si rischia il blocco totale degli appalti. La solita resistenza ad ogni cambiamento? Insomma.

La norma che allarga l’obbligo ai Comuni sopra ai 5mila abitanti ha qualche contraddizione. I Comuni dovrebbero creare dei consorzi di acquisto, ma anche questo richiede un minimo di preparazione e il decreto è stato convertito in legge appena 10 giorni fa. Nell’immediato ci sono due alternative, ma entrambe zoppicanti. La prima è rivolgersi alla Consip, la società per gli acquisti della pubblica amministrazione, che però nel suo catalogo non ha tutti i prodotti che servono ai Comuni. Mancano gli appalti di lavori pubblici, ad esempio, i più importanti. La seconda è rivolgersi alle “nuove province”, gli organi senza più politici che funzionano come centro di coordinamento del territorio. Solo che al momento sono commissariate, di fatto paralizzate, e torneranno operative nella loro nuova veste dal primo ottobre. «Il risultato – spiega Mario Guerra, deputato del Pd che ha seguito la vicenda fin dall’inizio – è che un Comune grande come Sesto San Giovanni, 80mila abitanti, rischia di non poter muovere foglia. Mentre quattro paesini da 800 abitanti si mettono insieme e aggirano il blocco». Consapevole del problema, il governo studia l’ipotesi di un rinvio che, in caso, andrebbe deciso per decreto legge con il Consiglio dei ministri di domani. Ma ci sono moltissimi dubbi. Non solo perché un altro decreto rischierebbe di non trovare posto in un calendario parlamentare già al limite della capienza. Ma perché l’ennesimo rinvio potrebbe dare un colpo alla credibilità generale della spending review. Già quest’anno dalla revisione della spesa il governo ha ricavato “solo” 3,5 miliardi, un miliardo in meno di quanto previsto. L’anno prossimo ne sono previsti 17, quello dopo addirittura 32. Una salita ripidissima. L’ennesima proroga sugli appalti di gruppo, e quelle che per imitazione potrebbero seguire su altre materie, non aiuterebbero la pedalata.

Sviluppo, il cacciavite non funziona. Le 10 norme ancora ferme sulla carta

Sviluppo, il cacciavite non funziona. Le 10 norme ancora ferme sulla carta

Dario Di Vico – Corriere della Sera

In Italia si è ripreso a discutere con gusto di politica industriale. La Confindustria non smette di battere il chiodo, le proposte di Romano Prodi suscitano sempre grande interesse, il libro dell’economista Marianna Mazzuccato sul ruolo dello Stato nell’innovazione divide accademici e addetti ai lavori, il ministro Federica Guidi ha promesso novità. Il guaio però è che la produzione di parole sovrasta i fatti: la stragrande maggioranza dei provvedimenti adottati dagli ultimi governi per l’innovazione, la ricerca, la crescita di dimensione e la nuova imprenditorialità è rimasta al palo. Il Centro studi della Cna ha steso un’impietosa catalogazione delle misure inattuate ed è arrivato ad elencarne dieci, tutte entrate in vigore tra il 26 giugno 2012 e il 1 gennaio 2014 ma da allora ancora in attesa dei decreti attuativi.

I più vecchi tra i provvedimenti “mai nati” riguardano finanziamenti per progetti di ricerca e sviluppo definiti «di rilevanza strategica» e il credito d’imposta per l’assunzione di personale ad alta qualificazione. Sono stati varati dal governo Monti e in teoria avrebbero dovuto festeggiare proprio ieri il secondo compleanno ma al primo manca il solito decreto di attuazione del ministero dello Sviluppo economico (Mise) e il secondo è fermo perché non è stata ancora realizzata la piattaforma informatica necessaria. Realizzata la stessa comunque ci vorrà un altro decreto per definire procedure e modulistica (!).

I provvedimenti targati 2013 e ancora nel limbo sono cinque e sono stati emessi dal governo Letta al tempo dell’elogio del cacciavite. Il primo risale al giugno e si autodefinisce senza alcuna modestia «interventi straordinari a favore della ricerca per lo sviluppo del Paese». Le risorse per farlo camminare e tener fede al suo nome devono essere ancora individuate e si attende in merito un decreto, stavolta, del ministro dell’Istruzione. I tutti i casi citati i beneficiari avrebbero dovuto essere per lo più le piccole imprese, start up innovative e spin off universitari. Che aspettano e sperano. Datano invece dicembre 2013 altre quattro misure che riguardano credito d’imposta, voucher e mutui agevolati per gli investimenti di nuove attività. In tutti questi casi quello che si aspetta è ancora una volta il decreto del Mise.

Chiudono la lista delle doglianze messa nero su bianco dalla Cna altri provvedimenti entrati in vigore il primo giorno dell’anno in corso. A cominciare dal fondo che dovrebbe sostenere le associazioni temporanee e i raggruppamenti di imprese per passare all’istituzione di una sezione speciale di garanzia per i progetti di ricerca e di innovazione rivolti alle Pmi. In entrambi i casi, manco a dirlo, si attende un fantomatico decreto del Mise così come per il provvedimento di rafforzamento del patrimonio dei Confidi. Per onestà bisogna riconoscere che alcune misure come la nascita dei minibond e l’incentivazione degli investimenti in macchinari (la nuova Sabatini) sono entrati in funzione ma ahinoi rappresentano la più classica delle eccezioni. Due autentiche mosche bianche. E comunque, più che un programma coerente di politica industriale seppur realizzato a tranche, la somma dei provvedimenti ha le sembianze di una lotteria. L’azione governativa appare sminuzzata e a effetto ritardato e, presa nel suo complesso, non è minimamente in grado di indirizzare le scelte di investimento dei singoli nella direzione voluta, tutt’al più accompagna ex post scelte che gli imprenditori hanno già maturato e attuato. Poi nei convegni si trova sempre un dirigente del ministero che si straccia le vesti per il nanismo delle nostre imprese.
Ps. C’era una volta il garante delle Pmi. Esiste ancora?

Balordi del debito

Balordi del debito

Davide Giacalone – Libero

La sola cosa che sbalordisce è che ci siano degli sbalorditi in circolazione, a cominciare dal ministro dell’Economia. Non c’era una sola possibilità al mondo che la Commissione europea non aprisse una procedura d’infrazione, per gli enormi ritardi con cui lo Stato italiano paga i propri debiti verso i fornitori privati. Non c’era perché la conferma di quei ritardi era certificato dal governo e dalle autorità italiane. Perché nessuno si disse sbalordito quando il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, sostenne che quei debiti sarebbero stati pagati a partire dal primo trimestre del 2015? Non si accorsero che era cosa del tutto diversa da quanto aveva promesso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi? Noi, qui, lo facemmo subito notare. Chiedendo quel che continuo a chiedere: che fine ha fatto l’idea di utilizzare la Cassa depositi e prestiti quale garanzia bancaria per quei debiti? Lo hanno fatto gli spagnoli, lo ha proposto e ripetuto il presidente della Cdp, Franco Bassanini, lo aveva annunciato il capo del governo. Solo Pier Carlo Padoan non se n’era avveduto, sbalordendo.

Ma non basta: il 30 maggio scorso, in occasione delle considerazioni finali, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha detto, papale-papale, che quei debiti ammontano ancora a 75 miliardi (da 90 che erano stati stimati, e già è increscioso che si proceda a stime, non sapendo nessuno a quanto ammonta il totale, perché non si sa quali e quante voci sommare). Posto che i pagamenti fatti erano stati resi possibili da uno stanziamento del governo Letta, mettete assieme la cifra della Banca d’Italia alle dichiarazioni di Delrio e giungerete alla medesima conclusione cui è arrivata la Commissione. Padoan non aveva sentito, o non sbalordiva per buona creanza? Dato, allora, che lo Stato italiano è il peggiore pagatore d’Europa; che i tempi dei pagamenti dovrebbero essere di 30 giorni (60 solo in casi eccezionali); che quelli reali italiani sono fra sei e sette volte più lunghi; che si riconosceva l’incapacità di accorciarli, semmai solo di ridurne parzialmente l’ammontare; era inimmaginabile che la procedura d’infrazione non fosse innescata.

Veniamo alle colpe di Antonio Tajani, commissario europeo uscente ed esponente di Forza Italia rientrante. Confesso di non avere mai capito in base a quale meccanismo egli abbia più volte sostenuto che il pagamento di quei debiti poteva non essere contabilizzato nel deficit. Sarà mia incapacità, ma non mi convinceva. Sta di fatto, però, che quella tesi è stata sostenuta, da commissario, quando insediati erano governi non diretti dal suo capo politico. Di ieri, di oggi e di domani. A nessuno, in Forza Italia o altrove, fortunatamente, è venuto in mente di accusarlo di tradimento o scarso patriottismo di partito, e se avesse avuto ragione sarebbe stato un gran bene, perché i fornitori dello Stato si sarebbero trovati con soldi veri nelle casse. Ma accusarlo di scarso amor patrio perché prende atto che nulla si è fatto e si piega all’avvio della procedura d’infrazione, è grottesco. Tale accusa, oltre tutto, viene lanciata nello stesso giorno e sulle stesse pagine che annunciano il ribadito accordo sulle riforme costituzionali. Può darsi che Padoan si occupi solo di numeri, ma, a parte che non tornano, ammetterà che il suo sbalordirsi è balordo assai.

Tutto ciò senza dimenticare il punto centrale: lo Stato non riesce a pagare perché ha difficoltà di cassa e si barcamena nel tentativo di non sfondare i parametri (e fa bene, perché di tutto abbiamo bisogno, tranne che di pompare altro debito), ma ciò avviene giacché non riesce a tagliare le spese. Quella è la questione decisiva. Noi, che siamo personcine ragionevoli, non ci permetteremmo di farne una colpa esclusiva del governo in carica, ben consapevoli delle difficoltà. Ma è il governo stesso che s’insediò sostenendo che avrebbe pagato tutto e subito, nonché d’essere determinato a quei salutarissimi tagli. Invece: fumo tanto e arrosto nisba. Chiudano la bocca allocchita e asciughino i bulbi piagnucolosi, quindi, e la riaprano per farci sapere quel che seriamente vedono: tempi, modalità e quantità dei pagamenti da farsi.

La pietra al collo

La pietra al collo

Davide Giacalone – Libero

22 milioni di italiani ne mantengono 60. Fra i 22 ve ne sono che lavorano, ma non producono. Fra i 38 ve ne sono che producono, ma ufficialmente non lavorano. Leggere in questo modo il dato sulla disoccupazione aiuta a capire il problema, che consiste nel far lavorare regolarmente più persone, non nel creare più mantenuti. C’è un altro punto, nella lettura corrente, che appare capovolto: si reclamano soldi per creare lavoro, laddove sarebbe più logico lavorare per creare soldi. La mentalità dei mantenuti s’è così diffusa che il lavoro è interiorizzato non come funzione della produzione di ricchezza, ma come strumento per la sua più equa distribuzione. Da qui parte la catena di errori che si continua ad allungare, supponendo che dalla recessione si esca pompando i consumi, anziché rilanciando la produzione. Accettando che si dia una mano all’Italia che fa da zavorra, i cui costi sono la negazione della produttività, anziché una spinta all’Italia che ancora corre e porta a casa 400 miliardi di esportazioni (siamo uno dei cinque grandi con la bilancia commerciale, relativa a manufatti, attiva).
Quando leggo che nella pubblica amministrazione si suppone di potere ancora usare strumenti come i prepensionamenti e gli scivoli, che hanno precipitato l’Italia nel baratro del debito crescente, mi domando se chi ne parla è solo mancante di fantasia o proprio ignora la realtà. Quando sentiamo dire che si dovrebbe sfondare il parametro del deficit mi chiedo se nella mente di chi lo dice il debito ulteriore possa essere ripagato con balzi produttivi del 4-5% (stupefacente, nel senso della sostanza assunta), o suppongono che si possa tassare qualche altra cosa, così sprecando anche il debito ulteriore. Per portare quei 22 milioni a diventare non 23 ma 30 (chiamando al lavoro moltissime donne e moltissimi giovani che ne sono fuori), occorre togliere dal groppone di chi lavora il peso della spesa improduttiva e delle garanzie di cui i più giovani non godranno mai. Sì, anche rivedendo i “diritti acquisiti”, perché divenuti ingiustizia consolidata. L’elasticità e la permeabilità del mercato del lavoro non sono le porte della negazione delle garanzie, ma l’uscita di sicurezza per non avere garantita la disoccupazione odierna e l’impoverimento perpetuo.
Il decreto sul lavoro a tempo determinato, pur con qualche bozzo, va nella direzione giusta. Ma perché accontentarsi di segnali e direzioni? Perché non varare subito la normalità dei contratti con minori oneri fiscali e previdenziali, in cambio di minore stabilizzazione e immobilità? Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, avrebbe ragione nel rispondere: intanto questo lo abbiamo fatto. È così. Ma perché poi sente il bisogno di aggiungere che l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non si tocca? Cancellarlo può anche darsi che sia una bandiera ideologica, ma lo è anche immolarvisi. Ed è una presa in giro, perché è come dire: lo conserviamo, ma dimenticatevelo. Non è onesto. Ed è uno strizzare l’occhio all’Italia zavorra, sputando nell’occhio all’Italia che corre.
Il nostro mercato interno è stato gettato in mare con una pietra al collo, ma reagisce stringendosela al petto e non volendola mollare, quasi fosse l’ultimo scoglio sicuro. La reazione è comprensibile, perché dettata dalla paura. Ma l’unica cosa di cui avere paura è di restare con un terzo degli italiani che ne mantiene due terzi. O con l’elasticità relegata nel mercato che degrada dal grigio chiaro al nero notte, così affidandosi all’illegalità quale valvola di sfogo contro l’immobilità. Il riflesso politico di questa paura è il voto indirizzato a chi promette aumenti di reddito cui non corrispondono aumenti di produttività. Come se non fosse chiaro che quella è la via della perdizione. Non si può ragionare in due tempi: intanto dono, poi riformo. Questa formula porta a un doppio tempo diverso: ora regalo, poi me lo riprendo (con le tasse).
C’è in giro gente che cita Keynes, supponendo sia stato il teorico dello stampare denaro per finanziare i consumi. Figuriamoci: la Teoria Generale è del 1936, mentre la Repubblica di Weimar, e il suo stampificio di moneta, era crollata nel 1933! In un suo mirabile scritto ancora precedente (The End of Laissez-Faire, 1926) avverte di un pericolo: lo stato di povertà e bisogno convince tutti della necessità di cambiare, ma quando non se ne hanno più gli strumenti; mentre lo stato di ricchezza e soddisfazione toglie l’incentivo a cambiare, proprio quando sarebbe più facile e opportuno. Noi siamo in un punto di mezzo, convivendo con la ricchezza diffusa e il diffondersi della paura. Il tempo che stiamo perdendo non ce lo ridarà nessuno.